Le ricette del Mercatino di Natale: Crema Gianduia da spalmare

Prima che sia troppo tardi per pensare di prepararla per le Feste, vi voglio lasciare la ricetta della Crema Gianduia da spalmare: una sorta di Nutella che per me è molto, molto più buona!
La ricetta non è farina, anzi Nutella, del mio sacco: tramandatami anni fa dalla mia amica Marzia, (qui il suo blog, purtroppo non aggiornato), che considero una vera maga della cucina.
Ve la trascrivo quindi come mi è stata data da lei, segnalandovi un paio di piccole varianti che ho introdotto.

Ingredienti:

400 gr di cioccolato bianco
200 gr di cioccolato fondente, almeno al 75% di cacao
200 gr di nocciole tostate e pelate, ridotte in farina
200 gr di olio di riso
100 gr di cacao amaro in polvere

A bagnomaria, sciogliere il cioccolato bianco e fondente. Consiglio di non lesinare sulla qualità del cioccolato che acquistate, pena risultati scadenti quando lo farete fondere. Mescolate bene, pulendo i bordi del tegame con una spatola di silicone.
Mentre il cioccolato si scioglie, polverizzate le nocciole nel frullatore. Qui io ho inserito una variante alla ricetta di Marzia, aggiungendo 4 cucchiai rasi di zucchero: oltre a conferire alla preparazione finale un sapore meno amaro e dunque più gradito ai bambini, evita che le nocciole frullate creino un impasto e restino agglomerate.
Quando il cioccolato sarà perfettamente sciolto, aggiungere a poco a poco la farina di nocciole, sempre mescolando, poi il cacao amaro setacciato. Altra variante, adottata sempre nell’ottica di una crema dal gusto meno fondente, seppure neanche lontanamente dolce e stucchevole come la crema di nocciole commerciale: solo 50 gr di cacao amaro contro i 100 suggeriti nella ricetta.
Aggiungere infine l’olio di riso. E’ in questo olio che sta la vera differenza con i prodotti da supermercato, che utilizzano il famigerato olio di palma, un prodotto dalle bassissime qualità nutrizionali, ricco di grassi nocivi, e che per di più sta conducendo alla deforestazione di alcune zone tropicali per far posto alle piantagioni di palme da olio, con gravi danni alle specie animali che nelle foreste tropicali trovano il proprio habitat naturale. Un prodotto che andrebbe evitato a tutti i costi, per questo quando compro io controllo maniacalmente le etichette di biscotti e prodotti dolciari in genere, che spesso lo contengono.
L’olio di riso invece è un olio nobile, ricco di proprietà nutritive, ed essendo poco saporito si presta bene ad essere usato nella preparazione dei dolci, dei quali non altera il gusto.
Quando avrete aggiunto l’olio, la vostra crema si presenterà molto liquida: niente paura, perchè una volta raffreddata si addenserà. Anzi, per gustarla al meglio è consigliabile intiepidirla per qualche secondo al microonde o a bagnomaria, in modo che ritorni fluida. L’assenza di schifezze chimiche infatti fa sì che da fredda tenda ad assumere una consistenza quasi solida. Per questo è preferibile invasettarla ancora calda. Io poi rovescio i vasetti chiusi, in modo da creare il sottovuoto, ma questa crema spalmabile si conserva comunque per un anno. O almeno, così afferma la mia amica… io non ho mai avuto modo di verificare, perchè ogni volta che la preparo si volatilizza in pochi giorni! Dei cinque vasetti che non ho venduto sabato scorso, al momento me ne sono rimasti due, e non è passata nemmeno una settimana dal mercatino!
Avevo intenzione di utilizzare i vasetti come segnaposto sulla tavola di Natale, quindi credo che durante il weekend dovrò prepararla di nuovo!

Il “mio” Ospedale

Attenzione! questo è un post ad alto contenuto emotivo! Se il fatto che una possa diventare sentimentale di fronte ad un ospedale vi turba – e non posso darvi torto – ci rivediamo al prossimo post, quando riprenderò a scrivere di mammità.
E proprio perchè questo è un post di sentimenti, non ci sarà spazio per l’analisi delle motivazioni politiche e amministrative che hanno portato alla progressiva chiusura dei reparti del vecchio San Giovanni di Dio. Non è un aspetto che mi interessa, né ho la competenza per discuterle.

Quell’ospedale, che era stato intitolato a San Giovanni, i cagliaritani lo chiamavano semplicemente Ospedale Civile, o meglio ancora “il Civile”, per contrapporlo a quello militare che sorgeva lungo la medesima via un centinaio di metri più in giù, dove la spianata che ospitava il maestoso palazzo neoclassico tramutava in un vicolo che scendeva verso il porto. Il Civile era stato eretto nel 1844 sul progetto del grande Gaetano Cima, ed aveva iniziato a funzionare qualche anno dopo. Per circa un secolo fu testimone silenzioso della vita cittadina, un’entità quasi dotata di vita propria, cui gli abitanti rivolgevano un lungo sguardo ammirato quando giungevano con fatica all’apice della salita di via San Giorgio. Guardava Castello, il Civile; alla sua destra Stampace digradava verso il mare ed a sinistra la strada riprendeva a salire verso l’anfiteatro romano e le carceri di Buoncammino. Un ospedale al centro della città, nel crocevia degli antichi quartieri, accoglieva i visitatori col suo fresco atrio circolare, nel quale le grandi finestre si aprivano verso il lussureggiante giardino interno e la sua fontana di marmo: una festa per gli occhi e una promessa di benessere.


photo via http://cagliaritana.blog.tiscali.it/



Durante la seconda guerra mondiale il Civile fu protagonista, o meglio vittima, di uno dei terribili bombardamenti che rasero al suolo la maggior parte della città. All’epoca, mio nonno Antonio era un giovane medico ambizioso che lavorava proprio in quell’ospedale. Quando le bombe caddero sull’edificio, centrando in pieno la tromba dell’ascensore, lui si trovava in reparto e si salvò saltando dalla finestra del primo piano. Si fratturò un piede ma ebbe salva la vita e potè così rendersi utile nel soccorrere i molti feriti che quell’incursione lasciò dietro di sé. 
Anni dopo, quando le ferite della città erano state curate e l’ospedale era ritornato ai suoi antichi splendori, un altro giovane medico percorse quei lunghissimi corridoi circolari. Teneva per mano una bambina dai boccoli biondi, con gli stessi occhi scuri che sfoggiava lui e che, prima di lui, aveva sfoggiato suo padre, il medico che aveva dedicato la sua vita alla cura dei tubercolotici.
Quella bambina, naturalmente, ero io. Il Civile per me era la bassa volta del sotterraneo da cui eravamo soliti entrare, e signore corpulente in cuffietta bianca che rimestavano enormi pentoloni di minestra. I pasti erano ancora cucinati in loco; così, quando con mio padre varcavo la soglia del seminterrato venivo investita da quell’odore di brodo, disinfettante e varia umanità che oggi per me costituisce l’essenza tipica dell’ospedale. L’ospedale era anche un infinito susseguirsi di corridoi e scale, e porte che si aprivano nelle pareti dissimulate come passaggi segreti. La lunga scala di servizio che si snodava verso l’alto, con le rampe che si susseguivano a perdita d’occhio. E a me sembrava di non arrivare mai a destinazione: lo studio di mio padre era su, troppo su. Quando le scale terminavano al piano uscivamo direttamente nel reparto, tra lo stupore dei pazienti che vedevano aprirsi una sorta di botola nel muro, con mio sommo divertimento. Ma ancora non eravamo arrivati. Un’altra scala, ancora più stretta, conduceva ad una zona soppalcata in cui si aprivano gli studi e le sale operatorie; una zona così in alto che il sole entrava accecante in tutta la sua gloria dalle grandi finestre. Da lì si sentivano l’odore del mare e le strida dei gabbiani. I corridoi dell’ultimo piano erano deserti e lì la signora Tina della portineria, nel suo camice nero, si prendeva cura di me mentre aspettavo che mio padre sbrigasse le sue faccende. Insisteva nel prendermi sulle ginocchia ed io mi trastullavo con la sua spilla di corallo a forma di granchio, bellissima. Nel suo modesto ruolo riusciva ad essere elegante come una grandonna. 
Al Civile ci sono tornata tante altre volte: da visitatrice, da paziente, da partoriente. Il luogo dove ho visto la luce, dove mio padre scommetteva che fossi maschio con il ginecologo di turno, mi ha accompagnata nel corso di tutta la vita. Negli anni ne ho visto con tristezza la progressiva decadenza, simile all’invecchiamento precoce del viso di una bella donna. Quando nel 2008 ci sono stata per la nascita della mia seconda figlia, c’era già aria di progressivo smantellamento. Poco dopo infatti iniziò la migrazione dei reparti al nuovo polo universitario fuori città: moderno ed efficiente. Asettico. Niente marmi maestosi, niente busti dei benefattori nei corridoi circolari, a ricordarti la generosità d’animo dei tuoi concittadini verso i sofferenti. Niente pavimenti a scacchi bianchi e neri, porte di legno, scrivanie massicce odorose di cera alla trementina. E da lunedì scorso, niente più bambini che inizieranno il loro viaggio su questa terra in quelle stanze ariose, coi nidi di gabbiano sulle grondaie. Certo, la sicurezza dei pazienti non si discute, la modernità le tecnologie il comfort vengono prima di tutto. Ma lì, al Civile, io ho lasciato un pezzetto di storia della mia famiglia. Un pezzetto di cuore.

nonna in visita a nonno nel 1949, cortile dell’Ospedale Civile