Twenty Eight Benett Drive

Ma tu, di cosa scrivi? Mi hanno chiesto una volta.
Ci ho pensato un po’ su. Poi ho risposto: di sentimenti.
Ah, storie d’amore?
No, no, di sentimenti. A tutto tondo. Perché, a pensarci bene, questo non è (solo) un mummy blog. Né un blog di decorazione. Né di cucina, racconti, letteratura o viaggi. E’ un po’ tutte queste cose e nessuna in particolare.
Sono i sentimenti ciò che mi fa sorgere il bisogno di scrivere. I dubbi e le riflessioni che il quotidiano mi ispira; le emozioni che sorgono quando guardo al futuro o al passato.
Così, ad esempio, mi emoziono pensando ai luoghi del cuore. Ognuno di noi ne ha, veri o anche virtuali. Il mio ha un indirizzo: 28 Benett Drive. Un cottage dalla porta turchese, un ampio bow-window che lascia intravvedere una stanza da letto tutta color lavanda.
Nel vialetto d’ingresso una macchina sportiva – sempre rossa – attende di essere utilizzata. Parcheggiare e scendere senza far rumore era un rito che si consumava, estate dopo estate, mentre l’ultima luce della sera incendiava il cielo. In silenzio, noi bambini facevamo il giro della casa passando per il cancelletto di legno di cui si serviva solo il milk-man la mattina. Si passava per uno stretto corridoio all’aperto tappezzato di ortensie fino a trovarsi sul retro della casa e ogni volta la vista toglieva il fiato: l’enorme giardino digradava verso una staccionata di legno, oltre la quale si aprivano l’orto e il frutteto. Passavamo poi accanto al roseto e sempre, come in qualsiasi rito che si rispetti, io sussurravo a mio fratello: ti ricordi quel giorno che sei caduto dal terrazzo in mezzo alle rose e non si riusciva a tirarti fuori?

2002: the last time we were there (and the garden was starting to fall apart)

E così ridacchiando facevamo scorrere la grande vetrata che ammetteva in salotto e ci buttavamo tra le braccia degli zii, sapendo che per loro quello era il momento più atteso dell’anno. Per questo ogni estate ci concedevano di credere che la sorpresa fosse perfettamente riuscita e che loro non si aspettassero di veder sbucare dal giardino due bambini abbronzati appena sbarcati dall’hovercraft.
I migliori momenti della mia fanciullezza hanno avuto quella casa per teatro. Come quella mattina in cui, sveglia da prestissimo in una casa ancora addormentata, avevo scorto attraverso la grande vetrata del salotto una volpe aggirarsi per il giardino. Trattenendo il fiato l’avevo osservata a lungo mentre lei, ignara della mia presenza, proseguiva nella sua esplorazione del prato. Poi qualcosa l’aveva indotta ad alzare il muso e i nostri sguardi si erano incrociati. Mi aveva guardato con occhi umani e c’eravamo riconosciute, la volpe ed io. Per un istante fummo amiche. Poi il selvatico riprese il sopravvento, e lei scomparve nella fitta vegetazione.

a wiev of the garden in all its glory

Quel cottage è il mio luogo del cuore e lo sarà sempre, anche ora che non è più “mio”. Dopo la morte degli zii è stato venduto ad una famiglia con figli, e sapere che ci sarebbero stati altri bambini ad amare quelle stanze, a correre in quel giardino, a raccogliere fragole giganti dalle piantine, ha lenito soltanto un po’ il dolore del distacco.
Se ci sono mai tornata? Tutte le volte che son tornata in Inghilterra dal 2002, quando la casa è stata venduta. Una decina. Percorro ogni volta Benett drive col cuore a mille, poi mi fermo davanti alla casa e mi siedo sul muretto. E lì, finalmente, posso piangere. Per una stagione della vita finita, per le persone che non ci sono più. Perché adesso la porta non è più turchese, ma di un banale bianco. Ed io sono chiusa fuori.

Domani sarò di nuovo lì, sul quel muretto, davanti alla porta bianca. E chissà, forse stavolta avrò il coraggio di suonare il campanello.

different wiev of the garden

Everyone has a special place. Mine has got an address: 28 Benett Drive. A cottage with a bright blue door, a large bow window overlooking the road and a lavender coloured bedroom behind the sheer white curtains. In the drive leading to the garage a sports car – always a red one – was just waiting for the engine to be started.
Parking our car and getting off silently was part of a ritual we performed every single summer, when we arrived at the house while the sun was going down in the last purple light. Still in total silence, we used to reach te back of the house trough a narrow passage oveflowing with spectacular Hydrangeas.
There, the wiev was breathtaking: the huge garden rolling down towards a wooden fence, beyond which a gorgeous kitchen garden went as far as the eye could go.
We passed by the rose garden, and every single time I would say to my brother – because rituals must be performed in every detail – “do you remember that time you fell into the roses and we couldn’t get you out?”
Giggling, we then reached the big sliding door and made our way into the living room, straight into the arms of uncle and aunt. We knew that was the most coveted moment of the year for them, so awaited for, that every time they would let us think our surprise had been so well planned that they didn’t expect us intruding from the garden.
All the perfect moments of my childhood have taken place there. Like the morning I met the fox. Early bird as I am today, I was wandering through the sleeping house and ended my journey in front of the glass sliding doors leading to the garden. And there she was (I’m sure it was a “she”), exploring the ground. I stared at her holding my breath, and suddenly she turned her head and looked at me. She recognized me. We were friends for a second. Then her inner wildness prevailed and she disappeared in the woods.
That cottage is my special place and will always be. Even if it’s no longer “mine”. When my uncle and aunt passed away the house was sold to a family with kids, and although the idea of its large rooms and well kept garden beloved by other children was somehow of comfort, I cannot avoid mourning the loss. 
Have I ever returned back there? Yes. Ten times in ten years, more or less.
Every single time I go to England, I feel the need to walk slowly along Benett Drive. Silently as in my childhood. When I reach nr. 28, I sit on the front brick fence, staring at the house. Then, I can finally weep. For a life’s season gone forever. For my beloved ones I no longer can hug. For the door of the house, because it’s not painted in bright blue now. It’s just a plain boring white. And I am at the wrong side of that door. Forever.
Tomorrow I’ll be there again, on the brick fence. In front of the white door. And maybe, this time, I’ll find the courage to ring the doorbell

9 pensieri riguardo “Twenty Eight Benett Drive”

  1. Leggendo mi son sentita anch'io per un'attimo su quel muretto.. ognuna ha il suo.. ognuno ha quel posto speciale che vivi da bambino e che mentre lo vivi non sai quanto ti mancherà dopo, quando sarai grande e quell'attimo sarà perso per sempre. Grazie per aver scritto di sentimenti.. a volte capita che si leggano parole di altri per ritrovare quelle che sono nel tuo cuore già!!

  2. Favoloso post. Emozionante da far venire la pelle d'oca. Mi hai rievocato la casa dei nonni, dove io ho trascorso la maggior parte della mia infanzia… e che non ho mai osato rivedere dopo la sua vendita…Dai, forza… prova ad avvicinarti…

  3. sei emozionante!che bello questo tuffo nel posto del cuore…grazie per averci invitato a nuotare on te tra ricordi profumi e lacrime!ps. anche il mio blog, piccoletto e non tanto curato, lo definirei un po' come il tuo…un luogo di sentimenti

  4. Già, vero, ognuno ha il suo muretto. Il mio lo vedo tutte le estati, mai ho avuto il coraggio di scavalcarlo, come facevo ogni giorno quando ero bambino. Forse così, in un certo senso, sono sicuro di mantenere intatto il mondo che sta al di là. E anche di non provare il dolore che proverei nel vedere bianca quella porta che un tempo era turchese, proprio come la tua.

  5. Io non suonerei..purtroppo certe cose cambiano e fa stare male vedere quanto.Il mio posto del cuore è un rifugio che ora è stato ristrutturato e non è più casa mia, tanto che preferisco camminare ore in più che fermarmi di nuovo lì, perche non è più mio.I ricordi, però, rimangono sempre dentro di noi.Conosci la canzone di Biagio Antonacci, "le cose che hai amato di più"? Il tuo post mi ha ricordato questa canzone. Dolce, sognante, nostalgica e malinconica.

  6. Grazie a tutti per i vostri commenti e per aver condiviso con me qual è il vostro luogo del cuore. Alla fine, il campanello non l'ho suonato, per lasciare intatti i ricordi e non metterli alla prova.Vi abbraccio tutti

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