Di letterine e errata corrige

– Amore, è ancora troppo presto per scrivere la letterina per Babbo Natale, siamo a novembre! – ho detto io una decina di giorni fa alla nana grande. 
Ma lei è decisamente già entrata nell’atmosfera natalizia, canticchia tutto il giorno White Christmas, con una pronuncia che neanche Noemi Letizia nel pietoso video in cui si cimenta in All I want for Christmas, e non riesce a pensare ad altro. 
Così l’ha voluta compilare. Su un foglio di carta da lettere, gentilmente offerto dalla sottoscritta, ha messo nero su bianco i suoi desiderata: alcune bambole di ultima generazione, di quelle che fanno pipì, popò e ti aiutano nei compiti di matematica, un gatto vero, un paio di scarpe col tacco (?), una casa per le bambole, un carillon. Infine un comodino-libreria tutto per sè da tenere nel soppalco, ormai diventato suo regno e rifugio.
Ha messo la letterina contro il vetro della finestra del salotto, in modo che il folletto postino, di passaggio, la vedesse, ed è andata a letto fiduciosa. Il giorno dopo naturalmente la letterina era stata ritirata, e tutto è andato bene fino a ieri sera, quando sono rientrata a casa con il catalogo di un negozio che e vende giocattoli in legno, belli ed ecologici. Si è portata il catalogo a letto e dopo un po’ è tornata in lacrime in salotto.
– Amore, cosa c’è? Stai male? –
– Guardaaaaaa! Ci sono un sacco di cose che mi piaccionooooo! E adesso come faccioooooo? – ha singhiozzato facendomi vedere il catalogo. In diverse pagine c’era, annotato in penna rossa, “lo voglio!”
– Come fai a far cosa? – ho chiesto
– A correggere la letterinaaaaa e aggiungere le altre coseeee! Uhuhuhuhu! Ormai il folletto l’ha ritirataaaa! – 
-ehm, beh… dunque… potremmo…-
– Lo vediiiii? Lo vedi che non si puòòò? Buhuhuh!-
– aspetta amore, ho avuto un’idea: quando scrivo la mia letterina aggiungo che mi piacerebbe vederti felice con questi altri regali, e li indico, che ne dici?-
– Sniff, sob… va bene, forse così si può fare-
Tranquillizzata è tornata a letto, stringendo il catalogo al petto.
Questi sono gli inconvenienti di credere fermamente nell’esistenza di quel simpaticone di Babbo Natale e in tutta la sua magica organizzazione di folletti postini ed elfi aiutanti.
Ah, volete sapere cosa vuole la nana piccola per Natale?
Un cavallo vero, un gattino e una giraffa. Veri anche loro, naturalmente. Facile, no?

Vivere con lentezza. Facciamo un gioco?

Stamattina leggevo l’ultimo post del mio blog preferito, Enjoying the small things, e mi ha colpito una riflessione dell’autrice, la bravissima Kelle: a prescindere da quanto siamo effettivamente pieni di cose da fare, ci piace da morire dire che siamo “superimpegnati”: quante volte rispondiamo così a chi ci chiede come stiamo? A me, a dire il vero, capita spesso. Negli ultimi 2 anni, complice il cambio di lavoro che ha più che raddoppiato le mie ore di assenza da casa, spessissimo. Ma ammetto che anche prima, nonostante un part-time di 15 ore, mi capitava di frequente di dire quanto fossi piena di cose da fare. Busy. Con una hectic schedule, ovvero una giornata fitta fitta di impegni uno dopo l’altro.
Idem per le mie amiche – non me ne vogliano quelle che mi leggono – ma riprendendo in mano gli ultimi scambi di messaggi mi sono resa conto che la frase che a vicenda ci siamo dette di più è: “sono incasinata“. Con i bimbi, la casa, il lavoro, il cercare di ritagliarsi del tempo per sè e per la coppia. Il coltivare un hobby perchè siamo tutte un po’ creative. Il non abbruttirsi ripiegandosi sulla routine, il che ci spinge ad inzeppare le nostre giornate di settemila cose da fare, cosicchè viviamo come in una lavatrice. Che gira alla massima velocità e ci restituisce un’immagine mossa e sfuocata delle nostre giornate.
Questa è una vera e propria aberrazione: l’uomo non è fatto per questi ritmi. Guardate la natura selvaggia: qual è l’animale che si ammazza di lavoro? Nessuno, tutte le creature alternano giusti periodi di attività intensa ad altri di riposo, nei quali accumulare energie per le giornate a venire. 
E’ che la nostra società è bastarda, e premia chi si bulla di avere così tante cose da fare da essere costretto a sacrificare preziose ore di sonno per cancellare tutte le voci della lista. E’ che è più in alto, nella scala della considerazione sociale, chi si fa venire l’infarto per il superlavoro. Ma anche per il divertimento, perchè il motto è Work hard, play hard.
Ecco, io mi ribello a questo. Fermiamoci! Voglio vivere con lentezza, e faccio questo proposito per le giornate a venire: che siano meno piene di cose, e che quelle che verranno ammesse siano davvero importanti. Poche ma buone. Per assaporarle una ad una e dar loro il giusto valore, di cui spesso ci dimentichiamo. 
Un esempio, banale e illuminante, è la sacralità del ritrovarci tutti e 4, quando mio marito sta lavorando in casa, davanti ad una tazza di the fumante intorno alle 17. Che non sia un the al volo, con dei biscotti confezionati, ma una merenda su un tavolo ben apparecchiato e condita da chiacchiere e coccole. Per sentire che quello è un momento tutto nostro e irrinunciabile, da assaporare dalla prima all’ultima briciola. 
Vi invito a raccogliere la sfida della lentezza, e a pensare ad un’azione, anche piccola, che porterete avanti nelle prossime settimane per riappropriarvi del lento vivere: postatemi nei commenti i vostri suggerimenti.

E se ancora non conoscete lo Slow Movement, che si lega ovviamente al più noto Slow Food, vi consiglio caldamente di leggere un libro che io ho adorato: E vinse la tartaruga, di Carl Honorè, un libro che è l’elogio del vivere lentamente, e ci fa capire come ormai siamo tutti vittime della malattia del tempo, che ci spinge a fare, fare, fare, senza fermarci un secondo a riflettere su CHI siamo.

Una collaborazione e una recensione. Raising happy brothers and sisters

Su questo blog mi piace, ogni tanto, consigliarvi dei libri. Libri per bambini, ma anche libri SUI bambini.
Perchè i nani, purtroppo, arrivano senza il manuale d’istruzioni, e le dolenti note cominciano da subito. Che si tratti di capire come affrontare al meglio le colichette, oppure come gestire l’inserimento all’asilo, la nostra vita di genitori è piena di sfide ed alimenta costanti dubbi: staremo facendo a cosa giusta?
Nel mio tentare di rispondere a questa domanda ho iniziato a costruire una piccola biblioteca sulla mammità. Alcuni acquisti si sono rivelati davvero preziosi, e mi fa piacere condividerli con voi.
Oggi vi parlo di un volume che si intitola Raising happy brothers and sisters, di Jan Parker, interamente dedicato a come favorire la pacifica convivenza tra i bambini, quando gli equilibri del primogenito vengono sconvolti dall’arrivo di un neonato.

Questo libro, a mio avviso, ha quale unico difetto di essere scritto in inglese, il che lo rende non fruibile da tutti, per il resto lo trovo un volume perfetto, perché ha un approccio ampio e completo alla tematica, ed è ricco di suggerimenti pratici.
Si parte dalle primissime battute: il primo incontro con il nuovo arrivato. Non a caso, il capitolo si intitola “Mamma, adesso puoi rimandarla indietro” che, tra le altre cose, è esattamente ciò che disse mio fratello a mia mamma quando lei mi portò a casa dall’ospedale. Aggiungo anche che la frase che seguì fu questa: “è un legnetto? Posso segarla?” Mettendo subito in chiaro quale approccio avrebbe avuto nei miei confronti nelle settimane a venire.
I capitoli che io vi consiglio di non perdere, però, sono il 5° e il 6°, che si occupano del mondo delle emozioni, e ci invitano a guardare ai nostri figli con occhi nuovi. Ho già fatto un cenno a questa parte del libro in un precedente post che riguardava però solo la gestione della rabbia dei nostri figli. I due capitoli partono dal presupposto che i bambini sono tutti diversi, e così i loro pensieri ed emozioni. E’ importante non trattare i figli allo stesso modo ma saper calibrare in base alle età e ai diversi caratteri. I bambini sono tutti speciali, ognuno ha punti di forza e debolezze. Per questo, dare delle etichette è molto pericoloso. Avete presente la teoria della profezia che si autoavvera? Per i bambini vale moltissimo. Dite a vostro figlio che è “sempre disordinato”, oppure “costantemente sgarbato” e state certi che si comporterà in modo da non deludere le vostre aspettative, anche se queste sono negative.
I sentimenti che i piccoli provano sono tutti legittimi. Rabbia, gelosia, delusione, tristezza e perfino odio, sono naturali, specie da parte del primogenito verso il nuovo nato o il genitore. Farlo vergognare di detestare quel fratellino che piange tutto il giorno è profondamente sbagliato. Quante volte ci è capitato di pensare quanto fosse insopportabile il nostro capoufficio o il collega della stanza accanto? Perchè il sentimento di nostro figlio non dovrebbe essere altrettanto valido? L’amore reciproco lo dobbiamo costruire noi e insegnare loro a coltivarlo.
Mai fare confronti tra i figli. Nemmeno quelli più banali, del tipo “hai visto che tua sorella ha finito tutta la minestra e tu sei ancora a metà piatto”?. Io ad esempio devo lavorare proprio su questo, la nana grande non mangia quasi niente e i pasti con lei sono eterni, mentre frattanto la piccola spazzola via primo e secondo come una furia, seppur in porzioni ridotte. Cercare di incitare la sorella maggiore facendo leva sulla competizione viene spontaneo, ma mi rendo conto che è controproducente.
Il 4° capitolo è invece dedicato tutto alla gestione dei conflitti tra fratelli, e un punto fondamentale secondo me è questo: attenzione a non pensare sempre che quello che si comporta male è il fratello maggiore, che invece dovrebbe essere paziente col più piccolo. Essere i più piccoli non è sempre una scusante. Guardando alle mie figlie, ad esempio, mi rendo conto che la nana piccola spesso è un tormento verso la grande, perchè  le tocca tutti i giocattoli, li sposta dopo che lei li ha accuratamente posizionati, li chiede in prestito proprio mentre lei li sta utilizzando… insomma, ci sta che la faccia imbestialire! E se nessun comportamento sbagliato può giustificare una spinta o un pizzicotto, nondimeno la reazione di fastidio appare ai miei occhi giustificata. E’ qui che scatta la necessità dell’allenamento emotivo, su cui vi consiglierò presto un altro libro.
Il libro ci conduce per mano lungo tutto il percorso di costruzione di un rapporto felice tra fratelli, considerando le variabili possibili: diverse differenze d’età, bambini con disabilità, gemelli, divorzi e famiglie allargate, offrendo preziosi spunti concreti.
Da oggi, con questo post, inizio una collaborazione con Amazon Italia, recensendo alcuni libri per voi. La scelta dei volumi e le opinioni espresse nelle recensioni sono interamente mie; tuttavia, se qualcuno decidesse di acquistare il libro che consiglio passando per il link sul mio blog, io beneficerò di una piccola percentuale sulla vendita.

Dire grazie

Oggi, ultimo giovedì di novembre, negli Stati Uniti si festeggia il Thanksgiving, una festa antica che affonda le sue radici nella creazione degli USA, in occasione della quale le famiglie si riuniscono e riflettono sul senso di gratitudine che tutti dovremmo provare nei confronti della vita.
Anche se Thanksgiving non è una celebrazione della tradizionale italiana credo sia bello prendersi cinque minuti per pensare alla nostra vita, e cercare di guardala sotto una prospettiva diversa da quella abituale. E’ un luogo comune quello secondo cui siamo sempre troppo di corsa per fermarci a pensare a quanto abbiamo ricevuto dalla vita, sia che riteniamo che ciò sia un dono divino, sia che pensiamo che tutto accada per caso. Eppure rispecchia la verità.
Fermiamoci un istante, allora, solo per oggi. Guardiamo al bicchiere della nostra esistenza come mezzo pieno anzichè mezzo vuoto. Smettiamo di scorrere mentalmente l’elenco di tutte le cose che ci sono state negate, di quelle che ancora non abbiamo raggiunto, e sentiamoci beati per le mille che invece abbiamo e diamo per scontate.
Inizio io.
Grazie:
– Per il marito speciale, che mi è amico e compagno in ogni giorno del nostro viaggio insieme.
– Per le mie figlie, soprattutto perché sono sane. Durante la seconda gravidanza pareva che la piccolina dovesse avere una grave malattia, quindi dico grazie perché questa dura prova è stata allontanata dal mio cammino.
– Per i miei familiari, perché a volte non ci capiamo, battibecchiamo e perdiamo reciprocamente la pazienza, ma sappiamo che nel momento della difficoltà siamo sempre lì gli uni per gli altri.
– Per le mie amiche speciali, tutte diverse tra loro, tutte unite a me da una affetto solido e duraturo: sono le mie ancore.

– Per il lavoro che ho, perché anche se ne detesto ogni minuto, mi permette di portare un adeguato stipendio a casa, e di questi tempi è una grande fortuna.
– Per le sorprese che ogni tanto la vita mi riserva: perché la realtà talvolta supera la fantasia, scuote le tue convinzioni dalle fondamenta e ti impone di cambiare gli occhiali attraverso cui guardi al mondo.

E voi, per cosa dite grazie?

Piccoli amori. Vintage version

La telenovela in cui vive al momento la nana grande mi ha fatto ricordare del mio primo amore: un ricordo così buffo e tenero che ho pensato di raccontarvelo.
Quando avevo 6-7 anni mi innamorai perdutamente di un giovane studente di medicina che mio padre stava aiutando a preparare la tesi, e che pertanto frequentava la nostra casa. Era bello, bruno, aveva circa 25 anni e mi sorrideva sempre. Io lo guardavo dal basso in alto  – all’epoca ero una nana e non si capisce come poi abbia raggiunto il mt e 74 – e desideravo diventare grande in fretta per poterlo sposare. Ebbene sì, le mie erano mire matrimoniali, d’altro canto era un buon partito, all’epoca studente in medicina ed oggi bravo chirurgo. 
Non ero comunque l’unica ad apprezzarlo; nel corso degli anni ho conosciuto almeno un paio di donne che hanno sospirato per lui, segno che, modestamente, il mio proverbiale buon gusto in fatto di uomini iniziava già a manifestarsi all’epoca. 
Questa mia fantasia è andata avanti per un paio d’anni almeno, in parte alimentata da lui, che era troppo gentile per smontarmi, ed era arrivato addirittura a portarmi un mazzolino di fiori ed una scatola di cioccolatini per San Valentino! Poverino, cercate di capire la sua situazione: dopo la laurea aveva iniziato a lavorare con mio padre, per cui si sentiva costretto a stare al gioco… immagino solo quale imbarazzo potesse provare davanti al suo capo!
Fortunatamente dopo qualche tempo la mia passione è scemata, mentre è rimasto, con il personaggio in questione, un buon rapporto, cresciuto nel tempo. Quando, vent’anni dopo i fatti che vi racconto, ho conosciuto la sua fidanzata, che era una collega medico, le ho svelato subito che lui era stato il mio primo amore, e insieme abbiamo riso molto della cosa. 
Io, comunque, l’ho colto nel momento migliore… oggi si è decisamente imbolsito!!!

Piccoli amori

Ho già parlato del nuovo compagno di classe della nana grande, BJ: genitori canadesi, vive in Italia da tempo ma il suo accento è inequivocabile. Arrivato nella nostra città da un paio di mesi, si è inserito nella nuova classe, dove c’erano già amicizie consolidate dall’anno precedente, non senza difficoltà. In mia figlia ha indubbiamente trovato un’amica, forte delle sue particolarità che ai miei occhi lo rendono irresistibilmente simpatico, ed evidentemente anche ai suoi! Buon sangue non mente…
A quanto pare lui ha apprezzato. Sì, insomma, pare sia innamorato. Così mi ha detto mia figlia, e così mi hanno confermato i genitori di lui, due persone deliziose incontrate alla festa della nana. 
Si dice che lui le dica, ogni tanto: “Come sei bella! Vuoi sposarmi?” e che lei, come si conviene ad una signorina civettuola, rifiuti sempre, alimentando in questo modo la di lui passione. 
L’altro giorno la nana è ritornata da scuola con un bustone di cui ho subito voluto vedere il contenuto: era una casetta per le bambole, a due piani e completa di stanze, evidentemente fatta a mano da un artigiano forse non troppo esperto ma palesemente volenteroso. E innamorato. 
Sul tetto, verniciato di bianco, campeggia un grande cuore rosa.
“Chi ti ha fatto questo regalo?” Chiedo io, ingenuamente.
“BJ” è stata l’ovvia risposta. 
Ho trovato tenero e commuovente che lui abbia dedicato tempo ed energie a costruire, con colori e cartoncino, un regalo per la nana, e perfino che abbia fregato, alla sua sorella più grande, alcuni mobili in miniatura per arredare le stanze. Non mancava neppure una tovaglia ritagliata da un pezzetto di stoffa azzurro, e il copridivano ritagliato dalla medesima stoffa… insomma, una casetta pronta per inventare mille storie e divertirsi per ore! quanti bambini di 7 anni avrebbero dedicato un paio di pomeriggi a costruire questo piccolo capolavoro? mi rammarico che la mia macchina foto sia fuori uso, perchè ve l’avrei davvero voluta mostrare!

Io sono rimasta davvero colpita, e voi che ne pensate?

In giro coi bambini.

Per chi l’avesse perso, ecco il mio post su trucchi e barbatrucchi per uscire indenni da una session di commissioni coi nani.
Al supermercato, al ristorante, alle poste: bambini sì o no? Meglio andare da soli e sbrigarsi più in fretta, o meglio abituare i bambini a stare ovunque? Meglio… entrambe le opzioni. Perché non sempre siamo al meglio, e qualche volta abbiamo bisogno anche di fare una spesa rapida, oppure di gustare una pizza solo in compagnia di amici adulti. Però, se non superiamo la paura di portare i nostri figli ovunque con noi, più crescono e più sarà difficile gestirli al di fuori del contesto domestico e familiare. Sì, allora, alle commissioni con i nostri pargoli, alle uscite serali, e anche ai viaggi. Purchè opportunamente adattati alle esigenze delle piccole pesti.
Ecco alcune regole d’oro per sopravvivere alle trasferte brevi, tutte testate sulla mia pelle di mamma dilettante
  1. Lo dico sempre e lo ripeto allo sfinimento: ignorate per quanto possibile, nei limiti della buona educazione, sguardi e commenti di chi vi circonda: ci sarà SEMPRE qualcuno che ha da ridire sul vostro modo di essere mamma. Sarete invariabilmente troppo severa o troppo rigida con il piccolo, troppo presente o troppo lassista: non si può piacere a tutti, ma voi dovete rendere conto soltanto a voi stesse e alla vostra progenie.
  2. Organizzatevi. Pensate in anticipo alle trasferte e non fatevi trovare impreparate. Approntate un piccolo kit da uscita, utile sia se andate a far la spesa che se siete dirette in un ufficio dove farete la fila, e afferratelo un minuto prima di lasciare casa. Portatevi dietro il giusto, ma non portate il troppo: un borsone pesante soddisferà un’esigenza improvvisa in un caso su un milione, e in tutti gli altri sarà solo un impaccio inutile, che maledirete per tutto il tempo.
  3. Cosa mettere nel “kit di sopravvivenza”: dipende dall’età del bambino e dalle sue inclinazioni. Fondamentale però è che sia un insieme di oggetti che intrattengano il bambino quando voi non potete dedicargli tutta la vostra attenzione: un libretto dalle pagine bianche e una piccola scatola di colori, una lavagnetta cancellabile, un puzzle, una piccola bambola col suo corredino di abiti, una macchinina, perfino i compiti per il giorno dopo possono servire a far stare fermo un bambino irrequieto mentre voi fate la fila! E a volte anche il cibo può servire allo scopo: centellinate un pacchetto di crackers nei momenti di noia.
  4. Non pretendete troppo da vostro figlio: se andate ad un pranzo di nozze della durata di 4 ore, non aspettatevi che un bambino possa stare a tavola per tutto il tempo, non sarebbe umano. Portategli qualcosa da fare, se gli spazi non consentono di alzarsi (vedi il kit di sopravvivenza) oppure consentitegli di lasciare la tavola tra una pietanza e l’altra, a patto che si comporti educatamente e non disturbi gli altri ospiti. Idem se uscite a cena: a un certo punto vostro figlio sarà stanco e dunque nervoso. Cercate di uscire presto e di non far durare le riunioni conviviali troppo a lungo, pena il disagio reciproco.
  5. Coinvolgete i bambini in quello che fate. Fate sentire vostro figlio partecipe della situazione, e non ai margini di essa. Se andate ad es. alle poste, spiegategli tutto quello che fate, fategli prendere il numeretto e ditegli di controllare l’andamento delle chiamate; mostrate i bollettini e approfittate dell’occasione per spiegare come funzionano i servizi postali. Se andate al supermercato, sappiate che anche un bambino di due anni può essere un valido aiutante, e così distolto da incursioni vandaliche nel reparto caramelle. Prima di uscire, disegnategli la lista della spesa, almeno i prodotti che conosce: la bottiglia del latte, le mele, il detersivo, il sacchetto dei biscotti. Una volta arrivati al supermercato, mandatelo a prendere quanto contenuto nella sua lista: si sentirà “grande” e importante e vi aiuterà con orgoglio. In età scolare, scrivete la lista ed esortate vostro figlio a seguirla e a verificare la scadenza di ogni prodotto, prima di riporlo nel carrello. Fatevi aiutare ad imbustare e a consegnare soldi e carte di credito in cassa. Non cadete nella trappola dei capricci finalizzati a farsi comprare qualcosa: se cedete una volta dovrete cedere sempre! Siate invece voi a proporre un piccolo premio al termine della spesa, se si sarà comportato bene, oppure date la possibilità di essere lui a scegliere un prodotto che gradisce, ma solo uno: se vuole lo yogurt con i pezzetti di cioccolato rinuncerà ai biscotti farciti. Se dite un NO, che sia NO: vedrete che in poco tempo non ci saranno più capricci; se mentre impartite questa lezione a vostro figlio, qualcuno vi guarda storto perché lui strilla in mezzo al corridoio “dolci confezionati, crackers e merendine”, rimanete impassibili e andate al punto 1. Proponete premi anche in termini di tempo e attenzioni: “se tu adesso mi accompagni all’anagrafe e ti comporti bene, dopo andiamo mezz’ora al parco”: funziona!
  6. Il vostro motto sia resisto e non desisto: in queste situazioni la costanza indubbiamente viene premiata, e anche bambini chiassosi e irrequieti con pochi accorgimenti diventeranno bravi fanciulli che potranno seguirvi davvero dappertutto, senza mettervi in imbarazzo e con reciproco godimento. E qualche volta, godetevi una serata in pace chiamando la babysitter!

Il bambino routinario

La nana piccola è estremamente ruotinaria. A differenza della nana grande, che si è sempre mostrata flessibile ed adattabile alle diverse situazioni, la piccola vive male ogni cambiamento di routine.
Questa sua caratteristica sta diventando particolarmente evidente con la crescita, nel corso della quale le differenze tra i due caratteri si fanno sempre più palesi. Laddove la prima è indipendente, desiderosa di provare cose nuove, impaziente di scoprire scenari diversi, la seconda trova rassicurazione nel ripetersi dei riti a lei noti, come una coperta di Linus. Vuole conoscere fin dal mattino quale sarà il programma della giornata, e la domenica si sente addirittura scombinata dalla mancanza della scuola, per cui nel giorno di festa la sua domanda, mentre una volta tanto facciamo colazione con calma, è invariabilmente questa: e io con chi devo stare oggi?
Le novità vengono accolte sempre con un minimo di diffidenza; ad esempio quando si tratta di svolgere un’attività di suo gradimento, come andare a giocare da un amichetto, ci va sì volentieri, ma dopo qualche ora richiede di tornare a casa nella sicurezza dell’ambiente domestico. 
Questa necessità di una giornata pianificata e certa trova un suo corollario nell’attaccamento a me: casa dovrebbee sempre fare rima con mamma. E se mamma è in ufficio? Vabbè i surrogati, nonne e zie, ma che mamma torni presto! Il fatto che io manchi comporta spesso piccoli incidenti: una pipì che scappa, un litigio di troppo con la sorella, un capriccio per mangiare; tutti modi, forse, per richiedere più attenzioni.
Io non ero abituata a questo tipo di rapporto, perchè come ho già detto la nana grande ha sempre avuto un alto livello di autonomia e di flessibilità. Con la nana piccola, invece, sto imparando l’importanza che i riti hanno per certi bambini: ad esempio il fatto di sdraiarci insieme dopo pranzo viene atteso come uno dei momenti più importanti della giornata. Idem per il rito del bagno, che lei richiede a gran voce come un momento di coccola e condivisione. 
Certe volte il fatto che lei sia così legata alla routine e non gradisca deviazioni è un po’ una seccatura; per altri aspetti invece diventa uno strumento utile. Ad esempio, non appena entriamo a casa, la nana piccola è abituata a fare le c.d. “procedure”, ovvero togliere le scarpe e riporle, lavare le mani e fare la pipì. Il ripetersi ogni giorno uguale dello stesso banale rito viene considerato come un bel gioco, per cui lei lo compie spontaneamente senza lamentarsi.
Mi piacerebbe sapere come si pongono i vostri figli nei confronti delle novità; le gradiscono come la nana grande oppure sono pantofolai amanti della quiete domestica come la nana piccola? Raccontatemi le vostre esperienze!

La scatola della felicità

Alcuni giorni fa la nana grande ha visto la pubblicità delle inziative di Save the children, una ONLUS che si occupa, attraverso le donazioni volontarie, di salvare i bambini di alcuni Paesi, come Mali e Mozambico, che ogni giorno muoiono per malattie che nel resto del mondo sono ormai diventate banalità facilmente curabili. Save the Children, inoltre, si occupa anche di garantire ai bambini che in alcune aree del mondo vivono in condizione di indigenza, l’accesso all’istruzione, primo gradino di una vita libera dalla schiavitù morale e materiale. Attraverso il loro sito, infine, è anche possibile procedere ad una adozione a distanza, attraverso una contribuzione continuativa che viene destinata ad un bambino in particolare.
La nana grande è rimasta particolarmente impressionata dalla faccenda, e colpita dal fatto che in luoghi seppure lontani vi siano bambini che non hanno il necessario per vivere. Ha chiesto se fosse possibile fare qualcosa per loro, e quando le abbiamo spiegato che è necessario inviare dei soldini, affinchè si acquistino medicine, generi alimentari e attrezzature scolastiche, ha detto di voler mettere da parte, ogni mese, la cifra necessaria.
Inutile dire che siamo stati toccati dal suo slancio empatico verso i meno fortunati, e abbiamo accolto con gioia la sua idea. Durante il pomeriggio abbiamo foderato una scatola di cartone con un’allegra carta colorata, che la nana ha poi decorato, scrivendo sul bordo “Scatola della felicità”.
“Che cosa significa?” Le ho chiesto
“Che grazie ai soldini contenuti in questa scatola un bambino bisognoso potrà trovare la felicità.”
Spero davvero che mia figlia abbia ragione, e che attraverso le monete messe da parte giorno per giorno, assieme alle medicine arrivi a quei bimbi un po’ del nostro calore.

Impatto zero

Alcuni giorni fa sono stata contattata dai responsabili del progetto “il mio blog è CO2 neutral”, un progetto mirato proprio ai blogger, e affiliato al tedesco Iplantatree.org (io pianto un albero), che hanno richiesto la mia collaborazione. Dopo aver approfondito sul loro sito le modalità dell’iniziativa sono stata felice di aderire, esponendo sul mio blog il bannerino che vedete a lato. Da oggi, infatti, il mio blog è ad impatto zero sull’ambiente!
Che cosa significa? Ebbene, sapevate che il tempo speso al pc per la gestione di un blog, attraverso il funzionamento di un server, produce un quantitativo di anidride carbonica pari a circa 3,6 kg/anno, e dunque inquinamento atmosferico? E quale modo migliore di neutralizzare l’anidride carbonica che piantare un albero, antidoto per eccellenza? Considerate che ciascun albero è capace di assorbire, a seconda delle dimensioni, dai 5 ai 10 kg di CO2 all’anno, e che, avendo una vita media di 50 anni, va indubbiamente ad equilibrare i danni prodotti dal funzionamento di un blog.
Se poi l’albero viene piantato in una zona soggetta a riforestazione (in questo caso in Germania, in Sassonia), ecco che il progetto diventa davvero meritevole di presa in considerazione.
Per ogni blogger che accetterà di esporre il banner “blog a impatto zero”, verrà piantato un nuovo albero: un piccolo passo verso una civiltà più consapevole del proprio influsso negativo sull’ambiente.
Questa iniziativa è stata promossa dal sito doveconviene, un sito che si occupa di digitalizzare quei volantini pubblicitari che ogni giorno intasano la nostra cassetta della posta, e di mettere online i cataloghi di negozi e centri commerciali. La trovo una iniziativa estremamente comoda oltre che civile ed intrinsecamente ecologica: pensate a quanta carta verrebbe risparmiata se i volantini fossero solo in forma digitale, e quanto le nostre strade sarebbero più pulite, evitando che i volantini indesiderati venissero gettati via! Doveconviene, quindi, con questa iniziativa destinata ai blogger, si offre di piantare un albero per ogni banner che verrà esposto, in maniera totalmente gratuita.

Se voi che mi leggete possedete un blog o un sito, vi consiglio caldamente di aderire all’iniziativa, bastano pochi minuti per un risultato davvero concreto!