Tre giorni in Toscana

E’ iniziato tutto da un concerto. Da un post su facebook e un “chi viene con me?” scritto da mio cognato mesi fa. E se c’è da andare, io sono in prima fila. Praticamente col trolley pronto nell’ingresso. Dentro, quelle 3-4 cose senza le quali non parto: costume da bagno, che può tornare utile in qualsiasi parte del mondo, libro, sneakers e guanti da equitazione. Che non si sa mai.
Un sabato mattina ci ha visti atterrare in tre a Pisa, mentre il meteo annunciava il solito “caldo record” aggiungendo subito dopo “particolarmente colpita la Toscana”. Grazie, eh.
Non avevamo fatto programmi precisi su dove andare e cosa vedere, così abbiamo vagato per i paesi della campagna, mantenendo grossomodo la direzione verso Pistoia, dove si trovava il nostro B&B.

Prima è stata la volta di Santa Maria a Monte, delizioso paesino con scorci interessanti

Poi di Fucecchio, scelto perchè è il paese natale di Indro Montanelli.

 Poco più avanti del palazzo della famiglia Montanelli si trova un bellissimo belvedere

Dopo aver reso i nostri omaggi al grande giornalista e storico, abbiamo proseguito per Vinci, dove ebbe i natali Leonardo.
In piazza ci accoglie la riproduzione di uno dei suoi magnifici cavalli.

anche visti di schiena si nota subito che sono fratelli…

La sera, dopo Vinci e una breve sosta al delizioso B&B, ci siamo diretti a Lucca per assistere alla puntata in diretta di 610, lo show di Radio2, in diretta dal Lucca Summer Festival.

Le foto scattate in piazza sono di qualità pessima, inversamente proporzionale al nostro divertimento quella sera!

Come si può non amare il Grande Capo?

Beccati nell’atto di scattarci un selfie!

Il giorno dopo, sopraffatti dal caldo, siamo saliti sull’Abetone alla ricerca di un po’ d’aria. In effetti, lassù c’erano “solo” 30°, contro i quasi 40 della città.

Poi ci siamo diretti a Pistoia, che era la destinazione principale del nostro breve viaggio. Perché fin da aprile avevamo acquistato i biglietti per il concerto dei Dream Theater, decisi a non perdere per nulla al mondo quest’occasione.

prova… prova…

Sentirli dal vivo è stata davvero un’esperienza emozionante, indescrivibile. Di quelle che restano per sempre.
La mattina dopo mio cognato è ripartito prestissimo, mentre io e mio marito siamo rimasti a Pisa, dove avevamo passato la notte, con l’intenzione di fare un giro in città prima di riprendere l’aereo all’ora di cena. E invece così non è stato, perchè attraverso facebook (ma quanto sono utili i social, a volte?) ci siamo accordati con una coppia di amici che erano con il loro bambino in villeggiatura a Marina di Pietrasanta, dove li abbiamo raggiunti. Con loro abbiamo condiviso l’esperienza di vita a Dublino, nei primi anni 2.000, e non ci vedevamo dal nostro matrimonio, 11 anni fa!

Insomma, tre giorni molto intensi, ricchi di cose che ci piacciono e ci fanno stare bene.
In chiusura di post voglio cogliere l’occasione per scusarmi pubblicamente con mio cognato perchè io e mio marito abbiamo passato tutto il tempo trascorso in macchina a “ripassare” per il concerto, cantando come pazzi e presumibilmente assordandolo. E mi sa che siamo pure un pochino stonati. Credo che non salirà mai più in auto con noi!

Vita imperfetta pt.10: quei pomeriggi

Quei pomeriggi che non vanno esattamente come avevi programmato, e sono una tragedia per una maniaca del controllo come me. Hai voglia a farti il tuo schemino mentale, con orari e relative attività… il destino aspetta che abbia finito di compilartelo, il tuo bello schemino, e poi si diverte a scombinartelo sistematicamente. Meticolosamente, direi.
Sarà che oggi è lunedì, ma tu c’hai la casa uno specchio che wow, non ti capita mai, e già ti pregusti un pomeriggio di lavori in giardino, mentre la nana grande, insieme a due compagni scout, deve preparare un progetto per acquisire una nuova specialità.
Allestisci tutto in giardino, nel punto più fresco: tavolo, carta, cartone, colori, colle e tutto ciò che può tornare utile, e già te li immagini che lavorano alacremente e in armonia. Con la casa che rimane perfetta.
Beh perfetta proprio no, perché dopo pranzo alla nana piccola viene una irrefrenabile voglia di dipingere con gli acquerelli, e non si può mica dirle di no! O si può? Ogni tanto mi viene il dubbio che magari se guardassero mezz’ora di tv non crollerebbe il mondo…

Comunque, nei tuoi programmi mentali certo non hai preventivato che la tua amica e vicina di casa Annalisa, poco prima dell’arrivo dei bambini, entri a casa tua con un cucciolo in braccio. Minuscolo, bellissimo come solo i cuccioli molto piccoli sanno essere. Buttato da qualche simpaticone all’interno della parte di giardino che abbiamo in comune: il cancello ha le sbarre larghe e quel simpaticone deve aver pensato che, dove mangiano tre cani (uno mio e due di Annalisa) possono mangiare in quattro. Semplice, no?
Che patato! esclamiamo quasi in coro nel vederlo, con quella pancia da cucciolo, l’odore da cucciolo, le movenze da cucciolo.

Peccato che sia, appunto, un cucciolo, che purtroppo né io né lei possiamo tenere.

E’ però splendido e dolcissimo, e le bambine sono galvanizzate.
Così i nostri due ospiti scout arrivano nel mezzo di questo caos di bambine che si sdilinquiscono di fronte alla tenerezza di Patato (non ci è venuto niente di meglio, per apostrofarlo), e anche i due “colleghi” della nana grande si uniscono ai gridolini di apprezzamento, alle coccole e ai pucci-pucci, mentre il volume di tutto ciò diventa sempre più intollerabile.

E il cartellone? Il progetto da terminare per poter acquisire la nuova specialità? Dimenticato.
Il cucciolo – mai visto uno così calmo e paziente – passa di braccio in braccio, accoccolandosi e dispensando bacetti a tutti i bambini in egual misura.
Bambini che entrano ed escono continuamente da casa, mentre io debolmente chiedo di stare attenti con le porte, perché c’è il gatto nuovo, che ancora non si è ambientato, e non possiamo assolutamente correre il rischio che esca in giardino e si perda.
E la situazione di avere un cucciolo che NON deve entrare in casa (perché fa pipì ogni dieci minuti e tu, lo ricordiamo, una volta tanto hai la casa uno specchio), e un gatto che invece NON deve uscire, mentre quattro bambini entrano ed escono continuamente da tre porte diverse che danno sul giardino, è potenzialmente esplosiva. Lo sapete, vero?
Infatti esplode. Il volume delle urla sale per un momento e il tono diventa disperato perché Zucchino, il gatto-nuovo-che-non-deve-uscire-perché-non-si-è-ancora-ambientato è uscito in giardino. E tutti i bambini lo inseguono strillando con l’idea di riprenderlo.

Zucchino nel suo nascondiglio preferito: l’armadio della nana grande

Non so voi, ma io se fossi un gatto molto timido e quattro bambini urlanti mi inseguissero farei di tutto, ma proprio di tutto, per non farmi prendere. E infatti…
In quel momento così delicato suona il campanello: è Federica, la bambina che ogni tanto passa a casa per giocare con le nane. Campionessa di tempismo.
Ora i bambini inseguitori sono cinque, e Zucchino si è acquattato sotto le piante, da dove con mille moine, voci melense e rumore di bacetti, riesco a riprenderlo e riportarlo dentro. Pericolo scampato.
Il lavoro riprende con numerose interruzioni dovute al cucciolo, quello di cane, che offre una distrazione non da poco. Mentre lo tengo un pochino in braccio, e lui mi si addormenta addosso, tenero come un neonato, inizio a notare dei piccoli animaletti saltellanti in mezzo al pelo… LE PULCI!
Come ho fatto a non pensare che un cucciolo trovatello sarebbe stato pieno di pulci? Vai di antiparassitario naturale per tutti i quadrupedi!
Ve l’ho detto che nel frattempo i quattro bambini diventati cinque continuano ad entrare ed uscire da casa per un pennarello, un po’ di gelato, una pipì urgente, o anche solo per vedere il mitico soppalco della stanza delle nane? E i miei pavimenti, specchi, vetri e tappeti immacolati sembra che siano stati puliti un mese fa. Il passaggio degli Unni ha lasciato meno danni, ne sono certa.
Depressione incipiente.
In compenso, alla fine della serata, sopra il tavolo sul quale il lavoro per gli scout si è svolto giacciono: un deodorante, due giochi elettronici, una confezione di cereali con metà del contenuto sparso ovunque, svariate coppette di gelato vuote, un forziere dei pirati di plastica azzurra e il materiale usato per il lavoro.
E i quattro bambini diventati cinque stanno festeggiando la fine del progetto cantando il Gloria sulla melodia di We will rock you. Con battimani e percussioni annesse. Che è una canzone che io amo, e tuttavia questa versione non mi convince troppo.
Solo alle 20 i tre ospiti vanno via e restiamo io, le nane, i due cani, Mela e Patato, i due gatti, la tartaruga che ha rischiato di venire calpestata numerose volte dalla ciurma di bambini, immersi nel caos. Tocca dare una parvenza di normalità alla casa e al giardino, poichè la mia geniale idea di farli lavorare fuori (al fresco, e così mi rimane la casa in ordine) ha sortito l’effetto di incasinare sia dentro che fuori.
Poi le imprescindibili docce e infine, dopo aver dato la pappa al cucciolo e averlo consegnato per la notte ad Annalisa, abbiamo bevuto un bicchiere di latte e ci siamo cacciate nel letto, incapaci di intendere e di volere più oltre, ma con l’idea che forse certe volte sarebbe meglio non fare programmi e accettare le cose come vengono.

A proposito, qualcuno vuole adottare Patato?

Giugno: la prova costume

Attenzione: questo non è un post con consigli di bellezza o utili suggerimenti strategici su come arrivare preparate alla famigerata prova costume, che tanto terrorizza le donne ad ogni latitudine.
Prima di tutto perché, se non sono brava a dar consigli a me stessa, figuriamoci che danni posso fare nell’elargire consigli agli altri; e poi perché sull’argomento in questione credo di essere una tra le più scarse al mondo. Insomma, quantomeno non proprio una fonte autorevole. 
Vi racconto, però, come gestisco io il momento della prova costume: fregandomene.
La mia ricetta? Tempo all’aperto, in tutte le stagioni
“Eh, facile”, dirà qualcuno, conoscendo i miei miserevoli 50kg-e-qualcosa di peso. Ma non è così.
Non è così perché spesso, troppo spesso, non sono contenta di me stessa quando mi guardo allo specchio. Quando sono andata a comprarmi un costume da bagno, un paio di settimane fa, nel camerino del negozio sono stata presa dallo sconforto.
Alzi la mano la donna che non vive la stessa sensazione. La vorrei conoscere.
Sei magra? Ti vedi troppo magra, cioè senza alcuna forma femminile. Io per esempio c’ho delle anche così sporgenti che quando prendo la nana piccola in braccio lei ci si accomoda sopra come fosse una poltroncina. Hai le forme femminili al posto giusto? Sì però ti vedi pure la pancia e il rotolino. E così via, di mancanza in mancanza: troppo alta, troppo bassa, troppo androgina, troppo formosa, troppo bianca o troppo scura; nella lista dei difetti – veri ma più spesso immaginari – si può continuare all’infinito.
Io, per esempio, solo a livello fisico vanto i seguenti complessi: seno e sedere non pervenuti, eccesso di lentiggini, carnagione da nordeuropea, capelli pazzi, cicatrici varie, sterno sporgente, doppio mento, piedi mostruosi, mani da uomo, ossa delle anche sporgenti (vedi sopra). Mi pare sia tutto. Ah no, ginocchia ossute e distrutte dalle cadute da cavallo. Ogni volta che mi chino si sente “crac”.
E allora, che si fa? Si rinuncia al costume in favore di uno scafandro? 
Verrebbe da pensare che fosse l’unica soluzione possibile.
consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza: io lo slip brasiliano lo lascio alle diciassettenni!

E invece no. 
Non vi pare che siamo diventate tutte un tantino fissate sulla questione? Al limite del patologico, talvolta? Questa storia della prova costume viene presa un po’ troppo sul serio, a mio avviso. Tutte a pensare alla coscia con la pelle a materasso e poche a riflettere sul fatto che magari mangiare meno schifezze e sollevare di tanto in tanto il sedere dalla sedia potrebbe sortire qualche benefico effetto su quel materasso che sfoggiamo sotto il punto vita. 
Non aver paura di provare nuove attività, a qualsiasi età
Abbiamo perso quasi completamente l’idea del legame, necessario e indissolubile, che esiste tra forma fisica e salute e pretendiamo di essere delle bellezze pneumatiche (scusa Huxley scusa, non le uso più le tue citazioni… non ho resistito) senza muovere un dito. 
Se c’è da ingerire 2-3 pastiglie ben venga, ma non chiedeteci di andare a correre/camminare/sudare in generale! Che poi si scompiglia la piega, si rovina la manicure, si rischia perfino di puzzare!
E questo succede perché siamo diventati incapaci di volerci bene, ascoltarci, prenderci cura di noi stessi. Miriamo ad obiettivi che non dovrebbero essere desiderabili e che siamo destinati invariabilmente a non raggiungere. Abbiamo perso di vista qual è l’obiettivo ultimo: essere sani.
Ecco perché mi arrabbio tanto quando si parla della “prova costume”: ma che razza di prova è? Cosa dobbiamo dimostrare? e soprattutto, da chi è composta la commissione d’esame?
lei è Nausicaa, che io definisco “la mia psicoterapeuta”

“Non ho tempo per fare sport”, mi dicono un sacco di persone. A parte che, per star bene, non è necessario immolare la propria vita sull’altare dell’attività fisica, perché al limite basterebbe anche solo imporsi di fare le commissioni a piedi in città, sistemare due piante in giardino, portare il cane al parco a far pipì, e così via… A parte tutto questo, la mancanza di tempo è una bugia che queste persone si raccontano, che tutti tendiamo a raccontare a noi stessi quando non vogliamo fare qualcosa. 
Crescendo invece ho imparato che, quando voglio davvero fare qualcosa, magicamente riesco a trovare il tempo. Le giornate paiono dilatarsi e arrivare a ricomprendere proprio quell’attività cui tenevo tanto. E non è perché, come mio marito mi ripete quotidianamente, io soffro di un disturbo (chiaramente psichiatrico) da lui denominato “iperattività delle sinapsi”, che mi ha valso il soprannome di Leonardo Da Vinci per l’incapacità di stare ferma fisicamente e mentalmente. 
E’ perché è tutta una questione di testa. 
Quella testa, quel cervello, che troppo spesso trascuriamo in favore dei cuscinetti e della cellulite, delle smagliature e del rotolino. Dimenticandoci che quando il cervello funziona come dovrebbe, cioè quando impariamo a volerci bene e prenderci cura di noi stesse a tutto tondo, il resto segue in modo automatico e naturale: la salute ne trae giovamento e il corpo, miracolosamente, si adegua. 
Mai dimenticare il prezioso cibo per la mente!
In fondo quella stupida vignetta che sta girando in rete è proprio vera…

E adesso che ho distillato le mie perle di saggezza, vado a scofanarmi mezzo vasetto di nocciolata, l’unica vera alternativa al gelato che, per me, è la risposta perfetta al 90% delle domande sull’esistenza.
Con questo post partecipo al tema del mese delle Instamamme

Le domande della domenica

Ma perché non te ne sei andata al mare, anziché stare a casa a strappare erbacce sotto il sole?
Perché dopo che ho ripulito tutto il giardino dalle erbacce, dopo che ho rastrellato, potato, dato forma e sudato durante tutte queste operazioni, sto bene con me stessa.
“Cares melt when you kneel in your garden”, dicono gli inglesi, nella loro saggezza di giardinieri provetti. E io concordo. Dopo una settimana davanti allo schermo di un pc, con il cervello che non va mai in stand by e continua ad elaborare dati anche mentre cerco di dormire, sento il bisogno di fatica fisica. Sollevare delle cesoie che pesano quanto la nana piccola ha l’effetto di calcare, finalmente, quel maledetto pulsante off. Taglio rami come se da questo dipendesse aver salva la vita, ogni ramo un pensiero che si scioglie e va via. Nemmeno mi accorgo dei graffi sulle braccia, dei piccoli insetti che fuggono, degli schizzi di fango sulle gambe nude. Afferro coi guanti le ortiche e le strappo senza pietà, insultandole una per una. La gente che passa per strada mi guarda perplessa: devo essere la pazza con la bandana gialla. E invece no, sono quella con la bandana gialla che rinsavisce con le potature!
Tra l’altro, mi sono procurata una meravigliosa abbronzatura da giardiniere, che in spiaggia non mi sarei mai potuta organizzare. Che poi è uguale a quella da amazzone, cioè anche a quella da muratore. Don’t give a shit.

Ci siamo premiati con un pranzo in giardino, sotto l’unico albero abbastanza grande da farci ombra…

Ma chi te l’ha fatto fare di prendere un altro gatto? Non hai già abbastanza animali, a casa?
Ecco l’altra domanda di ieri.
E a questa, veramente, non so bene cosa rispondere. C’è un numero oltre il quale gli animali domestici, così come i figli, sono troppi? Al momento abbiamo un solo cane, due gatti, una tartaruga di terra e una vasca di pesci. Dal mio punto di vista, almeno per gli animali, è solo il numero dettato dal buon senso. Un altro gatto andrà a peggiorare la mia esistenza? Impedirà cose che fino a prima del suo arrivo erano possibili e scontate, facendomi rimpiangere questa scelta? Non credo. Ci saranno certo modifiche sostanziali, ma mi vengono in mente solo modifiche positive. La casa è già invasa di peli per via dell’altro gatto e del cane, e qualche pelo in più non cambia granché. Devo comunque pensare a sistemare i miei animali quando mi sposto e non li posso portare con me (il gatto non viene mai con noi in trasferta, il cane invece quasi sempre): pensarci per due o per tre non fa differenza.
Fa differenza nel mio cuore, invece, il fatto che ieri il gatto sia arrivato spaventatissimo e si sia rifugiato per un paio d’ore sotto il divano dello studio, e poi in un angolino della lavanderia. Nessuno riusciva ad avvicinarlo.

E mentre pranzavamo, lui ci osservava guardingo da dietro il vetro

Non soffiava né graffiava ma ti guardava con gli occhi spalancati di chi ha paura che stia per accadere qualcosa di terribile. Ho passato quasi tutto il pomeriggio seduta per terra, aspettando.
Un’attesa paziente ricompensata  così:

Mentre stavo lì, seduta per terra accanto alla lavatrice, parlandogli sottovoce (al gatto, non alla lavatrice!), il ricordo del dialogo tra il Piccolo Principe e la volpe echeggiava nella mia mente.
Mi sento privilegiata a poter vivere, momento per momento, la storia della costruzione della fiducia di un animale verso l’uomo: senza fretta, senza pressioni, con il rispetto dei suoi tempi e dei suoi bisogni. E penso sia un privilegio anche per le mie figlie, una lezione di vita, assistere a tutto ciò, apprendendo oggi più che mai che gli animali non sono giocattoli e che l’amicizia di un timido gatto rosso è un dono prezioso. Che bisogna saper meritare.
Avrà ragione mia mamma, quando mi rimprovera (eh sì, lei ancora mi rimprovera!) e mi dice: – ma se qualcosa non è complicato, se non è difficile, a te non piace?-

La saggezza dei bambini. Mini-me e il senso della vita

La nana piccola, la Mini-me, ha la malinconia serale. Poveretta, pure questo doveva prendere da sua madre… Succede quindi che quando si va a letto a lei vengano, tutte in una volta, le domande esistenziali scabrose, i quesiti sul senso della vita, le riflessioni sul qui e ora e le elucubrazioni sulla vita oltre la morte. Capirete perché, ogni tanto, quando mi chiede se le faccio un po’ di compagnia sul soppalco, mi venga da dirle: e un bel libro divertente, no?
Ieri ho trascorso una mezz’ora con entrambe nella loro tana, e dopo un minuto che ero lì è partita la raffica di domande.
– Ma noi lo sappiamo quando moriremo?-
– Ma papà morirà per primo, perché è il più grande?-
– Ma io morirò per ultima, perché sono la più piccola?-
– Ma quando vi raggiungerò come faccio a riconoscervi?-
– Ma quando tu sarai morta io come farò senza i tuoi abbracci?-

E via così, all’insegna dell’ottimismo e dell’allegria.

non so voi, ma io se voglio leggere, supponiamo all’ombra dell’ulivo, devo leggere così: con lei che mi fissa

Io ho cercato di parare i colpi, rispondendo il più sinceramente possibile. Odio mentire: in generale e ai bambini ancora di più. Anche perché i bambini, con la loro logica stringente, ti fanno saltar fuori subito le contraddizioni di ciò che stai dicendo, e non si dimenticano che li hai presi in giro. La prossima volta che avranno un quesito importante, che sta loro a cuore, non si fideranno più di te.
Però, ecco, dire ad un bambino che non lo sappiamo quando moriremo, che essere bambini non è una garanzia che non accada niente di brutto, e che in realtà nemmeno ne siamo troppo sicuri che dopo ci sia davvero qualcosa, e chi lo sa se staremo insieme per sempre… non è facilissimo.
Io ci ho provato, con la massima delicatezza possibile e sperando di non fare danni.
Forse ci sono riuscita, perché tra un bacio e un abbraccio, una carezza e un silenzio pensieroso, la nana piccola mi ha detto:
– Mamma, ma allora, se non sappiamo quando moriremo, dobbiamo impegnarci per essere felici e volerci bene ogni giorno! Non dobbiamo sprecare il tempo essendo tristi, perché poi ce ne pentiremmo. Dobbiamo goderci tutte le cose che facciamo e non pensare sempre a quelle che non possiamo fare, vero? –
E io sono riuscita solo a dire di sì, con il solito groppo in gola e la consapevolezza, ancora una volta, di quanto ho da imparare da queste creature che mi sono state affidate.

Bravi Bimbi e il post n.200

Oggi va online il mio duecentesimo post!
Per questo mi fa particolarmente piacere segnalarvi che, se vi va, oggi mi trovate con una simpatica intervista sul sito Bravi Bimbi, intervista per la quale ringrazio molto Riccardo che mi ha contattata, e Giulia di Mamma Avvocato che gli ha fatto il mio nome e ha espresso il desiderio di sentire le mie risposte.

Mare

Pazienza se tirava un maestrale che ti portava via: noi facciamo come Pollyanna, che trova sempre il buono nelle cose. E alla casa al mare ci siamo andate munite di aquilone.

Pazienza se il cielo era un po’ coperto; almeno quando abbiamo pescato dagli scoglietti non siamo morte di caldo, ferme sotto il sole. E non abbiamo preso niente perché poverini, i pesciolini…alla fine meglio così. E in effetti i bigattini fanno pure un po’ schifo.

C’è quel momento, quando scollini da dietro le dune, che la spiaggia ti colpisce in tutta la sua quieta, maestosa bellezza, un istante in cui l’occhio l’abbraccia tutta e tu pensi a quanto sei fortunata a vederla con i tuoi occhi. Ogni singola volta che emergi dalle dune. Perché la cosa bella delle fortune e delle gioie è che non c’è limite nel numero. Il limite lo mettiamo sempre noi, quando perdiamo l’incanto.

Il limite è quello della nostra noia, della stanchezza, dei retropensieri. Delle strategie, degli atteggiamenti, delle pianificazioni. Quei limiti che i nostri figli non hanno e che speriamo sempre che acquisiscano il più tardi possibile.
Così, trovando tre bastoni sulla spiaggia, portati dal mare, penseranno subito ad una capanna, senza retropensieri, noia o strategie.

Poche cose danno la stessa gioia, la stessa sensazione di libertà del far volare un aquilone. Se poi è il nonno a correre con te sulla spiaggia, a spiegarti quando dare il filo e quando riavvolgere, tutto è ancora più bello
Tralasciamo il fatto che mamma abbia voluto fare la solita smargiassa, dando all’aquilone tutti i trenta metri di corda, cosicché i tre secondi di bonaccia improvvisa lo hanno fatto inabissare in un istante fra le onde, a capofitto e senza possibilità di recupero prima dell’impatto. Tanto che dopo ci è toccato fargli il bagnetto con l’acqua dolce, manco fosse un bebè.
E’ che quando uno ha come colonna sonora della sua esistenza “I don’t wanna grow up” non c’è niente da fare. C’è il solo vantaggio che sei capace di entusiasmarti per l’aquilone, per la tua canzone preferita alla radio, per il tramonto sulla spiaggia. Anche se è nuvoloso.
Enjoy the small things in life

Quando non avevo figli

Quando non avevo figli ero una bravissima mamma. Non è un paradosso.
Prima di avere figli sapevo esattamente che cosa avrei fatto in questa o in quella situazione. Sapevo ad esempio che non avrei mai fatto dormire le mie figlie nel lettone, che non avrei mai alzato la voce, che sarei stata sempre empatica e sorridente ma ferma e decisa sulle mie posizioni. Una mamma zen. Una mamma radicata nella tradizione ma con lo sguardo rivolto all’oggi. Con tutte le priorità messe nella scala giusta e scolpite nella mente che manco una lastra di marmo. Sacerdotessa delle supreme verità dell’essere genitore.
Insomma, avevo un sacco di certezze. Forse perché, appunto, figli non ne avevo.
Guardavo le mamme per strada perdere la pazienza per un capriccio, rispondere sgarbatamente ad un figlio davanti ad una richiesta lamentosa, allungare uno sculaccione che appariva certo una reazione esagerata di fronte ad una piccolezza. E un po’ mi indignavo. Riflettevo sul fatto che io non avrei mai detto quella frase infelice, mai avrei adottato quel tono scortese, mai avrei concesso qualcosa pur di avere un po’ di pace… e così via. Giudicavo dall’esterno.
Perché giudicare dall’esterno, quando non si è coinvolti nelle situazioni, è sempre molto facile. Sto dicendo una banalità? Solo apparentemente. Se ci riflettiamo un attimo ci rendiamo conto che, in materia di figli, ci cadiamo tutti, prima o poi.
Poi i figli arrivano e su certe cose si cambia leggermente punto di vista. Talvolta perché diventa una tecnica di sopravvivenza, e ti ritrovi a mettere una pezza per arrivare indenne alla fine della giornata, talaltra perché quelle priorità che erano così ben scolpite nella mente sono state messe pesantemente in discussione dagli eventi. Inutile dire che questa cosa è successa pure a me. Non una ma mille volte.

si fingono brave bambine per indurti ad abbassare la guardia

Ad esempio. C’è il giorno in cui devi uscire di casa a fare cento commissioni, ma è anche lo stesso giorno in cui le tue figlie sono due pesti urlanti che litigano tra loro per metà del tempo, e per l’altra metà inventano capricci lamentosi e assurdi che ti sfiniscono. Per quale misteriosa alchimia ci siano giorni così, e giorni in cui le tue figlie sono angeli di benevolenza reciproca e buona educazione è un mistero. Comunque, quando finalmente riesci a metter piede fuori casa – che per quanto sei sconvolta sembri più uscita dalla lavatrice che dal portone – e cerchi di trascinartele dietro nel tuo tour de force, loro offrono una solida, coerente resistenza, improvvisamente solidali tra loro. E intanto la tua tabella di marcia già troppo stretta accumula ritardo su ritardo, mentre loro dimenticano il golfino nel negozio n.1 facendoti tornare indietro, nel negozio n. 2 provano dodici paia di scarpe ma vogliono la tredicesima, davanti all’edicola si impuntano che vogliono un nuovo foglio di stickers, poi ti chiedono un gelato, no una pizzetta, anzi un croissant, oppure meglio un succo, o magari i pop corn, e le patatine fritte dove le mettiamo?
Ecco, allora a te possono accedere due cose, entrambe legittime. Capitolare su tutta la linea, e prendergli il succo, i pop corn e pure gli stickers; oppure in alternativa perdere la pazienza. Minacciando punizioni talmente esemplari che sai già che non le applicherai, e lo sanno anche loro, oppure alzando la voce con un sonoro “mi avete stufata!!!” udibile a tre isolati di distanza, che le pietrifica sul posto. Ed è allora che tutti si girano a guardarti con un misto di compassione e disapprovazione per il tuo essere una madre così palesemente inadeguata. A te dà fastidio, ma poi ti accorgi che prima eri così anche tu. Giudicavi. Prima quando non avevi figli ma un sacco di certezze su come crescerli. E un po’ ti vergogni di essere stata tanto rigida e pronta a sputare sentenze.

poi quando meno te l’aspetti cercano di buttarti in acqua…

Perché vi ho raccontato tutto questo?
Perché due giorni fa, al bar dello stabilimento balneare che frequento, ho visto una mamma con due bimbi. Bimba n.1, circa quattrenne, piagnucolante davanti al banco dei gelati: pazientemente la mamma cerca di capire il motivo del malcontento, poi fa servire alla creatura un cospicuo cono tre gusti. Nel frattempo il figlio n. 2, appena in grado di stare in piedi da solo, le sta letteralmente appeso alla gamba, succhiandole un ginocchio come fosse la cosa più normale del mondo. La mamma faticosamente stacca la ventosa umana dalla gamba e questa ovviamente si risente, andando a fare eco alla sorella che, chissà perché, nemmeno col gelato si è rasserenata. In silenzio si mette con nano n.2 e nana n.1 a far la fila alla cassa per pagare il gelato e, prima ancora che sia arrivato il loro turno, il cospicuo cono tre gusti viene spiaccicato sul pavimento dall’incauta bambina. Che  – c’è bisogno di dirlo? – piange sempre più forte.
La mamma si volta e le sibila: – Elena, ti prendo a schiaffi! – Disapprovazione generale da parte dei presenti nel bar, e nessuno, naturalmente, che si offra di dare una mano alla mamma a ripulire il ripulibile. Solo sopracciglia sollevate e mormorio. Tutti evidentemente genitori irreprensibili.
Ecco, io invece ho pensato a quant’ero una brava mamma, prima di avere figli, e a come adesso sono diventata una mamma normale, che perde la pazienza e dice la frase sbagliata, e a volte è scortese quando proprio non ce la fa più e capricci e stress hanno passato la soglia della sopportabilità, e mi sono sentita tanto solidale con lei. La sua frase era brutta, lo so, e oltretutto razionalmente inutile per risolvere la situazione, visto che ha avuto il solo effetto di far aumentare alla bambina il volume del pianto isterico. Ma sono sicura che anche la sua mamma se n’è resa conto nel momento stesso in cui l’ha pronunciata, e alla rabbia per il gelato rovesciato e alla stanchezza per i capricci in stereo si dev’essere aggiunto subito uno sgradevole senso di colpa. L’idea di aver fallito nell’essere l’adulto di riferimento per le due creature affidate a lei. La vogliamo pure giudicare per aver sbroccato? Non so voi, ma io non lo faccio più.

Vita imperfetta pt.9. La colonna sonora

Voi ce l’avete la colonna sonora? Io ce l’ho, costante.
Perchè ho sempre la radio o lo stereo acceso, quando guido o cucino, quando gioco con le mie figlie, cucio o stiro. Ma non è solo questo.
Perchè canticchio sotto la doccia e anche in altri momenti, più o meno adeguati. Come quella volta che, uscendo dal lavoro, aspettavo di attraversare al semaforo. Era il periodo in cui mi occupavo della segreteria di un gruppo consiliare, roba da tailleur e scarpe col tacco. E mentre io me ne stavo al semaforo con il mio tailleur nero, décolleté nere e perle al collo e alle orecchie, in mezzo ad altri in giacche e tailleurs e borse per pc, cravatte vistose o sobrie, col nodo grande o piccolo, scarpe lucide e discorsi seri, mentre io me ne stavo lì, dicevo, con la mia aria da businesswoman, ho notato che gli altri che attendevano il verde mi guardavano in modo strano. Un po’ come la volta della lumaca sulla testa, avete presente?
– Ecco, ho una calza smagliata – ho pensato io.
E invece no; ero ferma al semaforo vestita da persona seria, e stavo canticchiando, nemmeno a voce troppo bassa, Il coccodrillo come fa. E non me n’ero resa conto.

Ma non è neppure soltanto questo.
E’ che, per ogni cosa che mi succede, io c’ho una colonna sonora mentale che mi parte da sola, e guai a disturbare.
Ad esempio. Sto andando a prendere un’amica, per un’uscita tra ragazze? E’ facile: Girls just wanna have fun (lo so, ho un animo un po’ trash, ma mi ricorda la mia adolescenza scapestrata, i ritorni a casa alle 6 del mattino e l’incontro con mio padre, che era in piedi già da un po’ per andare al lavoro e non gradiva vedermi arrivare a quell’ora). Non importa se il lettore cd della mia auto non funziona più, tanto io ce l’ho in testa, con le doppie voci sovrapposte e tutte le percussioni al posto giusto e al momento giusto. Hey now, what is the matter with you?
Si portano le nane a pallavolo? Abbiamo The last remaining light, che ci carica e che dura esattamente quanto dura il tragitto da casa alla palestra. Cantiamo and if you don’t believe the sun will rise, stand alone and greet the coming night come tre invasate e quando arriviamo a destinazione siamo pronte – sono pronte, loro – per fare tutte le schiacciate più cattive ed efficaci.
Quando andiamo al circolo ippico, invece, la mia colonna sonora è Learning to fly, perchè mai un’altra canzone mi è sembrata descrivere così bene quello che provo quando sono in sella. Anche se parla del volo. There’s no sensation to compare with this, suspended animation, a state of bliss. Perfetta.
Quando guido verso la mia casa al mare, scegliendo sempre la vecchia lenta litoranea a picco sulle onde, quando il mare rispunta scintillante dopo ogni curva, incendiato di riflessi dal sole, io sento This is the life in sottofondo, anche se la radio è spenta, e penso che davvero la vita sia piena di doni e che non dobbiamo mai smettere di notarli.
Giornata pesante, troppe cose da fare, ti senti un po’ una bestia da soma? Ecco che Carry on parte in automatico dentro di me, per poi venir fuori: le nane fanno il coretto e io la voce principale. Lo so, mi manca un po’ di senso del ridicolo, ma ognuno si diverte come può.
Ogni mia mattina, per essere precisi, comincia con Outcry: un grido di battaglia per affrontare col giusto piglio tutto quello che mi aspetta. Ché io sono una combattiva, e vivere a metà non mi piace.
C’è una canzone che mi accompagna in quasi ogni momento della giornata, che sottolinea e incornicia ciò che mi accade, che spesso mi presta le parole per descriverlo, sentirlo e interpretarlo. Questo è indubbiamente reso più facile dal fatto che ho una memoria mostruosa per i testi delle canzoni: un talento assolutamente inutile nella vita, che mi permette però, se voglio, di parlare per citazioni.
A questo punto mi sorge però una domanda: la colonna sonora ce l’avete anche voi? Anche voi avete una canzone le cui note vi risuonano in mente, adatta ad ogni istante, oppure mi devo preoccupare?

Ghirlanda fuoriporta di foglie acquarellate

L’altro giorno, aspettando un po’ di ospiti che dovevano venire a casa a mangiare una fettina di torta per il mio compleanno, ho realizzato in fretta e furia questa ghirlanda, tanto semplice da realizzare quanto d’effetto.

E’ un piccolo progetto che si può realizzare coinvolgendo i bambini: si divertiranno un mondo a pasticciare con gli acquerelli!
L’idea mi è venuta curiosando in questo blog americano di decorazione, poi l’ho modificata a mio uso e consumo (cioè, non avevo in casa nessun vecchio libro da sacrificare anche perché per una bibliofila come me strappare le pagine di un libro è praticamente un sacrilegio!)
OCCORRENTE:
Un cartoncino per acquerello 60×90 cm: non prendetelo di una grammatura troppo grossa altrimenti tagliarlo sarà faticosissimo (e non potrete farlo fare ai bimbi);
Un set di acquerelli;
Un pennello grande;
Una base per ghirlande in polistirolo;
Nastro a piacere (1 mt);
Colla a caldo;
Forbici o taglierina;
Procedimento:
Abbiamo scelto una palette di colori che ci piaceva: dal viola al verde passando per l’azzurro, che è il colore predominante ad Hove Haven, poi la nana n. 2 ha dipinto con gli acquerelli tutto il foglio, partendo dal viola e aggiungendo il blu fino a sfumare nell’azzurro. All’azzurro ha poi aggiunto il verde, creando un bellissimo viridian, e poi ha sfumato fino al verde vero e proprio.

Abbiamo steso il nostro “lenzuolino” ad asciugare in giardino, con tanto di mollette, e una volta pronto abbiamo fatto lo stesso lavoro dall’altro lato, avendo cura che dietro il viola ci fosse il viola e non il verde, e lo stesso per gli altri colori.
Poi abbiamo tagliato il cartoncino in tante strisce da circa 3 cm di larghezza (ne sono uscite appunto 30)

E ogni striscia è stata divisa verticalmente in 6 pezzi da 10 cm, tutto ad occhio.

Ad ogni rettangolo poi abbiamo dato una forma lanceolata, facendo una punta da una parte e lasciando la base piatta dall’altra, anche in questo caso tutto rigorosamente ad occhio

Infine abbiamo incollato le foglie sulla base di polistirolo. Non ho fotografato questi ultimi passaggi perché non pensavo di dedicarvi un post, ma nel tutorial da cui ho preso l’idea si vede molto bene come procedere.
Si tratta in ogni caso di incollare le foglie a raggiera, seguendo le gradazioni di colore

Lo strato successivo deve andare a sovrapporsi in parte al precedente, in modo da coprire la base delle foglie. Abbiamo avuto cura inoltre di coprire bene i lati ma non il retro della ghirlanda, perché altrimenti non saremmo riuscite ad appenderla.
Per terminarla abbiamo creato un fiocco con il nastro quadrettato, e un piccolo cappio per sospenderla al gancetto che c’è sulla porta d’ingresso.
Ed eccola qua

Vi piace? Credo che per un po’ la terremo sulla nostra porta, in attesa di ispirazioni di sapore più estivo. Sto già pensando a qualcosa con le conchiglie…