Bravi Bimbi e il post n.200

Oggi va online il mio duecentesimo post!
Per questo mi fa particolarmente piacere segnalarvi che, se vi va, oggi mi trovate con una simpatica intervista sul sito Bravi Bimbi, intervista per la quale ringrazio molto Riccardo che mi ha contattata, e Giulia di Mamma Avvocato che gli ha fatto il mio nome e ha espresso il desiderio di sentire le mie risposte.

Mare

Pazienza se tirava un maestrale che ti portava via: noi facciamo come Pollyanna, che trova sempre il buono nelle cose. E alla casa al mare ci siamo andate munite di aquilone.

Pazienza se il cielo era un po’ coperto; almeno quando abbiamo pescato dagli scoglietti non siamo morte di caldo, ferme sotto il sole. E non abbiamo preso niente perché poverini, i pesciolini…alla fine meglio così. E in effetti i bigattini fanno pure un po’ schifo.

C’è quel momento, quando scollini da dietro le dune, che la spiaggia ti colpisce in tutta la sua quieta, maestosa bellezza, un istante in cui l’occhio l’abbraccia tutta e tu pensi a quanto sei fortunata a vederla con i tuoi occhi. Ogni singola volta che emergi dalle dune. Perché la cosa bella delle fortune e delle gioie è che non c’è limite nel numero. Il limite lo mettiamo sempre noi, quando perdiamo l’incanto.

Il limite è quello della nostra noia, della stanchezza, dei retropensieri. Delle strategie, degli atteggiamenti, delle pianificazioni. Quei limiti che i nostri figli non hanno e che speriamo sempre che acquisiscano il più tardi possibile.
Così, trovando tre bastoni sulla spiaggia, portati dal mare, penseranno subito ad una capanna, senza retropensieri, noia o strategie.

Poche cose danno la stessa gioia, la stessa sensazione di libertà del far volare un aquilone. Se poi è il nonno a correre con te sulla spiaggia, a spiegarti quando dare il filo e quando riavvolgere, tutto è ancora più bello
Tralasciamo il fatto che mamma abbia voluto fare la solita smargiassa, dando all’aquilone tutti i trenta metri di corda, cosicché i tre secondi di bonaccia improvvisa lo hanno fatto inabissare in un istante fra le onde, a capofitto e senza possibilità di recupero prima dell’impatto. Tanto che dopo ci è toccato fargli il bagnetto con l’acqua dolce, manco fosse un bebè.
E’ che quando uno ha come colonna sonora della sua esistenza “I don’t wanna grow up” non c’è niente da fare. C’è il solo vantaggio che sei capace di entusiasmarti per l’aquilone, per la tua canzone preferita alla radio, per il tramonto sulla spiaggia. Anche se è nuvoloso.
Enjoy the small things in life

Quando non avevo figli

Quando non avevo figli ero una bravissima mamma. Non è un paradosso.
Prima di avere figli sapevo esattamente che cosa avrei fatto in questa o in quella situazione. Sapevo ad esempio che non avrei mai fatto dormire le mie figlie nel lettone, che non avrei mai alzato la voce, che sarei stata sempre empatica e sorridente ma ferma e decisa sulle mie posizioni. Una mamma zen. Una mamma radicata nella tradizione ma con lo sguardo rivolto all’oggi. Con tutte le priorità messe nella scala giusta e scolpite nella mente che manco una lastra di marmo. Sacerdotessa delle supreme verità dell’essere genitore.
Insomma, avevo un sacco di certezze. Forse perché, appunto, figli non ne avevo.
Guardavo le mamme per strada perdere la pazienza per un capriccio, rispondere sgarbatamente ad un figlio davanti ad una richiesta lamentosa, allungare uno sculaccione che appariva certo una reazione esagerata di fronte ad una piccolezza. E un po’ mi indignavo. Riflettevo sul fatto che io non avrei mai detto quella frase infelice, mai avrei adottato quel tono scortese, mai avrei concesso qualcosa pur di avere un po’ di pace… e così via. Giudicavo dall’esterno.
Perché giudicare dall’esterno, quando non si è coinvolti nelle situazioni, è sempre molto facile. Sto dicendo una banalità? Solo apparentemente. Se ci riflettiamo un attimo ci rendiamo conto che, in materia di figli, ci cadiamo tutti, prima o poi.
Poi i figli arrivano e su certe cose si cambia leggermente punto di vista. Talvolta perché diventa una tecnica di sopravvivenza, e ti ritrovi a mettere una pezza per arrivare indenne alla fine della giornata, talaltra perché quelle priorità che erano così ben scolpite nella mente sono state messe pesantemente in discussione dagli eventi. Inutile dire che questa cosa è successa pure a me. Non una ma mille volte.

si fingono brave bambine per indurti ad abbassare la guardia

Ad esempio. C’è il giorno in cui devi uscire di casa a fare cento commissioni, ma è anche lo stesso giorno in cui le tue figlie sono due pesti urlanti che litigano tra loro per metà del tempo, e per l’altra metà inventano capricci lamentosi e assurdi che ti sfiniscono. Per quale misteriosa alchimia ci siano giorni così, e giorni in cui le tue figlie sono angeli di benevolenza reciproca e buona educazione è un mistero. Comunque, quando finalmente riesci a metter piede fuori casa – che per quanto sei sconvolta sembri più uscita dalla lavatrice che dal portone – e cerchi di trascinartele dietro nel tuo tour de force, loro offrono una solida, coerente resistenza, improvvisamente solidali tra loro. E intanto la tua tabella di marcia già troppo stretta accumula ritardo su ritardo, mentre loro dimenticano il golfino nel negozio n.1 facendoti tornare indietro, nel negozio n. 2 provano dodici paia di scarpe ma vogliono la tredicesima, davanti all’edicola si impuntano che vogliono un nuovo foglio di stickers, poi ti chiedono un gelato, no una pizzetta, anzi un croissant, oppure meglio un succo, o magari i pop corn, e le patatine fritte dove le mettiamo?
Ecco, allora a te possono accedere due cose, entrambe legittime. Capitolare su tutta la linea, e prendergli il succo, i pop corn e pure gli stickers; oppure in alternativa perdere la pazienza. Minacciando punizioni talmente esemplari che sai già che non le applicherai, e lo sanno anche loro, oppure alzando la voce con un sonoro “mi avete stufata!!!” udibile a tre isolati di distanza, che le pietrifica sul posto. Ed è allora che tutti si girano a guardarti con un misto di compassione e disapprovazione per il tuo essere una madre così palesemente inadeguata. A te dà fastidio, ma poi ti accorgi che prima eri così anche tu. Giudicavi. Prima quando non avevi figli ma un sacco di certezze su come crescerli. E un po’ ti vergogni di essere stata tanto rigida e pronta a sputare sentenze.

poi quando meno te l’aspetti cercano di buttarti in acqua…

Perché vi ho raccontato tutto questo?
Perché due giorni fa, al bar dello stabilimento balneare che frequento, ho visto una mamma con due bimbi. Bimba n.1, circa quattrenne, piagnucolante davanti al banco dei gelati: pazientemente la mamma cerca di capire il motivo del malcontento, poi fa servire alla creatura un cospicuo cono tre gusti. Nel frattempo il figlio n. 2, appena in grado di stare in piedi da solo, le sta letteralmente appeso alla gamba, succhiandole un ginocchio come fosse la cosa più normale del mondo. La mamma faticosamente stacca la ventosa umana dalla gamba e questa ovviamente si risente, andando a fare eco alla sorella che, chissà perché, nemmeno col gelato si è rasserenata. In silenzio si mette con nano n.2 e nana n.1 a far la fila alla cassa per pagare il gelato e, prima ancora che sia arrivato il loro turno, il cospicuo cono tre gusti viene spiaccicato sul pavimento dall’incauta bambina. Che  – c’è bisogno di dirlo? – piange sempre più forte.
La mamma si volta e le sibila: – Elena, ti prendo a schiaffi! – Disapprovazione generale da parte dei presenti nel bar, e nessuno, naturalmente, che si offra di dare una mano alla mamma a ripulire il ripulibile. Solo sopracciglia sollevate e mormorio. Tutti evidentemente genitori irreprensibili.
Ecco, io invece ho pensato a quant’ero una brava mamma, prima di avere figli, e a come adesso sono diventata una mamma normale, che perde la pazienza e dice la frase sbagliata, e a volte è scortese quando proprio non ce la fa più e capricci e stress hanno passato la soglia della sopportabilità, e mi sono sentita tanto solidale con lei. La sua frase era brutta, lo so, e oltretutto razionalmente inutile per risolvere la situazione, visto che ha avuto il solo effetto di far aumentare alla bambina il volume del pianto isterico. Ma sono sicura che anche la sua mamma se n’è resa conto nel momento stesso in cui l’ha pronunciata, e alla rabbia per il gelato rovesciato e alla stanchezza per i capricci in stereo si dev’essere aggiunto subito uno sgradevole senso di colpa. L’idea di aver fallito nell’essere l’adulto di riferimento per le due creature affidate a lei. La vogliamo pure giudicare per aver sbroccato? Non so voi, ma io non lo faccio più.