Nonne e ninna nanne

Ho avuto una nonna molto speciale. Non siamo mai andate particolarmente d’accordo, ma negli ultimi anni ho capito molte cose del suo modo di essere e l’ho rivalutata enormemente, scoprendo di avere con lei molte più cose in comune di quante mi sarei aspettata. Purtroppo è morta all’inizio del 2000, e la frase “nonna, finalmente ti ho capita!” non gliel’ho mai potuta dire, ma ho la convinzione che lei lo sappia comunque.
Mia nonna era così particolare che la sua gioventù è diventata la trama di un racconto, che ho scritto nel 2008 e che è stato finalista di un concorso letterario ed incluso in un’antologia per le scuole. Era così particolare che, quando è morta, pur essendo stata amputata di una gamba e pur essendo gravemente ammalata, aveva le unghie perfettamente laccate di rosso e le perle alle orecchie. Aveva scelto, per la sepoltura, un vestito di velluto color carminio che si era fatta fare da una sarta, per non ricordo più quale occasione, e a ritrovare il suo amatissimo marito è andata elegante come solo lei sapeva essere.
Lei era speciale in tutto, fuori dal comune nel bene e nel male. Aveva un senso della dignità estremamente spiccato e teneva molto alle sue origini nobili, anche se la famiglia era caduta in disgrazia durante il Ventennio. Raccontava, della sua infanzia, storie fantastiche che avevano un che di fiabesco, e che ancora oggi mi incantano. Tutto, attorno a lei, aveva un sapore particolare. Ogni cosa aveva una storia da raccontare, dal cofanetto d’argento con le iniziali incise, al portacipria che oggi fa bella mostra di sè sulla mia toilette antica. Fino alle perle che mi ha lasciato, e che ho sfoggiato nel giorno del mio matrimonio. Solo lei era capace, dopo un battibecco, di mandarti un biglietto, con il suo nome elegantemente in corsivo, e l’invito “ritroviamo le vie del cuore”. Il suo nome, Ofelia, era di certo poco comune, e perfino le canzoni che cantava erano fuori dall’ordinario.
Ricordo in particolare una ninna nanna che mi cantava sempre, che vi trascrivo più sotto, e che ho scoperto essere parte di un’opera lirica musicata nientemeno che da Mascagni: come dire, lei un banale “ninna nanna, ninna oh” non l’avrebbe mai preso in considerazione! Questa canzone la cantai io a lei, la sera prima che ci lasciasse quando, ormai semi-incosciente, giaceva nel suo letto. Ero convinta che potesse sentirmi, che percepisse ciò che le dicevo, e così le cantai la canzone delle fate che tante volte aveva cantato a me nelle sere in cui i miei erano fuori. E mentre la cullavo, lei sorrise. Per l’ultima volta.

Serenata delle fate, in onor di Lodoletta.

Questa notte per le strade,
tutte bianche dalla luna,
passeranno tante fate.
Piano piano, ad una ad una,
si ritrovan tutte qui.
Se ne accorgon solo i grilli…
Crì… crì… crì…
Si metton tutte in fila,
ti fan la serenata,
o bella sorellina
addormentata ! 

La giornata mondiale della lettura

Facendo la rassegna stampa per l’ufficio stamattina ho scoperto che oggi si celebra la Giornata mondiale della lettura, targata Unesco. In concomitanza con questa ricorrenza, l’Associazione italiana editori ha inaugurato la campagna Amo chi legge, per diffondere la passione per la lettura nelle fasce giovanili. 
Guardo diversi articoli sull’argomento, entro nel sito dell’iniziativa Il Maggio dei libri, e scopro che, contrariamente a quanto io credevo, l’abitudine alla lettura è più diffusa tra i giovani che tra gli adulti. La statistica però fa riferimento a chi legge UN libro all’anno. Come può un unico, misero libro, magari richiesto dalla prof. di lettere e quindi letto per obbligo, costituire “abitudine alla lettura”?
La verità è che stiamo crescendo una nuova generazione di non-lettori, e che già la mia generazione legge molto meno di quella dei miei genitori. Oggi gli svaghi offerti a bambini e ragazzi sono sempre più numerosi, e sempre più leggeri e immediati. Leggere invece è faticoso, richiede concentrazione e impegno, ma alla lunga è molto più appagante. Non c’è paragone.
E come possiamo convincere di ciò i nostri figli? Insegnando ancora una volta con l’esempio: essendo noi genitori, per primi, a mostrare ai nostri figli quanto sia bello e piacevole concludere la giornata con un buon libro, anzichè con un indolente zapping da un canale all’altro. Mostrando loro che in viaggio, durante lunghe attese, e per tutto l’arco della nostra vita, un libro sarà un alleato preziosissimo per passare il tempo e viaggiare con la mente.
Possiamo iniziare a legger loro ogni sera, fin da piccolissimi, una bella storia, come rito propiziatorio per il sonno. Non ci vorrà molto perchè siano loro a prendere in mano un libro e proseguire la lettura da soli. Io ho creduto in questo progetto fin da quando le mie nanette sono venute al mondo, e oggi sto iniziando a raccogliere i primi frutti di questa paziente seminagione: la mia figlia maggiore, 6 anni e mezzo, legge ogni sera per conto suo, e sta diventando sempre più vorace e appassionata. Insieme abbiamo letto alcune opera più complesse per trama e linguaggio, come Cosetta di Victor Hugo, e vederla trepidare e commuoversi per le vicende della piccola sfortunata è stato bellissimo. Il prossimo appuntamento sarà il grande classico delle bambine di ogni età: Piccole Donne.
Frattanto, sono felice di vedere che tira tardi anche solo con le avventure di Geronimo Stilton, una serie di libri di un centinaio di pagine l’uno colorati, divertenti e istruttivi.
Perchè se domani lei e la sua sorellina minore saranno lettrici appassionate come me e mio marito, io sarò fiera di aver fatto loro questo dono.

Un premio: per me??? Ma davvero?!

Ho ricevuto un premio per il mio blog! Ma che emozione, è il primo riconoscimento di questo tipo che ricevo, e ne sono davvero felice! Ecco, qui sotto, il bannerino che mi sono aggiudicata, e che mi è stato attribuito dalla bravissima e dolce Mammabook, una blogger che mi legge (quale onore!) e commenta, e che ho il piacere di leggere e commentare a mia volta. Questo premio è dedicato ai blog che, come il mio, sono nati da poco e hanno ancora pochi followers, cosicchè diventi anche un’occasione per diffonderne la conoscenza e promuoverne la lettura. Un grazie di cuore a Mammabook e a tutti coloro che hanno la pazienza e la voglia di leggermi.
A più tardi per il post di oggi!!

Insegnare con l’esempio

Insegnare con l’esempio: è ciò che accade in natura. La mamma mostra ai cuccioli come cacciare le prede, come nutrirsi, come proteggersi. Noi umani, invece, forti del nostro cervello ipersviluppato – anche se su alcuni personaggi avrei dei dubbi…- insegnamo con le parole. Enunciamo regole, spieghiamo, pretendiamo il rispetto di codici. E poi, spesso, agiamo diversamente da ciò che abbiamo detto.
Per questo, stanotte, voglio ringraziare mio marito: perchè alle nostre figlie, proprio stanotte, ha insegnato con l’esempio cosa significhi lo spirito sportivo, il sacrificio e la dedizione verso una passione. Perchè ha mostrato loro lo spirito di squadra, la perseveranza, l’onestà. La salubrità di credere in un obiettivo comune e lavorare insieme per raggiungerlo.
Oggi la squadra di calcio a 5 che mio marito ha contribuito a fondare 16 anni fa, e che adesso allena, ha vinto il campionato della sua categoria: una piccola conquista nel mondo dello sport, ma raggiunta con un impegno e un sacrificio pari a quelli dello sport professionistico.
Sono fiera di lui, e di tutti i ragazzi della Mediterranea per l’esempio che hanno dato a tutti i presenti: avversari, tifosi, mamme e figli venuti ad affollare gli spalti per questa ultima di campionato.
A volte non c’è bisogno di grandi discorsi per insegnare una grande lezione. Basta un fulgido esempio.

Se siete curiosi… mio marito è il primo a sinistra nella fila posteriore: bello vero?

Come ti scelgo la tovaglia

Che a casa mia siamo in perenne lotta contro il disordine è cosa nota. Che perdiamo quasi tutte le battaglie, anche. Che nel nostro piccolo tentiamo di vincerne almeno qualcuna… forse è cosa un po’ meno nota.
Da quando abbiamo il nuovo tavolo, è diventato difficile trovare la tovaglia giusta da mettere, posso optare per tre diverse lunghezze: chiuso, con un’allunga aperta, con entrambe le allunghe estratte. Non solo: abbiamo anche spostato l’ex tavolo del salotto in cucina, ed eliminato quello piccolo – ma allungabile! – che avevamo per tutti i giorni.
Per evitare di perdere tempo a trovare la tovaglia giusta per il tavolo giusto, aprendo ogni tovaglia per vedere se le dimensioni calzano, ieri, armata di metro e pazienza, ho escogitato questo rimedio: ho fatto un vero e proprio censimento di tutte le tovaglie, misure e dimensioni, corredato di numero di tovaglioli disponibili. Ho preso nota di tutto in un file che tengo su Evernote, e ho aggiunto anche le dimensioni di tutti i tavoli di casa, in tutte le versioni. Ho stampato il file e l’ho attaccato all’interno dell’anta che chiude il mobile in cui conservo le tovaglie. In questo modo ogni volta che devo apparecchiare so quali tovaglie vanno bene per quel tavolo, e vado a colpo sicuro. Semplice, banale, ma estremamente utile.

E voi, avete qualche semplice trucco che però vi semplifica la gestione della casa? Mi piacerebbe conoscerlo!

Dell’autonomia dei bambini

Questa è una delle domande che, nel mio dilettantismo, mi pongo di più: quanta autonomia è giusto dare ai nostri figli? 
Per autonomia intendo saper fare le cose da soli, o cercare di farle, scegliere da sè tra opzioni diverse,  seguire una propria inclinazione senza interferenze dei genitori.
Questo quesito mi si è affacciato alla mente l’altro giorno, durante un dialogo con mia cognata: l’autonomia che  lasciamo ai nostri figli, consapevolmente o meno, è il frutto di una scelta precisa in funzione educativa, oppure  è solo lo specchio della nostra disorganizzazione e incapacità di proporre modelli sicuri? Essere più organizzati e saper guidare i figli in ogni scelta, assistendoli in tutto ciò che fanno, chiarendo loro che A è giusto e B è sbagliato, è un importante mezzo educativo e formativo, oppure il sintomo della nostra insicurezza, che  teme di lasciare spazio al libero arbitrio dei figli? E quali sono le giuste proporzioni tra un aspetto e l’altro?
Io, in linea di massima, sono a favore dell’autonomia. Intorno a me vedo però forme di autonomia molto diverse, o situazioni in cui a fronte di una – da me supposta  – poca autonomia nei figli, noto però che i bambini sono sereni e che emergono altri aspetti positivi riguardanti, ad esempio, la gestione della casa. 
Faccio alcuni esempi banalissimi: 
  • Io insisto il meno possibile sulla questione cibo e appetito. La mia filosofia è che nessun bambino che avesse da mangiare è mai morto di fame, dunque se non mangia, o ha già mangiato, o mangerà in seguito. Allo stesso tempo però, cerco di stare attenta a cosa viene mangiato, e non consento che si mangi disordinatamente a qualsiasi orario. Non vuoi mangiare la pasta a pranzo? Ok, ma non avrai niente fino a merenda, caschi il mondo.
  • Consento alle nane una scelta abbastanza autonoma su come vestirsi, non solo in termini di stili e abbinamenti (con risultati spesso agghiaccianti, di fronte ai quali devo tapparmi naso, bocca e occhi), ma anche in termini di temperature: può darsi che io abbia freddo e loro no. Questo si traduce però in un immenso caos all’interno dell’armadio, dal quale gli abiti sono stati tirati fuori malamente, che mi porta ad invidiare quelle case nelle quali l’armadio bimbi è chiuso a chiave e i vestiti sono scelti dalla mamma. E non si discute. Case dove i figli hanno un aspetto impeccabile che, ne sono certa, le mie zingarelle non avranno mai.
  • Capitolo abluzioni: le mie nane si fanno la doccia da sole, quasi sempre. Il momento del bagno in vasca è ormai riservato a quando hanno desiderio di essere coccolate e accudite dalla mamma. Chiaro però che sotto quella doccia mi viene difficile controllare che si siano sfregate bene  dietro le orecchie, o che i capelli siano stati risciacquati alla perfezione. Se facessi loro il bagno farei più in fretta, inonderei meno d’acqua il pavimento, e sono certa che le nane sarebbero più pulite. Ma scelgo di lasciare che si facciano la doccia da sole perchè penso che a 3 e 6 anni possano essere in grado di farlo, e voglio che imparino.
  • Potrei andare avanti all’infinito: i vostri figli hanno libero accesso a tutte le stanze della casa? Possono prendere qualsiasi giocattolo quando vogliono, o li gestite voi? Sono stata in case in cui i giochi erano chiusi a chiave e dovevano venire richiesti ad uno ad uno alla mamma o al papà, e poi rimessi a posto prima di prendere qualsiasi altra cosa. Lo ritengo molto educativo in termini di organizzazione e tenuta della casa in modo ordinato, ma sono assolutamente incapace di applicare questo metodo, così incapace che, qualche volta, l’ho utilizzato come punizione!! Lascio allora piena libertà di gioco,  (eccezion fatta per giochi che richiedono l’assistenza di un adulto) sobbarcandomi però, a fine giornata, una lunga session di riordino con le nane, dalla quale usciamo un po’ sfatte e con mediocri risultati. Intervenire su un disordine stratificato è molto più difficile che mettere a posto man mano che si tira fuori.

Mi piacerebbe sapere, anche partendo da questi esempi, quale mix di autonomia e disciplina avete impostato a casa vostra: come vi ponete di fronte a quella che spesso è una vera dicotomia? 

Dire no

Decisamente, sono una yes person.
Se qualcuno mi chiede qualcosa, il mio istinto è rispondere di sì. Talvolta senza soppesare le conseguenze in termini di “oddio mi sono incasinata l’esistenza!”. Perchè dire NO è molto più difficile: le persone restano deluse, non capiscono, qualche volta si allontanano perfino da te, portate lontano da quella sillaba sgradevole.
Dire sì è molto più facile quando uno teme di deludere il prossimo, ma ha anche alcune spiacevoli conseguenze:
  1. Tutti si aspettano che tu dica sì. Anche la volta dopo, e quella dopo ancora. Sempre.
  2. Se per una volta dici di no, si scatena l’inferno: come ti permetti di deludere le aspettative che tu stessa hai creato??
  3. Quando è il tuo momento di chiedere, non sempre trovi negli altri la stessa predisposizione a dirti di sì. E le tue richieste vengono accolte con stupore: ma non eri quella che non aveva mai bisogno di niente?
  4. Dopo che hai detto di sì, devi anche fare le cose che ti sono state chieste: che sia fare la spesa per tua nonna, accollarti il compito di un collega, o ospitare 15 persona a cena, senza preavviso, dire sì è capace di incasinarti la vita notevolmente.
Dopo lunga riflessione su questo argomento, ho iniziato a fare un lavoro su me stessa: imparare a dire no. Non indiscriminatamente, per il gusto di romper le scatole al prossimo, ma quando serve. Quando, cioè, dentro di me penso che sia meglio di no, per i motivi più vari. 
Dire no quando si pensa no, e sì quando si pensa sì: scontato quanto difficile per me. Piano piano, sto imparando che, qualche volta, saper negare qualcosa serve ad affermare il mio valore come persona, con esigenze e bisogni. Serve a far capire agli altri che, talvolta, perfino io sono stanca, ho qualche problema o, banalmente, non mi va. Qualcuno si è sentito deluso, è vero. Questo qualcuno, forse, mi ha sempre guardato come una fonte cui attingere: aiuto, amicizia, conforto, e così via. Non ha mai provato a guardare al nostro rapporto nella direzione opposta. Sono rapporti monchi, che non valgono granchè. Spero che possano ricostruirsi su basi nuove e più paritarie, altrimenti so che li perderò, con tristezza ma senza rimpianto. 
The show must go on.
Qualcun altro, invece, inizia a guardarmi sotto una luce nuova, e questo mi piace molto.

Cosa c’entra questo con gli auguri di Buona Pasqua, che meglio tardi che mai?
Niente. Beh, un pochino sì: diciamo che questa è la mia rinascita personale. 
Oggi splendeva il sole. Anche quando ho detto un no che mesi fa non avrei mai pronunciato. E, miracolo, ha continuato a splendere pure dopo.

DIY: tavolo Rocaille in stile shabby chic

Questo è il progetto di fai da te più grande che abbia affrontato finora, e sono molto soddisfatta del risultato. So che un vero restauratore avrebbe fatto molto meglio, ma metter mano a questo tavolo mi ha regalato ore di relax e l’orgoglio di poter dire: l’ho fatto io!
Prima di mostrarvi passo passo come ho fatto, mando un grazie al mio papà, che mi ha offerto costante supporto morale e lavoro di braccia domenica scorsa, quando non avevo più forza per carteggiare!

ecco il tavolo quando l’ho acquistato ad un’asta:

Era stato riverniciato, dai precedenti proprietari, con una vernice di tipo industriale che lo aveva reso quasi plastificato. Inoltre era sbeccato in diversi punti dei bordi, e presentava una grossa macchia sul piano principale. Decisamente le due allunghe erano le parti meglio conservate!
Per prima cosa ho sverniciato il tavolo, i piedi e le allunghe con un potente sverniciatore, e nonostante fosse un prodotto super forte, mi sono occorse 4 passate. Nella foto sotto potete ammirare la chiazza corrosa in tutta la sua bruttezza.

Poi sono passata alla levigatura, per togliere qualsiasi asperità. Quindi ho carteggiato, carteggiato, e carteggiato, fino a consumarmi perfino le unghie, usando progressivamente carta abrasiva a grana più fine.
Qui sotto, una fase intermedia del lavoro, quando il legno non era ancora perfettamente levigato.

Ho poi dato ai piedi una mano di primer trasparente, per turare i pori del legno, e poi una di colorante per legno scuro, in modo da creare una base per la rifinitura decapata.

Ho poi dato due mani di bianco panna, sempre soltanto ai piedi, e dove c’erano fregi e bordini ho provveduto a scrostare un pochino, per dare l’effetto del passaggio del tempo.Tanto, visto il caos di casa mia, si sarebbe scrostato comunque, prima o poi! Infine ho protetto i piedi con una vernice protettiva trasparente.

Da ultimo, ho dato infinite mani di cera d’api colorata al piano e alle allunghe, e santo mio padre che in questa fase mi ha soccorsa!

Vi piace il risultato finale?