Domani ancora

Succede che scrivi un racconto e vinci un concorso letterario. Succede che quella sera, alla premiazione, parli con un editore che ti dice “sei brava, mi piace come scrivi, ma ti vedrei meglio con un romanzo storico piuttosto che con una storia ambientata ai giorni nostri”.

E’ un piccolo tarlo, quel commento, e come tutti i tarli lavora a poco a poco. Senza far rumore. Inizia a creare nella mia mente personaggi e connessioni ed eventi, e a poco a poco quei personaggi diventano prepotenti, reclamano spazio, si fanno sentire. Pretendono che gli dia vita. Che racconti le loro storie. Infestano i miei sogni notturni e quelli ad occhi aperti, mi lanciano messaggi subliminali attraverso libri, fotografie, luoghi. Mi fanno incontrare persone e ascoltare altri racconti straordinariamente attinenti. Fino a che sono costretta a dargli retta.

E niente, è finita che ho scritto un libro.

Oscillo tra volerlo urlare ai quattro venti e pensare di tenerlo nascosto. Perchè quando scrivi, volente o nolente, metti a nudo la tua anima. Con le ferite, le cicatrici e tutto il resto. Per questo nei cinque anni che ho impiegato a scrivere questo romanzo ho provato a ribellarmi, a fingere di dimenticarmi di quel file sul desktop.

Ma alla fine ho dovuto fare i conti con me stessa. Che poi è quello che fanno i personaggi di Domani ancora. Fanno i conti con loro stessi, perchè vorrebbero scegliere, decidere cosa essere e cosa fare del proprio futuro, ma i tempi – siamo negli anni Trenta del Novecento – non sono propizi per la libertà di pensiero e di opinione. E fare esercizio di libero arbitrio può essere controproducente quando addirittura non pericoloso. Ma qual è la cosa giusta da fare? Restare fedeli a se stessi, mettendo anche in pericolo la famiglia, oppure fare scelte più ragionevoli e proteggere i propri cari?

C’è Nina, che solo perchè è donna ed è di origine nobile sembra destinata ad un futuro già scritto. Ma quel futuro da quieta maestrina conformista le sta stretto. C’è suo fratello Josto, che lavora in banca ma ne detesta ogni minuto, e culla il sogno di diventare pilota d’aereo. E la sorella minore Bianca, l’artista di casa, che proprio non riesce a calarsi in una vita fatta di scuola e compiti e faccende domestiche. C’è Guido, il giovane medico di umile origine, che ha fatto mille sacrifici per arrivare ad avere ricchezza e successo, e adesso vive la vita sempre con il piede sull’acceleratore. Incurante dei cuori che spezza lungostrada. E Gemma, la bellissima e sfrontata Gemma, che quando vuole qualcosa non accetta un no come risposta.

Ci sono esseri umani che provano a scegliere per se stessi e a volte sbagliano. Perchè è quello che fanno gli esseri umani. Sbagliano e provano a rimediare, sperando che sia un domani in cui credere, ancora.

Scrivere questa storia è stato per me una continua fonte di emozioni: mi ha fatto ridere e piangere, provare momenti di sconforto e attimi di esaltazione. Mi ha aiutato, come una medicina, in quelli che posso definire gli anni più difficili della mia vita, e spero che regali emozioni e speranza anche a voi.

Nove anni. Che sono pochissimi

Lei ha ancora le guance come due piccole pesche profumate, lisce e morbide. Affondo il viso nel suo collo infantile e mi domando per quanto ancora mi darà questa sensazione di bimba prima di trasformarsi in una ragazzina spigolosa. Mi afferro a quel profumo, al suo respirarmi addosso, al suo chiedermi di tenerla sulle ginocchia. Così, in silenzio, mentre lei ascolta il battito del mio cuore e io le bacio la cima della testa.

Nove anni. Che sono ancora pochissimi. Vero? Vero che ancora ci possiamo rannicchiare l’una contro l’altra sotto una coperta, a ridacchiare e fare una guerra di baci e di “ti voglio bene – io di più – no, io di più”?

La tenerezza ha i suoi occhi nocciola, il suo sorriso irregolare di denti ancora un po’ da latte, ma già un po’ da grande. Ha la sua saggezza di bambina sensibile che si mette nei panni degli altri, anche quando tu, che sei l’adulto, non sei capace di fare altrettanto. E ti vergogni di quanto lei sia più saggia di te. L’empatia ha le sue manine piccole, che scaldano borse dell’acqua calda, preparano tazze di the, aggiustano coperte e annodano braccialetti portafortuna quando qualcuno sta male, e accompagnano questi gesti con baci e sorrisi d’incoraggiamento. La determinazione ha le sue gambe flessuose, che ripetono le stesse figure della ginnastica dieci, cento e mille volte, finché il risultato non la soddisfa. E il giorno dopo di nuovo, daccapo. Per fare bene le cose.

Da te ho imparato ad essere formichina e da nove anni il mio mondo è completo grazie a te, cucciolo mio.

La giara di Gesturi

Durante il ponte di Ognissanti abbiamo organizzato una gita in giornata alla Giara di Gesturi, un parco della Sardegna che ricade nei comuni di Tuili, Setzu, Genoni, e appunto Gesturi. Si tratta di un altipiano dalle caratteristiche geografiche e ambientali molto particolari perchè, normalmente abbastanza arido, presenta degli avvallamenti simili a grandi catini naturali, detti “pauli”, che nei periodi di pioggia si riempiono d’acqua e vegetazione acquatica, creando come dei laghetti.

Intorno a queste zone secche si trovano poi ampie aree ricoperte di belle sughere, ma la particolarità per cui la Giara è conosciuta – e meta di tantissime gite scolastiche! – sono indubbiamente i cavallini selvatici che la popolano.

Un gruppo di cavallini ci ha accolti quasi all’entrata del parco, e per la delizia delle bambine ci è venuto letteralmente incontro!

 

Diciamo che questi cavallini, seppure selvatici, erano ampiamente abituati alle intrusioni umane, e si sono mostrati ben contenti di vederci: con continui colpetti di musi vellutati richiamavano la nostra attenzione, forse richiedendo cibo, forse desiderosi solo di coccole, che non gli abbiamo fatto mancare.

Mi chiedo però come avrebbe reagiato un’altra famiglia, meno abituata di noi alle effusioni equine, venendo accerchiata da un gruppo di cavalli invadenti!

La nostra cagnetta, Mela, era alquanto interdetta di fronte a questi compagni che si sono aggiunti alla nostra passeggiata, percorrendo un lungo tratto insieme a noi.

Ci siamo divertiti allora a scattare un po’ di foto con loro e a loro. Questo grigio è lo stallone, che se ne stava sempre un po’ in disparte, a sorvegliare il suo piccolo gruppo di femmine, alcune delle quali visibilmente gravide.

Ci siamo poi addentrati nella foresta di querce da sughero, dove abbiamo incrociato altri rappresentanti della razza equina meno socievoli (cioè non ci hanno degnato di uno sguardo!)

e abbiamo fatto un po’ gli scemi in mezzo agli alberi

Siamo poi arrivati fino al Nuraghe Taro, di cui per la verità si vedono ben pochi resti.

Infine abbiamo concluso con un bel pic nic sui tavolini di pietra che il parco mette a disposizione degli ospiti: inutile dire che eravamo gli unici visitatori e che abbiamo incontrato solo gente con zoccoli e criniera!

Al momento di andare via dal parco i nostri amici a quattro zampe ci hanno cortesemente accompagnato fino all’auto, varcando i cancelli della riserva (è dovuto venir fuori il custode per riportarli al sicuro!) e infilando perfino la testa dentro il finestrino, con grande divertimento delle bambine!

Ci siamo divertiti tantissimo ed è veramente una destinazione che vi consiglio, anche senza percorso guidato, perchè merita sia per il panorama che per gli animali che popolano il parco! Inoltre essendo un percorso quasi totalmente in piano, non particolarmente accidentato, può essere affrontato anche con bambini molto piccoli, addirittura in passeggino. Lo sconsiglierei solo a chi… ha paura dei cavalli. Ma decisamente non è il nostro caso.

 

 

Dodici

Lei ha le gambe lunghe che si muovono al ritmo di una musica interiore, dinoccolate e rapide come quelle di una puledra nervosa.

Ha gli occhi neri di qualche ascendente arabo, bordati di ciglia da cerbiatta. E lentiggini che, quando era piccola, le dicevo che erano i segni dei baci che le fate le davano mentre dormiva.

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Tiene stretto il mio cuore tra le sue dita con la calma sicurezza di chi sa di avere compiuto il piccolo miracolo di avermi chiamata “mamma” per la prima volta. Lei mi ha dato un nuovo nome. Che mi completa e mi spinge ogni giorno a voler essere migliore. Per essere davvero quella persona che lei crede che io sia.

Mentre il suo corpo cambia e si ammorbidisce ogni giorno sotto i miei occhi, così fa il suo carattere. Perchè è sempre stata un po’ bastian contrario, lei, e anzichè prendere le distanze da noi e diventare una figlia ribelle e scontrosa, con l’età si sta trasformando in una ragazzina più affettuosa, sensibile, responsabile. Ragionevole perfino. Increduli ci godiamo questo stato di grazia, sperando che si prolunghi il più possibile, e consapevoli che una mattina ci sveglieremo e ci troveremo davanti un mostro irriconoscibile, verso cui dovremo fare grande esercizio di pazienza.

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Quella stessa pazienza che lei mostra ogni giorno verso di noi e i nostri goffi tentativi di essere dei buoni genitori.

Lei oggi compie dodici anni, e io mi sento immensamente fortunata.

 

Quote of the week. Week two. La Cresima e le decorazioni

La settimana scorsa mi sarebbe tanto servito un po’ di tempo libero in più, per preparare con calma e con amore una bella festa per mia figlia, ormai giunta al fatidico momento della Cresima. Ma pare che ci sia una specie di legge di Murphy in base alla quale se tu aneli ad avere tempo libero (ah! ah!)  improvvisamente le nonne che avrebbero dovuto darti una mano si dileguano, le riunioni al lavoro si moltiplicano, e sorgono imprevisti di ogni genere. Tipo che la tua gatta cade da un albero e si ritrova con un dente semidivelto e proiettato verso l’esterno, in versione vampiro prognato, che farebbe anche parecchio ridere se non pensassi che poverina, sicuramente deve darle fastidio, e quindi tra le mille cose da fare inserisci anche un’andata dal veterinario per procedere ad anestesia + estrazione.

Inizialmente mi sono sentita frustrata, arrabbiata e divorata dai sensi di colpa; poi sono dovuta comunque scendere a patti con il poco tempo a disposizione, e allora mi sono consolata pensando che anzichè le grandi cose che avevo in mente di organizzare per lei ho potuto fare solo piccole cose, ma con molto amore. Cose molto pensate e scelte e predisposte con cura nei piccolissimi ritagli di tempo concessi da questa settimana che mi ha fatta sentire un criceto sulla ruota. Ecco la frase che ha ispirato quindi la mia settimana:

“Fai piccole cose con molto amore”.

Come questo piccolo tavolo allestito per la confettata, tutto sul bianco e menta, con i sacchettini e il piccolo cartello realizzati da me.

Come la decorazione che ho appeso al muro sopra la mia scrivania, fatta di ventagli di carta, anch’essi fatti da me.

Come la tavola, sempre sul bianco e menta, apparecchiata per tempo e con cura, per dare un festoso benvenuto ai nostri ospiti.

Sono felice di essere riuscita a fare almeno queste piccole cose, e non penserò con malumore a tutte quelle che avrei voluto fare e che sono rimaste sulla mia lista, inevase.

Eccole qui, le due sorelle, pronte per andare in Chiesa e per la successiva festa. E’ stata una grande emozione da convidere insieme, tutta la famiglia.

Quote of the week: Week One.

Devo confessarlo: mi piacciono molto le frasi inspirational. Quelle scritte con un font carino, su uno sfondo che ti fa venire voglia di stamparle e appenderle in casa. Per poi guardarle e sentirti ricaricata.

Tipo “Vai e fai di oggi il giorno perfetto”: che, se te lo dice tua mamma per telefono, le chiudi la conversazione in faccia – come si permette di darti consigli?! – ma se te lo ritrovi in cucina come un simpatico quadretto, corredato di piume o frecce, che fanno tanto Boho style, allora sì che la tua giornata avrà una svolta!

Ho una cartella Pinterest che trabocca di Quotes. Anzi, più cartelle. Così ho pensato di proporvene una a settimana, insieme alle riflessioni che mi ispira.

Però siccome non sono una persona coerente, questa settimana in realtà ve ne propongo due. Perchè la prima la trovo inspirational al rovescio, cioè vorrei che non venisse MAI, mai, mai considerata fonte di ispirazione da una ragazza.

“Sii la ragazza che la sua ex fidanzata odierà, sua madre adorerà, e lui non dimenticherà mai”.

Ecco, signore e signori della giuria, un tipico esempio di quanto, ancora, nel 2017 ci sia da lavorare per spingere le nostre figlie, la luce dei nostri occhi, sulla strada dell’autostima e dell’autosufficienza emotiva.

Ma glielo vogliamo dire, a queste ragazze, che si devono guardare allo specchio e si devono volere bene? Da sole, senza bisogno che il loro valore stia nell’essere indimenticabili per un pirla qualunque e un ex-suocera, e oggetto di gelosia retroattiva da parte della ex? Che valore aggiunto può portare nella vita di una ragazza con la testa sulle spalle tutto ciò? Zero.

Non so, a me viene tristezza a pensare che una ragazza possa guardare questa quote e sentirsi gasata. Porsi questi come obiettivi, e da madre di quella ragazza penserei di avere un po’ fallito, di averle detto che vale in base al riflesso che di lei restituisce un’altra persona. E non per la persona che è, con le sue mille sfaccettature.

Ecco perchè mi piace molto di più, e trovo vera, quest’altra quote:

“La donna che non ha bisogno dell’approvazione di nessuno è l’individuo più temuto del pianeta”.

Perchè è libera. La puoi accettare o meno, ma non modellare. E’ questo che vorrei insegnare alle mie figlie: a trovare in se stesse il proprio senso, senza necessità di approvazione esterna. Questa forma di libertà femminile fa ancora molta, molta paura, e non solo agli uomini, anche alle donne! Alle donne nei confronti delle altre donne (così si inizia a denigrare e insultare le donne libere che scelgono per se stesse) e talvolta nei confronti di se stesse: meglio “affidarsi” ad altri per conoscere e comprendere chi si è e quanto si vale.

Ecco, vorrei riuscire ad insegnare alle mie figlie che possono scegliere di essere chi vogliono, senza bisogno del sigillo di nessuno. Il che non vuol dire sbattersene del prossimo, eh. Anzi. Vuol dire avere verso il prossimo lo stesso profondo rispetto che si ha per se stesse, ma non permettere a nessuno di ingabbiarci e farci prigioniere.

Che cosa ne pensate?

La nostra nuova vita senza televisione. Quasi

Sì, avete capito bene. Quasi senza televisione.
Era da un po’ che volevamo farlo, e ad agosto abbiamo dato un taglio (dopo un’indigestione per finire tutte le serie che avevamo in sospeso!). All’abbonamento a Sky e ai suoi bellissimi programmi, serie tv e documentari, selezionati e guardati on demand. Programmi di sport di altissimo livello e notiziari e approfondimenti ottimi e ben fatti. Il digitale terrestre non l’abbiamo mai avuto e dunque, venuta meno Sky, sono spariti anche i canali della tv generalista, che peraltro ammetto che non guardavamo mai. Per tacere della tv locale, questa sconosciuta.
E dunque il televisore giace spento in salotto, come l’orrendo soprammobile che è. Fosse per me, in quella nicchia della libreria appenderei piuttosto un bel quadro!

Mi rendo conto che è una decisione un po’ controcorrente, che suscita curiosità e stupore; spesso mi vengono poste delle domande sulle motivazioni che ci hanno spinto a farlo, e ho pensato di condividere qui con voi i quesiti più frequenti e le nostre risposte.

Perchè l’avete fatto?
Perchè eravamo stanchi dell’automatismo “dopocena=guardiamo qualcosa in tv” e volevamo dare spazio ad altre attività;
Perchè volevamo che anche le ragazze rivolgessero l’attenzione di più alla lettura, al disegno, ad attività creative e senza schermi, visto che già dispongono di telefono e tablet. Non ultimo, perchè per questioni di salute volevamo anticipare l’orario dell’andata a letto, che a causa della tv stava diventando sempre più tardo. 

Come vi trovate?
Benissimo, per ora. Io in realtà non sono mai stata “dipendente” dalla tv e nelle serate in cui mio marito non era in casa raramente la guardavo, preferendo di gran lunga leggere o scrivere. Quindi non è stato un grande cambiamento per me. Le ragazze hanno accesso ad Amazon Prime Video che ha alcune belle serie e film per ragazzi, e possono guardare qualcosa di selezionato; la qualità di quei programmi è mediamente molto alta e finora non hanno avuto motivo di lamentarsene, e nemmeno noi.
Capitolo partite/eventi sportivi: mio marito li segue un po’ per radio, e un po’ rinuncia. Prima ne guardava veramente tanti, dal campionato estone di pallacorda (scherzo) al torneo mondiale di freccette (purtroppo non scherzo), passando per le maggiori partite dei campionati italiani ed europei, NBA, ciclismo… insomma, forse lui è quello che ha avuto l’impatto maggiore da questa scelta, ma ne è stato anche il promotore, e per il momento incassa bene. Quando inizierà a sparire di casa in orari strani mi preoccuperò non che abbia una relazione ma che sia a casa di qualcuno a guardare una partita, preda di una crisi d’astinenza da tv!

Quanto durerà questo digiuno televisivo?
Non ci siamo posti limiti. Al momento stiamo bene così. Io non sento minimamente la mancanza della tv, le bambine un po’ di più ma non tanto da chiederci di ripristinarla, per cui attenderemo. Può darsi che rinnoviamo il nostro ultradecennale abbonamento Sky, che ne facciamo uno a Netflix… vedremo.

E voi, come vi ponete di fronte alla televisione?
Vi sentite dipendenti dallo schermo oppure ne guardate pochissima?

Se avete altre curiosità su questa nostra scelta un po’ controcorrente chiedete pure!

P.S.

Di televisione mi sono occupata, nel 2014, per il maggiore quotidiano della Sardegna, L’Unione Sarda. Se vi va di rileggere i miei articoli sull’argomento cliccate qui.

Crescere figli indipendenti

C’è un po’ quest’idea, nella mia famiglia, sussurrata ma talvolta pronunciata anche a voce alta, che noi le figlie “non le guardiamo”.
Nel senso che non stiamo tanto loro addosso, nè verificando costantemente dove siano e cosa stiano facendo, nè facendo al loro posto, e questo viene spesso preso per una sorta di lassismo genitoriale, per cui la convinzione generalizzata è che sia una specie di miracolo se quelle due creature che la sorte ci ha affidato sono ancora tutte intere e godono di ottima salute. Ne ho già parlato qui, sul blog, e qui, diverso tempo fa.
In realtà, si tratta di una scelta educativa ben precisa, che mira a renderle delle personcine indipendenti. Siamo convinti, infatti, che l’indipendenza si costruisca giorno per giorno partendo dalla più tenera età, incasellando piccole cose che sono compatibili con l’età e il livello di sviluppo del bambino.

È una scelta educativa che non è più comoda e facile, come molti pensano, ma anzi comporta impegno e dedizione da parte nostra, tanto quanto l’approccio italico più tradizionale della mamma chioccia, che provvede a tutto ciò che riguarda i suoi figli e non permette loro di far nulla.

Che cosa comporta, dunque, il cercare di renderle indipendenti?

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La Cresima. Aiuto, come la vesto?

Quanto è difficile vestire una quasi dodicenne per la Cresima? È roba da farsi venire le bolle ai piedi. A furia di girare per la città alla strenua ricerca dell’abitino giusto.

Non troppo infantile, perché la quasi dodicenne, anticipataria a scuola, è in terza media e non vuole più, giustamente, il vestitino alla marinaretta che fa fare gli occhi a cuore alla mamma: lei veste, per tutti i giorni, quel comodo look fatto di jeans strappati, giubbino in ecopelle e simpatiche t-shirt con unicorni e slogan inspirational attinti a piene mani da Pinterest.

Non troppo da grande però. Perché, appunto, ha quasi 12 anni. Ci sarà tempo per vestirsi “da ragazza”.

E poi, mamma è all’antica e non si dimentica che la Cresima è un Sacramento e si svolge in Chiesa, e quindi sia per l’età che per l’occasione niente tacchi, niente spacchi, niente scollature né tessuti lucidi, paillettes, linee avvolgenti che segnano le forme (forme? quali forme? vabbè, sorvoliamo), spalle scoperte… insomma, l’abito della Cresima deve essere quello che gli inglesi, con la loro mirabile capacità di sintesi, definiscono “modest”.

Lo scorso autunno siamo incappati nel gruppo delle ragazze, tutte un po’ più grandi della mia cresimanda, che lasciavano la Chiesa dopo la cerimonia: molte di loro sinceramente mi sono sembrate vestite in modo poco adeguato all’occasione – lo so, parlo come una vecchia signora bacchettona – con abitini sottoveste e coprispalle che avrei trovato più adatti a feste notturne di piena estate, oppure con vestiti eccessivamente elaborati in stile “piccola sposa” che sopra gli otto anni d’età e fuori dal ruolo di damigella della sposa trovo francamente ridicoli.

Mettendo insieme tutte queste indicazioni, e cercando di accontentare ovviamente il gusto di Anita, ci siamo messe alla ricerca del vestito giusto, e non è stato per niente facile, anche perché qui a Cagliari ci sono ancora gli ultimi residui dei saldi, in cui abbondano i bianchi, i pizzi e i rosa, e le collezioni autunnali stentano a prendere il loro posto sugli scaffali. Fa caldo, così come rischia di esserci caldo il 22 ottobre, un altro elemento da tenere in considerazione nella scelta dell’abito.

Dopo aver girato a lungo alla fine abbiamo optato per questo di Brums

 

È in cotone pesante con una lavorazione a occhio di pernice che dà un effetto a pois sul nero e blu, e ha le manichine in maglia a righe, un dettaglio più sportivo che in Chiesa verrà coperto dal golfino.

In tema di golfini e coprispalle le proposte del negozio non ci convincevano, non c’era qualcosa di perfettamente abbinato, così abbiamo dovuto girare ancora e ancora, prima di trovare quello giusto. Alla fine, inaspettatamente, lo abbiamo scovato da Original Marines, un negozio che solitamente non mi fa impazzire, specie per le bambine un po’ più grandi, perchè non amo le stampe molto grandi e con i personaggi, che sono tipiche di questa marca, se non sui bimbi davvero piccoli. Quindi mai mi sarei aspettata di trovare proprio lì il classicissimo scaldacuore di lanetta in maglia rasata, con il bordino a smerlo, nel perfetto color granata che ci serviva. Un applauso per Original Marines che si guadagna una stellina nella mia personale classifica dei negozi per bambini.

Completeremo l’abbigliamento con queste stringate di vernice blu di Zara: Anita non è una ragazzina da ballerine, e abbiamo preferito delle scarpe con un look più deciso, che poi avrebbe riutilizzato con piacere. In generale sono molto contraria all’acquisto di capi che vengono usati solo per un giorno e una singola occasione (io sono riuscita a riutilizzare perfino l’abito da sposa!), e questo abitino poco impegnativo, insieme ai suoi accessori, sono sicura che li rimetteremo spesso.

 

Che ne dite, vi piacciono le nostre scelte?

Del delirio degli accompagnamenti e delle contromisure

Non so voi, ma io a settembre vengo presa dall’angoscia degli accompagnamenti.

Col passare del tempo mi sono resa conto che quello che mi pesa non è la scuola della ragazze, no. Non sono nemmeno i compiti: le lunghe ore spese a ciondolare tra gli Assiri e il funzionamento del frigorifero – che poi ti confondi e finisci per credere che Assurbanipal avesse inventato il Freon 12 – non mi pesano più di tanto. E nemmeno i due lavori tra i quali mi barcameno alla meglio, sacrificando le ore di sonno. Uno è il lavoro “alimentare”, quello che serve a portare la pagnotta a casa, l’altro quello che mi piace, dunque ben vengano entrambi, e pazienza se si dorme poco.

Sono gli accompagnamenti. I maledetti accompagnamenti.

E prendi, porta a scuola, riprendi, porta a danza, a scout, a ginnastica, al compleanno, al catechismo, al corso di uncinetto acrobatico e a quello di meditazione subacquea… naturalmente le due fanciulle hanno cura, perfidamente, di avere impegni diversi in punti opposti della città ma in orari coincidenti… non so se tutto ciò suona familiare a qualcuno di voi: a fine giornata mi pare di aver passato un sacco di tempo con le mie figlie, indubbiamente, ma in auto, in mezzo al traffico, con la costante sensazione di essere in ritardo sulla tabella di marcia. Non è certo una sensazione gratificante e non penso che sia “tempo di qualità”, come dicono gli esperti di relazioni genitori-figli.

Ho esternato a mio marito la mia angoscia da accompagnamenti e lui ha suggerito una contromisura: un paio d’ore alla settimana in cui ciascuno di noi fa qualcosa di speciale con una delle figlie, con calma e senza fretta, possibilmente senza telefono e mezzi di trasporto.

Ieri abbiamo provato ad iniziare questa sorta di one-to-one, e mentre padre e figlia maggiore sono usciti per una biciclettata di 14km (peraltro funestata dalla pioggia), io e Carolina ci siamo dedicate a cominciare la realizzazione – non ridete! – di una casetta per le fate da mettere in giardino. Se mi seguite su Instagram avrete visto un’anteprima del nostro capolavoro, e quando sarà terminato gli dedicherò un apposito post per mostrarvi tutti i passaggi del procedimento. Abbiamo lavorato con calma, ascoltando musica e chiacchierando, e sono stati dei momenti veramente preziosi. Organizziamo spesso delle belle cose da fare tutti insieme, specie durante il finesettimana; quasi mai invece stiamo con una sola delle figlie, e mi sono resa conto di quanto invece sia importante lasciare spazio individualmente a ciascuna di esse, lasciar uscire la loro voce e i loro pensieri più intimi, che magari in presenza di altri membri della famiglia verrebbero un po’ travolti dal caos che si genera sempre quando siamo tutti insieme.

Solo una sbirciatina alla casetta in progress!

Spero proprio che riusciremo a portare avanti questa buona abitudine!