Vita imperfetta pt. 2. Le frolle montate

E’ l’ora del the. Due giovani signore eleganti sorseggiano il liquido ambrato chiacchierando amabilmente a bassa voce, mentre il quinto movimento della Pastorale di Beethoven spande le sue note nell’aria, perfetto sottofondo musicale per un calmo pomeriggio di chiacchiere. La tavola è apparecchiata con gusto sofisticato. La padrona di casa ha scattato delle graziose immagini di essa, che condivide sui social.

Le due amiche sbocconcellano appena i deliziosi pasticcini preparati dalla padrona di casa, mentre il gruppetto di bimbe siede a cerchio sul tappeto, impegnato in un tranquillo gioco di società che le terrà occupate per almeno un paio d’ore.

No dai, non ce la posso fare, mi viene troppo da ridere! Se questa è l’immagine che vi si presenta alla mente nel guardare le mie foto delle frolle montate, sappiate che è SBAGLIATA.

Ecco a voi quindi, per la rubrica “Vita imperfetta”, la parte 2°, che potremmo intitolare Frolle montate.

L’azione ha luogo durante un sabato di ordinaria follia, come tanti. Un sabato in cui non avrei dovuto lavorare ma sono stata cooptata last minute causa malattia di un collega. Un sabato, quindi, che per me è iniziato dopo le 14.
Immaginate la musichetta di Benny Hill come sottofondo musicale, che a casa mia funziona molto meglio di Beethoven. Con questo sottofondo corro come una forsennata da una parte all’altra della cucina, perchè ho finito di pranzare alle 14,30 e tra meno di un’ora devo uscire per portare la nana grande a scout. E in quel lasso di tempo voglio assolutamente fare i biscottini che ho promesso alla mia amica. Quindi evito di cambiarmi e metto un grembiulone sopra i vestiti che avevo in ufficio:
kilt scozzese, golfino nero e stringate col tacco. Un outfit comodissimo per cucinare! Ho i tacchi da stamattina alle 7, ma pazienza.
Ci vuole un selfie, subito.

Alle 15 sto infornando la prima teglia di frolle: 10 minuti e via la seconda. Che però tarda a cuocere, e io devo uscire…Vabbè, ho una strategia: spengo il forno e lascio la teglia dentro, dovrebbe cuocere per un’altra decina di minuti mentre l’interno è ancora caldo. Speriamo non si brucino!

 Tolgo il grembiule per infilarmi il cappotto e il mio sguardo cade su una patacca non meglio identificata che campeggia al centro della gonna rossa: come accidenti ho fatto a macchiarmi sotto il grembiule e non sopra?! Sono una professionista!

Pazienza, non ho tempo per cambiarmi. Indosso il cappotto, chiamo le nane a raccolta e partiamo in direzione oratorio, dove arriviamo sul filo di lana. Lascio quindi la nana grande e, per mano alla nana piccola, vado a prendere la mia nipotina che passerà il pomeriggio con noi. Il mio pensiero ritorna però continuamente ai poveri pasticcini, che certo saranno ormai carbonizzati.
Recupero la nipotina e con le due bimbe mi dirigo a casa, dove con gioia verifico che la cottura dei biscottini è andata a buon fine. Miracolo!

Le cuginette iniziano a giocare saltando la corda nel centro del salotto e mettendo in pericolo i miei soprammobili. Annotazione mentale: una casa zen, senza oggetti in esposizione, è molto più childproof della mia. Devo rivedere i miei gusti in fatto di arredamento.
Abbandono i soprammobili al loro destino e ritorno nelle cucine, dove il grembiule mi aspetta. Devo ancora glassare i biscottini a forma di S.
Scaldo il cioccolato a bagnomaria e quand’è fuso lo spalmo con una spatolina di silicone su ogni dolcetto.

Mi avanza giusto un pochino di cioccolato fuso… quasi quasi una leccatina alla spatola…
aaaaahhhhhh! Era ustionante!
Con la lingua penzoloni ingurgito cubetti di ghiaccio rischiando di fare la fine di Rezzonico nella puntata “La lingua ghiacciata”. Le bambine ridono a crepapelle di me.
Termino un po’ come viene il lavoro di glassatura, poi mi dedico ad apparecchiare; ho poco tempo perché la mia amica e le sue due bambine stanno per arrivare.
Tovaglia ricamata della bisnonna e porcellane d’epoca, quelle sì. C’è però la zuccheriera da riempire. Prendo il barattolone dello zucchero e, siccome sono maledettamente pigra e un po’ di fretta – combinazione letale – cerco di riempire la zuccheriera rovesciando lo zucchero dal barattolo anziché usare un cucchiaio. Dopo 30 secondi il tavolo della cucina è pieno di zucchero, il barattolo da 1 kg è quasi vuoto e in compenso nella zuccheriera ce n’è pochissimo. Ottimo lavoro!
Ripulisco alla meglio mentre il cane lecca i granelli di zucchero caduti sul pavimento, e in quell’attimo suona il campanello. E’ arrivata. Quella che mio marito definisce “la tua fidanzata”, certo con una punta di gelosia.
Ora mi siederò con lei in salotto e passerò un paio d’ore di chiacchiere. La visione di noi due intente a sorseggiare il the in un’atmosfera ovattata si fa timidamente strada nella mia mente, mentre il quinto movimento della Pastorale mi riecheggia nelle orecchie. Somma goduria.
Peccato che io abbia la gonna macchiata e lei sia venuta di corsa da casa con i pantaloni che aveva, infilandoli come capita negli stivali. Dai, siamo bellissime lo stesso! io poi non mi sono più guardata allo specchio da prima di andare in ufficio stamane, devo essere uno splendore… Sono solo dettagli.
Le bambine iniziano a giocare e sì, si siedono a cerchio sul tappeto; per ben dieci minuti consecutivi. Un tempo insufficiente a garantirci un po’ di pace, ma certo sufficiente per raccogliere peli di cane e di gatto a volontà.
Poi corrono per tutta la casa urlando e sbocconcellando biscotti in giro che nemmeno Hansel e Gretel. Fortuna che il cane mi fa da aspirabriciole…
Alla fine, il the coi pasticcini ce lo prendiamo. Indifferenti al caos, grazie ad una sorta di sordità selettiva che ti permette di sentire quello che ti dice l’interlocutore che hai di fronte e non le urla delle bambine che giocano. Prendiamo quattro tazze di the a testa e mangiamo dolcetti come se fossimo digiune dalla mezzanotte: a fine serata ne resta una mezza dozzina. Ridiamo come matte e parliamo di tutto ciò che sta tra gli smalti per unghie e il senso della vita, come uscire vive dai compiti dei figli e cosa vorremmo essere da grandi.
Quando loro vanno via preparo questo post. E mi accorgo che, alla fin fine, il segreto è solo uno: fare foto con un campo molto stretto. Così riprendi i dolcetti e le porcellane e non il delirio che c’è tutto intorno. E la tua vita sembrerà perfetta. E questo è proprio quello che succede con il blog e i social network: che offri agli altri un’immagine della tua esistenza ripresa a campo strettissimo, lasciando volutamente tutto il resto fuori.

Se siete stati così bravi da arrivare fino alla fine del post vi premio… con la ricetta dei biscotti.

FROLLE MONTATE (sabato io ne ho fatto mezza dose)

500 gr di farina,
350 gr di burro,
180 gr di zucchero al velo,
2 uova
aroma vaniglia 1 fialetta
sale q.b.

Montare a schiuma, a mano o nel robot, il burro e zucchero unitamente all’aroma. Aggiungere un uovo alla volta e poi il sale. Quando l’impasto è ben schiumoso incorporare poco a poco la farina con una spatola, badando a che il tutto non si trasformi in una massa gommosa. Con la sac a poche, bocchetta grande a stella, formare delle serpentine o delle roselline sulla carta da forno, poi infornare a 180° per 10 minuti; togliere non appena i bordi iniziano a dorarsi. Il centro del biscotto deve rimanere quasi bianco.
A piacere procedere ad intingere nel cioccolato fuso, oppure a decorare con mezza ciliegia candita, codette di zucchero, smarties o quello che la fantasia vi suggerisce.

Personaggi

A guardarlo da fuori, con lo spirito del documentarista di National Geographic, l’ambiente del maneggio è un piccolo mondo perfetto e completo. Tutti i tipi umani vi sono rappresentati, e io mi diverto moltissimo ad osservarli con spirito critico.
Ad esempio c’è Claudio, settantenne che mi fa un perfetto baciamano e mi saluta sempre con un “riverisco, signora” che mi fa ridere sotto i baffi (che spero di non avere). Claudio che, seduto in tribuna, si intrattiene con la nana piccola in discorsi che paiono interessargli moltissimo, mentre io e la nana grande montiamo. Un vero gentiluomo, anche con le donnine piccole piccole! Claudio e il suo accento del nord, Claudio e i suoi tre cavalli TRE di proprietà, tre animali magnifici e fieri con nomi altrettanto altisonanti. Peccato che Claudio sia irrimediabilmente una schiappa, e peccato che non se ne renda conto. Peccato che abbia il potere di innervosire anche l’animale più mite e riesca a farsi buttare giù ogni volta che monta. A suo merito sia messo agli atti che si rialza con aplomb inglese e rimonta in sella come niente fosse: è abituato!
Poi c’è Enrica, che è la perfetta incarnazione della ragazzina viziata. Arriva in ritardo per una serie di ragioni che tutti devono assolutamente comprendere e condividere. Tipo che ieri ha fatto tardi in discoteca quindi è ovvio che non riesca ad alzarsi. Sale in sella con il muso, scende con il broncio. Passa davanti alla tribuna e chiede di fare silenzio perché non riesce a concentrarsi. Tutti gli altri che stanno montando in quel momento invece sì. Fa un movimento di maneggio e tu devi fermarti e cederle il passo, non importa che lei ti stia inopinatamente tagliando la strada. Pasticcia in un salto e si lamenta del sole negli occhi, del sottopancia regolato male, del campo pesante. Mi ricorda quegli allenatori di calcio che danno sempre la colpa all’arbitro per le sconfitte.
E c’è anche Serena, che fa la maestra. Ha gli occhi dolci quando parla dei suoi bambini, ma poi in sella è una furia. “Oggi mi hanno fatta disperare”, mormora indossando i guanti, e mentre si siede puoi vedere la scarica di elettricità che scende lungo la sua spina dorsale fino alla paletta della sella. Non ce n’è più per nessuno. Serena è la compagna con cui lavoro meglio, perché la sua decisione e la sua bravura mi spronano ad essere all’altezza. L’istruttore ci guarda galoppare e incitarci a vicenda e ci dice che siamo due atteggiate. “Siete carine lo stesso anche quando non vi date tutte queste arie!”, ci ha urlato l’altro giorno. E noi ridevamo.
C’è Carla, che si fa spostare gli elementi dell’ostacolo sempre più in alto, perché ormai è entrata nel tunnel e le ci vorrebbe un centro di disintossicazione. Carla che commenta ogni salto e si sgrida da sola a voce alta, con estrema severità.
E a proposito di essere nel tunnel, c’è pure Ludovica, che ha solo otto anni e frusta il cavallo come una dannata. Ludovica va fermata, perché vorrebbe fare tutto, anche quello che non è ancora in grado di fare. E applica gli aiuti un po’ a modo suo. Tutta bastone e niente carota.
Infine – ma i personaggi sarebbero molti di più – c’è Aldo, che per pagarsi le lezioni tiene pulite le scuderie e governa i cavalli. Aldo che ha il fisico da fantino e monta con tutto lo spirito di rivalsa che la sua condizione gli ispira. Con Aldo ho fatto una delle mie proverbiali gaffes, che mia figlia ogni tanto mi ricorda, deridendomi. Spero che lui mi abbia perdonata.
Il maneggio è un universo molto trasversale: persone diversissime tra loro si trovano a dividere uno spazio di lavoro ognuna col suo bagaglio di esperienze, abilità e difetti caratteriali. Ad accomunarle c’è solo la passione per una disciplina un po’ particolare, passione che aiuta a sfumare differenze in altri contesti insuperabili. E’ una bella scuola di vita, per me e per mia figlia. Che ieri ha fatto i suoi primi tempi di galoppo e ha saltato la sua prima crocettina, urlando di gioia.
“Tua figlia è un’incosciente”, mi ha detto l’istruttore ridendo, “non ha dato il minimo segno di paura o esitazione! Vabbè, ma è figlia tua…”. E forse non si è reso conto del complimento che mi ha fatto.

Vita imperfetta. Part 1

C’è chi dice che ad Hove Haven conduciamo una vita perfetta. Che siamo sempre impeccabili e organizzati, con un sorriso radioso sul volto e ottime maniere. Lo dice, naturalmente, solo chi ad Hove Haven non ci è mai entrato se non attraverso la porta virtuale del blog e dei social.
Chi invece ci frequenta nella vita reale sa quanto poco perfettina sia la nostra giornata, e come siamo sempre all’inseguimento del compito dimenticato, la spesa non fatta, il vaccino saltato. Mi viene giusto in mente che forse Carolina doveva fare un richiamo…
Per questo, voglio inaugurare una sorta di rubrica con stralci di vita imperfetta, o meglio: ad alto tasso di normalità.

Va oggi in onda la parte 1°, che potremmo intitolare: Personalizza i tuoi compiti

Interno giorno, una domenica qualunque. Mammadilettante scorge sul pavimento della cucina, a partire dalla portafinestra che conduce al giardino, strane orme scure di forma indefinita, appartenenti di certo ad una strana creatura non meglio identificata. Incuriosita segue quella scia bruna che porta fuori dalla cucina, verso il corridoio e la stanza delle nane. Qui si interrompe dove i compiti di inglese giacciono sul pavimento abbandonati. Chiaro, no? I vostri figli dove tengono le schede una volta che hanno eseguito gli esercizi? Le mie nane per terra, sebbene fornite entrambe di scrivania sulla quale, oltre che lanciare calzini usati puzzolenti e fare braccialetti dell’amicizia spargendo perline in ogni dove, si potrebbero al limite anche fare e conservare i compiti.
Sulla scheda contenente gli esercizi sull’uso del present continuous riposa una cosa marron, della stessa sfumatura delle orme. Ad un primo sguardo della madre perplessa potrebbe essere un insetto, illecitamente penetrato in casa dal giardino. Un’osservazione più attenta produce un sospiro di sollievo: non è un insetto. Dev’essere un pezzetto di foglia secca. Sì. Il giardino ne è pieno e non si fa in tempo a raccoglierle che già il terreno ne è di nuovo ricoperto. Un soffio di vento ed entrano in casa.
Mammadilettante si china volenterosa per togliere la foglia dalla scheda e la scheda dal pavimento, e solo allora si accorge che no, non è un insetto e nemmeno una foglia secca. E’ cacca. Di cane. Odore inconfondibile. La genitrice disgustata rivede la sua scala delle preferenze, in favore dell’insetto che prima la schifava tanto. Insetto morto spiaccicato batte cacca di cane 100 a 0.
Si può scrivere cacca, oppure faccio brutta figura? Deiezione canina suona tanto fine! Al limite userei popò.
A quel punto scatta l’urlo disumano. Le mamme perfettine non alzano mai la voce, io invece sì. Urlo con la voce da posseduta dal demonio e la nana n.1 compare come niente fosse.
“Da dove arrivi?” Chiedo io.
“Dal giardino”
Un sospetto inizia a farsi strada nella mia mente.
“Stavi per caso raccogliendo le cacche di Mela?” Chiedo. E’ una delle piccole incombenze domestiche che le spettano, perchè cresca sapendo che avere il cane non porta solo allegria ma anche qualche piccola seccatura. Naturalmente si suppone che poi, entrando in casa, gli stivali di gomma vengano sostituiti dalle pantofole.
“Solleva un po’ quello stivale” dico io.
Eccolo lì, il blob. Il mostro marrone. La cacca. Un simpatico plateau di materiale organico, spesso un paio di centimetri, di cui lei non si è accorta. Santa innocenza. Ha girato per tutta la casa con quella roba saldamente ancorata alla suola, senza avere nessun fastidio. E mi ha “timbrato” tutto il pavimento.
“E adesso – soggiungo io, preoccupata per i compiti – come si fa per la scheda di inglese?”
Segue un attimo di silenzio.
“La metto in una cartellina trasparente, così la maestra la può correggere lo stesso!” annuncia lei trionfante.
“Brava, e dopo la passiamo all’insegnante di scienze per il suo laboratorio…”

Miss perfettina

È da un po’ che penso a questo post, perché ultimamente sono successe alcune cose: ad esempio, ho disconnesso l’account di facebook per un mesetto. Varie le ragioni, e sicuramente una è che mi irritava un certo curiosare maligno nella mia esistenza, trarre conclusioni e sussurrare dietro le spalle. È chiaro che se uno scrive su un social, condivide le sue foto, o peggio apre un blog personale, si espone al giudizio del pubblico. 
Scrivere è come girare nudi per casa e poi lamentarsi che il vicino suona continuamente il campanello. A te dà fastidio ma in fondo è colpa tua. Sei tu che gli hai detto: passa pure quando vuoi! Lui è curioso e ti vuole cogliere sul fatto. Vedere se usi le pantofole o cammini scalza, se hai la camicia da notte sexy oppure porti il pigiamone con gli orsetti. Quindi un certo curiosare e trarre conclusioni è da mettere in conto. 
Un altro fatto recente è una lunga chiacchierata con un amico, tutta incentrata sul mio “essere perfettina”. Sull’immagine di me che emerge dal blog e dai social che, in base alle sue affermazioni, è quella di una che vorrebbe essere – o almeno presentarsi – come una super donna. Mamma devota, lavoratrice, cuoca, creativa e quant’altro. Senza dimenticare la mogliettina premurosa e la donna-donna. Quella che dopo che ha messo le mani nella terra per sistemare il giardino si rifà la manicure, infila le scarpe col plateau ed esce di casa.
Mai una sbavatura, mai una parolaccia. Mai che un mio post sia “oggi sono incazzata col mondo”. Sembra che questo sia un pessimo marketing di se stessi, perché i perfettini risultano odiosi ai più e si amano solo tra loro. Facendo a gara a chi è più perfetto. Questa discussione mi ha fatta un po’ sorridere e un po’ incazzare. Che poi io scriverei adirare, irritare, seccare o infastidire. Magari inviperire o al limite imbufalire. In casi estremi perdere le staffe. Incazzare no.
Però non è che se una le parolacce non le scrive vuol dire che non le pensa, che proprio non son nelle sue corde. Io le penso, come tutti, e ne dico. Come tutti.
Quando scrivo però cerco di limitarmi, e il punto sta proprio in questo. Che quando si scrive, pur mettendosi a nudo, non si apre la porta al vicino che suona. Gli si dice di aspettare un secondo mentre ti butti qualcosa addosso e ti rendi presentabile. Io, almeno, sono abituata così, non so voi…
E quindi no, dal palco dei social o del blog in genere non lancio strali contro chicchessia, anche se ammetto che talvolta mi è capitato. Evito di raccontare le mie disgrazie e i miei problemi, che pure ho, come tutti. Perché non trovo che rendere pubbliche certe cose aiuti a porvi rimedio. Anzi. Se ho voglia di parlare dei miei problemi non lo faccio su facebook ma mi metto il rossetto rosso, le scarpe col tacco dodici, e mi ritaglio una serata tra ragazze. Bevo un po’ di più di quanto dovrei, cioè comunque pochissimo perché tanto non reggo l’alcol, e magari posto un selfie spiritoso. E ‘fanculo a chi mi vuole male. Soprattutto a chi mormora che certo ho le gambe troppo lunghe e le gonne troppo corte per essere davvero una brava madre. Magari sono una pessima madre e una bruttissima persona, ma questo non ha niente a che vedere con la lunghezza dei miei orli.

Ho le mie malinconie, le mie serate no. Gli attacchi di pianto e i momenti in cui vorrei prendere a calci il muro, e mi ferma solo il pensiero di quanto mi chiederebbe il muratore per riparare l’intonaco. Perché quello è un lavoro che ancora non so fare, ma conto di imparare.
Sono ben lontana dalla perfezione, e da molto tempo ho scoperto che arrivarci non è neppure un mio obiettivo. Ma questo non comporta che metta in piazza le mie umane miserie, anche perché ritengo che siano simili a quelle del resto del mondo. Dunque, poco interessanti.

Spesso parlo dei miei fallimenti come educatrice, del disordine che regna sovrano a casa mia, del mio lavoro impiegatizio che non è certo invidiabile, pur essendo fortunata ad averne uno. Ma cerco di farlo con tono leggero perché ad autocompatirsi non ci si guadagna niente. Mi sono sempre pentita quando dai miei post ho lasciato emergere le difficoltà del momento che stavo attraversando e mi sono riproposta di non farlo più. Anche perché le persone mormorano sempre. Mormorano se hai litigato con tuo marito, mormorano se hai il rossetto rosso e le gambe lunghe: meglio farle mormorare per la seconda causa che per la prima. La prima te la gestisci per conto tuo, chè mia nonna diceva sempre quella cosa dei panni sporchi che si lavano in casa.

Quindi perfettina sì, ma solo in apparenza. Le imperfezioni ci sono tutte; non per niente il mio nick è Mammadilettante: una mamma – una donna – dilettante e fallibile in tutto ciò che fa, nondimeno entusiasta e desiderosa di provare. Solo provando e sbagliando si migliora, e a me va di migliorare. Proprio tanto. Mi va di riempire questa mia vita di mille cose significative per me e le mie figlie, anche se questo dovesse sfinirmi, perché di vita ne abbiamo una sola. Il tempo vola, ma noi ne siamo i piloti.

Questo mio modo di essere disturba qualcuno? Not my business.

E adesso scusate, devo andare a fare una torta a sette piani, cantando le mie canzoni heavy metal preferite, mentre mi trucco gli occhi e faccio il bagno al gatto. Quindi, occhio ai peli di gatto nella torta!

Perché mi piace l’equitazione. Un augurio per l’anno nuovo

Recentemente ho ripreso ad andare a cavallo; i miei contatti su facebook e instagram lo sanno bene, perché ho spammato foto e filmati ovunque, tediando a morte amici parenti e conoscenti. Capitemi, è l’entusiasmo di chi torna in sella dopo molti, molti anni. E ci torna, per di più, insieme a sua figlia, per iniziare una nuova esperienza da condividere (ne ho parlato qui).
“Come ho potuto farne a meno per tutti questi anni?” ho continuato a chiedermi le prime volte che infilavo nuovamente i piedi nelle staffe, guardando il mondo dall’alto e da dietro la testa di un cavallo: la mia prospettiva preferita in assoluto. Ho fatto che mi ero come disintossicata da una droga potentissima che ti fa sentire in contatto con la parte primitiva di ciascuno di noi. Una sensazione mai provata in nessun’altra situazione, che ho descritto anche qui nel blog.

1991, sulle colline del Sussex

 Ho accostato questa sensazione alla felicità pura e semplice, come tale fatta di attimi che bruciano subito ma lasciano il segno.
Gli aspetti positivi dell’andare a cavallo sono innumerevoli e conosciuti a tutti: dalla simbiosi che si viene a creare con un animale nobilissimo, alla bellezza di stare immersi nella natura, passando per i benefici effetti su alcuni gruppi muscolari che non vengono stimolati praticamente da nessun altro sport.

1993, in concorso. Qui sono caduta!

Ma il punto, per me, non è esattamente questo. Il punto è che quando sono in sella mi sento invincibile. Quando sono in sella mi sento sicura di me e non conosco la paura. E magari dovrei ma è stato così fin dalla prima volta a 10 anni e credo che non ci sia rimedio, ormai. Ed è bellissimo.
Per questo non mi spaventano le cadute ma le metto in conto come parte del pacchetto. Ho avuto, negli anni, la mia bella dose di lividi, ematomi ed escoriazioni, ovviamente. E una volta mi sono fatta male seriamente.
Quando sono in sella, sono la persona che vorrei essere sempre. Per questo il mio istruttore mi prende in giro e dice che salto gli ostacoli con un sorriso da un’orecchio all’altro. Anche quando sono gli ostacoli bassissimi nei quali mi sto cimentando adesso, dopo tanta astinenza.

29/06/1993: esame per la patente A2. Sono diventata cavaliere federale!

Dice che sono un’incosciente e ha ragione.
Ma io sono sempre molto responsabile. Penso, penso, penso sempre troppo. Valuto pondero misuro e approfondisco, con un’incredibile capacità di tormentarmi per proteggere gli altri.

Quando sono lì che galoppo, invece, la mente è sgombra e il cuore leggero. L’augurio che mi faccio per il 2015 è di riuscire ad essere sempre così.

Contro l’insonnia, beviti una tisana!

Ieri notte, intorno all’1,30, superando il mio precedente record personale di idiozia, con una sola tisana bollente sono riuscita ad ustionarmi: tutta la mano destra, il polso sinistro, il fianco e il piede sinistro. Diciamo che con un’accurata gestione delle risorse idriche a disposizione ho ottenuto la massima superficie ustionabile possibile con soli 250 ml di tisana. Un genio!
Ho passato la notte con il ghiaccio sulla mano, e ho dormito credo meno di due ore in tutto. Oggi in ufficio con mani doloranti e rigide, sigh!

O logos deloi oti. Ovvero che cosa ho imparato da questa rovente esperienza (vai con la prima lista del 2015!):

  • La tisana è buonissima ma non mi aiuta contro l’insonnia, soprattutto perchè l’ho rovesciata tutta sul divano e la mia persona;
  • Non si gira per casa, all’ora delle streghe, con tazza piattino cucchiaino libro cellulare in mano, pretendendo di arrivare a sedersi sul divano indenni;
  • Da brava figlia di medico, non avevo in casa pomate per le ustioni, garze ed altri accessori utili per una medicazione. In compenso però ho un sacco di farmaci per il cane e il gatto. Sia mai che gli venga la tosse…
  • Devo iniziare ad usare pigiamoni di pile, calzettoni di lana e pantofole a forma di animali di peluche: un abbigliamento più pesante mi avrebbe protetta meglio dalla bruciatura. Invece mi ostino ad usare pigiami leggeri e sobrie ballerine, con i risultati che avete visto;
  • Mio marito non ha sicuramente problemi di insonnia, infatti non si è accorto assolutamente di nulla. Mi sono alzata 5 volte, con altrettante accensioni di luci, ho trafficato in cucina per scaldare l’acqua, imprecato a voce alta al momento dell’ustione, girato per la stanza piagnucolando in cerca di biancheria asciutta, messo a bagno nell’acqua ghiacciata le parti doloranti e trascorso il resto della notte a rigirarmi nel letto senza trovare pace. Beato lui!
  • Stanotte se non riesco a dormire mi prendo una bibita fresca. Alla peggio mi viene una congestione!
E voi, avete escogitato come me qualcosa di strabiliante per chiudere in bellezza le vacanze di Natale?