Vita imperfetta p.t 6: Noi all’inglese ci teniamo

Vita imperfetta p.t 6: Noi all’inglese ci teniamo.
Sottotitolo: Se conosceste la mia famiglia d’origine capireste molte cose
Catenaccio: Come mio fratello mi ha fatto capire l’importanza di studiare bene l’inglese e mi ha introdotta al concetto di “gaffe”

Location: Brighton, un’estate di metà anni ’80.
L’adorabile zio Ian, solicitor in pensione, compiva 70 anni il 10 di agosto e per quel compleanno speciale aveva organizzato una grande festa a casa. Erano previsti tanti amici: da Ray, il suo compagno d’arme e migliore amico, che era scampato per due volte all’affondamento del sottomarino su cui era in missione, a Paul, il socio giovane dello studio, che fu anche il suo esecutore testamentario tanti anni dopo, alla sua storica segretaria Mrs Aldrige, una signora piccola e minuta e molto, molto formale. Formale quanto potrebbe esserlo un’inglese che nel 1985 aveva 80 anni. Fate voi.
E poi c’eravamo noi, la famiglia, con me e mio fratello ad abbassare decisamente l’età media degli invitati e preoccupatissimi all’idea di dover sostenere con persone anziane sconosciute un’intera conversazione in inglese. Non è che non parlassimo la lingua, ma a 6-8 anni eravamo più che altro abituati a mettere insieme alla meglio qualche frase, aiutati dagli zii che non desideravano altro che comprenderci e accontentarci in ogni modo possibile, al limite anche prevenendo le nostre richieste.
Mia mamma, insegnante d’inglese, non contribuiva certo a smorzare l’ansia da prestazione, profondendosi in raccomandazioni sul cosa dire a chi, come e quando.

sarà allora che mi è nata la fissazione per gli inviti per il the?

– per esempio – disse rivolgendosi a mio fratello, che in quanto maggiore doveva saperne di più – quando ti verrà presentata la segretaria di zio Ian tu le dirai: “How do you do, mrs. Aldrige?” stringendole la mano; una formula di cortesia da usare quando si conosce una persona nuova. Capito?-
– capito – rispose lui ripetendo a bassa voce “How do you do, mrs. Aldrige?” mille volte di seguito e provando il gesto di stringerle la mano come un attore consumato.
Poco dopo gli ospiti iniziarono ad arrivare, e fortunatamente nessuno si produsse in presentazioni formali: Ray mi fece un assalto di solletico, sua moglie Vye ci riempì di cioccolatini, e tutti gli altri ci ignorarono allegramente, distratti dal clima festoso.
Poi, poi arrivò la segretaria. Quella che doveva essere nata intorno al 1905, forse prima. Arrivò nel suo abitino fiorato, i capelli candidi acconciati alla perfezione, senza nemmeno un pelucco fuori posto. Camminava con un bastone col pomolo d’argento, come nella migliore parodia della compita vecchietta inglese.
Io e Fratello ci guardammo con terrore, poi lui si fece avanti, forte del suo ruolo di fratello maggiore, e tendendole la mano con serafica calma le disse la frase provata e riprovata mille volte. O almeno, le disse qualcosa che suonava abbastanza simile ma aveva un significato abbastanza diverso.
Dunque fratello tese la mano alla tremenda segretaria e le disse: How old are you, mrs very old? (n.d.t. quanti anni hai, signora molto vecchia?) facendo scendere un imbarazzato gelo su tutta la compagnia mentre lui sorrideva compiaciuto per la bella frase formale, pronunciata anche con un accenno di inchino.
Mia mamma pregò silenziosamente che il pavimento la inghiottisse per sempre, e io inaugurai la mia abitudine del promemoria per me stessa: attenzione alle frasi che suonano simili.

Vita imperfetta pt.5: La lumaca. O chiocciola che dir si voglia

 Perchè in tema di accessori per capelli non mi batte nessuna.

Questa è una bella favola.
C’era una volta una mamma che aveva un lavoro part time e faceva una vita normale. Anziché fare quarantaquattro cose contemporaneamente e tutte terribilmente male, ne faceva solo due/tre per volta, e riusciva a farle malino, sentendosi tanto brava e gratificata. “Malino” era infatti il massimo cui potesse aspirare, ma questo lo comprese solo anni dopo, quando iniziò a lavorare a tempo pieno e vide che le sue modestissime capacità di incastratrice di impegni, riordinatrice di casa, accompagnatrice a visite pediatriche e veterinarie, scuole feste e sport, cuoca e creativa, venivano messe a dura prova.
Ad ogni modo, in quella fase della sua esistenza la Mammadilettante riteneva di essere sufficientemente brava, una Mamma-non-dilettante. Dopo aver portato a piedi l’unica figlia all’asilo proprio dietro casa ella era solita sedere nel minuscolo giardino, sulla panchina a ridosso della fontanella, per cucire alla luce del sole autunnale. Cane gatto pesci e tartaruga le facevano allegra compagnia: il suo mondo era un posto gioioso e bucolico, popolato di animaletti amichevoli. Magari troppo amichevoli. Ma lei ancora non lo sapeva.

In una di quelle idilliache mattine di sole la Mamma-non-dilettante si attardò nei suoi lavori creativi e rimase in giardino fino al momento di recuperare la nanetta dall’asilo, godendo dei colori di quella parete di vite americana che l’autunno stava lentamente trasformando in un trionfo tutto rosso e oro.
Mise da parte in fretta il lavoro e percorse le strade del suo quartiere, dove era solita incontrare dei simpatici vecchietti con i quali volentieri scambiava qualche commento sul tempo e sulla vita. Notò che le persone la guardavano in modo strano ma non vi badò, convinta com’era di essere perfettamente in ordine. Come sempre. C’era forse un velo di presunzione in questa granitica certezza? Può essere. Ma lei ancora non lo sapeva.
Anche all’asilo le maestre la osservavano in volto con espressione concentrata, quasi a volerle carpire un qualche segreto. Ma lei non vi prestò attenzione.
Solo una volta recuperata la dolce figliola e percorso a ritroso il breve tratto asilo-casa, Mamma-non-dilettante comprese il perchè di tanti sguardi attenti. Fu proprio la creatura a svelarle il mistero, chiedendole: “mamma, cog’è quetto?” e indicando la sua testa con estremo interesse.
E fu così che la perfetta Mamma-affatto-dilettante scoprì che tutti la fissavano non per la sua sfolgorante bellezza, non per le sue garbate conversazioni, non per il suo abbigliamento ricercato, ma perché sulla cima della testa ospitava una gigantesca lumaca, provvista di guscio, che dai rampicanti aveva trovato più conveniente passare ai suoi capelli. Un accessorio davvero fashion, niente a che vedere coi soliti cerchietti, mollette e forcine di vario tipo.
Staccò l’amichevole animaletto, lo rimise accanto alla fontana, e corse a farsi uno shampoo, prendendo nota mentalmente che prima di uscire di casa è meglio guardarsi SEMPRE allo specchio, anziché confidare nella propria perfezione

Carnevale 2015. Domatrice di leoni: the making of.

Lei è così: controcorrente, ribelle, complicata. Ad alto tasso di sfida per i genitori.
I suoi percorsi mentali sono diversi dai miei, diversi da quelli della maggior parte delle sue coetanee.
Lei impegna le mie energie mentali come poche altre cose, per cercare di capirla e di essere in sintonia col suo modo di essere. Lei mi fa arrabbiare moltissimo, a volte. Lei mi fa disperare perché certi giorni mi sembra di non riuscire ad arrivare al suo cuore. Lei mi fa sciogliere e intenerire e mi fa a pezzetti con uno sguardo.
Lei, che è così com’è, poteva quindi scegliere un costume di carnevale “normale”? Principessa fatina indiana piratessa o quello che è? No, non poteva.
Quest’anno mi è toccato cucire un costume da domatrice di leoni. Lo posso dire che ho sudato freddo? Perché questa illimitata fiducia delle nane nelle mie doti di sarta, senza dubbio lusinghiera, è anche decisamente eccessiva. Cioè, come si fa a cucire una giacca? Da dove si comincia?
Si comincia da una maglia qualunque presa dall’armadio, da usare come modello. E poi si prova a rifarla uguale, creando un cartamodello. Beh, uguale è una parola grossa, diciamo simile. Simile è già un ottimo risultato, oltre ogni aspettativa. E quindi se voi pensavate che fosse in arrivo un tutorial con tutti i crismi resterete deluse, perché proprio non sono in grado. Ogni volta che io spiego come si realizza un capo d’abbigliamento, da qualche parte nel mondo una vera sarta muore di crepacuore. Fulminata.
Io banalmente ho esaminato con cura i diversi pezzi di cui era fatta una felpa che per forma e taglia mi pareva idonea, e poi li ho disegnati sulla carta. Ho appoggiato questo wannabe cartamodello sul mio vellutino e dopo aver fatto alcuni gesti scaramantici e propiziatori ho tagliato. Una volta ottenuti i pezzi ho cucito, preda del terrore che mi venisse molto più piccola dell’originale e che mia figlia non potesse nemmeno infilarsela. Invece, per un colpo di fortuna, mi sono solo uscite delle simpatiche maniche a sbuffo tipo Biancaneve, che poi ho coperto con le spalline nere.
A quel punto ho tirato un sospiro di sollievo: il difficile era fatto.
Per le code posteriori ho disegnato a mano libera sul feltro nero una forma quasi triangolare, con un breve prolungamento su un lato in modo che la coda si innestasse sul davanti della giacca, abbracciando in parte il busto. In realtà somiglia molto alla pinna di uno squalo!
Ho ripetuto questa forma un’altra volta sul feltro e poi due sul velluto rosso.

Ho cucito le due stoffe dritto contro dritto, le ho rivoltate e ho ottenuto le code, che poi ho cucito alla giacca, sempre dritto contro dritto.

La struttura della giacca era pronta.
Poi è iniziata la parte autenticamente creativa: decorarla.
Sul davanti ho applicato un trapezio di feltro nero, su cui ho cucito una passamaneria dorata, con la quale ho profilato anche tutto il punto vita e le code della giacca: un lavoro lunghissimo e ingrato, da fare a punti minuscoli, che mi ha portata ad usare oltre 6 mt di passamaneria. Non finiva più!!

Per il colletto ho creato con il feltro due strisce orizzontali con un angolo leggermente stondato e le ho cucite internamente al bordo: una specie di colletto alla coreana.

Nel retro della giacca, dove si innestano le due code, ho cucito due bottoni dorati

Su ciascuna manica invece ho applicato un triangolo nero su cui ho fatto una greca, uno scarabocchio, un ghirigoro con la passamaneria. Credo che ghirigoro sia il termine tecnico.

Da sotto il bordo della manica e da sotto la parte corta anteriore del davanti ho fatto sporgere un bordo di pizzo arricciato, come se la nostra domatrice indossasse una camicia di pizzo sotto la giacca. La femminilità prima di tutto!

Infine ho fatto le spalline: due rettangoli di feltro, con un lato corto curvilineo, con una passamaneria a frange che ho biecamente incollato perché non ne potevo più di cucire bordini. E anche la spallina è stata applicata sulla giacca con una goccia di colla. Sul davanti della giacca abbiamo infine applicato un piccolo papillon di feltro, agganciato ad una spilla da balia e quindi rimovibile.

A completare l’insieme un mini cappellino gentilmente offerto dalla mia amica-vicina di casa. Era decorato per Halloween, con un delizioso pipistrellino viola e un giro di strass sulla veletta di tulle: io ho scucito tutto e ho messo un nastro rosso, un fiocchetto nero e ho riapplicato la veletta ma in modo diverso da com’era originariamente. Il tutto è stato poi fissato ad un cerchietto nero semplice.

Ed eccola qui, la mia domatrice di leoni immaginari, pronta a farsi valere sulla pista

Che dite, è venuto bene? Lei era molto soddisfatta, stamattina le brillavano gli occhi e questo è per me il riconoscimento più grande.
La sorellina, invece, si è vestita di nuovo da Elsa, con l’abitino del suo compleanno.

Vita imperfetta pt. 4: Il balsamo

C’è che io questa settimana al lavoro ho fatto gli straordinari che più straordinari non si può. Quindi alla domenica ci sono arrivata da raccogliere col cucchiaino, visto che pure sabato ho finito in ufficio dopo le 19. Quindi diciamo che nella gestione domestica mi sono persa qualche pezzetto per strada, tipo quelle commissioni che avrei fatto il sabato mattina se non fossi stata tumulata viva con un centinaio di odontoiatri (e ho pure mal di denti, colmo dei colmi!).
Certo, se io fossi stata una persona più organizzata non saremmo arrivati a questa tragedia, oppure se attorno a me ci fossero state persone altrettanto organizzate, di quelle che quando finisce un prodotto lo scrivono sulla lavagnetta di cucina (sappiamo tutti di chi sto parlando, vero?), il dramma accaduto ieri si sarebbe potuto evitare, e il mondo oggi sarebbe stato un luogo più felice.
Invece, purtroppo, non è così. Il mondo è un luogo oscuro e intricato, dove io mi aggiro come una pazza.

Vita imperfetta parte 4°: Il Balsamo
E’ domenica, finalmente sono a casa in pace, e ho tempo da dedicare a sistemarmi i capelli. Perché i miei non sono capelli normali e richiedono cure particolari. Lo sa bene quell’amica con cui sono andata alla spa, che mi ha vista uscire dalla doccia con un nido al posto della capigliatura. Lo sa bene la mia parrucchiera, che ironizza sul fatto che dopo aver asciugato la mia testa deve prendere un giorno di ferie per riposarsi.
Lo sa bene mio padre, che simpaticamente da bambina mi chiamava Il Re Sole. Avete presente?
E’ lui: un tipino con un’acconciatura niente male, no?



Di questo mio dramma dei capelli indomabili avevo parlato già in un precedente post (che resta uno dei più letti in assoluto in questo blog): eh sì, l’argomento merita di essere sviscerato!
Solo le portatrici sane di capelli pazzi possono comprendermi fino in fondo e condividere con me le fatiche per andare in giro con un aspetto normale e ordinato, tipo così:

Fatiche che passano per phon, spazzola e naturalmente piastra. Senza la piastra io sono una donna finita, e ammetto che questo simpatico elettrodomestico è un pilastro portante della mia autostima.
Ma tutto non si riduce a questi tre elementi perché, come le portatrici di capello pazzo sanno bene, anche il balsamo è fondamentale. Tantissimo balsamo. Circa mezzo vasetto, per intenderci. Non usano il balsamo solo le donne che nella vita non hanno più nulla da perdere, ne sono convinta.
Quel balsamo che naturalmente era finito, ieri, domenica, in un orario nel quale non era fattibile uscire alla ricerca di un negozio aperto. E chiaramente io ero sotto la doccia e avevo già fatto lo shampoo per cui avevo superato il cosiddetto punto di non ritorno. Ma sotto la doccia il vasetto del balsamo c’era: vuoto. E sulla lavagnetta di cucina non c’era scritto niente. E’ stata avviata un’inchiesta per scoprire il colpevole di questo crimine contro i capelli, che verrà crocifisso in sala mensa: sospetto si tratti di un’associazione a delinquere composta da marito + nane.
Comunque, ormai era troppo tardi per uscire dalla doccia, per cui mi attacco al campanello: quel campanello che non ho mai capito perché sia presente obbligatoriamente in tutti i bagni, in prossimità della vasca o della doccia, appunto. Ora ho compreso: serve per quando finisce il balsamo.
Ai miei squilli impazziti si presenta la nana grande, cui chiedo di frugare nel mobiletto sotto il lavandino. Naturalmente non c’è nessun balsamo di scorta, perché queste cose in genere le acquisto io, e io ero ostaggio degli odontoiatri. Sono giunta alla conclusione che se io muoio improvvisamente i membri della mia famiglia gireranno per il resto della loro esistenza con i capelli terribilmente disidratati. E’ noto infatti che il balsamo viene venduto solo in luoghi remoti, da stregoni che custodiscono le loro formule segrete a costo della stessa vita.
Il triste epilogo di questa storia è che non sono riuscita a districarmi i capelli, né mi sono potuta piastrare quella specie di groviglio che ho al posto della testa (e non mi riferisco ai pensieri, no), per cui sono nel pieno di un attacco di capelli pazzi come non ne avevo da quando ho superato l’adolescenza. Sembra la testa di Barbie: gialla e stopposa, con riccioli voluminosi e indefiniti.
E tutto questo non sarebbe successo se fossimo una famiglia appena appena più organizzata. Ma è bene che mi rassegni, perché questa evoluzione non potrà mai avvenire. Resteremo sempre così, che rincorriamo le cose e cerchiamo di mettere una pezza un po’ come viene.

Ah, vorreste vedermi coi capelli pazzi? Manco morta.

Buon lunedì dal re Sole

All’alba una nota prenderò

Pensate alla musica della ormai famosissima “All’alba sorgerò” dal cartone Frozen, che ad Hove Haven è praticamente un’istituzione.
Su quel motivo, e parodiando il testo, la nana grande ha composto questa, pensando alla sua situazione scolastica. Avevo in casa Mogol e non lo sapevo…

Le note che piovon sopra di me
mi faranno un po’ sgridar
In questa remota scuola
la più monella sono io.
Ormai di note sono zeppa
fin lassù
Non le bloccherà
la mia volontà.
Ho ideato ogni bugia
per sembrare brava a maestra Pia
Nessuno mi ostacolerà…perché…
D’ora in poi imparerò
le espressioni e le farò
Non scorderò quel che so
e al maestro lo ripeterò
Ma resto qui
non andrò al Convitto*
Ho deciso ormai
Da oggi le Missioni** sono casa mia.
A volte è un bene
disobbedire un po’
può sembrare un po’ rischioso
Ma io ci proverò
Non è un difetto è una virtù
Se i compiti li faccio a testa in giù
Nessuno mai mi fermerà…perché…
d’ora in poi io lo so geografia non la studierò
e vivrò sì vivrò
per sempre in libertà.
Se il Flumendosa troppo lungo è
io l’accorcerò
e domani un dieci prenderò

*Scuola alla quale stavamo pensando di iscriverla il prossimo anno in prima media
** Scuola che frequenta oggi e dove ha deciso di voler restare

Vita imperfetta pt.3. Il vigile: corsi e ricorsi storici

E’ colpa mia, che vado ripetendo loro che si deve dire sempre la verità, costi quel che costi. E invece qualche volta sarebbe carino dire una bugia, una di quelle balle pietose che ci fanno stare bene in società e ci rendono più gradevoli al prossimo. Perché, andiamo, a volte la verità può essere imbarazzante.
Ed ecco a voi Vita imperfetta, parte 3°, che potremmo intitolare Il vigile: corsi e ricorsi storici.

Era un giorno di luglio, un caldo impietoso come solo dalle mie parti sa fare. La nana n. 2 aveva bisogno di schiacciare un pisolino dopo pranzo, così mi sono sdraiata sul lettone insieme a lei, facendole le coccole per indurla al sonno. Ma, viste le temperature, sul letto mi ci sono buttata in mutande. Fin qui tutto normale, almeno credo.
Se non fosse che mentre io e la nana piccola dormivamo come due angioletti, teneramente abbracciate, qualcuno ha suonato il campanello. Nel dormiveglia, ho sentito la nana grande che rispondeva al citofono: era un vigile urbano. Deve averle detto: – c’è la mamma? Puoi chiamarla?- perché l’ho udita chiaramente rispondere alla cornetta: – sì c’è, ma sta dormendo in mutande! Adesso la chiamo – Ecco. Così ora il vigile è informato, e anche tutta la nostra strada. Grazie, figlia.
A quel punto naturalmente mi alzo. Umiliatissima, chiedo alla bambina come le sia venuto in mente di dire al vigile che stavo dormendo IN MUTANDE. Era proprio necessario quel dettaglio? Domando stizzita. Lei mi guarda con la faccia più innocente del mondo e mi fa: – Beh lui mi ha chiesto cosa stessi facendo… dovevo dirgli una bugia? –
Eccola lì, la verità a tutti i costi. Maledizione.
Così esco di casa, non prima di aver indossato un paio di shorts, per vedere cosa voglia questo vigile alle 15,30 di un pomeriggio di fine luglio a Cagliari, quando se non sei al mare sei chiuso da qualche parte con l’aria condizionata sparata a palla. Lui invece no, lo vedo da lontano che ha la divisa completa, gli anfibi il giubbotto e tutto il resto. Poveraccio. Spero che sia un vecchio; non so perché ma il fatto che possa essere un signore anziano mi fa pensare che la figuraccia sia meno cocente. Mentre cammino verso di lui e il mio cancello, annoto mentalmente terribili punizioni cui sottoporrò mia figlia non appena il vigile se ne sarà andato; ad esempio potrei appenderla per i piedi al gazebo e poi pestarla col battipanni di bambù, come se fosse un tappeto.
Poi lui si gira verso di me e lo guardo in viso: perfetto, mi doveva capitare il vigile quarantenne, e pure carino. Sento che sto diventando rossa fino all’attaccatura dei capelli.
-Buonasera- gli dico io, affettando un’indifferenza smentita dal colore della mia faccia.
– Signora…- risponde lui con un cenno del capo. Poi scoppia a ridere: una risata di gusto davanti alla quale avverto che mi sono diventate paonazze pure le orecchie. E tutto ciò che lui mi dice, a quel punto, è -Simpatica sua figlia- Ridacchia; sta ridendo di me, porca miseria!
Biascico qualcosa in preda all’imbarazzo e rispondo alle sue domande sulla presenza di macerie nella nostra via senza nemmeno ascoltarlo: non vedo l’ora di rientrare in casa.
E quando il vigile carino e quarantenne si degna di lasciarmi andare torno dentro, portandomi dietro l’ennesima conferma che sono una schiappa come educatrice, e che il messaggio che devo passare alle mie figlie non può essere quello della verità a tutti i costi, sempre comunque e dovunque, ma quello della verità con le sfumature, le priorità, le graduazioni e tutte quelle cose che ci inventiamo noi adulti per dare un nome dignitoso alla bugia ma anche all’omissione della verità. Tipo quando ti regalano una cosa che ti fa schifo e tu ringrazi ugualmente con un grande sorriso. Appena il donante se ne va puoi sempre lanciare il regalo nell’anta buia dell’armadio.
Poi mi viene in mente che io all’età di mia figlia mi comportavo allo stesso modo. Come quella volta che avevo risposto io al telefono mentre eravamo a tavola per cena e, una volta tanto, mio padre sedeva a mangiare con noi. Miracolo. Purtroppo però al telefono era il suo direttore, e questo significava solo una cosa: che mio padre avrebbe interrotto la cena, sarebbe andato in ospedale e sarebbe entrato in sala operatoria a fare il suo lavoro fino a chissà quale ora della notte. Una routine che io detestavo e che funestava tutti i nostri momenti in famiglia. Tenendo la cornetta in mano, quindi, lo chiamai a gran voce: – Papààààààà, è il prof. XY, la solita fregaturaaaaa! – Cosa che il prof. XY sentì perfettamente. Che poi, era solo la verità, senza sfumature e graduazioni e strati di vernice di cortese ipocrisia. Quelli li ho imparati molto dopo, costretta dalla vita.
La storia si ripete, aveva ragione Giambattista Vico.