In giro coi bambini.

Per chi l’avesse perso, ecco il mio post su trucchi e barbatrucchi per uscire indenni da una session di commissioni coi nani.
Al supermercato, al ristorante, alle poste: bambini sì o no? Meglio andare da soli e sbrigarsi più in fretta, o meglio abituare i bambini a stare ovunque? Meglio… entrambe le opzioni. Perché non sempre siamo al meglio, e qualche volta abbiamo bisogno anche di fare una spesa rapida, oppure di gustare una pizza solo in compagnia di amici adulti. Però, se non superiamo la paura di portare i nostri figli ovunque con noi, più crescono e più sarà difficile gestirli al di fuori del contesto domestico e familiare. Sì, allora, alle commissioni con i nostri pargoli, alle uscite serali, e anche ai viaggi. Purchè opportunamente adattati alle esigenze delle piccole pesti.
Ecco alcune regole d’oro per sopravvivere alle trasferte brevi, tutte testate sulla mia pelle di mamma dilettante
  1. Lo dico sempre e lo ripeto allo sfinimento: ignorate per quanto possibile, nei limiti della buona educazione, sguardi e commenti di chi vi circonda: ci sarà SEMPRE qualcuno che ha da ridire sul vostro modo di essere mamma. Sarete invariabilmente troppo severa o troppo rigida con il piccolo, troppo presente o troppo lassista: non si può piacere a tutti, ma voi dovete rendere conto soltanto a voi stesse e alla vostra progenie.
  2. Organizzatevi. Pensate in anticipo alle trasferte e non fatevi trovare impreparate. Approntate un piccolo kit da uscita, utile sia se andate a far la spesa che se siete dirette in un ufficio dove farete la fila, e afferratelo un minuto prima di lasciare casa. Portatevi dietro il giusto, ma non portate il troppo: un borsone pesante soddisferà un’esigenza improvvisa in un caso su un milione, e in tutti gli altri sarà solo un impaccio inutile, che maledirete per tutto il tempo.
  3. Cosa mettere nel “kit di sopravvivenza”: dipende dall’età del bambino e dalle sue inclinazioni. Fondamentale però è che sia un insieme di oggetti che intrattengano il bambino quando voi non potete dedicargli tutta la vostra attenzione: un libretto dalle pagine bianche e una piccola scatola di colori, una lavagnetta cancellabile, un puzzle, una piccola bambola col suo corredino di abiti, una macchinina, perfino i compiti per il giorno dopo possono servire a far stare fermo un bambino irrequieto mentre voi fate la fila! E a volte anche il cibo può servire allo scopo: centellinate un pacchetto di crackers nei momenti di noia.
  4. Non pretendete troppo da vostro figlio: se andate ad un pranzo di nozze della durata di 4 ore, non aspettatevi che un bambino possa stare a tavola per tutto il tempo, non sarebbe umano. Portategli qualcosa da fare, se gli spazi non consentono di alzarsi (vedi il kit di sopravvivenza) oppure consentitegli di lasciare la tavola tra una pietanza e l’altra, a patto che si comporti educatamente e non disturbi gli altri ospiti. Idem se uscite a cena: a un certo punto vostro figlio sarà stanco e dunque nervoso. Cercate di uscire presto e di non far durare le riunioni conviviali troppo a lungo, pena il disagio reciproco.
  5. Coinvolgete i bambini in quello che fate. Fate sentire vostro figlio partecipe della situazione, e non ai margini di essa. Se andate ad es. alle poste, spiegategli tutto quello che fate, fategli prendere il numeretto e ditegli di controllare l’andamento delle chiamate; mostrate i bollettini e approfittate dell’occasione per spiegare come funzionano i servizi postali. Se andate al supermercato, sappiate che anche un bambino di due anni può essere un valido aiutante, e così distolto da incursioni vandaliche nel reparto caramelle. Prima di uscire, disegnategli la lista della spesa, almeno i prodotti che conosce: la bottiglia del latte, le mele, il detersivo, il sacchetto dei biscotti. Una volta arrivati al supermercato, mandatelo a prendere quanto contenuto nella sua lista: si sentirà “grande” e importante e vi aiuterà con orgoglio. In età scolare, scrivete la lista ed esortate vostro figlio a seguirla e a verificare la scadenza di ogni prodotto, prima di riporlo nel carrello. Fatevi aiutare ad imbustare e a consegnare soldi e carte di credito in cassa. Non cadete nella trappola dei capricci finalizzati a farsi comprare qualcosa: se cedete una volta dovrete cedere sempre! Siate invece voi a proporre un piccolo premio al termine della spesa, se si sarà comportato bene, oppure date la possibilità di essere lui a scegliere un prodotto che gradisce, ma solo uno: se vuole lo yogurt con i pezzetti di cioccolato rinuncerà ai biscotti farciti. Se dite un NO, che sia NO: vedrete che in poco tempo non ci saranno più capricci; se mentre impartite questa lezione a vostro figlio, qualcuno vi guarda storto perché lui strilla in mezzo al corridoio “dolci confezionati, crackers e merendine”, rimanete impassibili e andate al punto 1. Proponete premi anche in termini di tempo e attenzioni: “se tu adesso mi accompagni all’anagrafe e ti comporti bene, dopo andiamo mezz’ora al parco”: funziona!
  6. Il vostro motto sia resisto e non desisto: in queste situazioni la costanza indubbiamente viene premiata, e anche bambini chiassosi e irrequieti con pochi accorgimenti diventeranno bravi fanciulli che potranno seguirvi davvero dappertutto, senza mettervi in imbarazzo e con reciproco godimento. E qualche volta, godetevi una serata in pace chiamando la babysitter!

Il bambino routinario

La nana piccola è estremamente ruotinaria. A differenza della nana grande, che si è sempre mostrata flessibile ed adattabile alle diverse situazioni, la piccola vive male ogni cambiamento di routine.
Questa sua caratteristica sta diventando particolarmente evidente con la crescita, nel corso della quale le differenze tra i due caratteri si fanno sempre più palesi. Laddove la prima è indipendente, desiderosa di provare cose nuove, impaziente di scoprire scenari diversi, la seconda trova rassicurazione nel ripetersi dei riti a lei noti, come una coperta di Linus. Vuole conoscere fin dal mattino quale sarà il programma della giornata, e la domenica si sente addirittura scombinata dalla mancanza della scuola, per cui nel giorno di festa la sua domanda, mentre una volta tanto facciamo colazione con calma, è invariabilmente questa: e io con chi devo stare oggi?
Le novità vengono accolte sempre con un minimo di diffidenza; ad esempio quando si tratta di svolgere un’attività di suo gradimento, come andare a giocare da un amichetto, ci va sì volentieri, ma dopo qualche ora richiede di tornare a casa nella sicurezza dell’ambiente domestico. 
Questa necessità di una giornata pianificata e certa trova un suo corollario nell’attaccamento a me: casa dovrebbee sempre fare rima con mamma. E se mamma è in ufficio? Vabbè i surrogati, nonne e zie, ma che mamma torni presto! Il fatto che io manchi comporta spesso piccoli incidenti: una pipì che scappa, un litigio di troppo con la sorella, un capriccio per mangiare; tutti modi, forse, per richiedere più attenzioni.
Io non ero abituata a questo tipo di rapporto, perchè come ho già detto la nana grande ha sempre avuto un alto livello di autonomia e di flessibilità. Con la nana piccola, invece, sto imparando l’importanza che i riti hanno per certi bambini: ad esempio il fatto di sdraiarci insieme dopo pranzo viene atteso come uno dei momenti più importanti della giornata. Idem per il rito del bagno, che lei richiede a gran voce come un momento di coccola e condivisione. 
Certe volte il fatto che lei sia così legata alla routine e non gradisca deviazioni è un po’ una seccatura; per altri aspetti invece diventa uno strumento utile. Ad esempio, non appena entriamo a casa, la nana piccola è abituata a fare le c.d. “procedure”, ovvero togliere le scarpe e riporle, lavare le mani e fare la pipì. Il ripetersi ogni giorno uguale dello stesso banale rito viene considerato come un bel gioco, per cui lei lo compie spontaneamente senza lamentarsi.
Mi piacerebbe sapere come si pongono i vostri figli nei confronti delle novità; le gradiscono come la nana grande oppure sono pantofolai amanti della quiete domestica come la nana piccola? Raccontatemi le vostre esperienze!

La scatola della felicità

Alcuni giorni fa la nana grande ha visto la pubblicità delle inziative di Save the children, una ONLUS che si occupa, attraverso le donazioni volontarie, di salvare i bambini di alcuni Paesi, come Mali e Mozambico, che ogni giorno muoiono per malattie che nel resto del mondo sono ormai diventate banalità facilmente curabili. Save the Children, inoltre, si occupa anche di garantire ai bambini che in alcune aree del mondo vivono in condizione di indigenza, l’accesso all’istruzione, primo gradino di una vita libera dalla schiavitù morale e materiale. Attraverso il loro sito, infine, è anche possibile procedere ad una adozione a distanza, attraverso una contribuzione continuativa che viene destinata ad un bambino in particolare.
La nana grande è rimasta particolarmente impressionata dalla faccenda, e colpita dal fatto che in luoghi seppure lontani vi siano bambini che non hanno il necessario per vivere. Ha chiesto se fosse possibile fare qualcosa per loro, e quando le abbiamo spiegato che è necessario inviare dei soldini, affinchè si acquistino medicine, generi alimentari e attrezzature scolastiche, ha detto di voler mettere da parte, ogni mese, la cifra necessaria.
Inutile dire che siamo stati toccati dal suo slancio empatico verso i meno fortunati, e abbiamo accolto con gioia la sua idea. Durante il pomeriggio abbiamo foderato una scatola di cartone con un’allegra carta colorata, che la nana ha poi decorato, scrivendo sul bordo “Scatola della felicità”.
“Che cosa significa?” Le ho chiesto
“Che grazie ai soldini contenuti in questa scatola un bambino bisognoso potrà trovare la felicità.”
Spero davvero che mia figlia abbia ragione, e che attraverso le monete messe da parte giorno per giorno, assieme alle medicine arrivi a quei bimbi un po’ del nostro calore.

Che rabbia!

Che cos’è la rabbia?
Credo che sia uno dei sentimenti più forti in assoluto, e indubbiamente uno dei motori del mondo. Duole dirlo ma, a pensarci bene, molte decisioni storiche appaiono prese sull’onda della rabbia. 
Quando pensiamo al concetto di “rabbia” credo sia inevitabile visualizzare persone che urlano, rosse in volto, e magari lanciano oggetti… insomma, un po’ fuori controllo. Quella però, a mio giudizio, è la forma della rabbia non gestita in maniera adeguata. Esiste anche una rabbia “buona”, che credo abbia una importantissima funzione liberatoria: la rabbia è infatti una preziosa valvola di sfogo. Sappiamo tutti che quando una valvola è sotto eccessiva pressione non farla sfiatare può essere molto pericoloso. Siamo come delle caldaie, e ogni tanto la nostra valvola subisce una pressione troppo forte; ecco che, attraverso la rabbia, abbiamo l’opportunità di ripristinare un equilibrio, sentendoci sicuramente più leggeri e sereni. 
Non ho le competenze di uno psicoterapeuta, ma mi pare che il punto fondamentale sia capire quali sono i modi giusti per gestire la rabbia. E se questa è un’operazione difficile, lo diventa ancora di più quando abbiamo dei figli e dobbiamo cercare di costituire un esempio per loro, aiutandoli anche a gestire la loro personale rabbia.
Per quanto riguarda noi genitori, io personalmente ammetto di avere un problema. Ho un eccessivo auto-controllo, che forse deriva da un’educazione abbastanza rigida, nella quale dare in escandescenze non era un’opzione Questo autocontrollo è tanto esasperato che al lavoro mi hanno ribattezzata “l’imperturbabile”. Essere imperturbabili però non è molto salutare, perchè si tende ad accumulare la pressione, e quindi la rabbia, incontrando seria difficoltà a lasciarla uscire fuori.
Negli ultimi tempi ho imparato un metodo che applico quando proprio sento il bisogno di esplodere, ma allo stesso tempo non voglio traumatizzare la mia famigliola: avviso mio marito, con un tono di voce che lui evidentemente coglie al volo, e mi eclisso nella nostra camera. Cinque-dieci minuti, durante i quali posso piangere e magari strepitare (a volume contenuto), fino a sentirmi meglio. Sfiatata la valvola sono più in grado di affrontare la mia rabbia con le parole, spiegare cos’è che mi fa arrabbiare, e trovare soluzioni costruttive. Devo ammettere che dopo mi sento molto meglio, come se davvero avessi espulso dal mio corpo delle dannose tossine.
Per quanto riguarda la gestione della rabbia dei figli, tempo fa ho letto un paio di libri che ho trovato illuminanti: Raising happy brothers and sisters e Intelligenza emotiva per un figlio, che mi hanno insegnato a guardare ai sentimenti delle nanette, specie quelli negativi, in modo diverso.
Un concetto cardine che si ritrova in entrambe le opere è quello che viene ben espresso dalla frase inglese “Aknowledge the feelings”, che si potrebbe tradurre con un “riconoscete i sentimenti”. In che senso “riconoscere”? Nel senso di non sminuire ma accogliere tutte quelle che sono le manifestazioni emotive dei nostri figli, anche se le disapproviamo, anche se le riteniamo sciocche, come spesso capita per certe paure che ci sembrano infondate.
Queste due opere ci insegnano metodi concreti per aiutare i nostri figli a tirare fuori la loro rabbia in modo costruttivo e gestirla adeguatamente, e sono quindi strumenti educativi preziosi.
Vi faccio un esempio tratto dal mio quotidiano recente. Ore 21, di ritorno dalla festa di compleanno della nana grande, passiamo in rassegna i regali ricevuti. La nanna piccola, gelosa per le attenzioni ricevute dalla sorella, acchiappa tutti i giocattoli cercando di tenerli per sè, protestando per non aver ricevuto niente. Sale la tensione tra le due sorelline, finchè la piccola, maneggiando una matita con una graziosa applicazione di legno in cima, non spezza l’animaletto. La nana grande si imbestialisce e spinge via la piccola, che inizia a piangere. La mia reazione istintiva sarebbe stata quella di sgridare la nana grande (e a seguire anche la piccola!), ma invece mi sono trattenuta e le ho detto: devi essere molto arrabbiata per aver spinto tua sorella! Cos’è che ti ha dato più fastidio?
Immediatamente questo l’ha fatta sentire meglio, perchè ha capito che stavo “riconoscendo” i suoi sentimenti, anzichè stroncarli vietandole di sentirsi arrabbiata. Ha spiegato come si sentiva e che aveva spinto la sorella perchè esasperata dal suo comportamento. Solo a quel punto le ho detto che nessun comportamento fastidioso della sorellina poteva giustificare l’uso della violenza, seppure in senso lato. Lei è stata d’accordo con me, le ha chiesto scusa, cosa che la piccola ha fatto immediatamente per imitazione, si sono abbracciate ed è finita a tarallucci e vino. Anzi, latte.
Mentre questa rabbia è una sorta di fuoco di paglia, che sorge in un attimo e altrettanto velocemente sparisce, ci sono altre situazioni meno semplici, nelle quali mi rendo conto che la carica di rabbia accumulata è decisamente maggiore. In questi casi applico alle nanette la regola che uso per me: le invito ad andare nella loro cameretta, o anche nel loro bagno, dove chiudono la porta, si sfogano come ritengono (in genere strillando un pochino, anche se in una occasione ho colto la nana grande che prendeva la rincorsa ed eseguiva dei salti) e riflettono. Passata la tempesta parliamo dell’accaduto, ovviamente in maniera commisurata all’età. Non mi aspetto che la nana piccola mi sappia esprimere appieno quello che ha dentro, ma credo che se inizio oggi a buttare le basi, in futuro imparerà a farlo con naturalezza.
Altre volte, infine, quando la rabbia è sopita e vissuta in maniera inconsapevole, facciamo dei giochi di ruolo con le bambole. La bambola assume il ruolo della figlia e la nana impersona la mamma; io in genere faccio la zia o una maestra. Con questo gioco riesco a far tirar loro fuori i motivi di rabbia che hanno verso di me (es. un paio di giorni di super lavoro che mi hanno tenuta lontana da casa più del solito). E’ un metodo efficace perchè, facendo parlare le bambole anzichè parlare loro in prima persona, si sentono meno imbarazzate nel tirare fuori i propri sentimenti.
Voi come vi comportate in queste situazioni? Come gestite la rabbia, e come vi ponete nei confronti dei vostri figli riguardo a questo sentimento?
Con questo post partecipo al blogstorming del mese di Genitoricrescono. 

Di note e reazioni

L’altro giorno mia figlia a scuola ha preso una nota. Mia. figlia.
Una nota.
Arriva con faccia da funerale, il quaderno che le penzola dalla mano. Guardandomi di sotto in su mi dice: “ho preso una nota. E’ da firmare”.
“Devi prestare più attenzione alle attività e chiacchierare meno con il tuo compagno”. Così recita la scritta in verde sul bordo della pagina del quaderno di italiano. 
Due reazioni mi si affacciano immediatamente.
Lo ammetto: la prima è scoppiare a ridere.
La seconda è sgridarla, come avrebbero fatto con me ai miei tempi. Eh, una nota è una cosa seria, mica bazzeccole. Scritta in verde poi…Ok, mi viene comunque da ridere.
Cerco di rimanere seria, apro il quaderno con aria solenne, guardandola di sottecchi: è palesemente mortificata.
Non sono pronta a gestire questa cosa nuova: mia figlia, la più piccola della sua classe, è sempre stata etichettata come la bambina-vivace-ma-studiosa, quella che non interrompe la maestra ed è amica di tutti i compagni. 
In un tono il più possibile neutro le chiedo di spiegarmi cosa sia accaduto. Mi racconta che, da qualche settimana, un bambino nuovo è entrato a far parte della classe. E’ una personcina interessante, ha due nazionalità e fino al mese scorso ha vissuto in Canada. La sua lingua madre è l’inglese, cosa che ha comportato che i compagni di classe lo prendessero impietosamente in giro per la pronuncia in italiano. A volte mi domando perchè i bambini siano così cattivi…
La maestra, conoscendo la facilità della nana grande nel creare e gestire rapporti sociali, ha pensato bene di “affidare” BJ, il nuovo compagno, alle sue cure. In altre parole, ora sono compagni di banco. Solo che BJ è un bambino vulcanico, chiede baci a mia figlia in cambio dei suoi stickers (mica scemo…), racconta della sua vita in Canada, interrompe la maestra continuamente per chiedere spiegazioni. Viene chiaramente da un’altra cultura. Difficile non farsi trascinare dalla curiosità; io stessa, al posto della nana, probabilmente avrei ceduto.
Ed ecco che, dopo qualche richiamo, è arrivata la nota. Giusta, giustissima, e in qualche misura attesa e scontata.
Il racconto della nana è stato sincero; me lo ha confermato la maestra stessa il mattino dopo. Io ho ascoltato e poi le ho detto: la maestra ti ha scritto questa nota per invitarti a riflettere sul tuo comportamento. Non vuole essere una sgridata da parte sua, nè io ritengo di doverti sgridare, però ti dico: hai pensato a come dev’essere stato difficile per la maestra fare lezione mentre tu parlavi tutto il tempo con BJ? Ti sei resa conto che comportarsi così è scortese? E’ molto bello che tu l’abbia accolto come amico, però non bisogna esagerare, d’accordo?
Ha annuito e anche il giorno dopo mi ha detto di essere dispiaciuta di essersi comportata male. 
Non ci sono state ulteriori note, nè la maestra mi ha segnalato mancanze nel comportamento della nana, quindi credo che questa nota di sia risolta in un momento di crescita e riflessione. Spero di essere riuscita a mostrarle la reazione giusta, non drammatica ma nemmeno tendente a svalutare l’accaduto.
Poi Bj resta sempre un personaggio sui generis… non vedo l’ora di scoprire come arriverà mascherato alla festa della nana!!

Cerchietto da zucca di Halloween

A casa nostra fervono i preparativi per Halloween.
Un po’ perchè per noi ogni occasione è buona per festeggiare e di conseguenza decorare, un po’ perchè la nana grande compie gli anni pochi giorni dopo, e quest’anno ha deciso che vuole anticipare la sua festa, in modo da poter fare una festa in tema Halloween.
Oggi abbiamo preparato un cerchietto – acconciatura per la nana piccola, che si vestirà da zucca.

Qui di seguito vi spiego come l’abbiamo realizzato, e con il mio post partecipo anche all’Halloween contest di Mammafelice.
Per realizzare questo lavoretto occorre un cerchietto semplice di plastica, di quelli che si trovano anche ad 1€ sulle bancarelle, del nastro di raso, del cordoncino in seta, tessuto arancio e verde.

Per prima cosa bisogna foderare il cerchietto con il nastro di raso, avvolgendolo intorno e fissandolo con piccoli  punti “di sutura”. Lasciate un paio di centimetri oltre l’estremità, come si vede nella foto.

Usate un nastro alto 2,5 cm per ricoprire tutto un cerchietto largo 0,5  

Terminato di ricoprire il cerchietto, ripiegate due volte su se stesse le estremità libere e cucitele alla fodera già applicata, in modo che dove le punte del cerchietto toccano la testa vi sia come una piccola imbottitura.

Passate poi alla decorazione vera e propria. Dal tessuto arancione ritagliate un ovale dal bordo zig-zagato, come se fosse il coperchio della zucca. Arricciate leggermente il centro e fissate con qualche punto.
 Create delle foglie ritagliandone la sagoma dal tessuto verde; io ho usato il panno perchè non richiede di essere orlato ed ha un buono spessore. Per realizzare le nervature e il gambo applicate il cordoncino di seta verde con piccolissimi punti. Attenzione: il cordoncino di seta si sfilaccia molto facilmente; consiglio di fare un nodino alle due estremità.

Realizzate due foglie dal gambo di lunghezza differente, e fissate una estremità del gambo al centro dell’ovale arancione, che avevate precedentemente arricciato.
Cucite il tutto al cerchietto.

End result

Consumi critici. Che attrezzatura serve davvero per il bambino?

Vi ripropongo il mio articolo in tema di consumi critici, uscito su di un altro sito tempo fa. Spero possa esservi utile e aspetto i vostri commenti!

Mio caro bebè, quanto mi costi! I genitori di oggi sono giustamente spaventati dai costi legati all’avere un figlio e anche dalla mole degli oggetti che un bebè pur piccolissimo porta inevitabilmente con sé. Ovetto, carrozzina, fasciatoio, culla, lettino, seggiolone e seggiolini vari, solo per citare gli accessori più comuni e indispensabili… Ma servono davvero tutti questi oggetti? E davvero aiutano a facilitare la nostra vita col bambino? Lo avete già capito: sono del parere che la maggior parte di essi non sia affatto indispensabile, o che, quantomeno, si possa risparmiare parecchio quando si decide di acquistarli.
Vogliamo iniziare, ad esempio, dal fasciatoio? Monumento in plastica e metallo, campeggia nelle nostre stanze da bagno, costringendoci a gimkane tra la vasca e il lavandino; oppure, nella versione cassettiera in legno con vaschetta, diventa complemento d’arredo nelle camerette nuove di zecca. Il fasciatoio svolge due funzioni: permettere di cambiare il bebè e di fargli il bagnetto. E dove altro si potrebbe cambiare il pannolino al vostro cucciolo? Scatenate la fantasia, qualsiasi piano può andare bene! Un letto, un tavolo, una larga mensola, un mobile, opportunamente attrezzati, possono diventare un comodo fasciatoio, integrato nell’abitazione senza rubare spazio. Nella mia prima casa, ad esempio, io ho utilizzato il piano della lavatrice, che nel bagno era comodamente posizionata di fronte al lavandino e di fianco alla vasca. Ho realizzato un morbidissimo cuscino quadrato, dotato di fodere di cotone intercambiabili, che forniva la necessaria imbottitura per un piano altrimenti rigido e scomodo. Una mensola al di sopra del piano della lavatrice accoglieva tutti i prodotti necessari al cambio, pannolini, crema, salviette, detergenti. Nella casa in cui ci siamo in seguito trasferiti, il ruolo del fasciatoio è stato svolto in un primo periodo da un letto per gli ospiti, sul quale provvedevo a stendere una cerata con un lato di morbida spugna, e in un secondo momento da una normale cassettiera in legno, con piano sufficientemente grande, sempre coperta da un cuscino imbottito. Per avere tutti i prodotti ordinatamente a portata di mano ho predisposto uno di quei graziosi porta tutto di stoffa, dotati di molte tasche, che si appendono al muro. Per fare il bagno ho preferito sempre utilizzare una vaschetta con piedi richiudibili, che tenevo dentro la vasca da bagno e tiravo fuori solo al momento delle abluzioni, in modo che non mi rubasse spazio.
I primi mesi il bambino passa la maggior parte del tempo sdraiato, ed ecco che le case produttrici ci bombardano con la necessità di disporre di un arsenale di mezzi di trasporto per neonati: bisognerebbe avere un garage degno di un collezionista d’auto d’epoca per alloggiare tutti questi strumenti!
Veniamo ad esempio alla carrozzina, al passeggino e alla culla. Metto insieme questi 3 oggetti perché in parte svolgono le stesse funzioni. Oggi esistono bellissimi passeggini omologati per l’uso dalla nascita, che permettono di trasportare il bambino fin dai primi giorni. Non solo, sono anche molto più leggeri di quelli tradizionali. Se la mia prima figlia ha viaggiato su una carrozzina che pesava 13 kg scarica, la seconda ha usato un passeggino che ne pesava 5. E la mia schiena ha detto grazie! Al secondo giro, quindi, la carrozzina è rimasta perennemente in casa e ha preso il posto della romantica ma ingombrante culla di vimini, consentendomi di spostare la piccina da una stanza all’altra e di farla partecipare maggiormente alla vita di famiglia.
Se non vi piace l’idea di usare la carrozzina per far dormire il bambino, non è indispensabile comunque avere una culla: il lettino, con le sbarre o pieghevole, potrà andare benissimo da subito. Tuttavia i neonati gradiscono molto la sensazione di contenimento fisico che deriva dallo stare “raccolti” nella culla, come se fossero tra le braccia della mamma; pertanto è possibile ridurre l’ampiezza del letto o con gli appositi riduttori, oppure con altri piccoli trucchi a costo zero. Una coperta arrotolata ripiegata ad U risolverà il problema, così come anche il cuscino da allattamento, che potrete togliere dal lettino al momento dell’utilizzo.
Se proprio volete comprare tutto, ma proprio tutto quello che ho incluso in questa lista, potreste in primo luogo rivolgervi ai negozi di usato per bambini: culle e carrozzine infatti vengono usate per così poco tempo da restare praticamente nuove, e quindi poter essere comprate a prezzi assolutamente ragionevoli in condizioni ottime. Se l’idea di un oggetto usato da persone che non conoscete vi lascia perplesse, sappiate che ogni accessorio viene accuratamente pulito, igienizzato e sterilizzato prima di essere messo in vendita. Un discorso un po’ a parte meritano i seggiolini auto, dal momento che con l’utilizzo e la consunzione possono perdere in sicurezza: di conseguenza mi sento di dire che in questo caso sia meglio acquistare il nuovo. Sempre, naturalmente, che non possiate beneficiare di un amico, un fratello che presti quanto vi serve e garantisca sull’affidabilità dell’oggetto in questione. Se proprio dovete acquistare, fatelo con intelligenza: sui siti di e-commerce potrete trovare rivenditori sicuri che praticano prezzi molto bassi e forniscono prodotti in linea con le norme di sicurezza UE. Oggi, inoltre, esistono seggiolini evolutivi, utilizzabili dalla nascita in poi, che con poche regolazioni seguono la crescita del bambino fino ai 22 kg, evitando di dover ricomprare il seggiolino più o meno ogni anno.
Che dire poi del seggiolone? La scelta del seggiolone è legata a mio avviso al tipo di svezzamento che vogliamo realizzare: se decidiamo di iniziare a 4 mesi, con un neonato che ancora non regge la schiena autonomamente, dovremo dotarci di un modello con schienale alto, possibilmente reclinabile e imbottito. Qualcosa di simile ad un infant seat, o dondolino, o sdraietta che dir si voglia. E allora, perché non somministrare le prime merende proprio sul dondolino? Dai 6-7 mesi del bambino poi è possibile scegliere tra più opzioni: una buona scelta, ad esempio, può essere quella di acquistare una di quelle belle sedie evolutive in legno (ve ne sono sia di prodotte in Italia che all’estero), che accompagnano il bambino fino all’età adulta ed essendo prodotte con materiali naturali sono più rispettose dell’ambiente ed esteticamente più gradevoli. Un’altra soluzione intelligente può essere di dotarsi di uno di quei rialzi da sedia con schienale e vassoietto amovibile: si adattano ad ogni sedia, sono regolabili in altezza, e quando uscite per andare al ristorante possono venire con voi. In questo modo l’ingombro del seggiolone risulta minimo, in entrambi i casi quello di una normale sedia, e vi è l’enorme vantaggio di poter mettere il bambino a tavola col resto della famiglia.
Possiamo andare ancora avanti, ad esempio citando lo sterilizzatore, di cui esistono numerose versioni. Io trovo molto comoda quella da microonde, che occupa poco spazio ed utilizza il vapore come mezzo. Ma non disprezzo nemmeno un bel pentolone di acqua bollente, che uccide ogni germe. Finito l’uso, la pentola ritroverà la sua normale funzione. Questo discorso può essere applicato alla maggior parte degli articoli di puericultura disponibili sul mercato: posate in silicone (?), seggiolini in plastica per tenere fermo il bambino durante il bagno, termometri per la temperatura della vasca e così via. Un post a parte meritano i giocattoli e gli strumenti educativi, mentre dei pannolini ho già parlato in un precedente articolo. La mia idea è che la maggior parte degli accessori di puericultura pesante e leggera siano superflui, comodamente sostituibili da oggetti che già possediamo nelle nostre case. Se questo non è possibile, possiamo comunque richiederli in prestito ad amici o parenti, ed in alternativa acquistarli usati in tutta sicurezza. L’importante è osservare le pubblicità e ascoltare i consigli che ci vengono offerti con atteggiamento critico e mettere,  nella gestione dei nostri figli, un po’ di sana creatività!

Ancora in tema di libri per bambini

Quando ho pubblicato il mio precedente articolo sui più bei libri per bambini qui sul blog ma anche su facebook è nata una piacevole discussione con altre mamme, nel corso della quale ci siamo scambiate idee e pareri in tema di letteratura per bambini.

Ho notato che una collana di libri gettonatissima è quella del Battello a Vapore, in particolare la Serie Arcobaleno: dei nostri preferiti di questa serie vorrei parlarvi oggi.

Mamma nastrino. Papà Luna.
Di Emanuela Nava
Due libri in uno, perchè una storia inizia nella prima pagina, un’altra nell’ultima, e si incontrano nel mezzo. La pagina centrale ha un grande disegno che si può guardare in entrambi i versi, e che fa da legame tra le due storie, una dedicata al rapporto tra la mamma e il suo bambino, l’altra al legame padre figlio. Due storie poetiche, che possono essere utili per spiegare ai nostri figli che mamma e papà, anche quando non sono fisicamente presenti, pensano sempre a loro.

Supermamma.
Di Anna Lavatelli
Questo, lo ammetto, l’ho comparto per vanità: quale mamma non vorrebbe avere poteri da supereroina? Mi è capitato più volte di dire alla nana grande, che si stupiva di essere stata colta in flagrante durante una monelleria, e mi chiedeva ingenuamente
“Ma come hai fatto ad accorgertene?”
“Non lo sai che le mamme hanno dei superpoteri? Io mi accorgo se tu fai cose vietate anche quando non sono lì con te”.
Ecco, questo libro racconta di come i nostri figli ci vedono: le più belle, le più intelligenti, le più capaci e straordinarie in ogni occasione. E anche, all’occorrenza, le più severe, capaci di infliggere non dei castighi, ma dei super-castighi.
Un libro per quando come madri vi sentite delle inette.

La maestra ha perso la pazienza!
Di Erminia dell’Oro.
Un giorno la maestra perde la pazienza. La perde come se fosse un fazzoletto smarrito, e non avendone più, decide di non raccontare più storie ai suoi piccoli alunni, che sono stati troppo, troppo chiassosi. I bambini, preoccupati, si mettono a cercare ovunque la pazienza della maestra, senza successo. Mogi mogi tornano in classe ed è proprio allora, quando si siedono mestamente e silenziosamente ai loro banchi, che la maestra ritrova la sua pazienza come per magia.
Un libro utile per insegnare ai nostri figli a vedere il punto di vista degli altri e a rispettarlo

Il paiolo di Artemisia
Di Roberto Pavanello
Dulcis in fundo,  il mio preferito. Perchè è un libro che tratta, in modo ironico e delicato, il tema della diversità del singolo rispetto al gruppo cui appartiene, del pregiudizio e del senso di solitudine di chi si sente diverso. Ma non solo, mi piace anche perchè affida le sorti della storia al magico potere terapeutico del buon cibo, di ciò che viene cucinato con amore per gli altri. Perchè cucinando con il cuore riusciamo perfino a far diventare buone le streghe più inacidite!

Sull’obesità infantile non si scherza! Una chocaholic alle prese con l’educazione alimentare.

Negli ultimi giorni i quotidiani e i siti web italiani hanno ripreso la notizia dell’ultimo numero di Lancet, rivista medica di peso internazionale, dedicato al tema dell’obesità (qui l’articolo di Repubblica in merito).
Non è una novità; siamo troppo grassi, ma mi colpisce constatare come il problema si stia pian piano spostando verso le fasce più giovani della popolazione, che un tempo erano immuni dall’eccesso di peso. Eppure, oggi sembriamo molto più attenti di 50 anni fa a che cosa abbiamo nel piatto, badiamo alle calorie e ai diversi metodi di cottura. Alcuni puristi scappano a gambe levate solo a sentire la parola “burro”. Chi si concede una fettina alla milanese lo ammette sottovoce come se confessasse un peccato mortale. 
Il discorso sull’obesità infantile è sicuramente ampio, perché non ha a che vedere solo ed esclusivamente con l’alimentazione, ma si trasforma in una questione educativa e di organizzazione familiare. Oggi in generale si cucina poco in famiglia: siamo sempre di corsa e anche io, che pure amo molto passare del tempo davanti ai fornelli, certe volte sono così stanca e di fretta che vorrei una bacchetta magica che mettesse in tavola pranzo e cena. Questo ci porta a mangiare male, facendo ricorso ai cibi preconfezionati che non sono troppo sani e sono spesso ipercalorici. A ciò possiamo aggiungere che il tempo da dedicare all’attività fisica è minimo, per cui la maggioranza di noi passa dall’auto alla scrivania all’auto al divano, con poche eccezioni. E il discorso non è diverso per i nostri figli: l’equazione cibo spazzatura+vita sedentaria porta sempre allo stesso risultato, ovvero l’obesità.
Lungi da me volervi esortare tutti all’ortoressia… chi mi conosce sa perché spesso il mio nick sia chocaholic, quindi non potrei mai predicare ciò che io per prima non sono in grado di mettere in pratica! Mangiare è uno dei grandi piaceri della vita, e non deve diventare una mera incombenza.
Nella foto: la mia bavarese ai marron glacè, fatta per il pranzo di S. Stefano
Per trovare un giusto compromesso, e non cadere nella trappola della cattiva alimentazione, nei miei 6 anni di mammità ho messo a punto alcuni piccoli trucchi che  vi riporto, sperando che anche voi ne abbiate da suggerire.

  1. Quando ho tempo e voglia di cucinare, cerco di farlo in abbondanza, e conservo per le giornate nere. Esempio: faccio le lasagne? 10 teglie da 4 porzioni. Una ce la mangiamo subito, le altre 9 vanno a soggiornare in freezer. Sugo? Minimo 1 lt per volta, e poi invasetto. Pesto? Tutto quello che la mia piantagione di basilico mi consente. Questo principio si può applicare a tantissime pietanze, molte delle quali restano buone anche dopo la surgelazione: panzerotti di pasta lievitata con ripieni vari, sformati di pasta, di verdure, quiche… basta liberare la fantasia.
  2. Se c’è qualcosa che non voglio che le mie figlie mangino (e vale anche per me) non lo compro. Averlo in casa è una tentazione troppo forte. Quindi, ad esempio, non compro bibite gassate. Mai, senza eccezioni se non in occasione delle feste di compleanno. Solo succhi e acqua. Il the fatto da me, caldo in inverno e freddo in estate. Per la scuola un brick di succo o meglio una borraccia d‘acqua fresca. Non compro nemmeno patatine e simili: io per prima, se inizio a mangiarne, non riesco a smettere. Quindi meglio non averne, se non quando offro un apertivo.
  3. Le merendine preconfezionate occupano un posto nella mia dispensa, ma solo come soluzione di emergenza. Per il resto cerco di evitarle: a me non piacciono, quindi non è un grosso sacrificio, ma alle mie figlie sì. Dunque tento di proporre alternative allettanti per la merenda di metà mattina e pomeriggio, diverse a seconda della stagione e del luogo: d’estate la frutta va per la maggiore, e si porta facilmente anche in spiaggia. D’inverno spesso un the con biscotti fatti in casa, una fetta di torta semplice con un bicchiere di latte, una fetta di pane con marmellata o miele e un succo.
  4. D’inverno, a causa degli orari d’ufficio, la mattina presto sono sempre un po’ di corsa. Non mi va però di infilare in borsa uno snack, e volendo dare una merenda che sia nutriente, io ho risolto così.
Adesso faccio outing. Lo faccio. Sì, sì, lo faccio. Inorridite pure.
Una mattina che non devo correre via compro tanti piccoli panini, li imbottisco con gli affettati, il formaggio, quello che le nanette richiedono, e poi ehm ehm, li metto, pure loro, in freezer. Ogni mattina ne tiro fuori uno e lo infilo nello zaino: all’ora della ricreazione è perfettamente scongelato. Forse non è un sistema molto ortodosso, ma mi evita di fare i panini col pane del giorno prima o dover cercare un forno aperto alle 7. So già che finirei per rinunciare…
  1. Costringo le povere nane sonnolente a fare colazione, lasciando la possibilità di variare il menù: dalla frutta fresca (la fragole con limone e zucchero dalla primavera sono nella top ten, d’estate pesche e zucchero di canna) al latte con biscotti o cereali, allo yogurt, e perfino al formaggio. Basta che mangino. In questo modo non saranno indotte a strafogarsi a metà mattina con cose poco sane.
Sul lato abitudini di vita, poi, si può fare molto. Non si tratta solo dell’avviamento allo sport, che a seconda di quale si sceglie può partire dall’età scolare o anche prescolare (il nuoto ad esempio è offerto anche ai neonati, mentre la danza, come propedeutica, parte dai 3 anni). Un paio d’ore di attività fisica alla settimana non possono essere l’unico movimento che concediamo ai nostri figli. È importante, a mio avviso, creare l’abitudine al movimento. Io ad esempio cerco di usare l’auto solo per andare al lavoro o fare una grossa spesa, per il resto circolo a piedi. Dai 18 mesi delle bambine ho abolito l’uso del passeggino, costringendole a camminare: all’inizio è stata un po’ dura perché volevano essere prese in braccio, ma allungando i percorsi giorno dopo giorno siamo arrivate in breve tempo all’autonomia. Adesso facciamo senza problemi passeggiate di un paio di km verso il centro città. Questo ci rende molto più libere e in parte sostituisce la palestra alla quale in questo momento non ho proprio il tempo di dedicarmi.
Se poi si tagliano i tempi davanti alla TV, a casa mia quasi costantemente spenta, i bambini sono portati a riscoprire la loro dimensione naturale, che è quella del dinamismo, dell’esplorazione e della scoperta. Se tutto ciò si può svolgere nel giardino di casa, in terrazzo o al parco, tanto meglio.
Un altro aspetto che io cerco di curare riguarda l’educazione alimentare in senso stretto: spiego alle mie figlie da dove vengono i cibi che mangiamo, come si coltivano, quali sono quelli di stagione e quali proprietà benefiche hanno per il nostro organismo. Insomma, tento di farle interessare a tutto quello che devono mangiare. A casa coltiviamo le aromatiche e abbiamo un albero da frutta, nella casa al mare anche pomodori, pere, e prugne. È bello per loro vedere come i vegetali crescono grazie alle nostre cure, e fantastico addentare un pomodoro staccato dalla pianta. Il preparare insieme da mangiare, cui ho fatto cenno in un precedente articolo che riproporrò a breve, aiuta ancora di più ad apprezzare i cibi fatti in casa, sani e di stagione.
E voi, come vi ponete nei confronti dell’educazione alimentare?
Io adesso ho una gran fame… quasi quasi mi prendo una merendina!

Settembre, tempo di nuovi inizi.

Non c’è dubbio.

Sono una mamma dilettante. Anzi, una mammadilettante. Quelle due nane che mi girano per casa,seppur volute, pianificate, attese, sono arrivate senza manuale d’istruzioni. Prima che nascessero ho fatto ad esempio qualche prova di tenuta in braccio, con un polpo di 4 kg che doveva simulare un neonato: molle, come se fosse disossato e dotato di più braccia e gambe di un adulto, ma niente. Proprio non è la stessa cosa. Finchè non provi non sai com’è avere un figlio.

E anche se in poco tempo impari l’ABC delle cose pratiche da fare – come si cambia un pannolino arginando l’esondazione, come si prepara un biberon di latte senza ustionare gravemente il pupo, come si fa fare il ruttino (ma perché tutti dicono “ruttino”? siamo sinceri, nemmeno un camionista riesce ad emettere simili tonalità cavernose) – resta ancora tutto il magico universo educativo da scoprire. E lì sono cavoli amari.

In quasi 6 anni di mammità ho scoperto che:

  1. Non esistono regole precise: quello che vale per un bambino, o funziona in una famiglia, può essere un disastro in un’altra;
  2. In compenso tutti sono super esperti e vogliono darti dei consigli, alcuni dei quali vorrei raccogliere in un libro che sarebbe un best seller della comicità involontaria;
  3. Se sei al primo figlio, automaticamente sei un’inetta come madre e non puoi esprimere un’opinione su cosa sia meglio per lui. Taci e ascolta chi ci è già passato (vedi punto 2);

Ma a parte questi piccoli dettagli, che ti fanno mancare la terra sotto i piedi proprio quando più avresti bisogno d’aiuto, ho scoperto anche che:

  1. I bambini sono i datori di lavoro più indulgenti del mondo: fai 1.000 errori, e loro ti perdoneranno sempre;
  2. Poiché non esistono regole universali per la gestione dei nani, procedere a tentativi prima o poi dà i risultati sperati;
  3. Tu cresci i tuoi figli, e loro crescono te. In altre parole, aspettati di non essere più la stessa persona di prima dell’era-bambini. Banale ma tremendamente vero.

Venendo al lato serio della questione, in questi 6 anni ci sono state lacrime, momenti di sconforto, e qualche volta la sensazione di non sapere bene dove stessi andando. Ho scoperto che l’arma migliore a mia disposizione per affrontare la complicata vita della mamma che lavora è l’autoironia: prendersi troppo sul serio non può che portarti ad essere ipercritico con te stesso. E quindi sempre insoddisfatto.

Farsi due risate, invece, prendersi in giro, fa apparire immediatamente tutto sotto un’altra prospettiva, molto più rosea.

L’autorionia quindi è la promessa che vi faccio: non sono per niente una mamma perfetta, né una donna senza difetti che ha scoperto la quadratura del cerchio, e non cercherò di presentarmi così. Sono una control freak disordinata, anche se queste due parole in una stessa frase cozzano un pochino. Vorrei essere tante cose, e avere il tempo di dedicarmi alle passioni creative che per me sono uno sfogo imprescindibile: cucina, cucito e decorazione occupano i miei minuti liberi e sono un fantastico modo per stare con le mie nanette, trasformandosi così in strumento educativo.

Ah, naturalmente, anche in queste passioni sono una volenterosa dilettante… Poteva essere diversamente?