Crescere insieme

Avere due nane talvolta è davvero faticoso. Le mie hanno una differenza d’età di tre anni, e penso che ci siano lati positivi e negativi in ciò. 
So che dovrei dire che tutto è stato ed è meravigliosamente perfetto, ma la verità è che non è affatto così. Il primo anno ad esempio è stato un incubo. Ok, un mezzo incubo.

Devi gestire un inizio di scuola materna con una neonata che non ne vuol sapere di coordinare i suoi orari veglia-sonno con quelli entrata-uscita dall’asilo della sorella maggiore. E così, proprio quando la minore si sta assopendo, è ora di uscire per recuperare la maggiore. Infilare la nana n. 2 nel famigerato tutone è come far passare, biblicamente, il cammello per la cruna dell’ago. Non ce la puoi fare. Lei allarga braccia e gambe in quella che pare un’ottima imitazione della stella marina, con un’unica differenza: la TUA stella marina URLA. E non ti senti nemmeno di biasimarla: chi vorrebbe essere infilato dentro quel coso termico in cui muoversi liberamente è impossibile? Ci metti così tanto tempo a vestirla che quando finalmente arrivi all’asilo, la tua figlia maggiore è in lacrime perchè gli altri bambini sono già andati tutti via. Così finite in lacrime in tre: almeno mal comune fa mezzo gaudio…
E questo è solo un banalissimo esempio degli inizi della doppia mammità .
C’è poi la fase in cui la sorella minore inizia a gironzolare per casa in modalità quadrupedica, arrivando inspiegabilmente ad altezze in teoria incompatibili con il suo estremo livello di nanezza (o nanità? Insomma, è bassa forte!). Questo comporta rovesciamento di giochi appositamente messi in alto dalla sorella maggiore per proteggerli da incursioni, masticazione casuale di pupazzetti di Hello Kitty e piedi di Barbie, smontaggio libero di preziosi libretti cartonati ricchi di simpatiche finestrelle, e così via.
Urla di nuovo, questa volta della sorella maggiore. Possiamo darle torto?
Segue la fase deambulante e parlante, in cui tutti quelli che vengono a casa complimentano la nana n.2 per i suoi evidenti progressi, lasciando in ombra la nana n.1, che si sente vecchia e messa in disparte. Un po’ tipo la prima moglie soppiantata dalla giovane segretaria… Scatta allora la competizione, che a seconda del momento si distingue in: imitazione o presa di distanza. Nel primo caso, la nana grande mostra inspiegabili segni di regressione: gattona, balbetta, si sbrodola mangiando e si aspetta il tuo plauso per tutto ciò. Nel secondo, cerca di far emergere ancora di più il suo lato “adulto”, sdegnando tutte le attività definibili da bambina piccola, salvo poi rivelarsi per ciò che è: una bambina piccola, pure lei.
Ogni età, insomma, ha degli aspetti critici, ma ciò che sto vedendo ultimamente è davvero confortante: con un’età di 6 e 3 anni, le mie nane iniziano a giocare insieme nel vero senso della parola. Organizzano, discutono – talvolta animatamente – eseguono. Costruiscono insieme, cooperando. Non c’è più la bambina grande che gioca e pazientemente intrattiene la sorellina. Stanno diventando due sorelle che giocano insieme.
Quasi alla pari.
Così passano delle buone mezzore di pace e armonia, in cui sentire il loro cicaleccio infantile in sottofondo è confortante quanto una tazza di cioccolata calda (no, vabbè, un po’ di meno della cioccolata!).
Che dire, se non WOW!? Forse che abbiamo scollinato?
Forse questi accenni di primavera mi stanno portando un ingiustificato ottimismo, forse l’arrivo di Mela nella nostra famiglia, che sta portando una gioia immensa, mi confonde le idee, ma ho come la sensazione che giorno dopo giorno, i pezzi del mio puzzle stiano andando a posto, e l’armonioso stare insieme delle mie figlie è uno dei pezzi più importanti.
Adesso scappo, che si stanno accapigliando…
Scherzo, eh. Ma ogni tanto capita davvero.

Dimmi che font usi e ti dirò chi sei

Ditemi che non siete di quelle che, quando aprono un documento di Word, usano il Times New Roman di default.
Vi prego.
Perchè il font che usiamo, secondo me, la dice lunga su chi siamo, e anche su cosa vogliamo comunicare con il nostro scritto. Ci avete mai fatto caso? Chi si occupa di grafica mette particolare attenzione nella scelta dei caratteri, non altrettanto può dirsi per noi “comuni mortali”.
Talvolta, questa trascuratezza può avere effetti tragicomici. Come quella volta che passai una mezza giornata in ospedale, per simpatici esami invasivi che portarono il sadico primario ad una conoscenza dettagliata di tutto il mio apparato digerente. Prima che andassi via, mi tese un foglio diagnosi; lo afferrai e, ancora mezzo sedata, lo scrutai attentamente: era scritto in Comic Sans.
Cioè, mi diagnosticate una colite cronica in Comic Sans?? Secondo voi così è meno rognosa?
Fatemi capire.
Stavate scrivendo la letterina a Babbo Natale e poi avete usato lo stesso font per la mia diagnosi? Un po’ di rispetto, ecchecacchio! Qui c’è in ballo il mio povero colon, mica bruscolini!

Forse è stato da lì che è iniziata la mia avversione per tutti i caratteri fintamente bambineschi. Ce l’ho con Comic, ma non simpatizzo nemmeno per Bopee e Hurry Up. Che già i nomi mi danno l’orticaria.
Ho avuto diverse fasi, ma in genere prediligo font tondeggianti, vagamente antiquati ma senza fronzoli. Un periodo ho usato Palatino poi, stufa, Georgia, Garamond e Calibri. Ultimamente uso Candara, più pulito e lineare, specie in ufficio. Il mio font è la mia firma. Il che, in un ufficio come il mio, può essere molto, molto pericoloso.
Nella mia carriera di cambia-font ho fatto diverse incursioni in Arial – perfino Narrow – senza disdegnare Courier new, carattere tuttora fedelmente usato da mio marito e che ricorda le vecchie macchine da scrivere Olivetti. E’ il carattere con il quale mi mandava le prime email, 10 anni fa, e ai miei occhi è circondato da una romantica aura, pur nella purezza delle sue forme super-semplici.
E voi, avete un font che vi piace di più, o qualche antipatia per un carattere in particolare?

Una Mela al giorno…

La vigilia di Ferragosto dello scorso anno ci ha lasciati la nostra adorata Lolita, boxerina speciale.

“Speciale” perchè era nostra, e come ogni mamma tendo ad attribuire ai miei figli, a prescindere dal numero di zampe, caratteristiche eccezionali, e perchè speciale lo era davvero, nella sua dolcezza fuori dal comune e nel suo modo discreto e premuroso di starti vicino. Lolita non potrà mai essere rimpiazzata, e resterà sempre nel nostro cuore come un ricordo dolce e struggente che solo chi ha avuto un cane molto amato può comprendere.
Ma poichè il tempo lenisce le ferite, e ti invoglia a guardare nuovamente lontano, pensando al futuro, domenica scorsa abbiamo aperto la nostra casa a Mela.

 Una segugetta di circa due anni, bianca e miele, abbandonata in campagna presumibilmente da un cacciatore. Un mese e mezzo fa è stata salvata da morte certa da un’amorevole signora, Paola, che l’ha accolta in casa sua, sfamata, curata e rassicurata. Sì, perchè Mela, più che del cibo, aveva bisogno di amore e rassicurazione. Gli umani che hanno avuto a che fare con lei l’hanno certamente picchiata, maltrattata, tanto da traumatizzarla pesantemente. Il lavoro di Paola su Mela è stato fondamentale per restituirle un po’ di fiducia nel genere umano; domenica noi abbiamo raccolto il testimone da lei, sperando di trovare un posto nel cuore di questa cagnetta dagli occhi umani. Metteremo tutto l’impegno possibile per conquistarla e farle creder, ancora una volta, che anche l’uomo può essere il migliore amico del cane.

Il bambino in famiglia

Sono una mamma insicura, a volte. Cerco intorno a me dei modelli, dei riferimenti, e quasi mai sono soddisfatta di ciò che trovo. Ci dev’essere qualcosa di più, di diverso. Che mi dica se sto facendo bene, e mi indichi cosa potrei fare meglio.
Sento il bisogno di affrontare la mammità con un preciso progetto educativo, senza andare ad impronta sull’onda del momento, del sentimento, dell’urgenza. Inutile dire quanto ciò si scontri con la quotidianità: tipo quando sei di corsa e la nana ti piazza un capriccio che levati, e tu vorresti gestirlo nel migliore dei modi, trasformandolo in occasione di crescita per entrambe, affinchè ne tragga giovamento in eterno il vostro rapporto madre-figlia, e l’impulso delle 8,10 – ingresso a scuola ore 8,15 – è invece quello di trascinarla urlante per un braccio sbraitando: hai stufatooooo! 
Ecco, diciamo che mi accontenterei di una sana via di mezzo, consapevole che la perfezione non è di questo mondo. 
Un vero balsamo per il mio animo tormentato dai mille dubbi della mammità è stato, come già Educare alla libertà, il bellissimo Il bambino in famiglia di Maria Montessori, che raccoglie i testi di una serie di conferenze da lei tenute negli anni ’20, a mio avviso attualissime. 
In questo libro splendido la Montessori ci guida, con la ferma dolcezza che la contraddistingue, verso un nuovo modo di vedere il bambino fin dai primi istanti di vita: un essere capace di comunicare, che chiede solo di essere compreso. Maria Montessori ci porta a cambiare gli occhiali con cui guardiamo ai nostri figli, per indossare, una volta per tutte, gli stessi attraverso cui loro guardano il mondo. Solo così saremo in grado di comprenderli appieno ad amarli senza riserve, di un amore rispettoso e saggio.
Il punto d’arrivo del suo metodo educativo è la creazione di una Scuola dei genitori, nella quale i bambini possano crescere seguendo le proprie inclinazioni, autoeducandosi sotto la supervisione di una mamma-maestra capace di assecondarne i bisogni senza prevaricazione. Quante volte, infatti, siamo pronti ad imporre ai nostri figli dei comportamenti perchè li riteniamo il loro bene? Quante volte ne tarpiamo la creatività sotto una pretesa convinzione di ordine e metodo? Tante, troppe volte. E io per prima ho peccato, perchè per carattere sono una persona rigida. Ma se pensate che la scuola dei genitori sia un luogo caotico dove regna il chiasso e nulla può essere appreso, dove la maestra è relegata al ruolo di custode del gregge, che deve solo impedire che le sue pecorelle si facciano male, leggendo questo libro avrete delle grandi sorprese.
Che aspettate ad aggiungerlo alla vostra libreria?