Io non uso più l’ammorbidente

Un paio d’anni fa condividevo l’ufficio con un collega. Entrambi amanti del silenzio, passavamo delle ore in cui si udiva solo il ticchettio della tastiera. In una di quelle mattine di alacre silenzioso lavoro, dal nulla gli dico: 

– Sai, io non uso più l’ammorbidente!- Un certo orgoglio trapela dalle mie parole.

Lui solleva gli occhi dallo schermo e mi rivolge uno sguardo simile a quello della mucca che guarda passare il treno, continuando imperterrita a ruminare.
– Suppongo che adesso dovrei dire qualcosa – mi risponde imbarazzato. 
– Certo, è una cosa importante! – balbetto io come una scema. Perché abbandonare l’ammorbidente non è una cosa che riguarda il mio bucato e basta; è una vera e propria scelta di vita!
Da qualche anno a questa parte infatti sono diventata più consapevole sia di cosa metto nel mio piatto che di cosa utilizzo per le pulizie domestiche. Prendiamo l’ammorbidente, per esempio. Se i dermatologi in genere consigliano di non utilizzarlo un motivo c’è. Tutto infatti è partito da lì, da un rash cutaneo. Eliminato l’ammorbidente dal bucato, sparito lo sfogo. Un rapporto causa-effetto che ha stimolato ulteriori riflessioni e approfondimenti, molti dei quali basati sul bellissimo sito babygreen, una vera miniera di idee per donne alla ricerca di una vita più eco-compatibile. Ho così scoperto che l’ammorbidente è responsabile di numerose forme allergiche, oltre che fortemente inquinante. Due motivi per abolirlo fin dal giorno successivo. 
Con che cosa sostituirlo? Frugando il web sono approdata a questa mistura miracolosa: aceto di vino bianco, un cucchiaino di bicarbonato, poche gocce dell’olio essenziale preferito. Se l’aceto infatti contribuisce a rendere il bucato più morbido e facilmente stirabile, il bicarbonato assorbe eventuali odori, sbianca in maniera naturale e rimuove molte macchie senza necessità di additivi chimici. Per regalare alla biancheria un piacevole profumo basta poi aggiungere 3-4 gocce di olio essenziale, nel mio caso lavanda. Facile ed economico, specie se si considera che aceto e bicarbonato sono utilissimi in una marea di altre situazioni domestiche. Finito quindi il tempo degli armadietti stracolmi di detersivi, uno per ogni superficie? Forse.
Ad esempio, la teglia del pollo arrosto con patate: delizioso! Un po’ meno delizioso, invece, lo strato di sughetto bruciacchiato che resta attaccato alle pareti della teglia. Acqua calda, un paio di cucchiai di aceto e un paio di cucchiaini di bicarbonato. Lasciare riposare un po’, e poi sciacquare con acqua tiepida e una spugna, e come per magia le incrostazioni abbandoneranno la vostra teglia. E così via. Avete presente quel famoso prodotto per lucidare il piano inox del fornello, puzzolentissimo e dai vapori che fanno lacrimare gli occhi? Ancora aceto e bicarbonato, e il vostro fornello splenderà più che mai. 
Il web pullula di ricette per la preparazione in casa di detergenti eco e bio, la cui efficacia è pari a quella dei prodotti da supermercato. Ci vuole solo un po’ di pazienza e voglia di fare, ma i risultati sono davvero gratificanti. Per le emergenze, per tutti quei momenti in cui siamo di corsa, restano sempre i cari vecchi detersivi ricchi di tensioattivi, pronti a venirci in soccorso con il loro meraviglioso “profumo di pulito”. Basta che non ci facciamo prendere in giro, e ricordiamo sempre che quello che respiriamo non è il profumo del pulito: è il profumo degli agenti chimici che compongono il detersivo.
Vivere in maniera più verde è per me un’obbiettivo importante, che si coniuga con l’idea di vivere genericamente in modo più consapevole, facendo delle scelte meno influenzate dalle informazioni standardizzate che ci propongono i media, che spesso si prendono gioco di noi affidandosi al potere evocativo delle immagini. Per fortuna che ci resta la possibilità di far uso del libero arbitrio!
Nelle prossime puntate vi racconterò degli altri accorgimenti green che sto adottando, sia sul piano della gestione domestica che su quello alimentare: fatemi conoscere il vostro punto di vista in materia!

Always look for the helpers (cit.)

Io e le nane, tenute per mano, stiamo per attraversare la strada, rigorosamente sulle strisce, in una via molto trafficata. Le macchine ci sfrecciano vicine e nessuno sembra intenzionato a lasciarci passare, così restiamo per qualche istante bordo strada, attendendo che l’attraversamento si faccia sicuro. La nana grande, campionessa fin dalla più tenera età di domande imbarazzanti, di punto in bianco mi dice: Mamma, ma se adesso passa una macchina e ti investe, io e nana piccola cosa dobbiamo fare?
Pur non essendo generalmente scaramantica mi parte subito uno scongiuro: l’immagine delle mie figlie che mi guardano spiaccicata sull’asfalto mi è perfino più intollerabile dell’idea in sé di venire investita da un auto pirata.
Il secondo pensiero che mi affiora alla mente è una frase di Fred Rogers, un personaggio eclettico che è stato ministro presbiteriano, conduttore televisivo, autore per bambini: Always look for the helpers, che in italiano suona sempre: cerca chi ti possa aiutare.
Nella vita succedono, o possono succedere, un sacco di cose brutte, e noi non sempre siamo in grado di proteggere i nostri figli. E allora, è inutile dire loro che viviamo in un mondo fatato dove niente li può toccare, perché così li rendiamo totalmente impreparati ad affrontare gli imprevisti che prima o poi si presenteranno. Di contro però non possiamo neanche terrorizzarli con l’idea che il mondo sia un covo di pericoli dai quali guardarsi, perché la paura può paralizzare e impedire di crescere ed aprirsi a tutte le cose belle che la vita ci riserva.
E allora? allora prepariamoli, se qualcosa di brutto (anche non così brutto come un incidente mortale!) dovesse accadere, a guardarsi intorno e saper chiedere aiuto. Always look for the helpers. Per una persona malvagia dalla quale tenersi alla larga, ce ne sono mille disposte ad aiutare un altro in difficoltà. Questo è quello che ho spiegato alle nane. Se mamma è lì, spiaccicata sull’asfalto, per prima cosa prendete il cellulare e fate il numero di papà, primo in rubrica, o dei nonni. Sto insegnando loro anche i numeri di polizia e emergenza soccorso. Se questo non è possibile, chiedete aiuto a chi passa: una mamma con bambini, una coppia, un gruppo di signore. Per ultimi nella mia classifica di affidabilità, uomini soli e gruppi di adolescenti. Chiedete aiuto, date i numeri di telefono dei familiari, e non fatevi condurre da nessuna parte.
Vorrei che il mio fosse un messaggio positivo, che lasciasse alle mie figlie l’idea che, anche nei momenti difficili, non si è soli, e che perfetti estranei possono essere capaci di gesti di meravigliosa gentilezza e abnegazione verso il prossimo.
E voi, avete spiegato ai vostri figli qualche “procedura d’emergenza”? Come avreste risposto alla domanda di mia figlia?

Di nuovo sulla Pinkification: c’è ancora tanto da lavorare!

La nana
grande, quasi ottenne, mi descrive le dinamiche maschi-femmine che si sviluppano nel cortile della scuola, un luogo dove bambini e bambine sono come due universi
che non comunicano quasi per niente, lontani anni luce nei passatempi. Mi racconta che un gruppetto di maschi si è avvicinato attaccando briga, sostenendo che i ragazzi sono più intelligenti, più idonei a capire le materie
di carattere tecnico, capaci quindi di costruire le case e andare bene in matematica. Aggiunge che le bambine per
difendersi hanno risposto che però le femmine sono più brave a fare gli
abbinamenti dell’abbigliamento, a decorare gli oggetti, a tenere in ordine la casa (questa
non l’ha certo presa da me, visto che io sono un disastro!). Agghiacciante.
Chi mi
conosce nella vita reale sa che io non ho mai abbracciato posizioni di tipo
femminista: uomo e donna sono per me profondamente diversi e la nostra società
non dovrebbe tendere a renderci tutti uguali, ma a valorizzare queste
diversità. Il processo che è scaturito dal movimento femminista invece è andato
quasi solo nella direzione di rendere le donne più simili agli uomini,
schiacciandone le peculiarità che la contraddistinguono e la rendono speciale. Così
adesso ci ritroviamo a dover far collimare la figura tradizionale della donna
con quella di una guerriera che non ha niente di meno dei suoi concorrenti di
sesso maschile. Uno su tutti, l’esempio della nota showgirl orgogliosamente al lavoro quattro giorni dopo il parto, “perché la gravidanza non è una malattia”. Siamo tirate per la giacca da mille mani che ci vogliono mille persone
diverse. Una società che fosse veramente giusta dovrebbe renderci tutti liberi
di essere noi stessi come individui, di scegliere come costruirci il giusto mix di lavoro, casa, famiglia, passioni, un mix che
rispecchi la nostra scala di priorità, ed è per questo che il pensiero espresso
da mia figlia mi ha lasciata di sasso. Siamo davvero ancora molto lontani da
questo modello di società giusta, se le bambine di oggi non mettono nemmeno in
discussione il fatto che i compagni di sesso maschile siano più intelligenti.
Ed è tanto più grave se si pensa che nei risultati scolastici le femmine
tipicamente eccellono rispetto ai maschi, a partire dalla scuola elementare per
arrivare all’università. 
L’accudimento dei propri cari e della propria dimora può
essere un privilegio se lo si vive come una scelta consapevole, e molte donne
oggi rinunciano ad esso in tutto o in parte in favore di un’attività
lavorativa fuori casa. Che ciò avvenga per scelta o per necessità economica è un altro aspetto del discorso, che ora non voglio approfondire. Occuparsi della casa e della prole però non può più essere un
mero ripiego perché si accetta di non essere abbastanza
intelligenti da poter fare altro, alla pari con gli uomini. Né la frivolezza,
che in modiche quantità è sacrosanta (alzi la mano chi di noi non si è
attardata davanti ad una schiera di smalti, in profumeria, per scegliere la perfetta sfumatura di rosso), può costituire il centro di una personalità.
E perciò, quando
ho sentito mia figlia raccontare di quel battibecco con la massima naturalezza, anche un po’ orgogliosa di una risposta che secondo lei era stata sagace, ammetto che per un attimo mi sono sentita fallita. Io che ho dipinto la camera delle mie bambine di rosso e beige perché non mi piace il rosa, io che appendo le mensole
in casa mentre mio marito amorevolmente fa il sugo.
Io che
credevo di aver già parlato abbastanza, e mostrato anche di più con l’esempio.
Evidentemente invece c’è ancora molto da lavorare, da spiegare, da convincere,
e c’è da cominciare subito, noi mamme di femmine. Ma le mamme di maschietti non
si ritengano fuori da questo processo, perché ci saranno donne che crederanno
di essere meno intelligenti degli uomini, e dunque inferiori, fino a che ci saranno uomini che
glielo diranno ripetutamente.
Così, ancora
una volta, ho spiegato a mia figlia che nella vita potrà essere tutto quello
che vuole: astronauta e maestra, scienziata e commessa, giudice e pallavolista.
E se sarà bella ed elegante, con gli accessori perfettamente abbinati tra loro,
tanto meglio, ma quello non sarà per niente l’aspetto più importante. E se
vorrà stare a casa a crescere i suoi figli, se mai ne avrà, benissimo. Se
vorrà curare la sua casa in ogni dettaglio andrà bene; ma se, invece, di avere
il copridivano coordinato alle tendine non gliene fregherà niente, e preferirà
un consiglio d’amministrazione, sarà perfetto lo stesso. Purché ciò che faccia sia frutto delle sue scelte, e non di paure incrociate miste al bisogno di
soddisfare aspettative altrui.

Chissà se l’ho convinta. 

Capita solo a me? Solidarietà genitoriale

Oggi su genitoricrescono ho letto un post esilarante di Serena (perdonami, sto ancora ridendo…), in cui lei racconta di come trepidante abbia preparato una super colazione per i suoi pargoli, immaginando scene da Mulino Bianco in cui loro la guardano adoranti, felicissimi della novità, e i pargoli per tutta risposta l’abbiano disdegnata, quasi schifata, preferendo le solite cose che mangiano tutti i giorni.
Serena si chiede: ma capita solo a me? No cara, non capita solo a te, anche io mi sento una frana, un giorno sì e l’altro pure. Mal comune mezzo gaudio? Forse.
E allora diciamolo, raccontiamolo, condividiamolo, come suggerito dall’hashtag #capitasoloame, così ci sentiremo tutte un po’ meno frane, un po’ meno frustrate dall’essere mille miglia lontane dalla Mamma del Mulino Bianco. Quella perfetta, che alle 7 del mattino c’ha la tavola apparecchiata che manco a Natale. Quella con la messa in piega, il grembiulino inamidato, il rossetto abbinato alle scarpe e in pendant con gli orecchini. Sì, proprio lei, la più odiata dalle italiane. Perché, diciamoci la verità, fissa gli standard materni un po’ troppo in alto, nessuna può reggere il confronto con lei. E infatti, vi dico un segreto, non esiste. E, se per quello, non esistono manco i suoi figli.
Quelli già pettinati alle 7 del mattino, lei con abitino a balze, lui in cravatta e gilè per andare a scuola. Scommetto che nella vita reale uno vestito così appena entra nel cortile della scuola i bulletti di turno lo menano. E io sto dalla loro parte.
Quei figli lì naturalmente hanno fatto tutti i compiti con una settimana d’anticipo, si lavano dietro le orecchie spontaneamente, e non lasciano mai i vestiti sporchi sul pavimento. Del salotto. Quando sta per venire a trovarti tua suocera. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale…
Quei figli lì, soprattutto, sono sempre in sintonia cronometrica con la loro madre: perfetti loro, perfetta lei. Una noia mortale.
Le mie figlie sì, loro sì che non mi fanno annoiare! Come quella volta, per esempio, che sono tornata esausta dall’ufficio quasi all’ora di cena. Ma in quella mezzora di tempo prima di sederci a tavola volevo regalare alle nane del “tempo di qualità”. Genio chi ha inventato questa espressione.
– ho pensato una cosa bellissima da realizzare insieme! – attacco con la vocetta della Mammadelmulinobianco. Perchè lei ha una voce flautata, che non sale mai di un’ottava di troppo. Non come la mia normale, che quando mi fanno arrabbiare sembro uscita da L’Esorcista.
– evviva, evviva! cosa facciamo? – rispondono loro festanti, subito sulla mia lunghezza d’onda. Sono galvanizzata. E’ proprio uno di quei momenti che ti risarciscono di una giornata passata in ufficio in mezzo alle scartoffie. Nella mia testa parte anche una musica soave in sottofondo.
– adesso prepariamo delle piccole mangiatoie per gli uccellini del giardino, che in inverno non trovano più cibo! – Spiego con entusiasmo. Sono fiera della mia trovata: sono proprio una mamma eco, bio, creativa e amica degli animali. Pure un po’ montessoriana, và.
– facciamo fondere del burro, poi lo versiamo in questi stampini monodose per muffin, poi ci versiamo sopra dei semini e facciamo solidificare queste tortine in frigo. Dopo le appendiamo con uno spago agli alberi, e così gli uccellini verranno a beccare i semini e non patiranno la fame durante l’inverno. Che ve ne pare? – Sorrido a trentadue denti.
Solo che la sperata reazione non arriva. Niente saltelli gioiosi, proclami tipo “mamma, sei la migliore!”, niente di niente. Mi fissano come la mucca che guarda passare il treno, indifferenti.
Ci sono circa dieci secondi di silenzioso imbarazzo, poi la grande mi fa:
– mamma, e se invece guardassimo la tele? – mettendo fine ai miei sogni di aspirante Mammadelmulinobianco. Sono sempre, e ancora, Mammadilettante.
Sempre io, nella mia imperfezione, nei capelli scarmigliati dopo otto ore d’ufficio, frana come poche. Ma in questo luogo meraviglioso che è il web ho scoperto che non #capitasoloame, di essere una frana. C’è tutto un mondo di persone vere, realmente esistenti, con pregi e difetti e aspettative. Perché, in fondo, il punto sono sempre le nostre aspettative: troppo alte verso noi stesse, troppo alte a volte verso i nostri figli. Che a volte son riottosi e non si entusiasmano per le cose per cui secondo noi si dovrebbero entusiasmare. Forse perchè non sono come i bambini delle pubblicità. Per fortuna.

Riflessioni random sul senso della vita e la felicità

Che cos’è la felicità?
Immaginate questo scenario: la campagna inglese, quel Sussex dolcissimo dove basse colline si rincorrono sotto un cielo così azzurro da togliere il fiato. Un sentiero si inerpica lungo il fianco della collina, stretto tra due pareti di rovi: basta allungare una mano per cogliere, prestando attenzione alle spine, more succulente che macchiano le dita. Le cicale, la vera musica dell’estate, accompagnano con un sottofondo il clic clac ritmico degli zoccoli di due cavalli, che lentamente risalgono il sentiero verso la cima del colle. Su di una piccola giumenta flessuosa di nome Bamboo monta una ragazzina di tredici anni, pazza per i cavalli.
E’ come un crescendo. Il sentiero si apre all’apice della collina, rivelando uno spazio sterminato nel quale lo sguardo non incontra ostacoli, né segni lasciati dall’uomo. Tra la ragazzina e la sua accompagnatrice basta un’occhiata per capirsi, e poi stringere i talloni sul fianco del cavallo e affondare sulla sella è come un istinto, e Bamboo prende un galoppo aggraziato e leggero, che calpesta appena l’erba ingiallita dal sole. Galoppare in campo aperto, senza recinti che chiudono la traiettoria, è una sensazione inebriante. E’ libertà pura, è un sentimento ancestrale che non ha eguali nella nostra vita imbrigliata e irregimentata. E’ felicità.
In questa pazza corsa in mezzo ai campi, sotto il cielo d’agosto, un ostacolo si intravede lontano: un cancelletto di legno, sbilenco e pendente sui cardini, senza alcuna staccionata intorno. Solo altri rovi di more che crescono nella direzione suggerita dalla natura. E di nuovo è sufficiente uno sguardo tra le due amazzoni per decidere che aggirarlo sarebbe troppo semplice, che non si può interrompere quella galoppata primordiale, e allora è un attimo volare sopra un metro di cancello con un urlo da tribù africana, e proseguire la corsa coi cavalli che schiumano.
E in quel momento, mentre salto il cancello nel mezzo del niente in sella a Bamboo, è come uscire dal mio corpo per vedere cristallizzata la felicità in un singolo istante: il mio cuore scoppia di gioia e tutto sembra essere al posto giusto, al momento giusto.

Il mio angolo preferito in giardino

Così raccontavo 5-6 anni fa sul mio primo blog, My Log book. E quella era la mia risposta alla domanda “che cos’è la felicità”? Attimi, istanti di ebbrezza, laddove il resto è pausa e collegamento e preparazione al prossimo attimo di perfezione.
Oggi non la penso più così. L’incanto dei tredici anni, la sensazione di avere davanti un mondo in cui tutto è possibile sono svaniti, certo, ma non è solo questo.
Ho conosciuto la perfetta bellezza delle piccole cose perchè, come dicono gli inglesi (eh, lo so che son fissata, perdonatemi questa debolezza!), God is in details. 
Il divino sta nei dettagli.
La felicità resta sempre fatta di attimi, istanti in cui tutto è al posto giusto e nel momento giusto. Ma la sensazione è diventata di pace quieta, di armistizio, finalmente, con me stessa.
Come ieri notte, mentre la nana grande leggeva l’ultimo capitolo di Pattini d’argento a voce alta, e io ascoltavo, con la nana piccola accoccolata sul petto. Ascoltavo la passione che metteva in quella lettura, l’intonazione partecipe e affatto cantilenante, le diverse voci per i diversi personaggi, e pensavo che se sono riuscita a trasmetterle quell’amore per la lettura, così palese e totalizzante, almeno una cosa buona, una, devo averla fatta nella vita. E anche in quel momento è stato come uscire dal mio corpo e vedere dall’alto un prezioso istante di vita familiare, fermato per sempre in un’istantanea che appunterò sul mio cuore.
Questa per me è la felicità.

Insegnare ai bambini il valore dei soldi

Qualche giorno fa una maestra delle nane mi ha raccontato che nelle tasche di diverse felpe e grembiulini dimenticati a scuola erano stati ritrovati dei soldi. Pensavo di trattasse di qualche monetina, invece con mio grande stupore si parlava di banconote da 20 e da 50 €. Sono rimasta sconcertata, lo ammetto, e come al solito mi sono chiesta: sono io strana o sono esagerati gli altri genitori?

Raramente le mie figlie hanno soldi a disposizione, e quando ne do loro è sempre per un fine specifico e un importo estremamente limitato. Ad esempio, occasionalmente concedo loro di acquistare la merenda dal bar vicino a scuola, quindi le munisco di un paio di euro. Non mi viene in mente a cosa potrebbero servire 20 € in mano ad un bambino di meno di dieci anni, durante una mattinata a scuola. Anzi, davanti agli occhi mi si formano subito le immagini di bulletti in erba che taccheggiano i compagni, pretendendo una quotidiana tangente. Paura.
Dunque, come mai nelle tasche dei bambini delle scuole elementare ci sono cifre utili per una spesa al supermercato? Illuminatemi voi se potete.
Senza voler dare dei giudizi (magari quei soldi erano stati dati ai bambini per un validissimo motivo, e poi sono rimasti nella felpa perduta e mai reclamata) mi chiedo a che età sia giusto iniziare ad insegnare ai figli il valore dei soldi. E mi viene da rispondere: presto. E’ un concetto difficile perché si collega alla misurazione delle quantità, e quantità molto grandi (quanto costa comprare una casa?) risultano anche astratte agli occhi dei bambini. Ricordo che quando avevo circa 6 anni mio padre ebbe un bruttissimo incidente d’auto, dal quale uscì miracolosamente illeso. Non altrettanto la sua auto, portata via da una gru e rottamata senza passare dal via. Perché vi racconto questo? Perché io, nella mia ingenuità seienne, ruppi il salvadanaio, infilai tutte le monete in una busta da lettere, e con molto orgoglio gliela consegnai accompagnata da un bigliettino che diceva più o meno così: “con questi soldi potrai ricomprarti la macchina”. Non avevo ben chiara la grandezza della cifra che sarebbe servita davvero…
Queste cifre però sono un’eccezione; invece nelle spese di tutti i giorni possiamo tentare di spiegare ai nostri figli il valore dei soldi. Detesto sentir dire alle nane: – se lo rompi/perdi pazienza, tanto lo ricompriamo – Non c’è sempre Mastercard! 
Il punto per me più importante è stato insegnare loro che il denaro consegue al lavoro. Ho raccontato loro il ciclo del denaro un po’ come fosse la catena alimentare: per vivere abbiamo bisogno di tante cose, che si comprano con i soldi. I soldi si guadagnano lavorando, per questo tutti lavoriamo (discorso a parte per le mamme a tempo pieno, che lavorano a casa e consentono dei risparmi che di fatto sono pari ad un guadagno!) e ognuno di noi deve fare la propria parte in famiglia e nella società. I soldi che utilizziamo per comprare le cose che ci servono vanno nelle tasche di qualcun altro, per esempio il venditore, che li userà a sua volta per comprare ciò che gli occorre per vivere. 
Un altro aspetto importante è che i soldi non sono infiniti. Per questo, prima vengono le cose indispensabili, e poi il superfluo. Banalmente: se andiamo al supermercato e spendiamo tutto in caramelle, non ci resteranno soldi per la pasta e il latte. 
Il fatto che il denaro sia limitato comporta anche che dobbiamo fare delle scelte su come usarlo. Tratto dalla nostra vita familiare: se quest’anno vuoi fare il corso di disegno, dovrai fare a meno di quello di teatro. E viceversa. Scegli tu quale preferisci. 
Sono favorevole a che i bambini abbiano delle piccole cifre e che le gestiscano in autonomia. Anche se ai nostri occhi le sperperano in idiozie, a patto che siano veramente cifre irrisorie e che le abbiamo messe da parte da sé, monetina dopo monetina. Mi ha sconvolta sentire da alcune amiche della nana grande che la fatina dei dentini aveva lasciato sotto il cuscino 60€! 
Difficilmente regalo soldi alle bambine; a volte tuttavia lo faccio come premio per il loro lavoro. Ma non per qualsiasi lavoro. Le nane hanno i loro piccoli compiti domestici, come rifarsi il letto e tenere in ordine la stanza, e non le premio se semplicemente svolgono il loro dovere. In fondo, a me nessuno dà un premio se preparo il pranzo…
Ma ci sono delle volte in cui loro fanno di più, fanno meglio, fanno spontaneamente senza che debba chiedere la stessa cosa mille volte. Ad esempio stamattina la nana piccola mi ha aiutata a svuotare la lavastoviglie e a preparare la colazione. Inoltre ha rifatto il mio letto (meglio di come l’avrei fatto io) senza che nemmeno glielo chiedessi. Come premiare tanta buona volontà? Con un abbraccio commosso e una monetina. Ha deciso che vuole un lettore Mp3 per ascoltare la musica di quella nota boyband di cui la sorella maggiore è appassionata, e piano piano raggiungerà la decina di euro che le occorre. Entrare in un negozio di elettronica e comprarglielo sarebbe stato più semplice, in fondo non è una grande cifra, ma sono certa che poter dire a se stessa e al mondo che l’ha comprato con i SUOI soldini la farà sentire molto più gratificata. E si godrà il suo premio molto di più, essendoselo guadagnato con il suo lavoro e avendo dovuto aspettare qualche tempo per averlo. Se poi invece, abbagliata dalla moneta fra le sue mani, deciderà di spenderla in edicola per un pupazzetto, pazienza. Vorrà dire che il suo obbiettivo si allontanerà un po’ nel tempo. Anche questo è un insegnamento utile: mettere da parte il denaro con un obbiettivo preciso e saper attendere.
Come vi comportate voi riguardo ai soldi con i vostri figli?

Questo post partecipa al Blogstorming di ottobre su Genitoricrescono