Di latitanze e di “pinkizzazione” dei giocattoli

Lo so che a volte sono latitante. Non è che non ho idee per dei post magari anche carini e interessanti. Non è che i vostri post non mi suscitino reazioni da esprimere nei commenti. Non è che nella mia vita non stia succedendo niente di interessante o stimolante da raccontare.
E’ proprio che ne stanno succedendo troppe tutte insieme. E’ che ho avuto un periodo di super-lavoro in ufficio che mamma-mia, è che sono stata fuori per un corso, è che la nana grande ha fatto la Comunione, è che tra pallavolo, piscina, riunioni e tutto il resto, in genere crollo addormentata sul divano mentre tento di guardare qualcosa in tv. Praticamente uno zombie.
Adesso, forse, abbiamo scollinato. Ma lo dico sottovoce, perché non si sa mai. E allora torno, o almeno ci provo.

Vorrei parlare della Pinkification, un fenomeno che sta prendendo sempre più piede anche in Italia, e che riguarda la divisione per sesso nei giocattoli. Giocattoli per maschi, giocattoli per femmine. Questa divisione c’è sempre stata in qualche modo: quando eravamo piccoli io avevo le bambole e mio fratello i fucili giocattolo. Ma la divisione era sfumata, e i giocattoli restavano interscambiabili. Oggi quando entri in un negozio di giocattoli questa divisione salta agli occhi, spesso marcata dai colori e dalle fantasie utilizzate sui prodotti esposti. Quelli per le femmine sono prodotti solo in rosa, lilla, viola. Possibilmente glitterati ad abbelliti con fiorellini e cuoricini. I personaggi di riferimento rappresentati sui giocattoli sono le solite sciacquette in crop top e zeppe da cubista, oppure le varie fatine-principesse. Quelli per maschi possono essere verdi, neri o rossi. Qualche volta azzurri. Fantasie mimetiche, personaggi di mostri, lottatori, supereroi. Scambiarsi i giocattoli tra maschi e femmine diventa così molto più difficile, la separazione dei ruoli molto più netta e invalicabile. Perfino in quei giochi che sono unisex per nascita e vocazione. Tipo le costruzioni. Non so voi, ma io e mio fratello, da bambini, avevamo un baule enorme di costruzioni. Senza il Lego non saremmo sopravvissuti a lunghi pomeriggi di pioggia e alle malattie esantematiche. Creavamo casette e astronavi, indifferentemente. Rosse e gialle e azzurre e nere e verdi. Tutti colori che non hanno sesso. In realtà nessun colore ha un sesso, e non dovrebbe essergli attribuito. Tipo che mio padre usa molto le camicie rosa, ma a nessuno viene in mente di dirgli che è vestito da femmina!
Adesso invece perfino un gioco come il Lego è stato sessualizzato e suddiviso per genere. Non è solo che i mattoncini “per le femmine” sono vergognosamente rosa e con dettagli architettonici inutilmente arzigogolati, è che sono contenuti in scatole che sono finalizzate a costruire “cose da femmina”, tipo la toelettatura per cuccioli alla moda, il negozio di cupcakes, e così via. C’è qualche concessione all’unisex, tipo il motoscafo e l’attrezzatura da allenamento di calcio, ma il tutto è irrimediabilmente declinato in colori caramellosi. Ai maschi invece sono riservati veicoli da guerra e la serie dedicata all’architettura. Come a dire: tu fatti i capelli, mentre io costruisco i palazzi.
Stiamo tornando indietro anziché progredire? E’ questo il messaggio che vogliamo passare ai nostri figli? Che le donne non possono fare certi lavori ma devono pensare solo a cose futili o collegate alla gestione domestica, mentre i maschi possono fare i lavori che richiedono un grande uso di intelligenza tecnica e non possono concedere nulla al sentimento?
I bambini non possono giocare con le bambole perché quella è roba da femmine. Infatti è noto che i papà non possono cambiare i pannolini ai propri figli, dar loro le pappe, cullarli la notte. Le femmine invece non possono costruire palazzi e progettare automobili, perché è roba da maschi. Infatti com’è noto la facoltà di ingegneria non è aperta alle donne.
Basta entrare in un qualunque negozio di giocattoli, armati di sano spirito critico, per renderci conto che i modelli che sono proposti ai nostri bambini, nemmeno troppo subliminalmente, contribuiranno irrimediabilmente a formare degli adulti carichi di preconcetti. Preconcetti reciproci su quali debbano essere i propri ruoli nella famiglia e nella società, secondo una involuzione generalizzata in cui le donne risultano particolarmente perdenti, formate per essere oche ancheggianti devote all’aspetto fisico, al sogno del matrimonio perfetto, al massimo alla gestione familiare.
Questo non è quello che voglio insegnare alle mie figlie.