Il video di Natale

All’inizio di dicembre io e le bimbe abbiamo allestito l’albero di Natale, secondo le nostre tradizioni familiari: musiche ad hoc in sottofondo e una buona dose di stupidera!

albero-di-natale

Quest’anno le fanciulle hanno richiesto una palette di rosa, verde chiaro e oro, per cui ne è venuto fuori un albero tutto color pastello, a mio giudizio un po’ smorto ma comunque carino. E poi, come si suol dire, il Natale è dei bambini, per cui lascio che siano loro a disporre e spadroneggiare in materia.

Abbiamo pensato di girare un piccolo video, assolutamente amatoriale, per immortalare tutta l’operazione e per augurarvi di trascorrere questo Natale insieme alle persone che vi vogliono bene davvero. Abbiamo bisogno, nella nostra vita, di più persone che fanno il tifo per noi, pronte a sostenerci in tutte le nostre piccole grandi follie.

Chi non muore…

Si rivede.

Ho pensato, per un po’, perfino di chiudere il blog: mi sembrava di non avere niente da dire, o meglio, di non avere da raccontare nulla che potesse essere interessante per voi.  Ogni volta che mettevo le mani sulla tastiera le ritraevo dopo pochi minuti, pensando “Ma cosa gliene importerà se ho fatto, ho letto, ho visto questo o quest’altro? Chi può aver voglia di leggere i miei racconti e le mie opinioni?”

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Duemilasedici

Qualcuno mi ha dato per dispersa. E forse un po’ lo sono, almeno per quanto riguarda il web, perché non mi si vede quasi più su facebook e instagram. Io che sono tanto costante, formichina della vita, in questa situazione mi sono tirata indietro. Nella vita reale, invece, ci sono eccome e non mi tiro indietro davanti a progetti, idee, novità. Da incastrare nella routine del quotidiano con quei giochi di prestigio che noi donne sappiamo fare tanto bene, conservando il sorriso per i nostri figli a costo di perderci la salute.

Autunno cagliaritano

 

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I wish, il tag dei desideri

Che arrivo sempre in ritardo, e non sono mai “sul pezzo”, ormai lo sapete. Rincorro le cose da fare arrancando come il Bianconiglio di Alice, probabilmente con i medesimi risultati, ovvero creare ulteriore caos e non concludere nulla. E quindi non vi stupirete se vi dico che settimane fa la mia amica Giulia, ovvero Mamma avvocato, mi ha invitata a un simpatico gioco e io non ho provveduto a darmi da fare fino ad oggi.
E chiedo scusa a lei e all’ideatrice del gioco se vado subito avanti a rovinarlo, partecipando in ritardo e non rispettando affatto il regolamento. Se continuate a leggere capirete perché.

Il gioco è apparentemente semplice, e consiste nel rispondere a queste domande:

Cosa faresti se ti trovassi tra le mani la lampada magica? Chiederesti qualcosa per te stesso? Per qualcun altro? C’è qualcosa che desideri davvero tantissimo oppure ti devi fermare a pensarci?

“Si possono esprimere tre desideri. Solo tre? Tre sono maledettamente pochi, accidenti!”. Questo ho pensato quando ho letto il post principale che ha dato il via a tutta la catena.
Perciò prima di dare il mio modesto contributo ho dovuto riflettere a lungo e cercare di individuare una scala di priorità in quel groviglio di desideri e sogni che sta depositato in un angolo della mia mente.

Subito dopo ho pensato però che la realizzazione di alcuni di questi desideri non è purtroppo nelle mie mani, bensì in quelle del destino o, per chi ci crede, di un’entità superiore deputata a prendersi cura di noi. La nostra salute e quella dei nostri cari, ad esempio, dipendono solo in parte dalle nostre azioni. Quindi nisba, depennati tutti i desideri di questa tipologia dalla mia wishlist. Non credo che il genio della lampada possa realizzare richieste di questo tipo. Oppure sì?
Sarebbe un po’ come chiedere di poter volare, che è uno dei miei sogni notturni ricorrenti.

Quindi, cosa ci mettiamo in questa lista?
Tre sogni grandi, grandissimi che, ahimè, non si possono dire. Questi tre sogni me li tengo stretti stretti e, anche se almeno uno di essi è ormai il segreto di pulcinella, non li rivelo. Ho sempre l’impressione che gridarli ai quattro venti li sciupi, li sminuisca e in ultima analisi li bruci. Un po’ come quando in periodo elettorale si rivela troppo presto il nome del candidato.
Questi tre sogni sono voci prepotenti dentro di me, che mi chiedono ogni giorno di lavorare, costruire, mettere da parte una briciola utile alla loro realizzazione. Sono mani che mi tirano per la giacca, in direzioni a volte diverse e a volte concordanti. Non sono sogni, sono progetti, e li realizzerò, foss’anche l’ultima cosa che faccio.
Perché dopo averci pensato a lungo ho capito che al genio della lampada io non ci credo.
Credo invece nel trasformare ogni momento della mia giornata in qualcosa di produttivo che mi avvicini un passetto di più alla realizzazione di questi sogni. Credo nel respirare progetti, nel mangiare progetti, nel modellare progetti a mani nude. Non conosco altre vie se non quelle dell’estrema dedizione, della meticolosità, del non stancarsi mai. Neanche quando fa male.
Dell’essere piccole formiche pronte a superare ostacoli apparentemente insormontabili per andare dove voglio andare.
Nihil difficile volenti!
Per tutto il resto che non dipende da me mi affido al destino.
Io i miei sogni li realizzo così, e finché non li stringo tra le mani li custodisco come perle al sicuro dentro la conchiglia. Preziosi e fragili. Chissà che a breve non ve ne possa svelare almeno uno…

Detto tutto ciò, se il genio della lampada proprio non avesse nulla da fare e mi potesse cortesemente fare avere quei deliziosi stivali che ho visto l’altro giorno, io lo ricambierei con la mia eterna stima e l’imperituro riconoscimento della sua esistenza, facendo pubblica ammenda per le mie mancanze.
Non si aspetti, però, che io passi il tempo a strofinare la lampada, dal momento che la mia allergia ai lavori domestici è nota in cinque continenti ed è una malattia che non ho alcuna intenzione di curare. Si metta l’anima in pace.

Dei padri che fanno i padri. Il guest post di Paolo

Qualche tempo fa ho scritto su facebook un post infuocato contro il progetto di un nuovo reality tv che si propone di “spiare” come se la cava un papà con i bimbi nel caso di un’assenza della mamma lunga una settimana. Intendo con i suoi, di bimbi, eh, mica con quelli di qualcun altro e dunque sconosciuti. Quel progetto orrendo mi ha fatto pensare che in noi è talmente radicata la convinzione che ad occuparsi dei figli sia la madre, e che il padre lo faccia solo di rincalzo, che sia normale e divertente un programma nel quale, ne sono certa, il papà è destinato a fare la figura dello scemo incompetente, che non sa in quale cassetto stiano i calzini della figlia e non conosce l’indirizzo della scuola, mentre la mamma ha, finalmente, il suo momento di gloria. Quel momento in cui qualcuno, una volta tanto, le dice che davvero è indispensabile e che la sua assenza è una catastrofe. 
La domanda che mi sono posta è: ma noi donne saremmo davvero felici di sentirci indispensabili a causa dell’incapacità del nostro compagno di vita? Non so voi, ma se io pensassi di aver sposato un cretino che non sa cambiare il pannolino a sua figlia e non è in grado di gestire una giornata intera con le bambine, non mi sentirei tanto appagata come madre e come moglie. Spesso invece siamo proprio noi, mogli e madri, a rivendicare il monopolio delle competenze figliesche, escludendo più o meno direttamente il maschio alfa dalla gestione della prole, per poi poterci lamentare in santa pace e a buon diritto, (sentendoci, appunto, inarrivabili divinità domestiche).

La notizia interessante è che qualcosa, però, si muove. Perchè ci sono papà che sono davvero interessati ai figli e al loro mondo, che conoscono gli interessi del settenne e gli amori della undicenne, che portano i figli al parchetto, preparano il biberon, cambiano il panno, chiamano la pediatra e, soprattutto, che non si vergognano di tutto questo. E no, non sono vedovi! 
Spesso sono uomini che hanno compagne che fanno le mamme tanto quanto loro, ma che magari vogliono realizzarsi anche al di fuori del “guarda-che-madre-perfetta-che-sono”. Tipo che hanno aspirazioni di carriera, o anche semplicemente di continuare a sentirsi l’essere umano che erano prima di avere figli. 
E, ci tengo a dirlo, non si tratta di papà che fanno i mammi e di mamme che fanno l’uomo di casa, ma semplicemente di coppie in cui entrambi i componenti, da una parte vogliono essere genitori a tutto tondo, dall’altra non vogliono rinunciare ad essere anche persone a tutto tondo, con interessi da sviluppare perfino al di fuori della cerchia familiare. Fermo restando che poi, all’interno della coppia e della famiglia, ciascuno sarà magari più bravo nel fare alcune cose e meno in altre.
Ah, dite che non esistono, padri così? Collaborativi, supportivi etc?
Io ne conosco almeno un paio. Di uno posso dire di aver l’onore di essere amica, se mi concede di usare questo termine: Paolo, il mio amico aviation freak, sempre pronto a rispondere alle mie domande su aerei d’epoca, piloti e libri, data la sua sterminata competenza in materia (non per niente lavora qui) e la sua pazienza altrettanto sterminata, che io cerco di ricambiare con consigli da Pinterest addicted in tema di arredamento di stanze per nani.

E Paolo, tra un libro da pubblicare, un aereo da rimettere in sesto, un lettino da ridipingere e una figlia da educare, ha perfino accettato di fare un guest post per il blog, per raccontarci il suo punto di vista di “mosca bianca”.

Giulia, la mia
primogenita, è nata ad Helsinki. Poco dopo la sua nascita ci è stata offerta la
possibilità di trasferirci a Vienna, una città che conoscevamo ed abbiamo
sempre amato. 

Così, entro il suo terzo mese di vita, abbiamo sottoposto la nuova
arrivata ad un trasloco internazionale. Entrambi avevamo un posto di lavoro
pronto al nostro arrivo ma, mentre il mio datore di lavoro poteva aspettare,
mia moglie è rientrata dalla maternità dopo soli quattro mesi. Ed io mi son
trovato a fare il papà a tempo pieno. In questi mesi la tematica del
papà-a-casa sembra andare parecchio di moda su blog e giornali: è tutto un
pullulare di articoli e post che esaltano il modello del Nuovo Uomo Nordico,
che non si fa problemi a sospendere la propria carriera per dedicarsi ai figli.
Devo ammettere che all’inizio è stato facile crogiolarsi nel ruolo di
neomaschio allettante (ed allattante): al parchetto sotto casa facevo girare la
testa a tutte le mamme e nonne col mio innato talento nello spingere
l’altalena. Ai settimanali incontri con le Mamme Italiane a Vienna, le più
incallite genitrici versavano la lacrimuccia nel notare che alla bisogna, oltre
al pannolino di ricambio riuscivo a sfoderare anche la salvietta umida. Ad ogni
rientro in Italia mia mamma si prodigava ad esibirmi come un trofeo a tutte le
amiche/vicine/sconosciute che le capitavano a portata di voce ed il mio ego,
raggiunte ormai le dimensioni del Canton Ticino, stava per esplodere…. ….. e
alla fine lo ha fatto. In modo plateale, come si confà a simili occasioni:
rumore di tela strappata e brusco risveglio nel mezzo della notte, con la
terribile verità che ti ghiaccia addosso il sudore: “ma la donna che esalta
oltremisura le mie capacità genitoriali è la stessa che crede che assomigli a
Raoul Bova!”. 

Quel minimo di obiettività rimastami e l’impietoso specchio che
esalta l’occhiaia mi hanno costretto a riconsiderare la mia situazione. E mi
sono incazzato. Come ogni altro adulto nanomunito conosco tutte le
idiosincrasie della prole, rido, gioco, cucino, lavo, stiro, rilavo, sgrido e
sbaglio come tutti gli altri genitori degni di questo nome. Ho anche
ripetutamente commesso il reato capitale della megacazziata in pubblico. Perché questo dovrebbe essere motivo di vanto? Il fatto che sia un uomo non mi pare un motivo sufficiente… Anzi non mi pare proprio un motivo. Davvero le
aspettative femminili nei nostri confronti sono cosi’ basse? Allora perché non
apprezzare anche il fatto che non ho mai fatto bere per sbaglio la mia birra a
Giulia? E vogliamo parlare dei due, dicansi due, pollici opponibili di cui sono
dotato? 

Ad ogni nostro rientro in Italia una sosta in qualche parco giochi ci
scappa sempre: ebbene, sarà sfiga, ma ogni volta vedo un bimbo che fa capricci
ed un genitore che alza le mani (e pure i piedi) manco fossimo in una puntata
di Smackdown. Forse anche in questo campo sarebbe ormai ora di smetterla di
parlare tanto dei ruoli e di (pre)occuparci un po’ di più di buoni e cattivi
genitori.



Grazie, Paolo!


Anche il Corriere si occupa di questo tema. Clicca qui per leggere l’articolo di oggi!
Se invece sei interessato ai miei post sull’argomento, clicca qui

Si torna a scuola!

Ieri notte le letterine augurali sono uscite dal cassetto del mio comodino, per andare a trovare posto sulla tavola apparecchiata per la colazione.

La pastella è diventata una pila di soffici pancakes, da annaffiare di sciroppo d’acero.

E’ un primo giorno speciale, quello dell’A.S. 2015-2016, perché la nana grande entra in prima media e questo è un grosso cambiamento, nella sua e nella nostra vita.

Con un po’ di trepidazione abbiamo atteso insieme la chiamata delle classi, non sapendo in anticipo a quale sezione fosse destinata.

La nana piccola, invece, è entrata fiduciosa in classe con la maestra e i compagni di sempre.

Quest’anno abbiamo cercato di arrivare al primo giorno di scuola con più organizzazione e pianificazione, rispetto agli anni scorsi, due settori sui quali siamo un po’ carenti.
Non scherzo se vi dico che, ad esempio, il controllo pidocchi l’abbiamo fatto ieri mattina, così, per portarci avanti col lavoro. Controllo e trattamento preventivo, una specie di roba scaramantica contro gli odiosi animaletti, che io mi immagino appostati nelle aule e pronti a saltare sulla testa delle mie creature non appena prenderanno posto nei banchi.

E ci siamo impegnate così tanto in questo sforzo organizzativo che siamo arrivate al 14 settembre con tutti i libri e tutti i quaderni già copertinati ed etichettati.
My nametags ha voluto farmi un bel regalo, e mi ha inviato due fogli di etichette per ciascuna figlia: uno da apporre su oggetti e vestiti (ma solo sull’etichetta interna, quella che contiene le istruzioni per il lavaggio, per intenderci) e l’altro per i tessuti, sopra i quali vanno applicati con l’aiuto del ferro da stiro.

L’aspetto più simpatico di questo prodotto è l’infinita possibilità di personalizzazione: Carolina, che ancora non è uscita dalla fase Frozen, ha scelto le sue etichette con sfondo celeste e un cristallo di ghiaccio, mentre Anita ha voluto un cupcake su uno sfondo a pois rossi. Ognuna ha deciso poi per un font diverso, e in un tempo veramente rapidissimo ci sono arrivate a casa.
C’è un solo problema, con queste etichette, che si finisce per etichettare tutto in maniera compulsiva!
Noi, ad esempio, le abbiamo usate per:

Libri e quaderni

L’astuccio e il suo contenuto, così finalmente non dovrò ricomprare colla e temperini, penne etc ogni settimana,

Lo zaino nuovo, su cui abbiamo applicato quelle per tessuto

E poi, siccome ci siamo fatte prendere un po’ la mano, le abbiamo utilizzate anche sulla divisa di pallavolo

nonché sulla gavetta e le posate di scout, perché le etichette destinate agli oggetti resistono perfino al lavaggio in lavastoviglie!

Insomma, io le ho trovate davvero utili, oltre che molto più carine di quelle scritte a mano.

Naturalmente, non ci siamo fatte mancare le nostre foto di rito, pronte per la scuola

E questa è, ovviamente, la foto che mi è più cara di tutte

Buon inizio d’anno scolastico a voi!

Una vita di lettere

C’è una cartoleria vicino al mio ufficio. Grande, immensa, il paradiso per gli amanti della cancelleria. Ed è aperta durante la mia pausa pranzo, quindi è una delle mete predilette tra le 14 e le 15. L’ultima volta in cui ci sono passata, gironzolando tra le corsie ho visto che era appena arrivata una fornitura di carte da lettera di tutti i tipi: serie e spiritose, romantiche o infantili. E ho pensato a quante lettere ho scritto, e ricevuto, nella mia vita. Di quelle in cui si scrive a mano, scegliendo la penna giusta e sforzandosi di scrivere con una bella grafia. La mia, infatti, è piuttosto brutta; irregolare e disordinata, varia anche in funzione dell’umore, e per scrivere bene sono costretta a farlo più lentamente.
Ormai ne scrivo poche, di lettere di carta, complice il fatto che una chat o un messaggio, o al limite un’email, sono molto più rapide e pratiche. Risposte istantanee, tempi d’attesa azzerati, e per questo in teoria possibilità di scambi molto più intensi perché in tempo reale.
Ma è poi vero?
Frugando fra gli scaffali di quella cartoleria ho ricordato la cura con cui ero solita dispiegare il foglio davanti a me, sovrapporlo ad un foglio rigato che si intravvedeva in trasparenza in modo da non scrivere tutto storto, per poi scegliere la penna giusta per quella lettera. Penna che restava sospesa per qualche istante, in attesa che l’incipit giusto fiorisse nella mia mente. Ogni parola, ogni frase, era pensata e calibrata con un’attenzione che forse non sono più stata in grado di ricreare, scrivendo dal computer, vista la possibilità di infinite revisioni. Ripensamenti e limature che nel cartaceo non sono fattibili, se non a prezzo di ricominciare daccapo.
Quando scrivi una lettera di carta non puoi tornare indietro. Ed è questo il bello.
Forse è proprio per questo motivo che un mio amico scrittore fa la prima stesura dei suoi romanzi sempre scrivendo a mano, su larghi fogli bianchi che riempie con quella sua grafia minuta e spigolosa, che io studio avidamente quando ricevo da lui lettere o cartoline. Il tempo che dedica a vergare quella carta da lettere a grammatura pesante mi dà la misura del suo affetto per me, e mi onora. Tra le sue righe intravedo le pause dedicate a scegliere l’aggettivo perfetto per descrivermi il suo stato d’animo del momento, per non sbagliare la sfumatura di colore da imprimere a quella giornata.

Mentre nel negozio guardavo quelle confezioni di carta rosa a cuoricini, quei fogli grandi o piccoli, in tinta unita o fantasia, ho pensato che alle mie figlie auguro una vita di lettere. Di lettere di carta. Magari lettere arrabbiate, o sdolcinate oppure divertenti, ma comunque attese con trepidazione, controllando la cassetta ogni poche ore. Lettere scritte da loro, pure, di getto e poi strappate con rabbia, ridotte a coriandoli per essere sicure di non cambiare idea (quante volte l’ho fatto, per poi pentirmi di averle stracciate, e subito dopo pentirmi di essermi pentita? Quando si dice la coerenza). Oppure ripiegate su se stesse con cura, infilate in una bella busta su cui scrivere il destinatario con grandi svolazzi, per poi affidarle come un figlio al servizio postale, sperando che le tratti bene e le consegni in fretta.
Una vita di lettere, una vita di emozioni e di riflessioni. Di cura verso il prossimo e di attenzioni ricevute, chè oggi il tempo è senza dubbio il lusso più grande, e se qualcuno ce ne dedica un po’ dobbiamo imparare a dargli il giusto peso. Le email, i messaggi, le chat finiscono facilmente nell’oblio; le lettere di carta, tenute insieme da un nastrino, restano per sempre e raccontano una storia.
Così, un po’ per dare il buon esempio e un po’ per assecondare un mio desiderio, ieri notte ho messo, nero su bianco, tutto il mio amore per quelle due bambine che stanno per ricominciare la scuola. Due lettere scritte piano e nella mia migliore grafia, da leggere lunedì, mentre consumano la “speciale colazione del primo giorno di scuola”. E da ritrovare tra vent’anni per ricordarsi di una mamma troppo sentimentale che usava la sua Aurora da collezione per augurare buon anno scolastico.

La mia estate. E quattro anni di Mammadilettante

La mia estate non è finita, ma le ferie quelle sì.
La mia estate è iniziata a maggio e continuerà fino a novembre, ché ogni volta il compleanno di Anita mi ricorda che è il momento di rimettere le odiose scarpe chiuse e cercare un golfino.
E forse è per questo prolungarsi pigro dell’estate, che settembre mi piace e non mi spaventa. Perché c’è l’eccitazione da ritorno a scuola, odore di quaderni e una voglia matta di trovare un pretesto per comprarmi un diario, un planner nuovo, quell’organizer di pelle morbidissima color acquamarina che solo a posarci gli occhi mi vengono delle buone idee. E le penne di tutti i colori, quelle che trasformano le buone idee in idee geniali. La forma è sostanza, no?
Che poi, c’è proprio bisogno di un pretesto per un planner nuovo? Non basta che oggi sia il primo settembre? Un settembre che arriva carico di progetti, di promesse e desideri. Se smettessi di progettare e desiderare non sarei più io. Un primo settembre che tiene ancora per mano un agosto abbronzato, di piedi nell’acqua facendo attenzione ai ricci e alle orziadas, di capelli che non ne vogliono sentire di farsi pettinare, e allora pazienza. C’è sempre tempo, per aver la testa in ordine. Ricci e idee.

Agosto di lentiggini che non le conto più, e mia madre sostiene che ormai si sono unite come i puntini della Settimana Enigmistica. Di focacce salate, oleose al punto giusto e mangiate seduti su una roccia, a riempirsi gli occhi di azzurro. Di pensieri e riflessioni su cosa voglio essere da grande, e dove, e con chi. E non è vero che sono grande adesso. Adesso sono in progress. Come il dove e il con chi.
Estate di maschere per snorkeling riempite di paguri, solo per il gusto di liberarli poi tutti insieme.

Di amiche con cui ridere la notte, in cerca di un fresco che non si trova, tra le vie ancora roventi dopo il caldo della giornata. E dirsi a vicenda che siamo troppo sbagliate e finiremo all’inferno sì, ma almeno saremo insieme. E rideremo anche lì come sceme, e io parlerò come la ragazza dell’est per cui vengo sempre, invariabilmente, scambiata. Chiamatemi Tanja. Quella che non mette la crema solare e poi diventa fosforescente.

Un’estate di aperitivi preparati magistralmente dal mio papà, ogni giorno uno diverso, da bere piano sulla terrazza della casa al mare, mentre il sole scende e la mente viene presa dalla malinconia. E lui che, tutte le estati, fa lo stesso commento: “hai visto come si sono accorciate le giornate? Un’altra estate se ne sta andando”. E io lo mando sonoramente a quel paese, anno dopo anno. Basto io, col sunset blues.

Ma che importa se l’estate se ne sta andando, quando c’è settembre che ci imbroglia con quella luce dorata che si sostituisce al bianco tagliente di luglio e agosto per ammorbidire i contorni delle cose?
Tutto a settembre appare più gentile, conciliante.
Settembre che è tutto nelle tue mani, scrigno di “potrei” e di “voglio” come piace a me.
Tante cose mi aspettano in questo settembre che è ancora tutto estate, qui nel profondo sud. Ma più bello nei colori, più poetico della prosaica estate con la sua spavalderia accecante. Più introspettivo.

 E oggi, primo settembre, sono quattro anni che esiste questo blog. Con i suoi alti e bassi, proprio come me. Grazie perchè anche voi ci siete.

E’ agosto

E’ iniziato agosto, e anche le mie agognate ferie stanno per arrivare.
Che poi, io non sono capace a stare ferma, ad applicare il concetto che ferie = riposo. Mi piace un po’ di dolce far niente. Circa cinque minuti. Poi inizio a scalpitare con idee e progetti e cose da fare. Organizzati in liste.

Quindi, beccatevi la mia to-do-list delle ferie.

  • Scrivere, scrivere, scrivere. Più importante in assoluto.
  • Leggere, leggere, leggere. Che è quanto di più vicino al non far niente io riesca a concepire.
  • Ridipingere i muri del giardino in prossimità del gazebo e finire di arredare quell’angolo.
  • Fare qualche cena con amici nell’angolo gazebo rimesso a nuovo.
  • Sistemare cucina, corridoio e lavanderia, dopo che gli operai avranno finito.
  • Restaurare il piano del tavolo da pranzo e la piattaia di cucina.
  • Finire il progetto con il driftwood e le conchiglie (c’è un attrezzo che mi serve e non trovo da nessuna parte!)
  • Ricominciare a guidare la moto, con l’obiettivo di prendere la patente il prossimo autunno.
  • Iniziare a contrattare con mio marito su quale moto acquistare (naturalmente io lo so già quale voglio).
  • Imparare ad usare bene la sua canoa.
  • Organizzare almeno una gita in barca in un posto dove non sono ancora stata. Possibilmente barca a vela e possibilmente con pernottamento a bordo. Ho già un paio di idee…
  • Portare le bambine ad un parco acquatico, come ogni anno.
  • Organizzare un’escursione a cavallo con Anita, con discesa in spiaggia all’alba. Giuro che me lo ha chiesto lei!
  • Convincere mio marito che è indispensabile che impari anche lui almeno le basi dello stare in sella. 
  • Incontrare un paio di amiche blogger (hey, lo so che siete là che leggete!).
  • Imparare a dormire e a mettere in pausa il cervello. Ok, questa non è fattibile, già lo so.
  • Smettere di aggiungere voci a questa lista, altrimenti non mi bastano tre anni di ferie…

Ma soprattutto, più di ogni altra cosa, il mio proposito per queste ferie è di scegliere di essere felice, ogni mattina. La felicità è una scelta, non lo sapete?

Weekend gallurese

Un veloce foto-post per raccontarvi il mio weekend in Gallura.

Siamo partiti il sabato, tutti e quattro più Mela, il cane, che portiamo con noi ogniqualvolta sia possibile. E cerchiamo sempre di fare in modo che lo sia. Perchè lei è perfetta e la sua compagnia è sempre un piacere e mai un ostacolo al nostro divertimento.

La strada era lunga e abbiamo fatto una tappa alle cascate di Sos Molinos, fuori da Santu Lussurgiu.
Mi duole dire che questo cippo illeggibile costituiva tutta la segnaletica destinata ad aiutare i turisti a trovare il luogo… davvero non il massimo.

Alle cascate si arriva scendendo lungo una gola ripida e ombreggiata da vegetazione abbondante, che crea una temperatura fresca davvero piacevole in questo periodo.

Improvvisamente lo spettacolo delle cascate ti si apre davanti: un salto di oltre 30 metri, suddiviso tra cinque “gradini”, che ti lascia ammutolito con la sua bellezza.

Alcune persone stavano facendo il bagno nelle acque (gelide, a dire il vero) e ci siamo pentiti di non aver pensato di mettere il costume sotto i vestiti: abbiamo perso un’occasione unica!

Abbiamo consumato il nostro pranzo seduti sulle larghe pietre piatte che seguivano il corso d’acqua, giocando a far correre le barchette di carta stagnola per le rapide in miniatura create dalla corrente.

Mela ha apprezzato molto il fresco e l’acqua bassa in cui sguazzare senza pericoli. Diciamo che non è esattamente una cagnetta nuotatrice…

Al pomeriggio, arrivati al resort in cui avevamo prenotato, siamo stati felici di scoprire che ci avevano assegnato una casetta indipendente in cima alla collina, circondata dal verde in cui Mela si è divertita a fare lunghe sortite esplorative. Dopo un lauto aperitivo, servito a bordo piscina, ci siamo spostati per la cena.

Era da tanto che volevamo tornare al Muto di Gallura, un luogo in cui siamo stati per la prima volta dieci anni fa, sotto la neve di dicembre e naturalmente con i nostri cani.

E’ un posto che ha un solo difetto: si mangia troppo! Ho creduto di sentirmi male, ad un certo punto, e di stramazzare con la faccia nel piatto come quel personaggio del film Seven che muore per overdose da cibo. A notte inoltrata me ne sono andata via con una pancia pari almeno a quella dei cinque mesi di gravidanza…

La mattina dopo ci è toccato stare a mollo in piscina per smaltire la cena da diciassette portate.
(notare il bozzo attorno all’ombelico… tutta colpa di zuppa e ravioli galluresi!)

Il cielo era un po’ velato, e un delizioso venticello rendeva la temperatura perfetta. Così ho seguito il consiglio di mio marito, che mi sbeffeggia costantemente per il mio attaccamento morboso alle creme solari, e mi sono esposta al sole senza protezione.
Mal me ne incolse! Sono tornata alla base color aragosta, con un simpatico eritema sul petto che è in via di guarigione ora, a distanza di dieci giorni! Mai ascoltare i consigli dei mariti, specie se hanno una carnagione molto più scura della tua (no, non è nordafricano)!