Vita imperfetta pt.10: quei pomeriggi

Quei pomeriggi che non vanno esattamente come avevi programmato, e sono una tragedia per una maniaca del controllo come me. Hai voglia a farti il tuo schemino mentale, con orari e relative attività… il destino aspetta che abbia finito di compilartelo, il tuo bello schemino, e poi si diverte a scombinartelo sistematicamente. Meticolosamente, direi.
Sarà che oggi è lunedì, ma tu c’hai la casa uno specchio che wow, non ti capita mai, e già ti pregusti un pomeriggio di lavori in giardino, mentre la nana grande, insieme a due compagni scout, deve preparare un progetto per acquisire una nuova specialità.
Allestisci tutto in giardino, nel punto più fresco: tavolo, carta, cartone, colori, colle e tutto ciò che può tornare utile, e già te li immagini che lavorano alacremente e in armonia. Con la casa che rimane perfetta.
Beh perfetta proprio no, perché dopo pranzo alla nana piccola viene una irrefrenabile voglia di dipingere con gli acquerelli, e non si può mica dirle di no! O si può? Ogni tanto mi viene il dubbio che magari se guardassero mezz’ora di tv non crollerebbe il mondo…

Comunque, nei tuoi programmi mentali certo non hai preventivato che la tua amica e vicina di casa Annalisa, poco prima dell’arrivo dei bambini, entri a casa tua con un cucciolo in braccio. Minuscolo, bellissimo come solo i cuccioli molto piccoli sanno essere. Buttato da qualche simpaticone all’interno della parte di giardino che abbiamo in comune: il cancello ha le sbarre larghe e quel simpaticone deve aver pensato che, dove mangiano tre cani (uno mio e due di Annalisa) possono mangiare in quattro. Semplice, no?
Che patato! esclamiamo quasi in coro nel vederlo, con quella pancia da cucciolo, l’odore da cucciolo, le movenze da cucciolo.

Peccato che sia, appunto, un cucciolo, che purtroppo né io né lei possiamo tenere.

E’ però splendido e dolcissimo, e le bambine sono galvanizzate.
Così i nostri due ospiti scout arrivano nel mezzo di questo caos di bambine che si sdilinquiscono di fronte alla tenerezza di Patato (non ci è venuto niente di meglio, per apostrofarlo), e anche i due “colleghi” della nana grande si uniscono ai gridolini di apprezzamento, alle coccole e ai pucci-pucci, mentre il volume di tutto ciò diventa sempre più intollerabile.

E il cartellone? Il progetto da terminare per poter acquisire la nuova specialità? Dimenticato.
Il cucciolo – mai visto uno così calmo e paziente – passa di braccio in braccio, accoccolandosi e dispensando bacetti a tutti i bambini in egual misura.
Bambini che entrano ed escono continuamente da casa, mentre io debolmente chiedo di stare attenti con le porte, perché c’è il gatto nuovo, che ancora non si è ambientato, e non possiamo assolutamente correre il rischio che esca in giardino e si perda.
E la situazione di avere un cucciolo che NON deve entrare in casa (perché fa pipì ogni dieci minuti e tu, lo ricordiamo, una volta tanto hai la casa uno specchio), e un gatto che invece NON deve uscire, mentre quattro bambini entrano ed escono continuamente da tre porte diverse che danno sul giardino, è potenzialmente esplosiva. Lo sapete, vero?
Infatti esplode. Il volume delle urla sale per un momento e il tono diventa disperato perché Zucchino, il gatto-nuovo-che-non-deve-uscire-perché-non-si-è-ancora-ambientato è uscito in giardino. E tutti i bambini lo inseguono strillando con l’idea di riprenderlo.

Zucchino nel suo nascondiglio preferito: l’armadio della nana grande

Non so voi, ma io se fossi un gatto molto timido e quattro bambini urlanti mi inseguissero farei di tutto, ma proprio di tutto, per non farmi prendere. E infatti…
In quel momento così delicato suona il campanello: è Federica, la bambina che ogni tanto passa a casa per giocare con le nane. Campionessa di tempismo.
Ora i bambini inseguitori sono cinque, e Zucchino si è acquattato sotto le piante, da dove con mille moine, voci melense e rumore di bacetti, riesco a riprenderlo e riportarlo dentro. Pericolo scampato.
Il lavoro riprende con numerose interruzioni dovute al cucciolo, quello di cane, che offre una distrazione non da poco. Mentre lo tengo un pochino in braccio, e lui mi si addormenta addosso, tenero come un neonato, inizio a notare dei piccoli animaletti saltellanti in mezzo al pelo… LE PULCI!
Come ho fatto a non pensare che un cucciolo trovatello sarebbe stato pieno di pulci? Vai di antiparassitario naturale per tutti i quadrupedi!
Ve l’ho detto che nel frattempo i quattro bambini diventati cinque continuano ad entrare ed uscire da casa per un pennarello, un po’ di gelato, una pipì urgente, o anche solo per vedere il mitico soppalco della stanza delle nane? E i miei pavimenti, specchi, vetri e tappeti immacolati sembra che siano stati puliti un mese fa. Il passaggio degli Unni ha lasciato meno danni, ne sono certa.
Depressione incipiente.
In compenso, alla fine della serata, sopra il tavolo sul quale il lavoro per gli scout si è svolto giacciono: un deodorante, due giochi elettronici, una confezione di cereali con metà del contenuto sparso ovunque, svariate coppette di gelato vuote, un forziere dei pirati di plastica azzurra e il materiale usato per il lavoro.
E i quattro bambini diventati cinque stanno festeggiando la fine del progetto cantando il Gloria sulla melodia di We will rock you. Con battimani e percussioni annesse. Che è una canzone che io amo, e tuttavia questa versione non mi convince troppo.
Solo alle 20 i tre ospiti vanno via e restiamo io, le nane, i due cani, Mela e Patato, i due gatti, la tartaruga che ha rischiato di venire calpestata numerose volte dalla ciurma di bambini, immersi nel caos. Tocca dare una parvenza di normalità alla casa e al giardino, poichè la mia geniale idea di farli lavorare fuori (al fresco, e così mi rimane la casa in ordine) ha sortito l’effetto di incasinare sia dentro che fuori.
Poi le imprescindibili docce e infine, dopo aver dato la pappa al cucciolo e averlo consegnato per la notte ad Annalisa, abbiamo bevuto un bicchiere di latte e ci siamo cacciate nel letto, incapaci di intendere e di volere più oltre, ma con l’idea che forse certe volte sarebbe meglio non fare programmi e accettare le cose come vengono.

A proposito, qualcuno vuole adottare Patato?

Giugno: la prova costume

Attenzione: questo non è un post con consigli di bellezza o utili suggerimenti strategici su come arrivare preparate alla famigerata prova costume, che tanto terrorizza le donne ad ogni latitudine.
Prima di tutto perché, se non sono brava a dar consigli a me stessa, figuriamoci che danni posso fare nell’elargire consigli agli altri; e poi perché sull’argomento in questione credo di essere una tra le più scarse al mondo. Insomma, quantomeno non proprio una fonte autorevole. 
Vi racconto, però, come gestisco io il momento della prova costume: fregandomene.
La mia ricetta? Tempo all’aperto, in tutte le stagioni
“Eh, facile”, dirà qualcuno, conoscendo i miei miserevoli 50kg-e-qualcosa di peso. Ma non è così.
Non è così perché spesso, troppo spesso, non sono contenta di me stessa quando mi guardo allo specchio. Quando sono andata a comprarmi un costume da bagno, un paio di settimane fa, nel camerino del negozio sono stata presa dallo sconforto.
Alzi la mano la donna che non vive la stessa sensazione. La vorrei conoscere.
Sei magra? Ti vedi troppo magra, cioè senza alcuna forma femminile. Io per esempio c’ho delle anche così sporgenti che quando prendo la nana piccola in braccio lei ci si accomoda sopra come fosse una poltroncina. Hai le forme femminili al posto giusto? Sì però ti vedi pure la pancia e il rotolino. E così via, di mancanza in mancanza: troppo alta, troppo bassa, troppo androgina, troppo formosa, troppo bianca o troppo scura; nella lista dei difetti – veri ma più spesso immaginari – si può continuare all’infinito.
Io, per esempio, solo a livello fisico vanto i seguenti complessi: seno e sedere non pervenuti, eccesso di lentiggini, carnagione da nordeuropea, capelli pazzi, cicatrici varie, sterno sporgente, doppio mento, piedi mostruosi, mani da uomo, ossa delle anche sporgenti (vedi sopra). Mi pare sia tutto. Ah no, ginocchia ossute e distrutte dalle cadute da cavallo. Ogni volta che mi chino si sente “crac”.
E allora, che si fa? Si rinuncia al costume in favore di uno scafandro? 
Verrebbe da pensare che fosse l’unica soluzione possibile.
consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza: io lo slip brasiliano lo lascio alle diciassettenni!

E invece no. 
Non vi pare che siamo diventate tutte un tantino fissate sulla questione? Al limite del patologico, talvolta? Questa storia della prova costume viene presa un po’ troppo sul serio, a mio avviso. Tutte a pensare alla coscia con la pelle a materasso e poche a riflettere sul fatto che magari mangiare meno schifezze e sollevare di tanto in tanto il sedere dalla sedia potrebbe sortire qualche benefico effetto su quel materasso che sfoggiamo sotto il punto vita. 
Non aver paura di provare nuove attività, a qualsiasi età
Abbiamo perso quasi completamente l’idea del legame, necessario e indissolubile, che esiste tra forma fisica e salute e pretendiamo di essere delle bellezze pneumatiche (scusa Huxley scusa, non le uso più le tue citazioni… non ho resistito) senza muovere un dito. 
Se c’è da ingerire 2-3 pastiglie ben venga, ma non chiedeteci di andare a correre/camminare/sudare in generale! Che poi si scompiglia la piega, si rovina la manicure, si rischia perfino di puzzare!
E questo succede perché siamo diventati incapaci di volerci bene, ascoltarci, prenderci cura di noi stessi. Miriamo ad obiettivi che non dovrebbero essere desiderabili e che siamo destinati invariabilmente a non raggiungere. Abbiamo perso di vista qual è l’obiettivo ultimo: essere sani.
Ecco perché mi arrabbio tanto quando si parla della “prova costume”: ma che razza di prova è? Cosa dobbiamo dimostrare? e soprattutto, da chi è composta la commissione d’esame?
lei è Nausicaa, che io definisco “la mia psicoterapeuta”

“Non ho tempo per fare sport”, mi dicono un sacco di persone. A parte che, per star bene, non è necessario immolare la propria vita sull’altare dell’attività fisica, perché al limite basterebbe anche solo imporsi di fare le commissioni a piedi in città, sistemare due piante in giardino, portare il cane al parco a far pipì, e così via… A parte tutto questo, la mancanza di tempo è una bugia che queste persone si raccontano, che tutti tendiamo a raccontare a noi stessi quando non vogliamo fare qualcosa. 
Crescendo invece ho imparato che, quando voglio davvero fare qualcosa, magicamente riesco a trovare il tempo. Le giornate paiono dilatarsi e arrivare a ricomprendere proprio quell’attività cui tenevo tanto. E non è perché, come mio marito mi ripete quotidianamente, io soffro di un disturbo (chiaramente psichiatrico) da lui denominato “iperattività delle sinapsi”, che mi ha valso il soprannome di Leonardo Da Vinci per l’incapacità di stare ferma fisicamente e mentalmente. 
E’ perché è tutta una questione di testa. 
Quella testa, quel cervello, che troppo spesso trascuriamo in favore dei cuscinetti e della cellulite, delle smagliature e del rotolino. Dimenticandoci che quando il cervello funziona come dovrebbe, cioè quando impariamo a volerci bene e prenderci cura di noi stesse a tutto tondo, il resto segue in modo automatico e naturale: la salute ne trae giovamento e il corpo, miracolosamente, si adegua. 
Mai dimenticare il prezioso cibo per la mente!
In fondo quella stupida vignetta che sta girando in rete è proprio vera…

E adesso che ho distillato le mie perle di saggezza, vado a scofanarmi mezzo vasetto di nocciolata, l’unica vera alternativa al gelato che, per me, è la risposta perfetta al 90% delle domande sull’esistenza.
Con questo post partecipo al tema del mese delle Instamamme

Le domande della domenica

Ma perché non te ne sei andata al mare, anziché stare a casa a strappare erbacce sotto il sole?
Perché dopo che ho ripulito tutto il giardino dalle erbacce, dopo che ho rastrellato, potato, dato forma e sudato durante tutte queste operazioni, sto bene con me stessa.
“Cares melt when you kneel in your garden”, dicono gli inglesi, nella loro saggezza di giardinieri provetti. E io concordo. Dopo una settimana davanti allo schermo di un pc, con il cervello che non va mai in stand by e continua ad elaborare dati anche mentre cerco di dormire, sento il bisogno di fatica fisica. Sollevare delle cesoie che pesano quanto la nana piccola ha l’effetto di calcare, finalmente, quel maledetto pulsante off. Taglio rami come se da questo dipendesse aver salva la vita, ogni ramo un pensiero che si scioglie e va via. Nemmeno mi accorgo dei graffi sulle braccia, dei piccoli insetti che fuggono, degli schizzi di fango sulle gambe nude. Afferro coi guanti le ortiche e le strappo senza pietà, insultandole una per una. La gente che passa per strada mi guarda perplessa: devo essere la pazza con la bandana gialla. E invece no, sono quella con la bandana gialla che rinsavisce con le potature!
Tra l’altro, mi sono procurata una meravigliosa abbronzatura da giardiniere, che in spiaggia non mi sarei mai potuta organizzare. Che poi è uguale a quella da amazzone, cioè anche a quella da muratore. Don’t give a shit.

Ci siamo premiati con un pranzo in giardino, sotto l’unico albero abbastanza grande da farci ombra…

Ma chi te l’ha fatto fare di prendere un altro gatto? Non hai già abbastanza animali, a casa?
Ecco l’altra domanda di ieri.
E a questa, veramente, non so bene cosa rispondere. C’è un numero oltre il quale gli animali domestici, così come i figli, sono troppi? Al momento abbiamo un solo cane, due gatti, una tartaruga di terra e una vasca di pesci. Dal mio punto di vista, almeno per gli animali, è solo il numero dettato dal buon senso. Un altro gatto andrà a peggiorare la mia esistenza? Impedirà cose che fino a prima del suo arrivo erano possibili e scontate, facendomi rimpiangere questa scelta? Non credo. Ci saranno certo modifiche sostanziali, ma mi vengono in mente solo modifiche positive. La casa è già invasa di peli per via dell’altro gatto e del cane, e qualche pelo in più non cambia granché. Devo comunque pensare a sistemare i miei animali quando mi sposto e non li posso portare con me (il gatto non viene mai con noi in trasferta, il cane invece quasi sempre): pensarci per due o per tre non fa differenza.
Fa differenza nel mio cuore, invece, il fatto che ieri il gatto sia arrivato spaventatissimo e si sia rifugiato per un paio d’ore sotto il divano dello studio, e poi in un angolino della lavanderia. Nessuno riusciva ad avvicinarlo.

E mentre pranzavamo, lui ci osservava guardingo da dietro il vetro

Non soffiava né graffiava ma ti guardava con gli occhi spalancati di chi ha paura che stia per accadere qualcosa di terribile. Ho passato quasi tutto il pomeriggio seduta per terra, aspettando.
Un’attesa paziente ricompensata  così:

Mentre stavo lì, seduta per terra accanto alla lavatrice, parlandogli sottovoce (al gatto, non alla lavatrice!), il ricordo del dialogo tra il Piccolo Principe e la volpe echeggiava nella mia mente.
Mi sento privilegiata a poter vivere, momento per momento, la storia della costruzione della fiducia di un animale verso l’uomo: senza fretta, senza pressioni, con il rispetto dei suoi tempi e dei suoi bisogni. E penso sia un privilegio anche per le mie figlie, una lezione di vita, assistere a tutto ciò, apprendendo oggi più che mai che gli animali non sono giocattoli e che l’amicizia di un timido gatto rosso è un dono prezioso. Che bisogna saper meritare.
Avrà ragione mia mamma, quando mi rimprovera (eh sì, lei ancora mi rimprovera!) e mi dice: – ma se qualcosa non è complicato, se non è difficile, a te non piace?-

La saggezza dei bambini. Mini-me e il senso della vita

La nana piccola, la Mini-me, ha la malinconia serale. Poveretta, pure questo doveva prendere da sua madre… Succede quindi che quando si va a letto a lei vengano, tutte in una volta, le domande esistenziali scabrose, i quesiti sul senso della vita, le riflessioni sul qui e ora e le elucubrazioni sulla vita oltre la morte. Capirete perché, ogni tanto, quando mi chiede se le faccio un po’ di compagnia sul soppalco, mi venga da dirle: e un bel libro divertente, no?
Ieri ho trascorso una mezz’ora con entrambe nella loro tana, e dopo un minuto che ero lì è partita la raffica di domande.
– Ma noi lo sappiamo quando moriremo?-
– Ma papà morirà per primo, perché è il più grande?-
– Ma io morirò per ultima, perché sono la più piccola?-
– Ma quando vi raggiungerò come faccio a riconoscervi?-
– Ma quando tu sarai morta io come farò senza i tuoi abbracci?-

E via così, all’insegna dell’ottimismo e dell’allegria.

non so voi, ma io se voglio leggere, supponiamo all’ombra dell’ulivo, devo leggere così: con lei che mi fissa

Io ho cercato di parare i colpi, rispondendo il più sinceramente possibile. Odio mentire: in generale e ai bambini ancora di più. Anche perché i bambini, con la loro logica stringente, ti fanno saltar fuori subito le contraddizioni di ciò che stai dicendo, e non si dimenticano che li hai presi in giro. La prossima volta che avranno un quesito importante, che sta loro a cuore, non si fideranno più di te.
Però, ecco, dire ad un bambino che non lo sappiamo quando moriremo, che essere bambini non è una garanzia che non accada niente di brutto, e che in realtà nemmeno ne siamo troppo sicuri che dopo ci sia davvero qualcosa, e chi lo sa se staremo insieme per sempre… non è facilissimo.
Io ci ho provato, con la massima delicatezza possibile e sperando di non fare danni.
Forse ci sono riuscita, perché tra un bacio e un abbraccio, una carezza e un silenzio pensieroso, la nana piccola mi ha detto:
– Mamma, ma allora, se non sappiamo quando moriremo, dobbiamo impegnarci per essere felici e volerci bene ogni giorno! Non dobbiamo sprecare il tempo essendo tristi, perché poi ce ne pentiremmo. Dobbiamo goderci tutte le cose che facciamo e non pensare sempre a quelle che non possiamo fare, vero? –
E io sono riuscita solo a dire di sì, con il solito groppo in gola e la consapevolezza, ancora una volta, di quanto ho da imparare da queste creature che mi sono state affidate.