Lo sport come scuola di vita. Guest post

Ho sempre pensato che lo sport fosse un elemento importante nella crescita di un bambino, strumento utilissimo per acquisire maggior consapevolezza e controllo del proprio corpo, sotto la guida di persone esperte. Poi mi è capitato di sposare uno sportivo, proveniente da una famiglia di sportivi incalliti, ed ho dovuto rivedere in parte questa mia opinione. Lo sport, infatti, non è solo movimento ed educazione del corpo, possibilmente all’aria aperta; è anche, o forse soprattutto, un momento educativo fondamentale, di cui spesso sottovalutiamo la portata. Nello sport si ritrovano le medesime situazioni di conflitto e collaborazione che si presentano nella vita, per questo penso che i genitori, prima ancora degli istruttori e allenatori, dovrebbero insegnare ai propri figli il giusto approccio ad esso. Un approccio che potranno applicare alla vita senza timore di sbagliare.
Per questo ho pensato di chiedere a mio marito di fare un guest post per il blog, raccontando della sua esperienza di padre e di allenatore di bimbi in una Scuola Calcio. La Mediterranea Calcio a 5 è una realtà che esiste da prima della mia entrata in scena nella sua esistenza, una realtà che ha saputo portare avanti negli anni (ne avevo parlato già qui), e alla quale almeno all’inizio mi sono dovuta adattare (guardate cosa scrivevo in merito ormai quasi 10 anni fa, fresca sposa del capitano!).
Lascio quindi la parola a Corrado, e attendo i vostri commenti.

Sono cresciuto con il mito di Wimbledon, dove la tradizione (e l’educazione) contano molto più del mero risultato sportivo. E quando da ragazzo ipotizzavo di avere delle figlie femmine, il miraggio di vederle partecipare ai Championship era un pensiero dolce nella mia testa.
Ma da appassionato di tennis ho scoperto presto le storie che c’erano dietro molti trionfi. Storie di padri tiranni e di fini (la fama per la figlia, la ricchezza per tutta la famiglia) che giustificavano i mezzi (vagamente, si fa per dire, coercitivi; capaci di rovinare un’infanzia). Esemplari quelle dei miti Graf e Agassi, campioni alfine sposi, raccontate nella splendida biografia di lui.
E così, quando le figlie le ho avute sul serio, mi sono dato un principio: nessun “fine superiore”, nessun “è per il tuo bene” avrebbe mai procurato un disagio prolungato ed un senso di rifiuto in loro. So che ci sono campioni che hanno lavorato sodo senza esercitarsi a suon di urla dei padri. Se le mie figlie diventeranno campionesse di qualcosa in questo modo, ben venga. Se, come è molto più probabile, impareranno degli sport senza “sfondare”, ben venga lo stesso. Vorrà dire che si procureranno da vivere in altro modo.
Epperò una regola è stata chiarita loro, dal primo anno in cui sono state abili ed arruolabili per la loro prima attività sportiva: una volta scelta la disciplina sportiva, in piena libertà, l’iscrizione avrebbe significato impegno. Impegno a non smettere dopo un mese. Impegno a non cambiare sport se non al termine della stagione. Impegno a non saltare mai l’allenamento (salvo, va da sé  cause di forza maggiore, come l’influenza). Anche divertirsi – vuole essere il messaggio educativo – comporta un minimo di regole da rispettare. E di sacrificio. Ho fatto troppo sport per non sapere che le stagioni più belle (e le vittorie più memorabili) hanno comportato l’aver stretto i denti e l’essere andati avanti anche nei momenti di scoramento.
Ora come istruttore di una Scuola Calcio (a 5), vedo genitori applicare questi stessi principi, ma anche altri approcciare la materia da punti di vista totalmente differenti. Vedo bambini che a 6 anni hanno la responsabilità di scegliere tra due o tre discipline diverse, avendo la possibilità di cambiarle di mese in mese. Mamme che consentono al giovane atleta di interrompere la lezione, sedersi vicino a loro, poi riprendere quando vogliono. Genitori che al secondo mese, magari dopo aver pagato la quota annuale, mi annunciano che il pargolo ha cambiato idea, che d’ora in poi farà basket (o inglese: come se uno sport ed un’attività didattica fossero interscambiabili). Ovviamente, nel mio piccolo, non sono d’accordo.

Ripeto (poiché sospetto che qualche lettore stia pensando a questo punto: ecco il solito nazista che tratta un’esperienza ludica come un’iscrizione coatta ai lavori forzati): lo sport, specie da bambini, deve essere prima di tutto e sopra tutto divertimento. E come istruttore il mio impegno è quello di ripagare il privilegio di stare in campo coi bambini, di esser per loro una guida, con il tentativo di non farli annoiare nemmeno per un minuto; di rendere le ore settimanali al campo qualcosa di così piacevole che nella vita non vorranno mai smettere di fare sport. Ma proprio per questo, credo di dover contribuire a insegnare loro il rispetto delle regole. Che poi, mi pare, è alla base del concetto stesso di sport (e di esistenza?).




Se le mie figlie, o i giovani che oggi alleno, fra un po’ di anni sapranno non cedere alla tentazione del divano e non saltare l’allenamento della loro squadra dilettante (e così non lasciare in panne allenatore e gruppo); se sfrutteranno la disciplina imparata nello sport in campo lavorativo o per impegnarsi ad essere le persone che vogliono essere o, ancora, per mantenere gli impegni presi con gli altri; in una parola: se ciò che imparano oggi attraverso questo modo di fare sport servirà loro ad essere persone di successo, il mio impegno sarà servito a qualche cosa.

7 pensieri riguardo “Lo sport come scuola di vita. Guest post”

  1. Grazie a Corrado perché mi ha fatto pensare a cose a cui non avevo ai pensato, non essendo mai stata io la sportiva di casa: mio fratello tirava calci al pallone, e a me è toccato il pianoforte, come se una cosa sostituisse l'altra! Penso che far sport mi avrebbe aiutato nell'autostima e nelle relazioni (ne avrei avuto bisogno, visto che traslocavamo in continuazione) e voglio che entrambi i miei figli abbiano la possibilità di praticare uno sport, a scelta loro – e ora grazie a te ho qualche idea più precisa riguardo a come affrontare la cosa.A Giovanna, riguardo al tuo vecchio articolo: gli uomini sono sempre rotti e lamentosi, anche quando non fanno sport 😛

  2. @Silvia: tu hai avuto indubbiamente una storia particolare, ma mi sto rendendo conto sempre più di quanto lo sport sia essenziale nella costruzione dei rapporti interpersonali. Io ad esempio ho sempre praticato sport individuali e questo mi ha portato ad essere timida e poco capace di coordinarmi agli altri fino almeno alla scuola superiore, quando ho dovuto fare un grosso lavoro su me stessa per superare quest'ostacolo

  3. @Silvia: sì, ti capisco benissimo, indubbiamente lo sport di squadra mi è mancato come momento di formazione personale. Infatti quando la nana grande dopo 3 anni di danza classica ha deciso di cambiare non ho opposto troppa resistenza, convinta che la pallavolo sarebbe stata un'alternativa ottima per lo sviluppo di una sana competizione e di un giusto spirito collaborativo@Mamma Avvocato: grazie, mi fa piacere che la pensi come me, e come mio marito! Un abbraccio cara

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