Yes, I can!

“Yes, I can!” sembra essere il motto della nana piccola da qualche settimana a questa parte. In pratica sta attraversando una fase di autostima estrema, in cui vuole cimentarsi in cose nuove, con la ferma convinzione di potercela fare. E ce la fa.
Ce la fa proprio perché è convinta di potercela fare, questa è l’idea che mi sono formata osservandola giorno per giorno. Non è una tautologia.
Come sabato pomeriggio: festa di una compagna della sorella al pala-ghiaccio. Bambine dai nove anni in su si affollano lungo la ringhiera, malferme sui pattini. Qualcuna, più grande e con più familiarità con il luogo, attraversa la pista quasi con disinvoltura. Ragazzi e ragazze scivolano, cadono, si rialzano ridendo e trascinandosi a vicenda sulla pista fredda e scivolosa.
La nana piccola è, come sempre, la più piccola. E’ il suo destino, forse. Troviamo un paio di pattini n. 28 e lei, per mano al papà, entra sulla pista. Li vedo al centro, il punto più tranquillo, mentre lui pazientemente le spiega quale posizione tenere per non perdere l’equilibrio. Li osservo fare qualche passo insieme, andare fino alle ringhiere e poi di nuovo verso il centro. Due, tre volte. Poi vedo che mio marito le lascia la mano e lei parte da sola, piano piano, concentratissima. Solleva lo sguardo e mi rivolge un sorriso radioso, mentre un passo dopo l’altro arriva fino da me. Pattinando. Dire che è galvanizzata non rende l’idea. Cammina, anzi pattina, ad un metro da terra. Le chiedo se vuole uscire dalla pista, se è stanca, se ha freddo, e lei mi risponde un NO scandalizzato. E’ una delle ultime a lasciare il ghiaccio, richiamata dalle pizze fumanti che stanno raggiungendo i tavoli.
Mi viene in mente di quella volta che ha voluto concludere a tutti i costi il percorso sospeso, e di come dopo fosse felice e fiera di se stessa. Mi ricordo di quando ha imparato ad andare in bici senza rotelle, della determinazione che ci ha messo, di come io la guardavo preoccupata mentre tentava di mantenere l’equilibrio e mi sforzavo di sorridere e fare finta di niente.

Mi viene in mente, ancora, di come dopo un avvio lento a scuola lei sia letteralmente fiorita e sia orgogliosa del lavoro che svolge in classe. Vederla affrontare i compiti in allegria (e rapidamente) è una gioia, sentirla raccontare delle cose meravigliose che ha imparato mi scalda il cuore. Si sente felice e gratificata nel raggiungimento dei suoi piccoli grandi obbiettivi.
Il suo entusiasmo è così contagioso da essermi di insegnamento. Ho imparato una lezione importante: bisogna crederci. Avere fiducia in se stessi è già metà del lavoro quando ci si pone un obbiettivo. Avete notato che le persone pessimiste trovano continue conferme del proprio sguardo negativo sul mondo? E che invece quelle ottimiste, al limite dell’incoscienza, spesso raggiungono i propri sogni per quanto pazzi e poco realistici potessero apparire?
Entusiasmo, determinazione, fiducia in se stessi, capacità di sbagliare con un sorriso e rimettersi in piedi senza frignare. Tutte cose che mi ha mostrato quella bassetta dai capelli lisci. Quella che ha ancora i ponfetti nelle mani.

Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza

Qualche settimana or sono la nana grande ultimava i compiti e io le facevo compagnia sfogliando un settimanale che mia madre aveva dimenticato a casa. Pagine di gossip più o meno travestito da notizia scorrevano sotto i miei occhi, mentre in sottofondo mia figlia, in uno dei suoi attacchi di pocavogliadistudiare, si lamentava: troppo difficili questi compiti, troppi, troppo lunghi… una nenia che andava avanti mentre io pazientemente facevo il contrappunto, spiegando che la scuola è il lavoro dei bambini. Come veniva ripetuto anche a me 30 anni fa, nei miei pomeriggi di pocavogliadistudiare. Lei mi risponde che preferirebbe lavorare davvero piuttosto che arrabattarsi sui quaderni, e mentre dice ciò, sulla rivista tra le mie mani, in mezzo ai servizi dedicati all’ultima fiamma dell’ultima wannabe velina, compare un pezzo sul lavoro minorile.
Mandato dal cielo forse, per spiegare ad una bambina europea di otto anni che cosa significa davvero, in certe parti del mondo, il lavoro dei bambini. Foto di bambine che impastano mattoni di fango, maschi e femmine impegnati nelle miniere, ovviamente senza alcun tipo di protezione. Ecco i bambini che cuciono i palloni e le famose scarpe da tennis e quelli che assemblano componenti elettronici per dodici ore al giorno: tra i più fortunati, forse, di questo tristissimo catalogo di umanità. Ci sono anche, infine, le foto delle baby prostitute sulle quali confesso che ho tentato di cavarmela con spiegazioni piuttosto vaghe e una fitta allo stomaco davanti a quei visetti deturpati dal trucco.
La reazione è istantanea: mia figlia si rimette al lavoro e termina i suoi compiti senza ulteriori lamenti, molto colpita nel constatare che essere bambini non è un fatto scontato, almeno in certe parti del mondo. Proprio per questo la ricorrenza del 20 novembre, giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, conserva ancora tutto il suo significato (in ricordo di quel giorno del 1989 in cui venne firmata la Convenzione per i diritti dei bambini) e merita di essere ricordata.
Nel 2013 vi sono ancora luoghi in cui l’infanzia non è riconosciuta come una fase peculiare e delicatissima dell’esistenza e pertanto non viene tutelata; paesi in cui il bambino è riguardato come fonte di reddito e sostentamento alla famiglia, pertanto il suo sviluppo come persona passa in secondo piano. Luoghi lontani, certo; eppure ci sono episodi di negazione del diritto all’infanzia anche nella nostra società c.d. evoluta, in cui i bambini sono amati, vezzeggiati, trattati come oggetti preziosi e spesso lungamente attesi.
Ai nostri figli neghiamo il diritto di essere bambini quando per il solo fatto che sono bambini li trattiamo con disprezzo, minimizziamo i loro piccoli dolori, li umiliamo (c.d. trauma dell’adultismo), oppure viceversa li trattiamo con una condiscendenza che offende la loro intelligenza e la loro personalità. O tutte e due le cose a seconda del momento e della situazione. Ci dimentichiamo, a volte, che i bambini sono piccole persone complesse e sensibili, che meritano rispetto in quanto tali. Neghiamo i loro diritti quando siamo incapaci di ascoltarli, quando riversiamo su di loro, più o meno consapevolmente, il nostro stress e i nostri problemi. Quando li trattiamo come confidenti dei genitori e li costringiamo ad essere adulti prima del tempo, responsabilizzandoli oltre il dovuto.
Neghiamo il loro diritto ad essere bambini anche quando lasciamo che si adeguino a mode e modi dei ragazzi più grandi di loro, senza intervenire per cercare di proporre loro attività, interessi, e modi di vivere equilibrati per la loro età, compromettendone in questo modo un sereno sviluppo.
La mia vuole essere un’estremizzazione del discorso, per richiamare l’attenzione di tutti e indurre una riflessione: anche nella nostra civilissima Italia, e forse perfino in casa nostra, a volte i diritti dell’infanzia vengono negati, o quantomeno piegati ed interpretati ad uso e consumo degli adulti.
Già il solo fatto che i nostri figli siano stressati e conducano una vita frenetica, simile a quella degli adulti, infarcita di attività extracurriculari scelte per riempire i pomeriggi mentre i genitori sono impegnati con il lavoro, che dormano la notte un numero di ore insufficiente, non è un forzare i nostri figli ad un modus vivendi che è inadeguato per la loro età?
Certo, il più delle volte si tratta di scelte obbligate, imposte da una società che, a dispetto di quanto le pubblicità vogliono farci credere, non è per niente incentrata sul valore del bambino e della famiglia. Ma se ci fermassimo un attimo, se per un momento cercassimo di tirar fuori la testa dall’acqua e smettessimo di nuotare in questa corrente che ci avvolge e ci porta via, se per un istante guardassimo il paesaggio sulle rive del fiume, forse capiremmo che possiamo fare davvero tanto per i nostri figli ed il loro diritto di essere bambini. A cominciare da oggi, dalle piccole cose.

Attività con i bambini: Birdwatching urbano

Quando programmiamo qualche attività all’aria aperta da proporre ai nostri figli durante il weekend non dobbiamo necessariamente pianificare di allontanarci dalla città, alla ricerca di spettacoli naturali da osservare e studiare. Spesso questi si nascondono dietro l’angolo e aspettano solo di venire scovati.
Nella mia città ad esempio non è infrequente vedere ampie colonie di piccoli pappagalli verdi (credo parrocchetti monaci, ma correggetemi se sbaglio), che hanno saputo adattarsi al contesto urbano trasformandolo nel proprio habitat. Domenica scorsa abbiamo portato la nana grande a mettere alla prova i suoi binocoli nuovi di zecca in un “birdwatching urbano” nella zona dove abitano i miei genitori: un quartiere di villette ricco di verde, nel quale il viale principale, fiancheggiato da palme altissime, è diventato appannaggio esclusivo di questi bellissimi pappagallini.
Ci siamo posizionati sotto le palme, in posizione un po’ defilata, e abbiamo osservato i volatili entrare ed uscire dai loro nidi di rametti, costruiti con una forma cilindrica. Ogni nido appariva abitato da una coppia di uccelli, e i nidi erano tutti vicini gli uni agli altri, come in una specie di condominio.

in alto, tra una foglia e l’altra, sono visibili i “cilindri” di bastoncini che costituiscono i nidi
Li abbiamo poi osservati mangiare dalle mangiatoie che gli abitanti del quartiere hanno predisposto lungo una recinzione metallica che costeggia il viale alberato.
si pranza!
Li abbiamo ammirati a lungo mentre si cibavano e si chiamavano tra loro con lunghe strida gioiose, volando dalle palme alla rete e indietro. 
Tornati a casa abbiamo fatto qualche ricerca su queste specie di pappagalli, e su come si siano adattati a vivere in città in diverse parti d’Italia. Probabilmente si tratta di coppie sfuggite alle gabbie o liberate dai proprietari, che poi hanno proliferato grazie al clima mite e alla vegetazione idonea, arrivando a costituire colonie piuttosto ampie.
Vi capita mai di osservare la natura in città?

Lo sport come scuola di vita. Guest post

Ho sempre pensato che lo sport fosse un elemento importante nella crescita di un bambino, strumento utilissimo per acquisire maggior consapevolezza e controllo del proprio corpo, sotto la guida di persone esperte. Poi mi è capitato di sposare uno sportivo, proveniente da una famiglia di sportivi incalliti, ed ho dovuto rivedere in parte questa mia opinione. Lo sport, infatti, non è solo movimento ed educazione del corpo, possibilmente all’aria aperta; è anche, o forse soprattutto, un momento educativo fondamentale, di cui spesso sottovalutiamo la portata. Nello sport si ritrovano le medesime situazioni di conflitto e collaborazione che si presentano nella vita, per questo penso che i genitori, prima ancora degli istruttori e allenatori, dovrebbero insegnare ai propri figli il giusto approccio ad esso. Un approccio che potranno applicare alla vita senza timore di sbagliare.
Per questo ho pensato di chiedere a mio marito di fare un guest post per il blog, raccontando della sua esperienza di padre e di allenatore di bimbi in una Scuola Calcio. La Mediterranea Calcio a 5 è una realtà che esiste da prima della mia entrata in scena nella sua esistenza, una realtà che ha saputo portare avanti negli anni (ne avevo parlato già qui), e alla quale almeno all’inizio mi sono dovuta adattare (guardate cosa scrivevo in merito ormai quasi 10 anni fa, fresca sposa del capitano!).
Lascio quindi la parola a Corrado, e attendo i vostri commenti.

Sono cresciuto con il mito di Wimbledon, dove la tradizione (e l’educazione) contano molto più del mero risultato sportivo. E quando da ragazzo ipotizzavo di avere delle figlie femmine, il miraggio di vederle partecipare ai Championship era un pensiero dolce nella mia testa.
Ma da appassionato di tennis ho scoperto presto le storie che c’erano dietro molti trionfi. Storie di padri tiranni e di fini (la fama per la figlia, la ricchezza per tutta la famiglia) che giustificavano i mezzi (vagamente, si fa per dire, coercitivi; capaci di rovinare un’infanzia). Esemplari quelle dei miti Graf e Agassi, campioni alfine sposi, raccontate nella splendida biografia di lui.
E così, quando le figlie le ho avute sul serio, mi sono dato un principio: nessun “fine superiore”, nessun “è per il tuo bene” avrebbe mai procurato un disagio prolungato ed un senso di rifiuto in loro. So che ci sono campioni che hanno lavorato sodo senza esercitarsi a suon di urla dei padri. Se le mie figlie diventeranno campionesse di qualcosa in questo modo, ben venga. Se, come è molto più probabile, impareranno degli sport senza “sfondare”, ben venga lo stesso. Vorrà dire che si procureranno da vivere in altro modo.
Epperò una regola è stata chiarita loro, dal primo anno in cui sono state abili ed arruolabili per la loro prima attività sportiva: una volta scelta la disciplina sportiva, in piena libertà, l’iscrizione avrebbe significato impegno. Impegno a non smettere dopo un mese. Impegno a non cambiare sport se non al termine della stagione. Impegno a non saltare mai l’allenamento (salvo, va da sé  cause di forza maggiore, come l’influenza). Anche divertirsi – vuole essere il messaggio educativo – comporta un minimo di regole da rispettare. E di sacrificio. Ho fatto troppo sport per non sapere che le stagioni più belle (e le vittorie più memorabili) hanno comportato l’aver stretto i denti e l’essere andati avanti anche nei momenti di scoramento.
Ora come istruttore di una Scuola Calcio (a 5), vedo genitori applicare questi stessi principi, ma anche altri approcciare la materia da punti di vista totalmente differenti. Vedo bambini che a 6 anni hanno la responsabilità di scegliere tra due o tre discipline diverse, avendo la possibilità di cambiarle di mese in mese. Mamme che consentono al giovane atleta di interrompere la lezione, sedersi vicino a loro, poi riprendere quando vogliono. Genitori che al secondo mese, magari dopo aver pagato la quota annuale, mi annunciano che il pargolo ha cambiato idea, che d’ora in poi farà basket (o inglese: come se uno sport ed un’attività didattica fossero interscambiabili). Ovviamente, nel mio piccolo, non sono d’accordo.

Ripeto (poiché sospetto che qualche lettore stia pensando a questo punto: ecco il solito nazista che tratta un’esperienza ludica come un’iscrizione coatta ai lavori forzati): lo sport, specie da bambini, deve essere prima di tutto e sopra tutto divertimento. E come istruttore il mio impegno è quello di ripagare il privilegio di stare in campo coi bambini, di esser per loro una guida, con il tentativo di non farli annoiare nemmeno per un minuto; di rendere le ore settimanali al campo qualcosa di così piacevole che nella vita non vorranno mai smettere di fare sport. Ma proprio per questo, credo di dover contribuire a insegnare loro il rispetto delle regole. Che poi, mi pare, è alla base del concetto stesso di sport (e di esistenza?).




Se le mie figlie, o i giovani che oggi alleno, fra un po’ di anni sapranno non cedere alla tentazione del divano e non saltare l’allenamento della loro squadra dilettante (e così non lasciare in panne allenatore e gruppo); se sfrutteranno la disciplina imparata nello sport in campo lavorativo o per impegnarsi ad essere le persone che vogliono essere o, ancora, per mantenere gli impegni presi con gli altri; in una parola: se ciò che imparano oggi attraverso questo modo di fare sport servirà loro ad essere persone di successo, il mio impegno sarà servito a qualche cosa.

BLS-D: Basic Life Support and Defibrillation

Un pomeriggio come tanti di un paio d’anni fa. In cucina, le nane sbocconcellano dei biscotti. Improvvisamente alla nana piccola ne va di traverso un pezzetto ed io, mentre lei tossisce convulsamente, le dico “guarda l’uccellino!” invitandola ad alzare il capo per favorire la deglutizione. L’espediente non serve e così passo alle pacchette sulla schiena, mentre lei continua a tossire e il viso le diventa sempre più rosso. Non sono preoccupata, mi pare normale amministrazione. Capita quando si mangia e ride e ci si agita sulla sedia nello stesso momento. Ad un certo punto però lei fa come un sospiro e la tosse le si interrompe. Rimane immobile, con lo sguardo perso nel vuoto. Il sangue defluisce via dal viso e la nana grande mi dice: guarda, le stanno venendo le labbra blu!. Quella frase fa come suonare un campanello nella mia testa: questa NON E’ ordinaria amministrazione. E in quel momento, è come se uscissi dal mio corpo ed iniziassi a guardare la scena da fuori: il tempo rallenta ed io mi vedo alzarmi dalla sedia, prenderla da dietro stringendola al petto, dove finiscono le costole. Ho un vago ricordo di una manovra da fare in questi casi, ma come si chiama? Forse manovra di Heimlich, ma non ho il tempo di pensarci su. Non so esattamente quale sia il punto del torace in cui praticarla, ma in quell’attimo di calma allucinata mi vedo comprimerle il diaframma due, tre, quattro volte, mentre lei è come un pupazzo tra le mie braccia. La nana grande mi fissa con gli occhi sgranati, ammutolita. Qualche secondo dopo, la piccola ha un singulto e sputa fuori il pezzo di biscotto incriminato; il suo viso riprende immediatamente colore e così, devo ammetterlo, pure il mio. Quanti minuti sono passati da quando tutto è iniziato? Non lo saprò mai, ho vissuto come in un film al rallentatore, ma ora che il pericolo è passato, che mia figlia è lì, un po’ stordita e tossicchiante, ma VIVA, tutta l’emotività e la paura, e quei pensieri che non hanno un nome ma sono il terrore di ogni madre mi assalgono all’improvviso e scoppio a piangere. Sono stata fortunata. Non sapevo esattamente cosa stavo facendo, ma la sorte mi ha aiutata a farlo nel modo giusto. Piccole differenze nel praticare la manovra avrebbero potuto risultare fatali.
Perché vi racconto tutto questo? Perché ieri il mio ente ha fatto fare ai dipendenti un corso di BLS -D, ovvero di Basic Life Support and Defibrillation (supporto di base alle funzioni vitali e defibrillazione), attraverso il quale abbiamo imparato, da laici – cioè non medici – quelle manovre che servono ad intervenire in caso di arresto cardiaco, respiratorio, e per la disostruzione delle vie aeree. Abbiamo imparato come usare in sicurezza il defibrillatore semiautomatico, strumento preziosissimo ancora poco diffuso nel nostro Paese. Purtroppo.
Ho lasciato l’ufficio che era ormai notte, dopo aver provato infinite volte il massaggio cardiaco, la manovra di Heimlich (era proprio lui!), la respirazione bocca a bocca su un apposito manichino, e mi sono portata via una nuova consapevolezza, la serenità che se di nuovo mi accadesse un evento simile a quello che già ho vissuto, o peggiore, saprei cosa devo fare per evitare il peggio e arginare la situazione in attesa dell’arrivo di soccorritori esperti.
Queste manovre sono davvero fondamentali, e se praticate immediatamente dopo l’arresto cardiaco aumentano il tasso di sopravvivenza del doppio o anche del triplo. Sapevate che dopo dieci minuti di assenza di ossigeno al cervello i danni che ne conseguono, ammesso che il paziente poi sopravviva, sono in linea di massima irreversibili? Ecco perché tutti, ma proprio tutti, dovremmo conoscere almeno le basi del BLS. Sarebbe utile ad esempio che nelle scuole i ragazzi seguissero dei corsi, così come coloro che praticano sport, affinché eventi tristissimi come quello del calciatore Piermario Morosini non abbiano a verificarsi mai più.

La catena della sopravvivenza

Vi invito a consultare i numerosi materiali presenti in rete, come questo manuale destinato agli operatori del 118. Esiste anche il sito della Italian Resuscitation Council, l’organizzazione che ha predisposto il corso che ho seguito io, ma se digitate Basic Life Support in un motore di ricerca vi appariranno molte altre risorse utili.
Non aspettiamo di trovarci nella situazione di emergenza, con l’idea che questi eventi capitino sempre agli altri, facciamoci trovare preparati, perché anche un minuto può fare la differenza!

Disclaimer: non sono un medico e ciò che riporto non vuole sostituirsi ai pareri degli esperti del settore. Racconto solo la mia esperienza di privato cittadino, come tale suscettibile di errori e imprecisioni.

Di nani pentiti e riflessivi

Festicciola in casa di amici. Nella baraonda, la nana piccola adocchia un set di smalti per unghie per bambine, di quelli che vanno via con l’acqua. Per chi non avesse letto il mio blog prima di oggi, una di quelle cose che per me simboleggiano la pinkification (ma guardate anche qui e qui), sotto l’aspetto di una sessualizzazione precoce delle bambine. Un giocattolo quindi che io osteggio, e che le mie figlie, ovviamente, bramano. E’ una specie di legge naturale: proibisci e accrescerai l’interesse.
La nana piccola, morbosamente attratta dall’oggetto, chiede alla proprietaria treenne il permesso di portarsi via la boccetta. Lei acconsente, non pienamente consapevole della portata delle sue parole, e così mia figlia se la mette in tasca, di nascosto da me e dalla mamma di Costanza, con la scusa del “me l’ha regalato!”.
Io non mi accorgo di niente fino al momento della buonanotte che, chissà perché, a casa mia è sempre foriero di riflessioni filosofiche infantili. Poi noto una faccia contrita, uno sguardo sfuggente, una lacrimuccia che tremola all’angolo dell’occhio, e una manina che mi attira a sé e mi dice:
– ho fatto una cosa brutta. Ma poi il riflettimento del mio cervello mi ha fatto capire che ho sbagliato-
Trattengo il fiato per non scoppiare a ridere, sfottendo per la sua poca padronanza dell’italiano la piccola rea confessa. La manina si apre rivelando la boccetta incriminata.
– l’ho presa lo stesso anche se non avevo il permesso dei grandi. Poi ci ho pensato, e lo so che non si fa. Mi sgridi, vero? –
A questo punto mi si aprono davanti più strade:
a) sgridarla per l’indebita appropriazione e per la circonvenzione di nana piccolissima;
b) abbracciarla e dirle che le voglio bene, ma che il maltolto va comunque reso alla legittima proprietaria;
c) dirle che non fa niente, tanto non è una cosa di valore, sicuramente Costanza ne avrà molti altri.

Io ho scelto la b), che la c non la voglio nemmeno prendere in considerazione, parendomi un pessimo messaggio educativo, e pure la a) mi è sembrata inappropriata, un po’ miope. Perché se uno è pentito, per me ha già trovato la sua punizione, che consiste nel malessere che si prova quando si capisce di aver compiuto un atto sbagliato. Perché la verità, e il coraggio di dirla, per me vanno sempre premiati. Mettiamo che avessi trovato la boccetta la mattina dopo; mia figlia mi avrebbe potuto dire che la mamma di Costanza le aveva dato il permesso di prenderla, e io non mi sarei resa conto di ciò che era effettivamente accaduto. Invece ha preferito correre il rischio di venire sgridata o punita, e dirmi la verità. Forse sbaglio, ma io in quel momento sono stata orgogliosa della mia quattrenne. Perché dentro di sé ha lottato contro il primo impulso, quello di sottrarre una cosa non sua e tenerla nascosta, e ha fatto vincere quei valori che faticosamente giorno per giorno cerchiamo di inculcarle. Ha fatto un piccolo passo verso la maturità, e per questo l’ho stretta forte a me e le ho detto quanto le volessi bene. Ciò non toglie che stamane lo smalto sia stato riconsegnato alla sorella della derubata, che è in classe con mia figlia.
Anche io ho imparato una piccola lezione da questo evento: che a voler essere integralisti nel portare avanti le proprie idee, per quanto teoricamente buone e giuste come io ritengo sia la mia battaglia contro la pinkification, talvolta si rischia di cadere nell’effetto paradosso, ragion per cui – a denti stretti – qualche passata di smalto rosa per bambine in futuro la concederò. Amen!

Otto anni e una birth story

Otto anni fa, alle 10,00 ero in ospedale, attaccata alla macchinetta per il tracciato. Le contrazioni mi facevano morire ma io avevo giurato a me stessa che avrei mantenuto un certo aplomb (chissà perchè poi…), quindi tentavo disperatamente di far buon viso a cattivo gioco. Chiedo perdono a mio marito al quale ho stritolato una mano per non urlare.
Dopo un po’ passa un’ostetrica e mi dice, osservando la lunga striscia di carta che pendeva dalla macchina: – signora, qui non si muove niente, altri dieci minuti e la stacchiamo e se ne torna a casa. Poi ritorna quando è davvero in travaglio! – Mi guarda con la condiscendenza con cui si guardano le primipare: inesperte e ansiose, e so già che ha etichettato pure me. Ma io non ci sto: la afferro per una manica e le sibilo: – io di qui non mi muovo! Chiami il primario!! – con quella voce che riservo solo alle “occasioni speciali” e che mi fa sembrare un personaggio di Quentin Tarantino. Infatti l’ostetrica fugge a gambe levate e torna poco dopo con il primario. Lui sposta l’aggeggio che rileva le contrazioni lungo la mia pancia e, magicamente, le contrazioni iniziano a comparire sul tracciato. E sono belle toste, potenti, ravvicinate. Mi sento trionfante e terrorizzata al tempo stesso: finalmente nessuno parla più di mandarmi a casa, nessuno ironizza sul mio essere al primo parto, e tutti mi si danno da fare attorno. Sta succedendo davvero. Oscillo tra l’idea di andarmene sul serio a casa, e far finta di niente (come se fosse possibile) e l’eccitazione perché tra poco conoscerò la mia piccola.
E poi in un attimo tutta la situazione subisce un’accelerata incredibile, e io mi ritrovo catapultata dalla quiete relativa della stanza travaglio, alla frenetica ma organizzata sala parto. Nel frattempo ho anche perso di vista mio marito, ma in compenso è arrivato mio padre e sta scherzando coi colleghi ginecologi, cosa che mi fa sentire subito rassicurata. Ma avrei anche voglia di dargli un pugno: non c’è niente da ridere!! Quando tutto sarà finito, lui giurerà che io l’ho praticamente costretto ad entrare, mentre lui non ne aveva la minima intenzione. Sarà vero? A me è parso che sbucasse dal nulla.
Di quell’ultima fase non ricordo granché, perché è stata così rapida, grazie a Dio, e così concitata, che l’adrenalina mi faceva perfino fischiare le orecchie. So solo che ad un certo punto l’ostetrica, con cui avevo cessato le ostilità, mi poggia sul petto un esserino tutto sporco e urlante, che mi pare enorme e minuscolo al tempo stesso, con i capelli nerissimi e le labbra super carnose. Erano le 14,14.
Allungo un dito verso di lei, timidamente, e l’ostetrica mi dice: – tocchi, tocchi pure signora, è tutta roba sua! – e io scoppio a ridere, e improvvisamente è ricomparso mio marito, buffissimo in camice e cuffietta, e invece mio padre è scomparso e mi viene il dubbio di essermelo immaginato.
– Ciao – le dico – piacere di conoscerti, io sono la tua mamma –
E questo è stato il primo incontro con la nana grande, che oggi compie otto anni. La prima a chiamarmi Mamma, la mia cavia dell’essere madre. Poveretta! Con lei tutto è stato nuovo, tutto è stato una prima volta, nel bene e nel male. Nelle cose meravigliose e nei mille errori che ho fatto e continuerò a fare. Lei è il mio apripista e la mia guida, è lei che mi prende per mano e mi porta per il mondo.
Auguri amore mio.