La Cresima. Aiuto, come la vesto?

Quanto è difficile vestire una quasi dodicenne per la Cresima? È roba da farsi venire le bolle ai piedi. A furia di girare per la città alla strenua ricerca dell’abitino giusto.

Non troppo infantile, perché la quasi dodicenne, anticipataria a scuola, è in terza media e non vuole più, giustamente, il vestitino alla marinaretta che fa fare gli occhi a cuore alla mamma: lei veste, per tutti i giorni, quel comodo look fatto di jeans strappati, giubbino in ecopelle e simpatiche t-shirt con unicorni e slogan inspirational attinti a piene mani da Pinterest.

Non troppo da grande però. Perché, appunto, ha quasi 12 anni. Ci sarà tempo per vestirsi “da ragazza”.

E poi, mamma è all’antica e non si dimentica che la Cresima è un Sacramento e si svolge in Chiesa, e quindi sia per l’età che per l’occasione niente tacchi, niente spacchi, niente scollature né tessuti lucidi, paillettes, linee avvolgenti che segnano le forme (forme? quali forme? vabbè, sorvoliamo), spalle scoperte… insomma, l’abito della Cresima deve essere quello che gli inglesi, con la loro mirabile capacità di sintesi, definiscono “modest”.

Lo scorso autunno siamo incappati nel gruppo delle ragazze, tutte un po’ più grandi della mia cresimanda, che lasciavano la Chiesa dopo la cerimonia: molte di loro sinceramente mi sono sembrate vestite in modo poco adeguato all’occasione – lo so, parlo come una vecchia signora bacchettona – con abitini sottoveste e coprispalle che avrei trovato più adatti a feste notturne di piena estate, oppure con vestiti eccessivamente elaborati in stile “piccola sposa” che sopra gli otto anni d’età e fuori dal ruolo di damigella della sposa trovo francamente ridicoli.

Mettendo insieme tutte queste indicazioni, e cercando di accontentare ovviamente il gusto di Anita, ci siamo messe alla ricerca del vestito giusto, e non è stato per niente facile, anche perché qui a Cagliari ci sono ancora gli ultimi residui dei saldi, in cui abbondano i bianchi, i pizzi e i rosa, e le collezioni autunnali stentano a prendere il loro posto sugli scaffali. Fa caldo, così come rischia di esserci caldo il 22 ottobre, un altro elemento da tenere in considerazione nella scelta dell’abito.

Dopo aver girato a lungo alla fine abbiamo optato per questo di Brums

 

È in cotone pesante con una lavorazione a occhio di pernice che dà un effetto a pois sul nero e blu, e ha le manichine in maglia a righe, un dettaglio più sportivo che in Chiesa verrà coperto dal golfino.

In tema di golfini e coprispalle le proposte del negozio non ci convincevano, non c’era qualcosa di perfettamente abbinato, così abbiamo dovuto girare ancora e ancora, prima di trovare quello giusto. Alla fine, inaspettatamente, lo abbiamo scovato da Original Marines, un negozio che solitamente non mi fa impazzire, specie per le bambine un po’ più grandi, perchè non amo le stampe molto grandi e con i personaggi, che sono tipiche di questa marca, se non sui bimbi davvero piccoli. Quindi mai mi sarei aspettata di trovare proprio lì il classicissimo scaldacuore di lanetta in maglia rasata, con il bordino a smerlo, nel perfetto color granata che ci serviva. Un applauso per Original Marines che si guadagna una stellina nella mia personale classifica dei negozi per bambini.

Completeremo l’abbigliamento con queste stringate di vernice blu di Zara: Anita non è una ragazzina da ballerine, e abbiamo preferito delle scarpe con un look più deciso, che poi avrebbe riutilizzato con piacere. In generale sono molto contraria all’acquisto di capi che vengono usati solo per un giorno e una singola occasione (io sono riuscita a riutilizzare perfino l’abito da sposa!), e questo abitino poco impegnativo, insieme ai suoi accessori, sono sicura che li rimetteremo spesso.

 

Che ne dite, vi piacciono le nostre scelte?

Del delirio degli accompagnamenti e delle contromisure

Non so voi, ma io a settembre vengo presa dall’angoscia degli accompagnamenti.

Col passare del tempo mi sono resa conto che quello che mi pesa non è la scuola della ragazze, no. Non sono nemmeno i compiti: le lunghe ore spese a ciondolare tra gli Assiri e il funzionamento del frigorifero – che poi ti confondi e finisci per credere che Assurbanipal avesse inventato il Freon 12 – non mi pesano più di tanto. E nemmeno i due lavori tra i quali mi barcameno alla meglio, sacrificando le ore di sonno. Uno è il lavoro “alimentare”, quello che serve a portare la pagnotta a casa, l’altro quello che mi piace, dunque ben vengano entrambi, e pazienza se si dorme poco.

Sono gli accompagnamenti. I maledetti accompagnamenti.

E prendi, porta a scuola, riprendi, porta a danza, a scout, a ginnastica, al compleanno, al catechismo, al corso di uncinetto acrobatico e a quello di meditazione subacquea… naturalmente le due fanciulle hanno cura, perfidamente, di avere impegni diversi in punti opposti della città ma in orari coincidenti… non so se tutto ciò suona familiare a qualcuno di voi: a fine giornata mi pare di aver passato un sacco di tempo con le mie figlie, indubbiamente, ma in auto, in mezzo al traffico, con la costante sensazione di essere in ritardo sulla tabella di marcia. Non è certo una sensazione gratificante e non penso che sia “tempo di qualità”, come dicono gli esperti di relazioni genitori-figli.

Ho esternato a mio marito la mia angoscia da accompagnamenti e lui ha suggerito una contromisura: un paio d’ore alla settimana in cui ciascuno di noi fa qualcosa di speciale con una delle figlie, con calma e senza fretta, possibilmente senza telefono e mezzi di trasporto.

Ieri abbiamo provato ad iniziare questa sorta di one-to-one, e mentre padre e figlia maggiore sono usciti per una biciclettata di 14km (peraltro funestata dalla pioggia), io e Carolina ci siamo dedicate a cominciare la realizzazione – non ridete! – di una casetta per le fate da mettere in giardino. Se mi seguite su Instagram avrete visto un’anteprima del nostro capolavoro, e quando sarà terminato gli dedicherò un apposito post per mostrarvi tutti i passaggi del procedimento. Abbiamo lavorato con calma, ascoltando musica e chiacchierando, e sono stati dei momenti veramente preziosi. Organizziamo spesso delle belle cose da fare tutti insieme, specie durante il finesettimana; quasi mai invece stiamo con una sola delle figlie, e mi sono resa conto di quanto invece sia importante lasciare spazio individualmente a ciascuna di esse, lasciar uscire la loro voce e i loro pensieri più intimi, che magari in presenza di altri membri della famiglia verrebbero un po’ travolti dal caos che si genera sempre quando siamo tutti insieme.

Solo una sbirciatina alla casetta in progress!

Spero proprio che riusciremo a portare avanti questa buona abitudine!

Ricomincia la scuola!

Anche per noi è arrivato il primo giorno di scuola! Quest’anno le ragazze frequentano la terza media e la quinta elementare, e pensare che entrambe concluderanno un ciclo di studi mi ricorda quanto voli il tempo!

pronte per andare!

Sarà sicuramente un anno molto impegnativo, specie per Anita: lo sport, gli scout, la Cresima, prove Invalsi ed esame finale. Poi a seguire verranno il saggio di danza e l’esame per entrare nella sezione Cambridge del Liceo Classico della nostra città, dove due materie vengono fatte in inglese da insegnanti di lingua madre. E’ un esame difficile, per il quale occorrerà prepararsi bene fin dall’inizio dell’anno. E noi ci siamo, siamo pronte per affrontare tutto ciò.

Rose rosse e ciambellone

Come da tradizione, la sera prima ho spignattato per preparare una bella colazione, la “colazione speciale del primo giorno di scuola”. Un ciambellone marmorizzato al cioccolato e dei soffici pancakes hanno fatto la loro comparsa sulla nostra tavola. Tavola che ho allestito sui toni del rosso e beige, apparecchiando con cura. E’ stato stancante perchè avevo finito in ufficio alle 20.30, e mi sarebbe piaciuto andare a letto presto… ma l’ho fatto davvero con il cuore.

Per la cronaca: verso le 22 sono uscita in giardino, già in camicia da notte, e mi sono incuneata nell’angolo più buio, dove le ultime rose rosse rampicanti si nascondevano, per tagliarne un paio da mettere in un vasetto sulla tavola. Ho immaginato la faccia di chi mi avrà visto dalla strada, in quelle condizioni!

posto tavola con tovaglia stropicciata

Sempre nel rispetto della tradizione familiare, ho preparato per ciascuna un bigliettino, che quest’anno ho decorato con disegni e frasi d’ispirazione fatti (maldestramente ma con amore) da me. Il senso di queste letterine è di augurare loro un sereno anno scolastico, ricordandogli che i genitori ci sono e ci saranno sempre: nelle difficoltà e nei momenti belli, quando saranno stanche e di cattivo umore e quando vorranno parlare di fidanzamenti e amicizie.

lettura dei bigliettini

“You are capable of amazing things”, recitava il bigliettino di Carolina.

“Unicorns are awesome. You are awesome. Therefore you are a unicorn” era invece il testo su quello per Anita. E dietro, le nostre parole d’amore per loro.

Sono così fiera delle bambine che sono e delle ragazze che stanno diventando, e sono sicura che insieme vivremo un anno scolastico pieno di soddisfazioni!

La nostra estate

Da febbraio… all’estate. E va be’, si fa quel che si può. Come ogni anno  in questo periodo faccio il proposito di essere più costante, e poi non lo mantengo mai. Vediamo se stavolta, invece, riuscirò nel mio intento.

Per cominciare vi racconto che cosa abbiamo fatto quest’estate, prima di rituffarmi nelle incombenze dell’autunno: mercoledì prossimo le ragazze (non le chiamo più nane… la grande è più alta di mia mamma ormai, e la genitrice potrebbe seriamente offendersi se la paragonassi ad un nanetto!) ricominciano la scuola!

L’anno scolastico si è concluso con ottimi risultati per entrambe, in un crescendo di impegni, tra la scuola e lo sport (saggi di danza e ginnastica artistica), che ci  ha portati alla fine di giugno abbastanza stremati.

All’inizio dell’estate le ragazze hanno frequentato il centro estivo collegato alla loro scuola, che ha sede al mare. Lì ha lavorato per tutta l’estate anche mio marito, come responsabile delle attività sportive, per cui la mattina loro partivano, abbronzati e dotati di costume da bagno, per la spiaggia, mentre io mi avviavo mestamente in ufficio. Dopo 3 mesi di duro lavoro ho conquistato una fantastica abbronzatura da videoterminalista!

dicono che in spiaggia mancava un divano…

A giugno, però, io ho compiuto un passo avanti nelle mie avventure equestri, acquisendo una cavalla in affido. Si tratta di un tipo di gestione in cui si condividono le spese di pensione, veterinario etc con il proprietario di un cavallo, ottenendo in cambio la possibilità di montarlo in esclusiva. Diciamo che è un passetto in avanti verso il sogno di avere un cavallo mio. La scelta è caduta sulla bella Paperina, un sella italiano di nove anni. Con lei sto crescendo molto come amazzone, e mi illudo di credere che anche lei, insieme a me, stia crescendo un pochino, consolidando quanto aveva già appreso in precedenza.

È una cavalla straordinaria, dolcissima e disponibile.

Lucida lucida, dopo una bella doccia!

A luglio, le ragazze sono partite per due settimane in colonia a Marilleva, insieme anche ad una terza amica. Mentre Anita aveva già fatto alcune esperienze senza genitori e altri parenti stretti, per Carolina si trattava della prima prova fuori casa, ed è stato un successo: il fatto che mi abbia chiamato circa 3 volte in 15 giorni credo denoti che non ero in cima ai suoi pensieri!

Pronte per partire, agli imbarchi in aeroporto

Sono state entrambe entusiaste dell’esperienza, e penso che la ripeteremo ogni anno.

Rientrate dalla colonia, si sono divise per una decina di giorni, perchè Anita è partita per il campo scout nella zona di Capo Comino, mentre Carolina si è goduta un po’ di giorni da figlia unica, cosa che non le capita praticamente mai!

Pronta per andare… super carica

Anche il campo scout è stata una bella esperienza, ma su questo non avevamo dubbi perchè Anita è entrata negli scout ormai tre anni fa, ed è intenzionata a proseguire. La sua squadriglia, i Fenicotteri, quest’anno ha anche vinto il campo, accumulando il maggior numero di punti nei giochi proposti e nella diverse prove che si devono affrontare, dalla pulizia del proprio angolo alla cucina, passando per una notte da soli, separati dal resto del gruppo, con una minimale attrezzatura a disposizione.

pronti per l’ammaina bandiera alla fine del campo

Agosto è stato un mese difficile, a causa anche di seri problemi di salute di un membro della famiglia, che piano piano si stanno risolvendo. A Ferragosto sono finalmente iniziate le mie ferie, che ho passato tra il maneggio e il mare. Insieme a me ha iniziato a montare anche Carolina, che si è innamorata di una pony del maneggio, Venere.

doccetta dopo il lavoro…

Dopo due settimane, evidentemente annoiata, ho pensato di rovinare i giorni di libertà con un incidente equestre, non grave ma che mi ha lasciata con una mobilità ridotta che ancora non è tornata a posto…

Non mi sono però fatta spaventare dai dolori, e ho voluto che la nostra tradizionale vacanza a Carloforte non venisse cancellata.

Pronti in traghetto, anche con Lucrezia, nostra ospite

Quei pochi giorni su quella che io chiamo “l’isoletta felice” sono per me la vera vacanza, quella in cui mi rilasso appieno e rinunciarci sarebbe stato molto triste. Anche le ragazze la aspettano con ansia.

In quei giorni abbiamo fatto mare, mare e ancora mare.

Anita medita se tuffarsi

L’ho detto che siamo andati molto al mare?

il mio angolo di paradiso, Cala Fico
Punta nera
Guidi

Come sempre, Mela è venuta con noi.

La sera uscivamo in piazza per un aperitivo o un gelato, e ho avuto la fortuna di poter passare due giorni con la mia carissima amica Eli, che ha passato sull’isoletta il weekend.

aperitivi ad alto tasso di stupidera

Siamo tornati a Cagliari la domenica, con il tempo che virava al brutto e tanti ricordi nuovi di zecca da custodire gelosamente.

Pronti per riprendere con la routine autunnale, ma decisi ad attaccarci fino all’ultimo agli scampoli di questa lunga estate.

 

Un letto chiacchierato

“Mamma, ti devo parlare, stasera andiamo nel letto delle confidenze?” Mi ha detto la nana grande stamattina.

Mi sono bloccata con una scarpa sì e una no, in quel momento di grande caos mattutino che precede l’uscita per andare a scuola e in ufficio. “È una cosa grave? Me ne vuoi parlare ora?” ho risposto io, correndo da una parte all’altra della casa.

“No, preferisco aspettare stasera, nel letto delle confidenze”.

Anita, ritratta dallo zio Alberto Uccheddu. Don’t use or copy this photo without permission

Tutto è nato un giorno in cui una delle due aveva combinato una monelleria di quelle grosse. Così grossa da aver paura di rivelarla ai genitori, ma allo stesso tempo tanto grossa da avere proprio bisogno di scaricarsi la coscienza. E così oscillava tra la voglia di parlare e il timore di venire sgridata o, peggio, di perdere fiducia e addirittura amore da parte mia. Cosa impossibile, quest’ultima, ma vallo a spiegare a una seienne…

Leggi tutto “Un letto chiacchierato”

Dieci piccole cose

L’altro giorno la nana “piccola ma ormai non più tanto piccola” era molto preoccupata per l’esito di una verifica scolastica. D’istinto mi è venuto da dirle: “Guarda che mamma ti ama allo stesso modo, che tu prenda 10 oppure 2 non cambia assolutamente niente” e immediatamente l’ho vista illuminarsi e cambiare totalmente umore. Questo mi ha fatto riflettere su quanto una nostra frase possa rassicurare, incoraggiare, dare il senso del nostro amore oppure viceversa gettare un bambino nell’ansia e perfino nella disperazione.

Ho pensato di fare una lista di 10 piccole cose, apparentemente banali, che le mie figlie amano sentirsi dire da me, per non dimenticarmi MAI di ripetergliele all’infinito.

  1. Ti amo moltissimo, non c’è cosa terribile che tu possa fare che mi farebbe cambiare idea
  2. Mi piace molto passare del tempo insieme/ho voglia di passare del tempo con te
  3. Sono orgogliosa di essere la tua mamma, non vorrei nessun’altra figlia
  4. Sarai sempre il mio cucciolo, anche quandò io sarò una vecchietta e tu una signora grande
  5. Grazie
  6. Grazie per avermi raccontato il tuo segreto/problema
  7. Grazie per avermi ascoltata
  8. Anche io, alla tua età… (segue racconto di esperienza simile)
  9. Da piccola eri la bambina più simpatica del mondo (segue racconto divertente di strafalcioni, monellerie etc)
  10. Puoi sempre contare su di me

Avete altre frasi da suggerire?

Come farsi ascoltare dai figli senza urlare

Immaginate lo scenario. È sera. le mie figlie guardano la televisione ma la cena fuma ormai nei piatti, e io dalla cucina chiamo inutilmente più e più volte il gregge a raccolta, con tono crescente. “Stiamo spegnendo….” è la risposta più frequente alle mie incitazioni. Solo che poi questi spegnimenti durano anche dieci minuti, manco si trattasse di spegnere un altoforno… e intanto il risotto s’è attaccato al tegame. Seguono scene con urla belluine, e io che intimo l’immediata comparsa in cucina minacciando sequestri del mezzo televisivo fino a data da destinarsi. Loro che fanno serenamente lo gnorri. Nei miei film mentali in cui sogno di essere una madre perfetta immagino sempre di rivolgermi alle nane con voce soave, non perdere mai le staffe nemmeno davanti a monellerie da cartellino rosso e ottenere figlie obbedienti solo con l’autorevolezza che promana da ogni poro della mia persona; nella maggioranza dei casi il film si trasforma in un horror in cui parlo con la voce da posseduta dal demonio, minaccio punizioni bibliche a bambine urlanti e mio marito mi asperge di acqua santa per tamponare la situazione. Tuttavia io continuo nella mia ricerca della perfetta formula per farsi ascoltare dai figli senza dover alzare la voce, minacciare o ripetere la stessa richiesta quattrocento volte. Se tutto ciò vi suona familiare, capirete perchè non ho esitato a iscrivermi al webinar di Power of Moms dal titolo How to get your kids listen without nagging, reminding or yelling. 

Noto duo criminale. Ph. by Alberto Uccheddu, don’t copy or use without permission

Vi racconto com’è andata. Prima di tutto: cos’è un webinar? Un seminario che si svolge attraverso il web: indossi gli auricolari, ti connetti alla conference room virtuale e ascolti, pregando che l’accento americano non sia tanto forte da impedirti di comprendere ciò che viene detto. Se hai domande, le poni attraverso l’apposita chat.

È stata un’ora e venti utile? Direi proprio di sì, mi ha fornito alcuni spunti interessanti che voglio condividere con voi, cercando di sintetizzare al massimo (lo sapete, non è il mio forte).

  1. I nostri figli hanno, fin da piccolissimi, una loro libera volontà, e sentono il bisogno vitale di esercitarla, di sentire che hanno il controllo sulla loro vita.
  2. Possiamo utilizzare questo bisogno naturale ponendo nelle loro mani il potere di scegliere come comportarsi, provando ad indirizzarli al comportamento da noi desiderato senza minacciare punizioni, gridare o ripetere ossessivamente la nostra richiesta. Come?
  3. Sostituendo alla minaccia delle punizioni la spiegazione delle conseguenze del comportamento prescelto.

Lo so che detto così sembra solo una supercazzola lessicale per mascherare le minacce e i ricatti: “o fai come dice mamma o la conseguenza sarà che ti punisco”. Ma non lo è. È invece un prezioso cambio di prospettiva, che funziona a tutte le età (a partire da quando un bambino è abbastanza grande da comprendere il legame causa-effetto) ma che mi sta dando soddisfazioni soprattutto con la nana grande. Non mi ero mai resa conto di quanto desiderasse essere autonoma e padrona della sua vita… e adesso si sente molto di più così.

Proviamo?

Prima di tutto, è inutile sbraitare sul momento: si parla della questione quando NON sta avvenendo il comportamento che ci disturba. Può sembrare controintuitivo, ma quando gli animi si sono scaldati noi genitori siamo i primi a non essere costruttivi, e aspettarci che lo siano i nostri figli è quantomeno ingenuo. A freddo, quindi, solleviamo la questione dicendo una frase che non faccia mettere subito sulla difensiva gli irritabili virgulti, tipo “ho notato che non riusciamo ad accordarci sullo spegnimento della tv quando è pronta la cena”. Spieghiamo quali problemi ciò comporta (si fa tardi e si va a letto troppo tardi/la cena si fredda e non è più buona/non resta tempo per stare insieme dopocena/sono stanca come un cane e non ho più voglia di vedervi in giro per casa – ok, quest’ultima non ditela) e chiedete come mai sia così difficile spegnere quell’accidenti di tv in tempi ragionevoli (non con questo tono, che è quello che a me verrebbe spontaneo). Otterrete spiegazioni bizzarre ma talvolta perfino ragionevoli, che potrebbero indurvi a riconsiderare la questione. Se invece restate saldi nei vostri propositi (averle a tavola entro un paio di minuti dalla chiamata, a tv spenta), spiegate alle soavi fanciulle che non potete costringerle a spegnere la tv a tappo (no, non potete, la costrizione fisica non vale come metodo educativo…) nè volete andare lì, spegnere dal pulsante della tv e poi mettere per sicurezza il telecomando sulla mensola più alta (non che io l’abbia fatto, eh…) perchè sarebbe un atto di prepotenza verso di loro che non intendete compiere (ripeto: non intendete compierlo). Tuttavia, poichè arrivare a tavola puntuali è un fatto per voi indispensabile (quindi spiegate in modo chiaro qual è il comportamento che vorreste), loro possono scegliere di non farlo ma… segue spiegazione delle conseguenze. Che potrebbero essere: dovrete trovare un momento diverso dal pre-cena per vedere la tv, così saremo sicuri che non si crea questo problema. Non suona come una punizione, vero? È piuttosto la perdita di un privilegio che abbiamo concesso fino a quel momento. E il ragazzo può scegliere quale comportamento preferisce adottare: guardare la tv in un altro momento della giornata, oppure spegnere subito quando è pronta la cena.

Vietato far discendere conseguenze per i figli che riguardano beni primari (non puoi dire: se non spegni la tv vai a letto senza cena) oppure spropositate rispetto alla gravità del comportamento (non vedrai più la tv per tutto l’anno), scollegate rispetto al comportamento (se non spegni la tv non userai più il telefonino) o umilianti (in ginocchio sui ceci!).

Una volta spiegati i comportamenti possibili e le relative conseguenze, ci assicuriamo che i ragazzi abbiano capito. Facendoci ripetere i termini dell’accordo: qual è il comportamento atteso, quali sono le opzioni e quali le relative conseguenze. A quel punto l’accordo è siglato e il potere decisionale resta nelle mani del bambino.

Ho usato questo metodo più volte da quando ho seguito il webinar e posso dire che: in linea di massima un bambino se viene responsabilizzato tende spontaneamente a preferire il comportamento più ragionevole, che si suppone sia quello desiderato dal genitore. Talvolta il figlio sceglierà un comportamento diverso, che però potrebbe rivelarsi non così negativo come pensavamo. A me è accaduto anche questo, e ho dovuto riconsiderare le mie posizioni.

Vista la lunghezza biblica di questo post, se l’argomento vi interessa lasciatemi osservazioni e domande di approfondimento nei commenti, e preparerò un secondo articolo in cui vi racconterò di tutto ciò che può andare storto nell’applicazione di questo metodo e di come talvolta confrontarsi coi figli può far crescere e migliorare anche i genitori.

Sempre, in realtà…

N.B. questo metodo è stato elaborato dall’americana Amy McCready, una parenting coach di grande successo. Io mi limito a tradurre per voi le basi del sistema e a raccontarvi la mia esperienza

Auguri, Carolina

Due giorni fa è stato il compleanno della nana piccola. Urge trovare un nuovo soprannome, visto che tanto piccola non lo è più.

La mia pulce è ormai una bimba di quarta elementare!

A volte mi sembra che l’infanzia delle mie figlie mi stia sfuggendo tra le dita: le vedo ogni giorno più grandi e più mature, riflessive e responsabili, e se da un lato ringrazio il cielo per la fortuna di avere due bambine così “brave”, dall’altro guardo con nostalgia i tempi in cui erano due cuccioli coccolosi che non sapevano allacciarsi le scarpe.

Per questo, quando il giorno successivo al festeggiamento l’ho accompagnata in un bel negozio di giocattoli perché decidesse come investire i regali ricevuti sotto forma di bustine, sono stata molto felice di vederla scegliere una bellissima bambola. L’abbiamo battezzata col nome di Anna, lo stesso della cuginetta nata due giorni prima di Natale.
Vederla cullare la bambola, preparare il lettino e sussurrarle parole dolci mi ha toccato il cuore.


Ecco, le mie figlie le vorrei sempre così, a metà strada tra piccole e grandi, se solo si potesse fermare il tempo…

Il video di Natale

All’inizio di dicembre io e le bimbe abbiamo allestito l’albero di Natale, secondo le nostre tradizioni familiari: musiche ad hoc in sottofondo e una buona dose di stupidera!

albero-di-natale

Quest’anno le fanciulle hanno richiesto una palette di rosa, verde chiaro e oro, per cui ne è venuto fuori un albero tutto color pastello, a mio giudizio un po’ smorto ma comunque carino. E poi, come si suol dire, il Natale è dei bambini, per cui lascio che siano loro a disporre e spadroneggiare in materia.

Abbiamo pensato di girare un piccolo video, assolutamente amatoriale, per immortalare tutta l’operazione e per augurarvi di trascorrere questo Natale insieme alle persone che vi vogliono bene davvero. Abbiamo bisogno, nella nostra vita, di più persone che fanno il tifo per noi, pronte a sostenerci in tutte le nostre piccole grandi follie.

Dei padri che fanno i padri. Il guest post di Paolo

Qualche tempo fa ho scritto su facebook un post infuocato contro il progetto di un nuovo reality tv che si propone di “spiare” come se la cava un papà con i bimbi nel caso di un’assenza della mamma lunga una settimana. Intendo con i suoi, di bimbi, eh, mica con quelli di qualcun altro e dunque sconosciuti. Quel progetto orrendo mi ha fatto pensare che in noi è talmente radicata la convinzione che ad occuparsi dei figli sia la madre, e che il padre lo faccia solo di rincalzo, che sia normale e divertente un programma nel quale, ne sono certa, il papà è destinato a fare la figura dello scemo incompetente, che non sa in quale cassetto stiano i calzini della figlia e non conosce l’indirizzo della scuola, mentre la mamma ha, finalmente, il suo momento di gloria. Quel momento in cui qualcuno, una volta tanto, le dice che davvero è indispensabile e che la sua assenza è una catastrofe. 
La domanda che mi sono posta è: ma noi donne saremmo davvero felici di sentirci indispensabili a causa dell’incapacità del nostro compagno di vita? Non so voi, ma se io pensassi di aver sposato un cretino che non sa cambiare il pannolino a sua figlia e non è in grado di gestire una giornata intera con le bambine, non mi sentirei tanto appagata come madre e come moglie. Spesso invece siamo proprio noi, mogli e madri, a rivendicare il monopolio delle competenze figliesche, escludendo più o meno direttamente il maschio alfa dalla gestione della prole, per poi poterci lamentare in santa pace e a buon diritto, (sentendoci, appunto, inarrivabili divinità domestiche).

La notizia interessante è che qualcosa, però, si muove. Perchè ci sono papà che sono davvero interessati ai figli e al loro mondo, che conoscono gli interessi del settenne e gli amori della undicenne, che portano i figli al parchetto, preparano il biberon, cambiano il panno, chiamano la pediatra e, soprattutto, che non si vergognano di tutto questo. E no, non sono vedovi! 
Spesso sono uomini che hanno compagne che fanno le mamme tanto quanto loro, ma che magari vogliono realizzarsi anche al di fuori del “guarda-che-madre-perfetta-che-sono”. Tipo che hanno aspirazioni di carriera, o anche semplicemente di continuare a sentirsi l’essere umano che erano prima di avere figli. 
E, ci tengo a dirlo, non si tratta di papà che fanno i mammi e di mamme che fanno l’uomo di casa, ma semplicemente di coppie in cui entrambi i componenti, da una parte vogliono essere genitori a tutto tondo, dall’altra non vogliono rinunciare ad essere anche persone a tutto tondo, con interessi da sviluppare perfino al di fuori della cerchia familiare. Fermo restando che poi, all’interno della coppia e della famiglia, ciascuno sarà magari più bravo nel fare alcune cose e meno in altre.
Ah, dite che non esistono, padri così? Collaborativi, supportivi etc?
Io ne conosco almeno un paio. Di uno posso dire di aver l’onore di essere amica, se mi concede di usare questo termine: Paolo, il mio amico aviation freak, sempre pronto a rispondere alle mie domande su aerei d’epoca, piloti e libri, data la sua sterminata competenza in materia (non per niente lavora qui) e la sua pazienza altrettanto sterminata, che io cerco di ricambiare con consigli da Pinterest addicted in tema di arredamento di stanze per nani.

E Paolo, tra un libro da pubblicare, un aereo da rimettere in sesto, un lettino da ridipingere e una figlia da educare, ha perfino accettato di fare un guest post per il blog, per raccontarci il suo punto di vista di “mosca bianca”.

Giulia, la mia
primogenita, è nata ad Helsinki. Poco dopo la sua nascita ci è stata offerta la
possibilità di trasferirci a Vienna, una città che conoscevamo ed abbiamo
sempre amato. 

Così, entro il suo terzo mese di vita, abbiamo sottoposto la nuova
arrivata ad un trasloco internazionale. Entrambi avevamo un posto di lavoro
pronto al nostro arrivo ma, mentre il mio datore di lavoro poteva aspettare,
mia moglie è rientrata dalla maternità dopo soli quattro mesi. Ed io mi son
trovato a fare il papà a tempo pieno. In questi mesi la tematica del
papà-a-casa sembra andare parecchio di moda su blog e giornali: è tutto un
pullulare di articoli e post che esaltano il modello del Nuovo Uomo Nordico,
che non si fa problemi a sospendere la propria carriera per dedicarsi ai figli.
Devo ammettere che all’inizio è stato facile crogiolarsi nel ruolo di
neomaschio allettante (ed allattante): al parchetto sotto casa facevo girare la
testa a tutte le mamme e nonne col mio innato talento nello spingere
l’altalena. Ai settimanali incontri con le Mamme Italiane a Vienna, le più
incallite genitrici versavano la lacrimuccia nel notare che alla bisogna, oltre
al pannolino di ricambio riuscivo a sfoderare anche la salvietta umida. Ad ogni
rientro in Italia mia mamma si prodigava ad esibirmi come un trofeo a tutte le
amiche/vicine/sconosciute che le capitavano a portata di voce ed il mio ego,
raggiunte ormai le dimensioni del Canton Ticino, stava per esplodere…. ….. e
alla fine lo ha fatto. In modo plateale, come si confà a simili occasioni:
rumore di tela strappata e brusco risveglio nel mezzo della notte, con la
terribile verità che ti ghiaccia addosso il sudore: “ma la donna che esalta
oltremisura le mie capacità genitoriali è la stessa che crede che assomigli a
Raoul Bova!”. 

Quel minimo di obiettività rimastami e l’impietoso specchio che
esalta l’occhiaia mi hanno costretto a riconsiderare la mia situazione. E mi
sono incazzato. Come ogni altro adulto nanomunito conosco tutte le
idiosincrasie della prole, rido, gioco, cucino, lavo, stiro, rilavo, sgrido e
sbaglio come tutti gli altri genitori degni di questo nome. Ho anche
ripetutamente commesso il reato capitale della megacazziata in pubblico. Perché questo dovrebbe essere motivo di vanto? Il fatto che sia un uomo non mi pare un motivo sufficiente… Anzi non mi pare proprio un motivo. Davvero le
aspettative femminili nei nostri confronti sono cosi’ basse? Allora perché non
apprezzare anche il fatto che non ho mai fatto bere per sbaglio la mia birra a
Giulia? E vogliamo parlare dei due, dicansi due, pollici opponibili di cui sono
dotato? 

Ad ogni nostro rientro in Italia una sosta in qualche parco giochi ci
scappa sempre: ebbene, sarà sfiga, ma ogni volta vedo un bimbo che fa capricci
ed un genitore che alza le mani (e pure i piedi) manco fossimo in una puntata
di Smackdown. Forse anche in questo campo sarebbe ormai ora di smetterla di
parlare tanto dei ruoli e di (pre)occuparci un po’ di più di buoni e cattivi
genitori.



Grazie, Paolo!


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