Di note e reazioni

L’altro giorno mia figlia a scuola ha preso una nota. Mia. figlia.
Una nota.
Arriva con faccia da funerale, il quaderno che le penzola dalla mano. Guardandomi di sotto in su mi dice: “ho preso una nota. E’ da firmare”.
“Devi prestare più attenzione alle attività e chiacchierare meno con il tuo compagno”. Così recita la scritta in verde sul bordo della pagina del quaderno di italiano. 
Due reazioni mi si affacciano immediatamente.
Lo ammetto: la prima è scoppiare a ridere.
La seconda è sgridarla, come avrebbero fatto con me ai miei tempi. Eh, una nota è una cosa seria, mica bazzeccole. Scritta in verde poi…Ok, mi viene comunque da ridere.
Cerco di rimanere seria, apro il quaderno con aria solenne, guardandola di sottecchi: è palesemente mortificata.
Non sono pronta a gestire questa cosa nuova: mia figlia, la più piccola della sua classe, è sempre stata etichettata come la bambina-vivace-ma-studiosa, quella che non interrompe la maestra ed è amica di tutti i compagni. 
In un tono il più possibile neutro le chiedo di spiegarmi cosa sia accaduto. Mi racconta che, da qualche settimana, un bambino nuovo è entrato a far parte della classe. E’ una personcina interessante, ha due nazionalità e fino al mese scorso ha vissuto in Canada. La sua lingua madre è l’inglese, cosa che ha comportato che i compagni di classe lo prendessero impietosamente in giro per la pronuncia in italiano. A volte mi domando perchè i bambini siano così cattivi…
La maestra, conoscendo la facilità della nana grande nel creare e gestire rapporti sociali, ha pensato bene di “affidare” BJ, il nuovo compagno, alle sue cure. In altre parole, ora sono compagni di banco. Solo che BJ è un bambino vulcanico, chiede baci a mia figlia in cambio dei suoi stickers (mica scemo…), racconta della sua vita in Canada, interrompe la maestra continuamente per chiedere spiegazioni. Viene chiaramente da un’altra cultura. Difficile non farsi trascinare dalla curiosità; io stessa, al posto della nana, probabilmente avrei ceduto.
Ed ecco che, dopo qualche richiamo, è arrivata la nota. Giusta, giustissima, e in qualche misura attesa e scontata.
Il racconto della nana è stato sincero; me lo ha confermato la maestra stessa il mattino dopo. Io ho ascoltato e poi le ho detto: la maestra ti ha scritto questa nota per invitarti a riflettere sul tuo comportamento. Non vuole essere una sgridata da parte sua, nè io ritengo di doverti sgridare, però ti dico: hai pensato a come dev’essere stato difficile per la maestra fare lezione mentre tu parlavi tutto il tempo con BJ? Ti sei resa conto che comportarsi così è scortese? E’ molto bello che tu l’abbia accolto come amico, però non bisogna esagerare, d’accordo?
Ha annuito e anche il giorno dopo mi ha detto di essere dispiaciuta di essersi comportata male. 
Non ci sono state ulteriori note, nè la maestra mi ha segnalato mancanze nel comportamento della nana, quindi credo che questa nota di sia risolta in un momento di crescita e riflessione. Spero di essere riuscita a mostrarle la reazione giusta, non drammatica ma nemmeno tendente a svalutare l’accaduto.
Poi Bj resta sempre un personaggio sui generis… non vedo l’ora di scoprire come arriverà mascherato alla festa della nana!!

Tutorial: costume da zucca di Halloween

Prima che sia troppo tardi per poterlo realizzare ci tengo a postarvi il tutorial del costume da zucca che ho confezionato per la nana piccola, che oggi ha la festa di Halloween (anzi, come dice lei, di Aulin) all’asilo.
Per realizzare questo costume occorre:

Pannolenci arancio, più un piccolo pezzo in nero, cotone da uncinetto giallo, nastro di cotone verde, un pezzetto di elastico lungo circa 45cm. Per sotto la zucca, maglietta e calze arancio, ma andrebbero bene anche verdi,  nere o marroncine.

La parte più difficile è preparare i pezzi di panno arancione da assemblare. Misurate il giropetto della vostra modella: la mia, abbondando un pochino, ha 57 cm. Prendete poi la misura da sotto le ascelle a sotto il ginocchio, dove il fondo del costume arriverà. 
Ora dovete tagliare il panno in spicchi dai bordi curvi. Come vedete nella foto, gli spicchi somigliano a quelli che otterreste aprendo un mappamondo. Il lato piccolo in alto ha la misura del girovita, approssimato per eccesso, diviso per un numero di volte corrispondente a quanti spicchi intendete fare: io ne ho preparato 7, e dunque ogni lato è di 9 cm.
Il lato più lungo in basso corrisponde alla misura del lato piccolo aumentata di un paio di cm per parte. Le due linee curve uniscono gli estremi dei lati.
Unite gli spicchi tra loro usando un ago grosso con del cotone da uncinetto in tinta, mettendo diritto contro diritto, e cucendo con punto festone. Se non sapete fare il punto festone, fate come me: esistono degli ottimi tutorial su youtube, che vi mostreranno come realizzarlo. Magari cercate di fare dei punti un po’ più regolari dei miei… Non cucite ancora gli ultimi due lati, in modo da avere la circonferenza della zucca aperta.
A parte preparate i lineamenti della zucca, ritagliandoli dal panno nero: due sagome simili ad un 6 per gli occhi, una mezzaluna per il sorriso, ricavando poi lo spazio dei denti, infine le sopracciglia e un triangolo per il naso 
A questo punto create delle piccole pence sul centro del lato lungo degli spicchi, in modo da accentuare la forma sferica della zucca: guardando la prima foto si nota l’impuntura in basso nello spicchio a destra.
In alto, invece, rivoltate il bordo di qualche cm verso l’interno, cucite e passate l’elastico nel canale che avete creato, tirandolo quanto necessario perchè indossato sia confortevole (dipende da quanto è secca la vostra nana… la mia parecchio).
Adesso realizzate le bretelle del vestito, usando il nastro di cotone verde: misurate la distanza tra il bordo anteriore e quello posteriore, dopo aver fatto indossare l’abito alla modella; tagliate il nastro di alcuni cm più lungo di questa misura, e cucite le estremità internamente al bordo in cui passa l’elastico.
Infine, unite gli ultimi due bordi in modo da chiudere la sfera, lasciandoli però aperti per gli ultimi 10 cm, in modo da infilare l’abito più comodamente.
Calze, maglia e il copricapo che vi ho mostrato qualche post fa completano l’insieme.
Buon divertimento! 

Una storia… vera

La sua mente continuava a rimandare in loop le immagini della serata, e il cuore non voleva saperne di smettere di battere a mille. Impensabile prendere sonno. Si alzò, scaldò un po’ d’acqua per una camomilla, si sedette sul divano nella stanza buia, la tazza fumante tra le mani.
Era successo in fretta. Arrivata alla sala prevista per la premiazione, aveva preso posto in terza fila, raccogliendo dalla sedia il programma della serata, preparato per ogni ospite. Non era ancora completamente seduta che aveva visto il proprio nome in cima alla lista dei premiati. Rilesse cento volte il contenuto del cartoncino: sezione racconti, 1° classificato “Salto di paradigma”. E il suo nome accanto.
E così, prima ancora che iniziasse la serata, il mistero di chi  dovesse essere premiato era stato svelato, con sua grande sorpresa e soddisfazione. Imbarazzo anche. Confusione. E la sua onnipresente razionalità che emergeva come un grillo parlante a dire frasi del tipo: beh, magari hanno partecipato in 3, e la giuria ha premiato il meno peggio!
“Zitta, coscienza!” Intimò. “Lasciami godere questo successo, per quanto piccolo sia, senza rovinare tutto come tuo solito”.
Il grillo parlante si ritirò mesto nella sua tana, aspettando la notte per venire fuori nuovamente.
La giuria aveva premiato i terzi classificati, sezione poesia e sezione racconti, poi i secondi, poi il primo tra i poeti. Poi, dopo un tempo che era sembrato lunghissimo, era giunto il suo turno di sedersi sulla poltroncina di pelle bianca. Come una scrittrice vera.
Lei, che per lavoro organizzava eventi culturali, lei che metteva in piedi rassegne letterarie, per una volta era seduta dall’altra parte del tavolo. E qualcuno era interessato a sapere come mai aveva scritto di quel tema, e se aveva intenzione di continuare, e che consiglio poteva dare a chi desiderava cimentarsi nella scrittura.
“Consigli, io?”. Le venne quasi da ridere. Non riteneva di poter insegnare niente a nessuno, e quel momento di celebrità le sembrava sproporzionato. Un attore lesse la parte inziale del suo racconto, e gli ospiti applaudirono. Era strano sentire le proprie parole lette da qualcun altro, non più solo sue ma proiettate verso il mondo come aeroplanini di carta.  
Ci furono complimenti e strette di mano fuori onda. Domande sulla sua vita e sulla commistione tra realtà e narrazione. Richieste di poter leggere qualcos’altro, di sapere di più, di ritrovare un sapore, un’impressione, un’idea.
Andò via tra i primi, frastornata. Le sue bambine la aspettavano a casa, ignare di come avesse trascorso la serata. Le mise a letto senza far parola dell’evento, poi andò a letto anche lei.
Ma continuava a rigirarsi tra le lenzuola, a rivedere i momenti, ad emozionarsi di nuovo, mentre il grillo parlante la tirava metaforicamente per la giacca, imponendole di guardare alla cosa sotto la giusta prospettiva. Passò così la nottata.
Quindi, scusatemi, se oggi sono morta di sonno.

La sindrome della lumaca

Dicono che le donne abbiano il vizio di portarsi dietro di tutto, per questo le maxi bags vanno tanto di moda.
Dicono che sia dovuto al fatto che le donne ci tengono ad essere impeccabili in ogni momento, e via di make up, spazzola, spazzolino da denti, chewing gum…
Dicono che sia un modo per sentirsi rassicurate. E questo spiegherebbe perchè nelle loro borse c’è sempre un libro per le attese, una pashmina per i cambi di temperatura, un mini kit di pronto soccorso per le emergenze, una compressa contro il mal di testa per quei giorni, un’agendina e due cellulari.
E vabbè. Io non faccio eccezione. Ma a quanto pare nemmeno la nana piccola.
Ieri nel suo zainetto dell’asilo ho trovato:
  • una formina del mare a forma di mano;
  • un mio vecchio quaderno con esercizi di francese;
  • un album da colorare;
  • 3 paia di mutande (sue);
  • una collezione di minuscoli pupazzetti di Hello Kitty;
  • 2 palline di plastica del diametro di 2 cm, pericolosissime;
  • un dado;
  • alcune palline di carta che provenivano dall’interno delle sue scarpe nuove;
  • un sacchetto di stoffa per riporre le collane;
  • un paio di guanti;
  • pastelli a cera;
  • 3 foglie secche mezzo sbriciolate…
e mi pare sia tutto. Direi che posso fare con sicurezza una diagnosi: ha la sindrome della lumaca, ovvero quella di chi si porta dietro mezza casa, perchè “non si sa mai, potrebbe servirmi”. E infatti, alla mia domanda su cosa se ne facesse ad esempio di una formina per la sabbia, ha risposto: “lassala, è mia di ccuola!”
Ora io vorrei farvi solo una domanda:
Che faccia avrà fatto maestra Eli quando ha aperto il suo zainetto? Cosa può aver pensato della madre di una bambina che arriva a scuola con quell’accozzaglia nella borsa??
Stamattina ho avuto l’impressione che mi guardasse in modo strano…

I mille nomi dell’amore

Vi avverto: questo è un post melenso. E sdolcinato.
Perchè sono rintanata in casa con la febbre, da sola, e non sono abituata a stare senza le nanette fino a sera. Loro sono la mia droga, e dopo poche ore ogni fibra del mio corpo grida la crisi d’astinenza.
E i mille nomi con cui le apostrofo sono come una litania che mi ripeto.
Princis… la mattina al risveglio, quando i capelli sono arruffati e i sogni della notte riempiono ancora i loro occhi di immagini, ma già si accucciano fiduciose sul mio petto.
Nanetta n.1 e Nanetta n.2 quando le sollecito a fare la colazione, a lavarsi i denti, a indossare i calzini. Perchè si danno arie da signorine grandi, e poi scopro che le ho mandate a mettersi le scarpe, loro si sono distratte, e le trovo che giocano coi Mini Pony. Eh, sono proprio nanette!
Streghette… quando torno dall’ufficio e mi saltano al collo ridendo e parlando in contemporanea delle mille piccole cose successe la mattina.
Strichiponzia e Strichipina, rispettivamente la nana grande e la piccola, quando fanno un po’ le capricciose. Perchè “Strichiponzia”, nella mia immaginazione, è come la principessa di Voglio due compleanni!: non ne ha mai abbastanza.
Sciù bisciù (da pronunciare alla francese)…quando le devo blandire e consolare. Perchè scivola sulla lingua come una carezza su una guancia bagnata di lacrime.
Mini – solo la nana piccola – perchè nasce da una storpiatura del suo nome e perchè rispecchia il suo essere sempre troppo piccola rispetto alle curve di crescita (fuck ‘em!). E’ Mini quando le cadono i pantaloni e io ho dimenticato di metterle le bretelle, Mini quando i polpaccetti le ballano negli stivaletti troppo larghi che vorrebbe le comprassi. Mini quando continuo a metterle le stesse tute di quando aveva un anno. E ne sta per compiere tre. Mini quando mi dice: ho bisogno di coccoline, mi prendi un po’ in braccio?
Corradina – solo la nana grande – quando mi guarda coi suoi occhi nerissimi, con lo stesso identico sguardo del padre, e non capisco se sia molto seria o mi stia prendendo in giro. Corradina quando corre dietro al pallone, quando arrota la erre, quando la abbraccio e mi dice: mi fai caldo! Ma poi viene a chiedermi i bacetti.
E mille altri, che mi vengon sul momento.
Infine solo Anita e Carolina, ogni notte, quando le raccomando al Cielo, che le conservi sempre così.

Cerchietto da zucca di Halloween

A casa nostra fervono i preparativi per Halloween.
Un po’ perchè per noi ogni occasione è buona per festeggiare e di conseguenza decorare, un po’ perchè la nana grande compie gli anni pochi giorni dopo, e quest’anno ha deciso che vuole anticipare la sua festa, in modo da poter fare una festa in tema Halloween.
Oggi abbiamo preparato un cerchietto – acconciatura per la nana piccola, che si vestirà da zucca.

Qui di seguito vi spiego come l’abbiamo realizzato, e con il mio post partecipo anche all’Halloween contest di Mammafelice.
Per realizzare questo lavoretto occorre un cerchietto semplice di plastica, di quelli che si trovano anche ad 1€ sulle bancarelle, del nastro di raso, del cordoncino in seta, tessuto arancio e verde.

Per prima cosa bisogna foderare il cerchietto con il nastro di raso, avvolgendolo intorno e fissandolo con piccoli  punti “di sutura”. Lasciate un paio di centimetri oltre l’estremità, come si vede nella foto.

Usate un nastro alto 2,5 cm per ricoprire tutto un cerchietto largo 0,5  

Terminato di ricoprire il cerchietto, ripiegate due volte su se stesse le estremità libere e cucitele alla fodera già applicata, in modo che dove le punte del cerchietto toccano la testa vi sia come una piccola imbottitura.

Passate poi alla decorazione vera e propria. Dal tessuto arancione ritagliate un ovale dal bordo zig-zagato, come se fosse il coperchio della zucca. Arricciate leggermente il centro e fissate con qualche punto.
 Create delle foglie ritagliandone la sagoma dal tessuto verde; io ho usato il panno perchè non richiede di essere orlato ed ha un buono spessore. Per realizzare le nervature e il gambo applicate il cordoncino di seta verde con piccolissimi punti. Attenzione: il cordoncino di seta si sfilaccia molto facilmente; consiglio di fare un nodino alle due estremità.

Realizzate due foglie dal gambo di lunghezza differente, e fissate una estremità del gambo al centro dell’ovale arancione, che avevate precedentemente arricciato.
Cucite il tutto al cerchietto.

End result

Consumi critici. Che attrezzatura serve davvero per il bambino?

Vi ripropongo il mio articolo in tema di consumi critici, uscito su di un altro sito tempo fa. Spero possa esservi utile e aspetto i vostri commenti!

Mio caro bebè, quanto mi costi! I genitori di oggi sono giustamente spaventati dai costi legati all’avere un figlio e anche dalla mole degli oggetti che un bebè pur piccolissimo porta inevitabilmente con sé. Ovetto, carrozzina, fasciatoio, culla, lettino, seggiolone e seggiolini vari, solo per citare gli accessori più comuni e indispensabili… Ma servono davvero tutti questi oggetti? E davvero aiutano a facilitare la nostra vita col bambino? Lo avete già capito: sono del parere che la maggior parte di essi non sia affatto indispensabile, o che, quantomeno, si possa risparmiare parecchio quando si decide di acquistarli.
Vogliamo iniziare, ad esempio, dal fasciatoio? Monumento in plastica e metallo, campeggia nelle nostre stanze da bagno, costringendoci a gimkane tra la vasca e il lavandino; oppure, nella versione cassettiera in legno con vaschetta, diventa complemento d’arredo nelle camerette nuove di zecca. Il fasciatoio svolge due funzioni: permettere di cambiare il bebè e di fargli il bagnetto. E dove altro si potrebbe cambiare il pannolino al vostro cucciolo? Scatenate la fantasia, qualsiasi piano può andare bene! Un letto, un tavolo, una larga mensola, un mobile, opportunamente attrezzati, possono diventare un comodo fasciatoio, integrato nell’abitazione senza rubare spazio. Nella mia prima casa, ad esempio, io ho utilizzato il piano della lavatrice, che nel bagno era comodamente posizionata di fronte al lavandino e di fianco alla vasca. Ho realizzato un morbidissimo cuscino quadrato, dotato di fodere di cotone intercambiabili, che forniva la necessaria imbottitura per un piano altrimenti rigido e scomodo. Una mensola al di sopra del piano della lavatrice accoglieva tutti i prodotti necessari al cambio, pannolini, crema, salviette, detergenti. Nella casa in cui ci siamo in seguito trasferiti, il ruolo del fasciatoio è stato svolto in un primo periodo da un letto per gli ospiti, sul quale provvedevo a stendere una cerata con un lato di morbida spugna, e in un secondo momento da una normale cassettiera in legno, con piano sufficientemente grande, sempre coperta da un cuscino imbottito. Per avere tutti i prodotti ordinatamente a portata di mano ho predisposto uno di quei graziosi porta tutto di stoffa, dotati di molte tasche, che si appendono al muro. Per fare il bagno ho preferito sempre utilizzare una vaschetta con piedi richiudibili, che tenevo dentro la vasca da bagno e tiravo fuori solo al momento delle abluzioni, in modo che non mi rubasse spazio.
I primi mesi il bambino passa la maggior parte del tempo sdraiato, ed ecco che le case produttrici ci bombardano con la necessità di disporre di un arsenale di mezzi di trasporto per neonati: bisognerebbe avere un garage degno di un collezionista d’auto d’epoca per alloggiare tutti questi strumenti!
Veniamo ad esempio alla carrozzina, al passeggino e alla culla. Metto insieme questi 3 oggetti perché in parte svolgono le stesse funzioni. Oggi esistono bellissimi passeggini omologati per l’uso dalla nascita, che permettono di trasportare il bambino fin dai primi giorni. Non solo, sono anche molto più leggeri di quelli tradizionali. Se la mia prima figlia ha viaggiato su una carrozzina che pesava 13 kg scarica, la seconda ha usato un passeggino che ne pesava 5. E la mia schiena ha detto grazie! Al secondo giro, quindi, la carrozzina è rimasta perennemente in casa e ha preso il posto della romantica ma ingombrante culla di vimini, consentendomi di spostare la piccina da una stanza all’altra e di farla partecipare maggiormente alla vita di famiglia.
Se non vi piace l’idea di usare la carrozzina per far dormire il bambino, non è indispensabile comunque avere una culla: il lettino, con le sbarre o pieghevole, potrà andare benissimo da subito. Tuttavia i neonati gradiscono molto la sensazione di contenimento fisico che deriva dallo stare “raccolti” nella culla, come se fossero tra le braccia della mamma; pertanto è possibile ridurre l’ampiezza del letto o con gli appositi riduttori, oppure con altri piccoli trucchi a costo zero. Una coperta arrotolata ripiegata ad U risolverà il problema, così come anche il cuscino da allattamento, che potrete togliere dal lettino al momento dell’utilizzo.
Se proprio volete comprare tutto, ma proprio tutto quello che ho incluso in questa lista, potreste in primo luogo rivolgervi ai negozi di usato per bambini: culle e carrozzine infatti vengono usate per così poco tempo da restare praticamente nuove, e quindi poter essere comprate a prezzi assolutamente ragionevoli in condizioni ottime. Se l’idea di un oggetto usato da persone che non conoscete vi lascia perplesse, sappiate che ogni accessorio viene accuratamente pulito, igienizzato e sterilizzato prima di essere messo in vendita. Un discorso un po’ a parte meritano i seggiolini auto, dal momento che con l’utilizzo e la consunzione possono perdere in sicurezza: di conseguenza mi sento di dire che in questo caso sia meglio acquistare il nuovo. Sempre, naturalmente, che non possiate beneficiare di un amico, un fratello che presti quanto vi serve e garantisca sull’affidabilità dell’oggetto in questione. Se proprio dovete acquistare, fatelo con intelligenza: sui siti di e-commerce potrete trovare rivenditori sicuri che praticano prezzi molto bassi e forniscono prodotti in linea con le norme di sicurezza UE. Oggi, inoltre, esistono seggiolini evolutivi, utilizzabili dalla nascita in poi, che con poche regolazioni seguono la crescita del bambino fino ai 22 kg, evitando di dover ricomprare il seggiolino più o meno ogni anno.
Che dire poi del seggiolone? La scelta del seggiolone è legata a mio avviso al tipo di svezzamento che vogliamo realizzare: se decidiamo di iniziare a 4 mesi, con un neonato che ancora non regge la schiena autonomamente, dovremo dotarci di un modello con schienale alto, possibilmente reclinabile e imbottito. Qualcosa di simile ad un infant seat, o dondolino, o sdraietta che dir si voglia. E allora, perché non somministrare le prime merende proprio sul dondolino? Dai 6-7 mesi del bambino poi è possibile scegliere tra più opzioni: una buona scelta, ad esempio, può essere quella di acquistare una di quelle belle sedie evolutive in legno (ve ne sono sia di prodotte in Italia che all’estero), che accompagnano il bambino fino all’età adulta ed essendo prodotte con materiali naturali sono più rispettose dell’ambiente ed esteticamente più gradevoli. Un’altra soluzione intelligente può essere di dotarsi di uno di quei rialzi da sedia con schienale e vassoietto amovibile: si adattano ad ogni sedia, sono regolabili in altezza, e quando uscite per andare al ristorante possono venire con voi. In questo modo l’ingombro del seggiolone risulta minimo, in entrambi i casi quello di una normale sedia, e vi è l’enorme vantaggio di poter mettere il bambino a tavola col resto della famiglia.
Possiamo andare ancora avanti, ad esempio citando lo sterilizzatore, di cui esistono numerose versioni. Io trovo molto comoda quella da microonde, che occupa poco spazio ed utilizza il vapore come mezzo. Ma non disprezzo nemmeno un bel pentolone di acqua bollente, che uccide ogni germe. Finito l’uso, la pentola ritroverà la sua normale funzione. Questo discorso può essere applicato alla maggior parte degli articoli di puericultura disponibili sul mercato: posate in silicone (?), seggiolini in plastica per tenere fermo il bambino durante il bagno, termometri per la temperatura della vasca e così via. Un post a parte meritano i giocattoli e gli strumenti educativi, mentre dei pannolini ho già parlato in un precedente articolo. La mia idea è che la maggior parte degli accessori di puericultura pesante e leggera siano superflui, comodamente sostituibili da oggetti che già possediamo nelle nostre case. Se questo non è possibile, possiamo comunque richiederli in prestito ad amici o parenti, ed in alternativa acquistarli usati in tutta sicurezza. L’importante è osservare le pubblicità e ascoltare i consigli che ci vengono offerti con atteggiamento critico e mettere,  nella gestione dei nostri figli, un po’ di sana creatività!

Ancora in tema di libri per bambini

Quando ho pubblicato il mio precedente articolo sui più bei libri per bambini qui sul blog ma anche su facebook è nata una piacevole discussione con altre mamme, nel corso della quale ci siamo scambiate idee e pareri in tema di letteratura per bambini.

Ho notato che una collana di libri gettonatissima è quella del Battello a Vapore, in particolare la Serie Arcobaleno: dei nostri preferiti di questa serie vorrei parlarvi oggi.

Mamma nastrino. Papà Luna.
Di Emanuela Nava
Due libri in uno, perchè una storia inizia nella prima pagina, un’altra nell’ultima, e si incontrano nel mezzo. La pagina centrale ha un grande disegno che si può guardare in entrambi i versi, e che fa da legame tra le due storie, una dedicata al rapporto tra la mamma e il suo bambino, l’altra al legame padre figlio. Due storie poetiche, che possono essere utili per spiegare ai nostri figli che mamma e papà, anche quando non sono fisicamente presenti, pensano sempre a loro.

Supermamma.
Di Anna Lavatelli
Questo, lo ammetto, l’ho comparto per vanità: quale mamma non vorrebbe avere poteri da supereroina? Mi è capitato più volte di dire alla nana grande, che si stupiva di essere stata colta in flagrante durante una monelleria, e mi chiedeva ingenuamente
“Ma come hai fatto ad accorgertene?”
“Non lo sai che le mamme hanno dei superpoteri? Io mi accorgo se tu fai cose vietate anche quando non sono lì con te”.
Ecco, questo libro racconta di come i nostri figli ci vedono: le più belle, le più intelligenti, le più capaci e straordinarie in ogni occasione. E anche, all’occorrenza, le più severe, capaci di infliggere non dei castighi, ma dei super-castighi.
Un libro per quando come madri vi sentite delle inette.

La maestra ha perso la pazienza!
Di Erminia dell’Oro.
Un giorno la maestra perde la pazienza. La perde come se fosse un fazzoletto smarrito, e non avendone più, decide di non raccontare più storie ai suoi piccoli alunni, che sono stati troppo, troppo chiassosi. I bambini, preoccupati, si mettono a cercare ovunque la pazienza della maestra, senza successo. Mogi mogi tornano in classe ed è proprio allora, quando si siedono mestamente e silenziosamente ai loro banchi, che la maestra ritrova la sua pazienza come per magia.
Un libro utile per insegnare ai nostri figli a vedere il punto di vista degli altri e a rispettarlo

Il paiolo di Artemisia
Di Roberto Pavanello
Dulcis in fundo,  il mio preferito. Perchè è un libro che tratta, in modo ironico e delicato, il tema della diversità del singolo rispetto al gruppo cui appartiene, del pregiudizio e del senso di solitudine di chi si sente diverso. Ma non solo, mi piace anche perchè affida le sorti della storia al magico potere terapeutico del buon cibo, di ciò che viene cucinato con amore per gli altri. Perchè cucinando con il cuore riusciamo perfino a far diventare buone le streghe più inacidite!

Piccole saponette fatte in casa

Ieri pomeriggio avevamo poco tempo a disposizione ma molta voglia di fare qualche lavoretto divertente.
Le saponette profumate, per i cassetti dell’armadio ma anche per lavarsi le mani in allegria, sono state la nostra scelta.

Occorrente: Glicerina solida, coloranti per alimenti, essenze naturali, formine in plastica o silicone, bicchieri di carta.

In un bicchiere di carta mettere la glicerina tagliata a pezzetti e far sciogliere al microonde: bastano 30 secondi a 180w. Una volta che la glicerina è diventata fluida aggiungere qualche goccia di essenza: noi abbiamo scelto un’essenza di lavanda biologica, intensa e rilassante.
Subito dopo aggiungere qualche goccia di colorante alimentare; noi abbiamo fatto l’arancio, il viola e un verde petrolio, nato dal miscuglio degli altri residui.
Versare subito nelle formine e poi attendere almeno un’ora che la glicerina si solidifichi raffreddandosi. Staccare dalle formine e utilizzare!
Se volete regalarle, confezionatele in piccoli cestinetti avvolti in quella plastica trasparente che usano i fioristi, legata magari con un nastrino in tinta.

Blogstorming: come spiegarlo ai bambini

Per una volta, cercherò di essere seria. 

Ci provo.
E’ che ho deciso di partecipare con questo post al blogstorming di questo mese proposto da genitoricrescono: “Come spiegarlo ai bambini”. Se vi va, vedetevi l’articolo  introduttivo pubblicato sul loro sito: è davvero molto interessante.
Dovete sapere che la mia nana grande è campionessa mondiale di domande imbarazzanti, fin da quando aveva un paio d’anni e ancora non sapeva nemmeno come formularle. Dal perchè il nonno e la nonna non vivono più insieme, a che fine ha fatto il cane del vicino, a come mai ci sono persone vestite di stracci per strada che non hanno da mangiare, a perchè, infine, il Signore permette che i bambini restino senza la mamma.
Prima di diventare mamma mi sono ripromessa che avrei cercato di dire sempre la verità ai miei figli. Un po’ perchè credo che i bambini meritino profondo rispetto e prenderli in giro raccontando loro delle frottole, sebbene con la lodevole intenzione di proteggerli dalle brutture del mondo, sia una mancanza di riguardo inaccettabile. Un po’ perchè mento malissimo, e quando ci provo non ricordo mai cosa ho detto a chi, con esiti disastrosi ad alto tasso di imbarazzo. 
Dunque mi restava solo la strada della verità, che però non è per niente rettilinea. Perchè la verità si può presentare in molti modi. Perchè i toni che usiamo, le sfumature che diamo alle nostre parole, cambiano radicalmente il messaggio che giunge ai nostri figli. 
E qui sta, a mio avviso, la difficoltà maggiore: possiamo decidere ad esempio di non dire ai nostri figli che i bambini li porta la cicogna, ma dobbiamo poi valutare come spiegare loro la dinamica del concepimento. In questo credo che un aspetto da considerare con estrema attenzione sia l’età del bambino, e il suo grado di maturità rispetto all’età: alla nana grande, quasi 6 anni, non spiego le cose nella stessa maniera che utilizzo per la nana piccola, quasi 3. Mi sembrerebbe di offendere la sua intelligenza e sensibilità. Ma evito anche di dare messaggi contrastanti tra loro, perchè non voglio che si ingeneri confusione nelle mie figlie. 
Ci sono argomenti, come la morte, che sono difficili da affrontare, spesso perchè quando nostro figlio la incontra per la prima volta ne siamo ovviamente toccati anche noi nel profondo, e diventa molto faticoso mantenere la lucidità necessaria a spiegare come mai un nostro caro non c’è più. Nell’ultimo anno nella nostra famiglia sono venuti a mancare il centenario bisnonno e la nostra adorata cagnetta, a distanza di un mese esatto l’uno dall’altra. Inevitabili sono state le domande, difficili e dolorose le risposte. Perchè non è detto che agli occhi di un bambino la morte del cane “valga meno” di quella del burbero bisnonno. 
Non so come voi vi regoliate, e mi piacerebbe sentire le vostre opinioni in merito, ma in queste situazioni io non mi vergogno di versare qualche lacrima davanti alle nanette, ed incoraggio le loro. Credo che stimolarle a reprimere i loro sentimenti sia altamente dannoso, e sono anche del parere che sia bene che i figli sappiano che perfino i genitori possono essere tristi. Stanchi. Sconsolati. 
E’ umano. 
L’importante è che il dolore sia espresso con compostezza da parte degli adulti, e che il bambino veda che la mamma cerca di reagire, non abbandonandosi all’onda dei sentimenti. Vi dirò di più: abbiamo portato le nanette al funerale del bisnonno. Abbiamo spiegato loro con dolcezza che il suo corpo riposava nella bara e che la sua anima era volata in cielo, accompagnata da un angelo del Signore. Siamo una famiglie credente e per noi questa non è una finzione, davvero pensiamo che la sua anima sia in Paradiso, dove finalmente non è più prigioniera di un corpo che negli ultimi tempi era diventato sempre più disubbidiente. Anzi, l’anima di Nonno, adesso, porta a passeggio lo spirito fedele di Lolita, e insieme si fanno compagnia. La nana grande ha voluto infatti essere presente alla sepoltura del cane, avvenuta nella casa di campagna. In segno di commiato, ha deposto nella tomba della boxerina una palla da tennis e un tenero bigliettino scritto da lei. Prima di quel momento le abbiamo spiegato che in giardino ci sarebbe stato il suo corpo – che aveva una malattia terribile che la faceva soffrire molto – ma che il suo spirito era volato nel paradiso dei cagnolini, e ora, finalmente, non stava più male. Quando tuo figlio vede il suo beniamino soffrire per diversi giorni, credo sia sbagliato mentirgli e fargli credere che “è andato a fare una vacanza” o “è ancora all’ospedale dei cani”: è solo un modo per rimandare le risposte. E i nostri figli sono molto più sensibili di quanto non crediamo, non ci perdoneranno facilmente la bugia. 
La morte di un cane gravemente malato, quella di un bisnonno ultracentenario però, per quanto dolorose, rientrano nella natura delle cose, e credo possano essere spiegate ai nostri figli con un po’ di tatto e senza grossi traumi. Pur nella tristezza riescono a comprendere la logica della cosa, e farsene una ragione. 
Diverso è quando le domande riguardano le ingiustizie della vita: perchè ci sono bambini che non hanno da mangiare, perchè anche i bambini muoiono, perchè ci sono persone che sono nate con una malattia invalidante. Anche qui, credo sia giusto cercare le parole migliori per spiegare come stanno le cose. E’ vero, la vita a volte è triste. Non sempre le cose vanno come dovrebbero, come le pubblicità delle famiglie felici vogliono indurci a credere. Ma se siamo preparati potremo affrontare meglio le avversità. Ed è anche educativo rendersi conto che spesso la normalità è una fortuna, imparando ad apprezzarla e ad avere compassione per i meno fortunati. 
Non voglio assolutamente instillare nelle mie figlie un senso di instabilità, la paura che da un momento all’altro possa accadere, a loro o a me, qualcosa di terribile, però credo sia giusto che sappiano che certe cose ci sono. A volte lontane da noi, a volte più vicine di quanto pensiamo. Una sorella di mio marito è disabile, e questa realtà è vissuta dalle nane, specie dalla grande che ha compreso la situazione, con la massima naturalezza: siamo tutti diversi, ed è quindi possibile che qualcuno resti bambino nell’animo anche a 40anni, o qualcun altro invece abbia bisogno della carrozzella per camminare. 
Altri argomenti invece sono imbarazzanti sotto un diverso profilo, perchè magari attengono al sesso o alle nostre convinzioni politiche, religiose, e così via. Mi capita spesso che la nana grande mi chieda come mai nella famiglia della sua amica esiste una certa abitudine e nella nostra no, determinate cose che a casa nostra sono proibite lì siano invece all’ordine del giorno, oppure vi siano bambini che vanno in chiesa ogni domenica, altri che dicono che Gesù non esiste, altri ancora che pregano Allah. E’ la naturale curiosità dei bambini, il desiderio di scoprire come funziona il mondo per trovare in esso il proprio posto. 

Io credo che la missione dei genitori sia dare ai figli strumenti: strumenti per capire il mondo, strumenti per formarsi le proprie opinioni e diventare, così, persone a tutto tondo. Ali per volare.
Avete presente la famosa frase di Gibran, che i figli sono frecce scoccate verso il cielo? Ecco, io ci credo profondamente (Ogni tanto però, pensando alla mia mammità, mi viene da aggiungere: scoccate “a casaccio”. Ma questa è un’altra storia).
I nostri figli non se ne fanno niente di idee preconfezionate, di classifiche di cose giuste e di cose sbagliate. Di una lavagna divisa a metà con la scritta buoni e cattivi. Hanno bisogno di capire, e sta a noi aiutarli a farlo. 
Ecco, allora, l’importanza della verità: che il mondo è bello perchè è vario e in certe case si può mangiare la pasta con le mani e nella nostra no, ma nella nostra viceversa gli animali sono i benvenuti e in quasi tutte quelle degli amichetti non sono ammessi. Che noi crediamo in Dio e qualche nostro amico si mette a ridere. E l’ambulante di colore che staziona al semaforo vicino a casa, al quale a Pasqua abbiamo portato la colomba, e a Natale abbiamo regalato un orologio, invece crede in Allah. 
E non è populismo il mio, e nemmeno buonismo da 4 soldi: e che ne so io, che le mie credenze sono quelle giuste? E poi, esiste un giusto e uno sbagliato? L’ho detto fin dal primo giorno, che sono una mammadilettante, e non ho la ricetta perfetta.
Ecco, io cerco di trovare le parole, con le mie nane, per spiegare loro che la vita è difficile, qualche volta. E qualche volta ci sorprende. E talvolta, ancora, ha del miracoloso e supera ogni nostra aspettativa. E ognuno di noi deve saper cogliere il bello e il brutto di questa vita, e scegliere, in libertà, che cosa vuole essere.
Ce la farò?

da Il Profeta, di Kahlil Gibran
I vostri figli non sono i vostri figli. 
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa. 
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi, 
E benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri: 
Essi hanno i loro pensieri. 
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno. 
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi: 
La vita procede e non s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere; 
Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco.