Il “mio” Ospedale

Attenzione! questo è un post ad alto contenuto emotivo! Se il fatto che una possa diventare sentimentale di fronte ad un ospedale vi turba – e non posso darvi torto – ci rivediamo al prossimo post, quando riprenderò a scrivere di mammità.
E proprio perchè questo è un post di sentimenti, non ci sarà spazio per l’analisi delle motivazioni politiche e amministrative che hanno portato alla progressiva chiusura dei reparti del vecchio San Giovanni di Dio. Non è un aspetto che mi interessa, né ho la competenza per discuterle.

Quell’ospedale, che era stato intitolato a San Giovanni, i cagliaritani lo chiamavano semplicemente Ospedale Civile, o meglio ancora “il Civile”, per contrapporlo a quello militare che sorgeva lungo la medesima via un centinaio di metri più in giù, dove la spianata che ospitava il maestoso palazzo neoclassico tramutava in un vicolo che scendeva verso il porto. Il Civile era stato eretto nel 1844 sul progetto del grande Gaetano Cima, ed aveva iniziato a funzionare qualche anno dopo. Per circa un secolo fu testimone silenzioso della vita cittadina, un’entità quasi dotata di vita propria, cui gli abitanti rivolgevano un lungo sguardo ammirato quando giungevano con fatica all’apice della salita di via San Giorgio. Guardava Castello, il Civile; alla sua destra Stampace digradava verso il mare ed a sinistra la strada riprendeva a salire verso l’anfiteatro romano e le carceri di Buoncammino. Un ospedale al centro della città, nel crocevia degli antichi quartieri, accoglieva i visitatori col suo fresco atrio circolare, nel quale le grandi finestre si aprivano verso il lussureggiante giardino interno e la sua fontana di marmo: una festa per gli occhi e una promessa di benessere.


photo via http://cagliaritana.blog.tiscali.it/



Durante la seconda guerra mondiale il Civile fu protagonista, o meglio vittima, di uno dei terribili bombardamenti che rasero al suolo la maggior parte della città. All’epoca, mio nonno Antonio era un giovane medico ambizioso che lavorava proprio in quell’ospedale. Quando le bombe caddero sull’edificio, centrando in pieno la tromba dell’ascensore, lui si trovava in reparto e si salvò saltando dalla finestra del primo piano. Si fratturò un piede ma ebbe salva la vita e potè così rendersi utile nel soccorrere i molti feriti che quell’incursione lasciò dietro di sé. 
Anni dopo, quando le ferite della città erano state curate e l’ospedale era ritornato ai suoi antichi splendori, un altro giovane medico percorse quei lunghissimi corridoi circolari. Teneva per mano una bambina dai boccoli biondi, con gli stessi occhi scuri che sfoggiava lui e che, prima di lui, aveva sfoggiato suo padre, il medico che aveva dedicato la sua vita alla cura dei tubercolotici.
Quella bambina, naturalmente, ero io. Il Civile per me era la bassa volta del sotterraneo da cui eravamo soliti entrare, e signore corpulente in cuffietta bianca che rimestavano enormi pentoloni di minestra. I pasti erano ancora cucinati in loco; così, quando con mio padre varcavo la soglia del seminterrato venivo investita da quell’odore di brodo, disinfettante e varia umanità che oggi per me costituisce l’essenza tipica dell’ospedale. L’ospedale era anche un infinito susseguirsi di corridoi e scale, e porte che si aprivano nelle pareti dissimulate come passaggi segreti. La lunga scala di servizio che si snodava verso l’alto, con le rampe che si susseguivano a perdita d’occhio. E a me sembrava di non arrivare mai a destinazione: lo studio di mio padre era su, troppo su. Quando le scale terminavano al piano uscivamo direttamente nel reparto, tra lo stupore dei pazienti che vedevano aprirsi una sorta di botola nel muro, con mio sommo divertimento. Ma ancora non eravamo arrivati. Un’altra scala, ancora più stretta, conduceva ad una zona soppalcata in cui si aprivano gli studi e le sale operatorie; una zona così in alto che il sole entrava accecante in tutta la sua gloria dalle grandi finestre. Da lì si sentivano l’odore del mare e le strida dei gabbiani. I corridoi dell’ultimo piano erano deserti e lì la signora Tina della portineria, nel suo camice nero, si prendeva cura di me mentre aspettavo che mio padre sbrigasse le sue faccende. Insisteva nel prendermi sulle ginocchia ed io mi trastullavo con la sua spilla di corallo a forma di granchio, bellissima. Nel suo modesto ruolo riusciva ad essere elegante come una grandonna. 
Al Civile ci sono tornata tante altre volte: da visitatrice, da paziente, da partoriente. Il luogo dove ho visto la luce, dove mio padre scommetteva che fossi maschio con il ginecologo di turno, mi ha accompagnata nel corso di tutta la vita. Negli anni ne ho visto con tristezza la progressiva decadenza, simile all’invecchiamento precoce del viso di una bella donna. Quando nel 2008 ci sono stata per la nascita della mia seconda figlia, c’era già aria di progressivo smantellamento. Poco dopo infatti iniziò la migrazione dei reparti al nuovo polo universitario fuori città: moderno ed efficiente. Asettico. Niente marmi maestosi, niente busti dei benefattori nei corridoi circolari, a ricordarti la generosità d’animo dei tuoi concittadini verso i sofferenti. Niente pavimenti a scacchi bianchi e neri, porte di legno, scrivanie massicce odorose di cera alla trementina. E da lunedì scorso, niente più bambini che inizieranno il loro viaggio su questa terra in quelle stanze ariose, coi nidi di gabbiano sulle grondaie. Certo, la sicurezza dei pazienti non si discute, la modernità le tecnologie il comfort vengono prima di tutto. Ma lì, al Civile, io ho lasciato un pezzetto di storia della mia famiglia. Un pezzetto di cuore.

nonna in visita a nonno nel 1949, cortile dell’Ospedale Civile


4 pensieri riguardo “Il “mio” Ospedale”

  1. ho vissuto più o meno la stessa cosa con l'ospedale del mio paese natale. Ora però è diventato un centro di riabilitazione di alta specializzazione, ci sono i poliambulatori e tutti i medici di famiglia. Quindi la struttura esistente è stata riutilizzata in modo produttivo e utile per la comunità ^^

  2. @eli, grazie, so che anche per te è un luogo significativo!@Silvia, per ora ci resteranno alcuni reparti senza degenza, ambulatori e simili, per i quali le norme di sicurezza sono diverse e meno stringenti. Il punto è che non si possono fare lavori di ristrutturazione perchè è un bene tutelato dalla Soprintendenza, dunque per esempio non si potrebbe aggiungere nemmeno una scala antincendio esterna!@Sabrina: speriamo in un destino simile!

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