Vita imperfetta pt.3. Il vigile: corsi e ricorsi storici

E’ colpa mia, che vado ripetendo loro che si deve dire sempre la verità, costi quel che costi. E invece qualche volta sarebbe carino dire una bugia, una di quelle balle pietose che ci fanno stare bene in società e ci rendono più gradevoli al prossimo. Perché, andiamo, a volte la verità può essere imbarazzante.
Ed ecco a voi Vita imperfetta, parte 3°, che potremmo intitolare Il vigile: corsi e ricorsi storici.

Era un giorno di luglio, un caldo impietoso come solo dalle mie parti sa fare. La nana n. 2 aveva bisogno di schiacciare un pisolino dopo pranzo, così mi sono sdraiata sul lettone insieme a lei, facendole le coccole per indurla al sonno. Ma, viste le temperature, sul letto mi ci sono buttata in mutande. Fin qui tutto normale, almeno credo.
Se non fosse che mentre io e la nana piccola dormivamo come due angioletti, teneramente abbracciate, qualcuno ha suonato il campanello. Nel dormiveglia, ho sentito la nana grande che rispondeva al citofono: era un vigile urbano. Deve averle detto: – c’è la mamma? Puoi chiamarla?- perché l’ho udita chiaramente rispondere alla cornetta: – sì c’è, ma sta dormendo in mutande! Adesso la chiamo – Ecco. Così ora il vigile è informato, e anche tutta la nostra strada. Grazie, figlia.
A quel punto naturalmente mi alzo. Umiliatissima, chiedo alla bambina come le sia venuto in mente di dire al vigile che stavo dormendo IN MUTANDE. Era proprio necessario quel dettaglio? Domando stizzita. Lei mi guarda con la faccia più innocente del mondo e mi fa: – Beh lui mi ha chiesto cosa stessi facendo… dovevo dirgli una bugia? –
Eccola lì, la verità a tutti i costi. Maledizione.
Così esco di casa, non prima di aver indossato un paio di shorts, per vedere cosa voglia questo vigile alle 15,30 di un pomeriggio di fine luglio a Cagliari, quando se non sei al mare sei chiuso da qualche parte con l’aria condizionata sparata a palla. Lui invece no, lo vedo da lontano che ha la divisa completa, gli anfibi il giubbotto e tutto il resto. Poveraccio. Spero che sia un vecchio; non so perché ma il fatto che possa essere un signore anziano mi fa pensare che la figuraccia sia meno cocente. Mentre cammino verso di lui e il mio cancello, annoto mentalmente terribili punizioni cui sottoporrò mia figlia non appena il vigile se ne sarà andato; ad esempio potrei appenderla per i piedi al gazebo e poi pestarla col battipanni di bambù, come se fosse un tappeto.
Poi lui si gira verso di me e lo guardo in viso: perfetto, mi doveva capitare il vigile quarantenne, e pure carino. Sento che sto diventando rossa fino all’attaccatura dei capelli.
-Buonasera- gli dico io, affettando un’indifferenza smentita dal colore della mia faccia.
– Signora…- risponde lui con un cenno del capo. Poi scoppia a ridere: una risata di gusto davanti alla quale avverto che mi sono diventate paonazze pure le orecchie. E tutto ciò che lui mi dice, a quel punto, è -Simpatica sua figlia- Ridacchia; sta ridendo di me, porca miseria!
Biascico qualcosa in preda all’imbarazzo e rispondo alle sue domande sulla presenza di macerie nella nostra via senza nemmeno ascoltarlo: non vedo l’ora di rientrare in casa.
E quando il vigile carino e quarantenne si degna di lasciarmi andare torno dentro, portandomi dietro l’ennesima conferma che sono una schiappa come educatrice, e che il messaggio che devo passare alle mie figlie non può essere quello della verità a tutti i costi, sempre comunque e dovunque, ma quello della verità con le sfumature, le priorità, le graduazioni e tutte quelle cose che ci inventiamo noi adulti per dare un nome dignitoso alla bugia ma anche all’omissione della verità. Tipo quando ti regalano una cosa che ti fa schifo e tu ringrazi ugualmente con un grande sorriso. Appena il donante se ne va puoi sempre lanciare il regalo nell’anta buia dell’armadio.
Poi mi viene in mente che io all’età di mia figlia mi comportavo allo stesso modo. Come quella volta che avevo risposto io al telefono mentre eravamo a tavola per cena e, una volta tanto, mio padre sedeva a mangiare con noi. Miracolo. Purtroppo però al telefono era il suo direttore, e questo significava solo una cosa: che mio padre avrebbe interrotto la cena, sarebbe andato in ospedale e sarebbe entrato in sala operatoria a fare il suo lavoro fino a chissà quale ora della notte. Una routine che io detestavo e che funestava tutti i nostri momenti in famiglia. Tenendo la cornetta in mano, quindi, lo chiamai a gran voce: – Papààààààà, è il prof. XY, la solita fregaturaaaaa! – Cosa che il prof. XY sentì perfettamente. Che poi, era solo la verità, senza sfumature e graduazioni e strati di vernice di cortese ipocrisia. Quelli li ho imparati molto dopo, costretta dalla vita.
La storia si ripete, aveva ragione Giambattista Vico.

5 pensieri riguardo “Vita imperfetta pt.3. Il vigile: corsi e ricorsi storici”

  1. Già, ora che mi ci fai pensare anch'io me ne sono uscita a nove anni con un commento veritiero ma non molto carino su un'inquilina del nostro palazzo… sarà l'età? Ho già i brividi…ps: il vigile è un bastardo comunque!

  2. be', però questo vigile il commento avrebbe potuto anche risparmiarselo!Noi qui non usiamo il pisolino pomeridiano è credo mi sarei imbarazzata più per quello!Se tu può consolare io a 6 anni ho detto alla verduriera che era una cicciona e sicuramente le sue verdure erano cattive, se no lei le avrebbe mangiate e non sarebbe stata così grassa; poi ho detto alla panettiera/ pasticcera che tutti in paese la chiamavano "gne gne" perché la sua voce era fastidiosa e al calzolaio che il suo negozio era un vero casino e avrebbe dovuto riordinare! Tutto lo stesso anno!Inutile aggiungere che poi mia madre mi ha fatto un corso accelerato di bugie a fin di bene e false cortesie, pur di farmi stare zitta!!!!

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