Novità in cucina


Qualche tempo fa ho acquistato ad un’asta una coppia di sedie provenzali ad un prezzo davvero stracciato.
Nella foto sotto, un po’ sfocata, potete vedere com’erano in origine; la paglia era in ottime condizioni ma il legno era abbastanza scolorito e macchiato.

ecco come si presentavano all’arrivo

 Visto che la mia cucina è tutta sui toni dell’azzurro e panna ho pensato di dar loro un tocco in questi colori.
Prima fase: rivestire di plastica la seduta per non macchiarla di vernice.
Poi  ho dato due mani di vernice all’aqua color avorio

Dopo la prima mano di vernice: il legno è ancora molto visibile

Dopo la seconda mano di vernice: le venature sono quasi sparite
Terminata questa fase un po’ noiosa è iniziata quella divertente: la creazione dell’effetto sfumato e invecchiato
Ho preparato un colore azzurro con una punta di verde, che riprende quello della mia cucina (nelle foto risulta un po’ falsato), e armata di due pezzi di spugna ho sovrapposto velature successive di azzurro e avorio.

Ecco l’inizio del lavoro di velatura, quando il celeste era molto intenso.

Ecco, dopo numerose mani alternando i due colori, comparire l’effetto desiderato: l’azzurro che traspare da sotto il panna, e sottolinea i bordi della sedia.

Ed infine, una delle sedie completata, accostata al tavolo:

Per accordare il tutto ai tessili della cucina ho confezionato con un tessuto quadrettato e uno a stampa provenzale due copricuscino e un copritavolo nei colori delle tende: che ve ne pare del risultato?

Ecco, infine, un dettaglio del bordino pieghettato dei cuscini:


Da imballaggio a giocattolo. Storia di una confezione di merendine.

In questi giorni piove. Piove sempre. Non sembra nemmeno di abitare in quel profondo sud terrone dove tutto è secco e riarso da aprile a novembre…Ogni tanto penso che, pioggia per pioggia, potevo restare a vivere a Dublino. Ma so che sono solo momenti, e che basta trovare il modo di far passare questi lunghi noiosi pomeriggi bagnati.
Ieri con le nane che iniziavano a dare segni di noia – tipici sintomi il bisticciare per qualsiasi cosa, chiedere di accendere la tv, scocciare il cane, il gatto o entrambi – ci siamo accanite sulla confezione di merendine appena svuotata del suo contenuto, per trasformarla in una culla adatta alla bambola più piccola che possiedono.
Abbiamo disegnato e colorato, e alla fine la piccola Arianna ha avuto il suo lettino nuovo, completo di orsetto di pezza e sonaglino.

Come ridare nuova vita ad una confezione che sarebbe presto finita nel cassonetto della carta…
 

Risotto salsiccia e caprino

Ci sono quelle volte che hai in mente una ricetta, e tutto sembra remare contro.
Non ricordi più dove l’avessi appuntata; poi scopri che ti mancano metà degli ingredienti, vai alla bottega sotto casa e di quella metà ovviamente non trovi nemmeno un terzo… insomma, alla fine sei costretta a fare qualcosa che non è completamente diverso ma non è nemmeno quello che avevi in programma.
Ecco quello che ho prodotto ieri dopo vana ricerca di ingredienti per un’altra ricetta che spero di poter postare quando la realizzerò.
Risotto salsiccia e caprino.
per 4 persone: 400 gr di salsiccia fresca, 1/2 bicchiere di vino biano, 1/2 cipolla, 1lt di brodo, grana padano a piacere, 1 fetta da c.a. 100 gr di caprino non stagionato, 8 pugni (non lo peso mai, scusate!) di riso – io prediligo un Carnaroli di produzione locale, che acquistiamo con un gruppo d’acquisto solidale di cui magari vi parlerò in un separato post,  
Portare il brodo ad ebollizione, e nel frattempo, in separato tegame, far imbiondire la cipolla in una noce di burro. Aggiungere alla cipolla la salsiccia privata della pelle e sbriciolata e lasciar rosolare. Sfumare con il vino e proseguire la cottura abbassando la fiamma.
Quando il brodo giunge ad ebollizione versare il riso e lasciar bollire per 7-8 minuti; quindi scolare con una schiumaruola ed aggiungere alla salsiccia, proseguendo a cuocere tutto insieme e aggiugendo il brodo un mestolo per volta al bisogno. Pochi minuti prima della fine della cottura spezzettare il caprino sul risotto e mescolare fino a completo scioglimento del formaggio. Mantecare prima di servire in tavola.
Un primo robusto, che può essere seguito solo da un bel piatto di verdure, semza necessità di proporre un secondo di carne. 

Attese

Io non sono fatta per le attese.
Per fare un passo alla volta, quello sì. Per tutte quelle attività in cui non puoi forzare i tempi, pure. Perchè se il ragù, quello vero che si scrive ragout, lo fai in meno di 4 ore, non è proprio lo stesso. E quando fai un lavoro manuale devi dare il tempo alle vernici di asciugare, alle colle di far presa. Alle idee di sedimentare e produrre il risultato giusto. Per questo anche quando scrivo, se provo a farlo seriamente, ritorno cento volte sulla stessa frase. Sposto una virgola, cambio un sinonimo. Aspetto di rileggere, per vedere se dopo qualche ora le mie parole hanno un suono diverso. Sperando che prima o poi non mi sembrino così mediocri come sempre – ma quella è un’altra storia.
Ma le attese, quelle no, non sono fatte per me. Quelle mi snervano. Le detesto.
Le file: per carità. Contare i minuti secondi decimi centesimi. Continuare a fissare lo schermo sperando di far scorrere i numeri velocemente con la forza della mente.
I tempi morti: orrore. Quelli che, nell’attesa, non puoi impiegare in nessun modo. L’unico conforto che ho saputo trovare è la lettura, che fedele mi accompagna ovunque. E allora aspetto, senza poter in alcun modo diluirla, quest’attesa. E’ tempo sprecato. Mentre scorre, non produce niente di utile. Eppure il suo scorrere è necessario perchè, finalmente, arrivi il tuo turno. E’ una delle contraddizioni della vita. Che spesso si diverte alle nostre spalle.
Io sto vivendo un tempo morto, adesso. Aspetto.
Aspetto che la malattia migliori. Che mi arrivi quella email. Che il progetto che ho per le mani finalmente si concretizzi. Che la strada prenda una svolta, quella che voglio io.
Ma nel frattempo, devo aspettare. E non fa per me. L’attesa appiattisce le idee, abbatte i pensieri, che rimbalzano per la mente senza riuscire mai a formarsi appieno. Scuote gli animi e li sfibra; esalta i difetti.
Cambia la prospettiva delle cose in un gioco di specchi crudele.  
L’uomo è fatto per azione e riposo; che cos’è dunque l’attesa? Nè l’una nè l’altro, è un qualcosa che è contro la nostra natura.
Insomma, per dirla con gli inglesi: waiting sucks!

Charlotte al cioccolato

Un post dolce dolce per riconciliarmi con il tempo variabile come il mio umore. Con la malattia e l’immobilità. Che è vero che c’è chi sta peggio, ma certo, ma c’è anche chi non si trascina, come me, irrigidito dal mal di schiena e con mal di testa permanente.
Questo è il dessert che ho preparato qualche giorno fa per alcuni amici che sono venuti a casa per una pizza.
Come al solito, la ricetta nasce dall’adattamento di altre ricette; non so perchè ma sono incapace di seguire pedissequamente una ricetta, finisco sempre per fare delle modifiche in corsa fin dalla prima volta che la provo, come se non mi fidassi completamente di quello che il testo propone.
CHARLOTTE AL CIOCCOLATO
ingredienti: una confezione di savoiardi morbidi, un liquore leggero (io uso il Baileys), 4 tuorli, 125 gr di zucchero, 1 cucchiaio di farina, 1 cucchiaio di maizena o fecola di patate, 1 cucchiaio di cacao amaro in polvere, 120 gr di cioccolato fondente, 1 foglio e 1/2 di colla di pesce, 250 ml di latte, 250 ml di panna fresca e 250 ml di panna montata per guarnire.
Si inizia tagliando a misura i savoiardi per disporli a forma di fiore sul fondo di uno stampo da budino foderato di carta forno. I savoiardi devono prima essere inzuppati nel liquore diluito in poco latte (così il dolce risulta gradito anche ai nani) Si procede riempiendo poi i buchi che restano tra un “petalo” del fiore e l’altro, utilizzando i ritagli di savoiardo. Poi si foderano coi i biscotti le pareti dello stampo, avendo cura di sovrapporre i biscotti per qualche mm, in modo che non restino fessure dalle quali la crema possa fuoriuscire.

fondo completo e pareti in progress
Una volta ultimata la calotta di biscotti si lascia per alcune ore in frigorifero in modo che le giunture tra un biscotto e l’altro si saldino perfettamente tra loro.
Si procede intanto a preparare la crema, mettendo a scaldare il latte sul fuoco. Nell’attesa, sbattere i tuorli con lo zucchero, aggiungere poi nell’ordine farina, fecola e cacao; poi temperare le uova con un mestolo di latte caldo in modo che non si strapazzino, e versare poi il resto del latte bollente a filo. Portare sul fuoco e far sobbollire per qualche minuto mescolando continuamente. Aggiungere infine, una volta spostato dal fornello, il cioccolato spezzettato e la colla di pesce bagnata e strizzata. Trasferire in una ciotola e lasciar raffreddare prima a temperatura ambiente e poi in frigo. 
Prima che la crema si solidifichi completamente versarla all’interno della calotta di biscotto e rimettere in frigo per almeno 2 ore. Subito prima di servire rovesciare su un piatto e guarnire con la panna montata – operazione nella quale io sono scarsissima! – e gocce di cioccolato, canditi o altro a piacere.

in fase di decorazione

Una bici tutta nuova. O quasi

Quando le magre gambe della tua nana grande diventano davvero troppo lunghe per la sua biciclettina, e si ritrova a pedalare con le ginocchia che pericolosamente si avvicinano al manubrio ad ogni giro di pedale, è giunto il momento di passare il suo mezzo di trasporto a due ruote alla sorella minore, e procurargliene uno nuovo. Beh, nel nostro caso, quasi nuovo. 
La nuova bici infatti è arrivata dal cuginetto, diventato anch’egli troppo alto per la sua, e pronto ad accaparrarsi quella della sorella ormai adolescente, in un infinito passaggio di mano in mano.
O meglio, di piede in piede.
Certo, però, che la sua due ruote non aveva un aspetto troppo accattivante per una signorina vanitosa come la mia. Obbligatorio, quindi, un accurato restyling ad opera di mamma e papà.

inizia l’opera di smontaggio: saremo capaci di rimettere insieme i pezzi??

ecco, da vicino, le condizioni della “carrozzeria”

Dopo la fase di carteggio (ormai sono ufficialmente la pazza della carta abrasiva), utile per creare un fondo un po’ ruvido che desse una buona base per la vernice, abbiamo pulito la bici, rimosso gli adesivi, e protetto con plastica tenuta ferma da scotch di carta tutte le parti che non dovevano essere riverniciate  ma che non eravamo in grado di smontare. 

Poi una prima, e a distanza di 48 ore una seconda, passata di vernice metallizzata spray, nel colore viola scelto dalla nana. Le parti in plastica, che erano gialle, sono state solo pulite accuratamente e messe da parte.
una fase della verniciatura

Infine, il tocco di personalizzazione: al posto della marca della bici, il nome della nana fatto realizzare come scritta adesiva, con un font che ricorda quello della Atala di quando eravamo bambini.
Appena rimontati tutti i pezzi, subito al mare a provarla, sfrecciando sulla pista ciclabile!!

end result!