Vita imperfetta pt.9. La colonna sonora

Voi ce l’avete la colonna sonora? Io ce l’ho, costante.
Perchè ho sempre la radio o lo stereo acceso, quando guido o cucino, quando gioco con le mie figlie, cucio o stiro. Ma non è solo questo.
Perchè canticchio sotto la doccia e anche in altri momenti, più o meno adeguati. Come quella volta che, uscendo dal lavoro, aspettavo di attraversare al semaforo. Era il periodo in cui mi occupavo della segreteria di un gruppo consiliare, roba da tailleur e scarpe col tacco. E mentre io me ne stavo al semaforo con il mio tailleur nero, décolleté nere e perle al collo e alle orecchie, in mezzo ad altri in giacche e tailleurs e borse per pc, cravatte vistose o sobrie, col nodo grande o piccolo, scarpe lucide e discorsi seri, mentre io me ne stavo lì, dicevo, con la mia aria da businesswoman, ho notato che gli altri che attendevano il verde mi guardavano in modo strano. Un po’ come la volta della lumaca sulla testa, avete presente?
– Ecco, ho una calza smagliata – ho pensato io.
E invece no; ero ferma al semaforo vestita da persona seria, e stavo canticchiando, nemmeno a voce troppo bassa, Il coccodrillo come fa. E non me n’ero resa conto.

Ma non è neppure soltanto questo.
E’ che, per ogni cosa che mi succede, io c’ho una colonna sonora mentale che mi parte da sola, e guai a disturbare.
Ad esempio. Sto andando a prendere un’amica, per un’uscita tra ragazze? E’ facile: Girls just wanna have fun (lo so, ho un animo un po’ trash, ma mi ricorda la mia adolescenza scapestrata, i ritorni a casa alle 6 del mattino e l’incontro con mio padre, che era in piedi già da un po’ per andare al lavoro e non gradiva vedermi arrivare a quell’ora). Non importa se il lettore cd della mia auto non funziona più, tanto io ce l’ho in testa, con le doppie voci sovrapposte e tutte le percussioni al posto giusto e al momento giusto. Hey now, what is the matter with you?
Si portano le nane a pallavolo? Abbiamo The last remaining light, che ci carica e che dura esattamente quanto dura il tragitto da casa alla palestra. Cantiamo and if you don’t believe the sun will rise, stand alone and greet the coming night come tre invasate e quando arriviamo a destinazione siamo pronte – sono pronte, loro – per fare tutte le schiacciate più cattive ed efficaci.
Quando andiamo al circolo ippico, invece, la mia colonna sonora è Learning to fly, perchè mai un’altra canzone mi è sembrata descrivere così bene quello che provo quando sono in sella. Anche se parla del volo. There’s no sensation to compare with this, suspended animation, a state of bliss. Perfetta.
Quando guido verso la mia casa al mare, scegliendo sempre la vecchia lenta litoranea a picco sulle onde, quando il mare rispunta scintillante dopo ogni curva, incendiato di riflessi dal sole, io sento This is the life in sottofondo, anche se la radio è spenta, e penso che davvero la vita sia piena di doni e che non dobbiamo mai smettere di notarli.
Giornata pesante, troppe cose da fare, ti senti un po’ una bestia da soma? Ecco che Carry on parte in automatico dentro di me, per poi venir fuori: le nane fanno il coretto e io la voce principale. Lo so, mi manca un po’ di senso del ridicolo, ma ognuno si diverte come può.
Ogni mia mattina, per essere precisi, comincia con Outcry: un grido di battaglia per affrontare col giusto piglio tutto quello che mi aspetta. Ché io sono una combattiva, e vivere a metà non mi piace.
C’è una canzone che mi accompagna in quasi ogni momento della giornata, che sottolinea e incornicia ciò che mi accade, che spesso mi presta le parole per descriverlo, sentirlo e interpretarlo. Questo è indubbiamente reso più facile dal fatto che ho una memoria mostruosa per i testi delle canzoni: un talento assolutamente inutile nella vita, che mi permette però, se voglio, di parlare per citazioni.
A questo punto mi sorge però una domanda: la colonna sonora ce l’avete anche voi? Anche voi avete una canzone le cui note vi risuonano in mente, adatta ad ogni istante, oppure mi devo preoccupare?

Ghirlanda fuoriporta di foglie acquarellate

L’altro giorno, aspettando un po’ di ospiti che dovevano venire a casa a mangiare una fettina di torta per il mio compleanno, ho realizzato in fretta e furia questa ghirlanda, tanto semplice da realizzare quanto d’effetto.

E’ un piccolo progetto che si può realizzare coinvolgendo i bambini: si divertiranno un mondo a pasticciare con gli acquerelli!
L’idea mi è venuta curiosando in questo blog americano di decorazione, poi l’ho modificata a mio uso e consumo (cioè, non avevo in casa nessun vecchio libro da sacrificare anche perché per una bibliofila come me strappare le pagine di un libro è praticamente un sacrilegio!)
OCCORRENTE:
Un cartoncino per acquerello 60×90 cm: non prendetelo di una grammatura troppo grossa altrimenti tagliarlo sarà faticosissimo (e non potrete farlo fare ai bimbi);
Un set di acquerelli;
Un pennello grande;
Una base per ghirlande in polistirolo;
Nastro a piacere (1 mt);
Colla a caldo;
Forbici o taglierina;
Procedimento:
Abbiamo scelto una palette di colori che ci piaceva: dal viola al verde passando per l’azzurro, che è il colore predominante ad Hove Haven, poi la nana n. 2 ha dipinto con gli acquerelli tutto il foglio, partendo dal viola e aggiungendo il blu fino a sfumare nell’azzurro. All’azzurro ha poi aggiunto il verde, creando un bellissimo viridian, e poi ha sfumato fino al verde vero e proprio.

Abbiamo steso il nostro “lenzuolino” ad asciugare in giardino, con tanto di mollette, e una volta pronto abbiamo fatto lo stesso lavoro dall’altro lato, avendo cura che dietro il viola ci fosse il viola e non il verde, e lo stesso per gli altri colori.
Poi abbiamo tagliato il cartoncino in tante strisce da circa 3 cm di larghezza (ne sono uscite appunto 30)

E ogni striscia è stata divisa verticalmente in 6 pezzi da 10 cm, tutto ad occhio.

Ad ogni rettangolo poi abbiamo dato una forma lanceolata, facendo una punta da una parte e lasciando la base piatta dall’altra, anche in questo caso tutto rigorosamente ad occhio

Infine abbiamo incollato le foglie sulla base di polistirolo. Non ho fotografato questi ultimi passaggi perché non pensavo di dedicarvi un post, ma nel tutorial da cui ho preso l’idea si vede molto bene come procedere.
Si tratta in ogni caso di incollare le foglie a raggiera, seguendo le gradazioni di colore

Lo strato successivo deve andare a sovrapporsi in parte al precedente, in modo da coprire la base delle foglie. Abbiamo avuto cura inoltre di coprire bene i lati ma non il retro della ghirlanda, perché altrimenti non saremmo riuscite ad appenderla.
Per terminarla abbiamo creato un fiocco con il nastro quadrettato, e un piccolo cappio per sospenderla al gancetto che c’è sulla porta d’ingresso.
Ed eccola qua

Vi piace? Credo che per un po’ la terremo sulla nostra porta, in attesa di ispirazioni di sapore più estivo. Sto già pensando a qualcosa con le conchiglie…

Strong is the new Pretty

Ieri guardavo le immagini, meravigliose, che questa fotografa ha scattato alle sue figlie e pensavo che da piccola assomigliavo molto a questo tipo di bambina: forte, spericolata, le ginocchia costantemente sbucciate. Tipo che con i pattini facevo la discesa ripidissima che correva accanto alla mia via e terminava in un campo di margherite gialle nel quale a fermarti erano gli arbusti, ché altrimenti avresti continuato a correre all’infinito. Oggi al posto delle margherite c’è una rotonda, e scendere in pattini per quella discesa non sarebbe consigliabile, ma allora mi sembrava la cosa più normale del mondo. “Non hai il coraggio!” mi dicevano, scatenando all’istante la trance agonistica. E scendevamo simili a proiettili urlando come una tribù in battaglia.
Avevo imparato a fare i salti con la bici, come i maschi, oppure giocavamo a calcio tutti insieme e io menavo quanto Alberto, Simone e Gianluca, anche se ero parecchio scarsa e mi mettevano sempre in porta.
Mi piaceva molto anche arrampicarmi sull’enorme magnolia del giardino, e una volta la vicina del secondo piano si spaventò moltissimo uscendo ad annaffiare i fiori del balcone e trovandomi proprio lì, ad altezza occhi. “Lo dico a tua madre!” era stata la sua terribile minaccia. Solo che a mia madre non gliene sarebbe fregato niente di sapere che sua figlia si era arrampicata fino a lì, lei che da bambina rubava le mele dal frutteto del parroco.

dalla bambola al camion dei vigili del fuoco

 Non è che non avessi un lato femminile: anche a me piaceva giocare con le bambole ed indossare il vestitino di sangallo, obbligatorio per compleanni e cerimonie, ma mi piaceva infinitamente di più scorrazzare in bicicletta e tornare a casa con gomiti e ginocchia abrase nel tentativo di fare qualche acrobazia.

incontri ravvicinati del terzo tipo: la nutria!

 C’erano in me entrambe le anime, e in fondo ci sono ancora. Perché una cosa non esclude l’altra: una bambina, o una donna, possono essere accoglienti e dolci e femminili anche se hanno corso nel fango fino a cinque minuti prima. O hanno sverniciato un mobile a forza di braccia, o hanno provato al parco i percorsi sospesi.

Hanno tirato con l’arco, pescato una spigola a canna, catturato gli insetti per osservarli o preparato pericolosi miscugli da piccolo chimico.

Quello che Kate T. Parker vuole ricordarci, con le sue foto, è che “forte” è bello, ed è femminile.
Anzi, “forte” è il nuovo “carino”. Perché non la smettiamo di dire alle nostre figlie “quanto sei carina con quella maglietta!” e iniziamo invece a dire loro che sono in gamba, che possono essere tutto quello che vogliono, dalla mamma all’astronauta, ed essere sempre belle, semplicemente perché sono loro stesse?
Perché se vogliono giocare alla principessa non ci sono problemi, ma se invece ciò che piace loro è arrampicarsi sull’albero e arrivare ad altezza secondo piano, anche strappandosi la maglietta per riuscirci, devono sapere che va bene anche così.
E se gli piacciono entrambe le cose? Tanto meglio: le principesse che si arrampicano sugli alberi sono le mie preferite. Non mettiamo loro dei limiti.

Se vi interessano i miei post precedenti a proposito di educazione delle bambine e lotta alla pinkification, cliccate qui

E’ un periodo

E’ un periodo che mi piace il rosa, che non mi è mai piaciuto. E quasi mi vergogno a dirlo, io che la stanza delle nane l’ho fatta tutta rossa e beige.

E’ un periodo che ogni minuto libero che ho lo passo su un libro di storia, cercando di capire, conoscere e approfondire. Ed evidentemente devo aver tediato a morte la mia famiglia, tanto che la nana n. 2 l’altro giorno mi ha detto: – mamma, speriamo che la guerra finisca presto! –
– Quale guerra, amore?- Ho chiesto io.
– Quella di cui parli sempre! – Ecco. Devo averle confuso un tantino le idee.

E niente, è che l’ho portata a fare il giro delle postazioni fortificate della contraerea, disseminate sulle nostre coste…

E’ un periodo che quello che ho scritto sopra non è vero fino in fondo, perché quando ho del tempo libero ho bisogno anche di stare all’aria aperta. In sella, possibilmente. Comunque a prendere sole e vento e profumi della terra. Sul vento ultimamente sono stata fin troppo accontentata…beware of what you wish!

E’ un periodo che ho più pazienza con le mie figlie, e vediamo quanto dura. Che rido di più e ascolto la loro musica. E ci prepariamo per uscire ballando e cantando come due bambine felici e una mamma scema ma felice.
E’ un periodo che le sbaciucchierei tutto il giorno: la grande sulle lentiggini, una per una, la piccola su quel naso minuscolo e perfetto che non ho capito da chi abbia ereditato. Di certo non da me.

E’ un periodo che continuo a dire troppi sì e troppi pochi no, e poi mi ritrovo a fare il giocoliere degli impegni. Ma ho anche capito che mi piace così, finché il fisico regge e mi viene dietro.

E’ un periodo che quando mi fermo, la sera, mi viene la tristezza perché penso sempre troppo.

Mi succede sempre all’approssimarsi del mio compleanno, quando rifletto sul fatto che sono passati altri 365 giorni e ancora non ho combinato niente di significativo nella vita. E allora mi viene una specie di mutismo che, credetemi, è un fatto piuttosto raro.

E’ un periodo che stavo facendo il mio consueto fioretto quaresimale e ho dovuto smettere perché ero andata sotto i 50 kg. Dal che ho realizzato che la mia dieta è composta almeno per il 50% di zuccheri, e ho deciso che non ho nessuna intenzione di rimediare.

E’ un periodo che mi vengono fuori battute taglienti, e devo imparare a moderare il mio sarcasmo. L’ho capito quando la mia amica mi ha detto: – non ti vorrei mai come nemica –
E’ un periodo, però, che sono diventata anche più assertiva; e questo sì che va bene.
E’ un periodo che vorrei abbracciare molto forte una persona e dirle che le voglio bene e che ci sono sempre, ma non so se questa persona voglia. E temo che la prenda come un’indebita invasione. Perciò spero che legga e si riconosca.

E’ un periodo che ho sempre voglia di scrivere e il tempo non mi basta mai. E allora scrivo di notte, scrivo mentre aiuto le bambine a fare i compiti, ripassando 3×4 e i divisori di 110. Scrivo mentalmente mentre faccio la spesa, aspettando di trovarmi davanti ad una tastiera. E poi sbaglio i detersivi, ma non i congiuntivi.

Che ho voglia di viaggiare, ma c’è lo stesso problema. E oltretutto non posso viaggiare mentre ripasso le tabelline. Che poi succedono gli incidenti.
E’ un periodo che il lettore cd della mia macchina è passato a miglior vita, e io non posso più ascoltare i miei cd e soprattutto cantare le mie canzoni preferite. Quindi ho smesso di rendermi ridicola ai semafori, e questo mi addolora molto.

E’ un periodo che… mi sembra di avere moltissimo e di non avere abbastanza. E non ho capito se questo sia il motore dell’automiglioramento o di una stupida costante frustrazione.

quattro generazioni su un tavolino