Gelatine di frutta facilissime

L’altro giorno le nane mi hanno chiesto di provare a realizzare i casa, con la frutta estiva, quelle deliziose caramelle gelee che tanto piacciono ai bambini (e a parecchi grandi!), così abbiamo provato a farle abbinando pesca e limone, i frutti che avevamo in casa in quel momento.

Per prima cosa, abbiamo spremuto una pesca con lo spremiagrumi, come fosse per l’appunto un limone, strabiliando di fronte alla quantità di succo che una pesca è in grado di rilasciare quando è ben matura: si è completamente spappolata riducendosi ad una meravigliosa purea di cui solo le parti più filamentose sono rimaste nel filtro dello spremiagrumi.

Abbiamo poi versato la polpa di pesca in un pentolino, insieme ad un cucchiaio abbondante di succo di limone, quattro cucchiaini di zucchero, un cucchiaino raso di agar agar (reperibile in drogheria).

Abbiamo acceso la fiamma al minimo e quando ha iniziato a sobbollire abbiamo continuato a mescolare per 2-3 minuti. Poi abbiamo preso uno stampino in silicone per cioccolatini (da 6 posti) e vi abbiamo versato questa sorta di marmellata rovente. Siccome ne avanzava, ne abbiamo riempito anche uno stampino a cuore da muffins.

Una volta a temperatura ambiente le abbiamo messe in frigo per una mezzora, e poi agevolmente sfilate dagli stampi.

Ecco il dettaglio di quella a forma di sole:

Noi le abbiamo gustate così, semplicemente, ma a rigor di logica potrebbero anche venire “rotolate” nello zucchero, per somigliare di più a quelle di produzione industriale.
In ogni caso, buona degustazione!



Crescere i bambini con la Comunicazione Nonviolenta

Qualche tempo fa sul blog Nella mia soffitta è stata pubblicata una bellissima recensione di Crescere i bambini con la comunicazione non violenta, un libretto di Marshall Rosenberg che ho subito provveduto ad acquistare, conquistata dal post e dalla discussione costruttiva e stimolante che è nata nei commenti.   
Questo libro ha avuto su di me un effetto rassicurante; nella conclusione infatti l’autore ricorda ai genitori che è inutile, oltre che dannoso, cercare di tendere sempre alla perfezione. Poiché siamo umani, e come tali imperfetti, non possiamo che portarci dietro questo tratto distintivo, dunque prima scendiamo a patti con esso, prima staremo meglio. A partire da questa conclusione, possiamo cercare di reimpostare la comunicazione coi nostri figli su nuove basi, seguendo un’idea che non è nuova, ma era propugnata da Maria Montessori circa un secolo fa: quella per la quale i bambini sono prima di tutto persone, a tutto tondo. Hanno pensieri, e bisogni ed esigenze, che talvolta noi siamo portati ad ignorare o quantomeno a sottovalutare perché, hey, gli adulti siamo noi! Quelli che sanno cos’è giusto e cos’è sbagliato per loro, quelli della responsabilità educativa, dell’impartire le regole. Tutto vero, se non per il dettaglio che non necessariamente questo deve avvenire in un contesto unilaterale, del “si fa come dico io”. Perché non proviamo ad ascoltare i nostri bambini per capire davvero cosa passa loro per la testa? Perché non proviamo a chiedere loro le cose anziché imporgliele? Se li consideriamo in una posizione di pari dignità rispetto a noi, perché non chiedergli di fare o non fare qualcosa, spiegando loro come ci sentiamo rispetto ad essa,  e come la loro azione potrebbe meglio contribuire al bene comune? E’ quello che faremmo con un adulto, compagno o collega, per suscitare in lui il desiderio di cooperare. Non si tratta di supplicare i nostri figli, abdicando al ruolo di guida del genitore, ma di cercare di far interiorizzare loro le regole con le dovute spiegazioni, in modo che poi siano loro stessi, senza bisogno di minacciarli di una punizione o promettere una ricompensa, a volerle rispettare.
Ho sempre creduto nell’utilità di responsabilizzare i bambini, in maniera consona alla loro età ed alle possibilità intellettive e di azione, tanto che già da prima di leggere questo libro ho sempre richiesto loro ad esempio di rendersi utili in casa con piccoli gesti e prendersi cura degli animali domestici; quello su cui questo libro mi ha stimolata è un cambiamento nei modi di chiedere e comunicare. Cambiamento che non è solo formale ma comporta necessariamente rivedere l’importanza che do alle opinioni e sensazioni delle nane.
Ammetto che a volte sia stancante dover chiedere le cose calibrando ogni parola, modificando i toni, capovolgendo i punti di vista abituali… ci vuole un sacco di tempo anche solo per esprimere un concetto banale tipo: accidenti, metti quella dannata tazza nella lavastoviglie!
Ma ho anche visto quanto le nane abbiamo mostrato maggiore comprensione verso le mie esigenze, e si siano sentite trattate da grandi, cosa che le ha gratificate molto.
Penso quindi che questo libro offra una preziosa opportunità di crescita e di creazione di un ambiente familiare più sereno, e che valga la pena di provare a seguirne i consigli. E quando, inevitabilmente sbagliamo? Rosenberg è lì, pronto a dirci che è inutile flagellarci coi sensi di colpa, bisogna accettare anche i nostri errori e presentarli ai nostri figli come tali. Loro sapranno capire.
 

In viaggio coi bambini

E’ ricominciata la serie di articoli che sto scrivendo come mamma blogger, e che L’Unione Sarda sta generosamente ospitando nel suo inserto estivo. Oggi vi offro una riflessione sui viaggi con i bambini: momento felice o impresa impossibile? Negli ultimi anni la nostra famiglia ha viaggiato meno di quanto avrebbe desiderato, ma ogni spostamento è stato sempre un momento di grande spensieratezza e divertimento familiare. Penso che il segreto sia stata una programmazione molto child oriented, per cui abbiamo dosato le cose da grandi e quelle da bambini, trovando equilibri che facessero tutti contenti. Il secondo requisito importante per noi è viaggiare leggeri: mi stressa di più un’enorme valigia piena di tutto ciò che eventualmente, in casi particolari, mi potrebbe tornare utile, piuttosto che entrare in un negozio in terra straniera ed acquistare quell’oggetto che mi è venuto a mancare.
Vi invito a leggere l’articolo e a postarmi le vostre esperienze di viaggio con bambini!

Le paure dei bambini. Superare i propri limiti e confrontarsi con se stessi

Ore 18 di un afoso pomeriggio cagliaritano; cielo coperto, nane scalmanate. Il mare è off limits e si opta per un parco attrezzato dove è possibile effettuare dei percorsi didattico sensoriali, nella speranza di incanalare le straripanti energie delle suddette nane in qualcosa di costruttivo. La grande, sette anni, si cimenta subito nel labirinto e nei percorsi sospesi che, ad un paio di metri da terra, impongono di camminare su basi mobili di vario tipo, dai tronchetti al filo d’acciaio. Naturalmente dotati di imbragatura e caschetto protettivo, ma l’emozione di essere sospesi e di rischiare ogni momento di perdere l’equilibrio è ineliminabile. La titolare del parco mi racconta che anche molti adulti affrontano il percorso sospeso con paura, pur sapendo, razionalmente, che se gli scivolerà un piede resteranno mollemente appesi come salami in cantina. Mi dice anche che molti adulti vivono con ansia i momenti in cui i propri figli sono lì in alto, anche se sono equipaggiati come rocciatori in miniatura e che tirano vistosi sospiri di sollievo quando il percorso giunge al termine. A volte l’ansia è tale che il percorso viene interrotto a metà perchè qualche bambino si spaventa tanto da essere incapace di andare avanti o indietro, e allora si sgancia il moschettone che assicura il rocciatore al cavo di sicurezza, e via giù, attraverso la lunga scala opportunamente lasciata di fianco al percorso (ecco a cosa serviva!). A toccare la terraferma e a baciarla. Le mie nane sono sempre state parecchio spericolate, e infatti la settenne supera il primo giro del percorso senza nessun problema, attenta alle istruzioni della coach e divertita per i diversi tipi di difficoltà che deve affrontare. Si lascia perfino cadere per vedere com’è rimanere appesi. Seguono il giro n. 2 e n. 3, perchè ci ha preso gusto. 
Le dolenti note iniziano con la nana n. 2, quattro anni di bassezza. Un metro tondo tondo. Troppo poco per arrivare bene ai cavi d’acciaio di sostegno, quelli che nei tratti più difficili del percorso passano sopra la tua testa e ti consentono di non perdere l’equilibrio. Se li afferri saldamente. Ma lei non arriva nemmeno a sfiorarli. Quindi ha paura, e inizia a piangere. Vuole scendere, ma la coach mi dice che fisicamente ce la può fare, se si regge all’imbragatura agganciata ai cavi, anzichè protendere le mani verso l’alto. Altrimenti può sempre aprire il moschettone e farla volare tra le mie braccia, al sicuro. In un secondo mi passano per la testa diversi pensieri: perchè insistere se ha paura? Gli altri genitori guardano e qualcuno mormora un “poverina”.
E’ il papà della bambina che aveva paura di attraversare il labirinto, e allora semplicemente hanno desistito. Andranno via senza che la bambina abbia affrontato nè quello nè il percorso sospeso. E subito dopo un altro pensiero prende il sopravvento: io non voglio che mia figlia rinunci, che di fronte ad una paura faccia marcia indietro. Oggi è per una scemenza, domani ricalcherà queste orme nelle cose importanti davvero. Voglio che si renda conto che le sue possibilità sono illimitate, che con la determinazione può raggiungere tutti i risultati che vuole. Ma non voglio essere nemmeno una di quelle madri che gli inglesi chiamano “pushy”, perché letteralmente spingono i figli sempre oltre, sottoponendoli fin da piccoli alle ansie da prestazione.
Vorrei solo che fosse lei per prima a credere in se stessa. 
Ascolta – le dico – se vuoi scendere possiamo farti scendere anche subito, non è un obbligo completare il percorso e non dobbiamo dimostrare a nessuno quanto siamo bravi, non ce ne importa niente. Ma tu PUOI farlo, tu sei bravissima, e forte e coraggiosa, e se provi almeno ad andare avanti un pezzetto, vedrai che sei in grado di farlo. E quando te ne accorgerai, vorrai farlo tutto.
Passano 30 secondi, qualche genitore commenta in sottofondo, non sento le parole ma già lo so che mi hanno etichettata come la madre snaturata che forza sua figlia a fare cose di cui ha paura per il suo orgoglio personale. Pazienza.
Ed ecco che la mia nanetta, un metro esatto di orgoglio, si erge in tutta la sua bassezza e sceglie di affrontare, e vincere, le sue paure. 
Il percorso sospeso viene concluso con rabbiosa determinazione, con un’espressione concentrata che mi tocca profondamente il cuore: percepisco la sua lotta interiore, e sono con lei.
Lei che finisce con un sorriso da un orecchio all’altro, che si sente forte e coraggiosa, proprio come le ho detto io. Ha vinto, contro se stessa e le sue paure, ha spostato l’asticella dei propri limiti un pochino più in alto.
Non so se ho fatto bene o male ad incoraggiarla a superarsi, ma ho pensato che io non voglio essere una mamma che frena, che suggerisce al proprio figlio quali sono i suoi limiti. Quando il papà dell’altra bambina, guardando il percorso sospeso le ha detto “no, questo è per bambini grandi, tu non puoi farlo”, ho pensato che fosse profondamente sbagliato il modo in cui lui stava scegliendo per lei il punto oltre il quale lei non poteva andare. Io vorrei che nell’ambito di ciò che è sicuro per loro (come lo era quella situazione, anche per i nani di mt 1 di statura) fossero loro stessi a mettersi alla prova e scoprire quali sono i propri limiti. Spesso tendiamo a sottovalutare le risorse dei nostri figli, con l’intento di proteggerli dal farsi male o anche semplicemente dalle delusioni, e impediamo loro di confrontarsi con le proprie emozioni, di masticarle e digerirle. Di crescere. E’ bello vedere invece che, con un po’ di spazio a loro disposizione per scegliere, sono capaci di sorprenderci e mostrarci quanto sono bravi. E forti, e coraggiosi.