I wish, il tag dei desideri

Che arrivo sempre in ritardo, e non sono mai “sul pezzo”, ormai lo sapete. Rincorro le cose da fare arrancando come il Bianconiglio di Alice, probabilmente con i medesimi risultati, ovvero creare ulteriore caos e non concludere nulla. E quindi non vi stupirete se vi dico che settimane fa la mia amica Giulia, ovvero Mamma avvocato, mi ha invitata a un simpatico gioco e io non ho provveduto a darmi da fare fino ad oggi.
E chiedo scusa a lei e all’ideatrice del gioco se vado subito avanti a rovinarlo, partecipando in ritardo e non rispettando affatto il regolamento. Se continuate a leggere capirete perché.

Il gioco è apparentemente semplice, e consiste nel rispondere a queste domande:

Cosa faresti se ti trovassi tra le mani la lampada magica? Chiederesti qualcosa per te stesso? Per qualcun altro? C’è qualcosa che desideri davvero tantissimo oppure ti devi fermare a pensarci?

“Si possono esprimere tre desideri. Solo tre? Tre sono maledettamente pochi, accidenti!”. Questo ho pensato quando ho letto il post principale che ha dato il via a tutta la catena.
Perciò prima di dare il mio modesto contributo ho dovuto riflettere a lungo e cercare di individuare una scala di priorità in quel groviglio di desideri e sogni che sta depositato in un angolo della mia mente.

Subito dopo ho pensato però che la realizzazione di alcuni di questi desideri non è purtroppo nelle mie mani, bensì in quelle del destino o, per chi ci crede, di un’entità superiore deputata a prendersi cura di noi. La nostra salute e quella dei nostri cari, ad esempio, dipendono solo in parte dalle nostre azioni. Quindi nisba, depennati tutti i desideri di questa tipologia dalla mia wishlist. Non credo che il genio della lampada possa realizzare richieste di questo tipo. Oppure sì?
Sarebbe un po’ come chiedere di poter volare, che è uno dei miei sogni notturni ricorrenti.

Quindi, cosa ci mettiamo in questa lista?
Tre sogni grandi, grandissimi che, ahimè, non si possono dire. Questi tre sogni me li tengo stretti stretti e, anche se almeno uno di essi è ormai il segreto di pulcinella, non li rivelo. Ho sempre l’impressione che gridarli ai quattro venti li sciupi, li sminuisca e in ultima analisi li bruci. Un po’ come quando in periodo elettorale si rivela troppo presto il nome del candidato.
Questi tre sogni sono voci prepotenti dentro di me, che mi chiedono ogni giorno di lavorare, costruire, mettere da parte una briciola utile alla loro realizzazione. Sono mani che mi tirano per la giacca, in direzioni a volte diverse e a volte concordanti. Non sono sogni, sono progetti, e li realizzerò, foss’anche l’ultima cosa che faccio.
Perché dopo averci pensato a lungo ho capito che al genio della lampada io non ci credo.
Credo invece nel trasformare ogni momento della mia giornata in qualcosa di produttivo che mi avvicini un passetto di più alla realizzazione di questi sogni. Credo nel respirare progetti, nel mangiare progetti, nel modellare progetti a mani nude. Non conosco altre vie se non quelle dell’estrema dedizione, della meticolosità, del non stancarsi mai. Neanche quando fa male.
Dell’essere piccole formiche pronte a superare ostacoli apparentemente insormontabili per andare dove voglio andare.
Nihil difficile volenti!
Per tutto il resto che non dipende da me mi affido al destino.
Io i miei sogni li realizzo così, e finché non li stringo tra le mani li custodisco come perle al sicuro dentro la conchiglia. Preziosi e fragili. Chissà che a breve non ve ne possa svelare almeno uno…

Detto tutto ciò, se il genio della lampada proprio non avesse nulla da fare e mi potesse cortesemente fare avere quei deliziosi stivali che ho visto l’altro giorno, io lo ricambierei con la mia eterna stima e l’imperituro riconoscimento della sua esistenza, facendo pubblica ammenda per le mie mancanze.
Non si aspetti, però, che io passi il tempo a strofinare la lampada, dal momento che la mia allergia ai lavori domestici è nota in cinque continenti ed è una malattia che non ho alcuna intenzione di curare. Si metta l’anima in pace.

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