Blogstorming: I bambini e la lettura

Ah, che bello il tema del blogstorming di questo mese!
Tra i piaceri della vita, un posto molto alto in classifica è occupato dal trascorrere una serata accoccolata sul divano e immersa anima e cuore tra le pagine di una storia, magari ascoltando il rumore del temporale che imperversa all’esterno. Non disdegno neppure le letture in spiaggia sotto l’ombrellone, o quelle in giardino, accomodata sulla panchina all’ombra del grande albicocco.

 Insomma, ogni momento è buono per leggere.

Ho avuto la fortuna, da bambina, di avere un conto aperto presso una libreria della mia città: andavo, sceglievo, e a fine mese il conto veniva saldato dai miei genitori. Che, in questo, sono stati molto lungimiranti. Lettori accaniti loro, lettrice accanita io. Sono convinta che l’esempio sia il metodo migliore per insegnare: se loro avessero trascorso le serate davanti alla tv, probabilmente l’avrei fatto anche io. Invece il loro tempo era spesso dedicato alla lettura, sia per studio che per svago, cosicché per me è stato naturale fare altrettanto.
Lo stesso è avvenuto fortunatamente anche per le nane: se da una parte io ho iniziato a leggere per loro fin da quando erano piccolissime, dall’altra hanno sempre visto mamma e papà circolare armati di libro. Spesso ai nonni e agli amichetti con cui avevamo sufficiente confidenza abbiamo chiesto di regalare libri, cosicchè hanno imparato ben presto ad amarli.
Confesso che quando siamo in giro a fare commissioni e loro mi chiedono di comprargli qualcosa, io tendo a dire no: la maggior parte delle richieste riguarda stupidaggini con le quali giocherebbero al massimo per cinque minuti. Quando mi chiedono un libro, invece, la risposta è sempre sì. Un libro è un investimento per il loro domani.

La notte, quando sono nel letto, le sento leggersi a vicenda i passaggi più divertenti di una storia, ridacchiando. Quel cicaleccio sommesso mi rallegra il cuore e mi fa pensare che l’abitudine alla lettura le accompagnerà piacevolmente lungo l’arco di tutta la vita.
Pochi giorni fa, per il compleanno, la nana grande ha ricevuto dalla bisnonna novantasettenne proprio un libro. La nonnina ha voluto scriverle anche una dedica che mi ha fatta commuovere: affettuosa e intelligente come la sua autrice, con la quale ho un rapporto tutto speciale del quale vado molto orgogliosa.

Una bisnonna che, da ex maestra, sa bene quanto la lettura autonoma sia la chiave di volta della crescita e dell’arricchimento personale, perché la scuola da sola non basta. Abbiamo bisogno di immergerci in mille altri mondi, storie, punti di vista anche lontanissimi dai nostri, per formarci come persone.
Con la speranza che l’augurio della bisnonna si realizzi, perchè davvero non mi viene in mente cosa più bella da desiderare per le mie figlie.

Questo post partecipa al blogstorming di genitoricrescono.

Insegnare ai bambini il valore dei soldi

Qualche giorno fa una maestra delle nane mi ha raccontato che nelle tasche di diverse felpe e grembiulini dimenticati a scuola erano stati ritrovati dei soldi. Pensavo di trattasse di qualche monetina, invece con mio grande stupore si parlava di banconote da 20 e da 50 €. Sono rimasta sconcertata, lo ammetto, e come al solito mi sono chiesta: sono io strana o sono esagerati gli altri genitori?

Raramente le mie figlie hanno soldi a disposizione, e quando ne do loro è sempre per un fine specifico e un importo estremamente limitato. Ad esempio, occasionalmente concedo loro di acquistare la merenda dal bar vicino a scuola, quindi le munisco di un paio di euro. Non mi viene in mente a cosa potrebbero servire 20 € in mano ad un bambino di meno di dieci anni, durante una mattinata a scuola. Anzi, davanti agli occhi mi si formano subito le immagini di bulletti in erba che taccheggiano i compagni, pretendendo una quotidiana tangente. Paura.
Dunque, come mai nelle tasche dei bambini delle scuole elementare ci sono cifre utili per una spesa al supermercato? Illuminatemi voi se potete.
Senza voler dare dei giudizi (magari quei soldi erano stati dati ai bambini per un validissimo motivo, e poi sono rimasti nella felpa perduta e mai reclamata) mi chiedo a che età sia giusto iniziare ad insegnare ai figli il valore dei soldi. E mi viene da rispondere: presto. E’ un concetto difficile perché si collega alla misurazione delle quantità, e quantità molto grandi (quanto costa comprare una casa?) risultano anche astratte agli occhi dei bambini. Ricordo che quando avevo circa 6 anni mio padre ebbe un bruttissimo incidente d’auto, dal quale uscì miracolosamente illeso. Non altrettanto la sua auto, portata via da una gru e rottamata senza passare dal via. Perché vi racconto questo? Perché io, nella mia ingenuità seienne, ruppi il salvadanaio, infilai tutte le monete in una busta da lettere, e con molto orgoglio gliela consegnai accompagnata da un bigliettino che diceva più o meno così: “con questi soldi potrai ricomprarti la macchina”. Non avevo ben chiara la grandezza della cifra che sarebbe servita davvero…
Queste cifre però sono un’eccezione; invece nelle spese di tutti i giorni possiamo tentare di spiegare ai nostri figli il valore dei soldi. Detesto sentir dire alle nane: – se lo rompi/perdi pazienza, tanto lo ricompriamo – Non c’è sempre Mastercard! 
Il punto per me più importante è stato insegnare loro che il denaro consegue al lavoro. Ho raccontato loro il ciclo del denaro un po’ come fosse la catena alimentare: per vivere abbiamo bisogno di tante cose, che si comprano con i soldi. I soldi si guadagnano lavorando, per questo tutti lavoriamo (discorso a parte per le mamme a tempo pieno, che lavorano a casa e consentono dei risparmi che di fatto sono pari ad un guadagno!) e ognuno di noi deve fare la propria parte in famiglia e nella società. I soldi che utilizziamo per comprare le cose che ci servono vanno nelle tasche di qualcun altro, per esempio il venditore, che li userà a sua volta per comprare ciò che gli occorre per vivere. 
Un altro aspetto importante è che i soldi non sono infiniti. Per questo, prima vengono le cose indispensabili, e poi il superfluo. Banalmente: se andiamo al supermercato e spendiamo tutto in caramelle, non ci resteranno soldi per la pasta e il latte. 
Il fatto che il denaro sia limitato comporta anche che dobbiamo fare delle scelte su come usarlo. Tratto dalla nostra vita familiare: se quest’anno vuoi fare il corso di disegno, dovrai fare a meno di quello di teatro. E viceversa. Scegli tu quale preferisci. 
Sono favorevole a che i bambini abbiano delle piccole cifre e che le gestiscano in autonomia. Anche se ai nostri occhi le sperperano in idiozie, a patto che siano veramente cifre irrisorie e che le abbiamo messe da parte da sé, monetina dopo monetina. Mi ha sconvolta sentire da alcune amiche della nana grande che la fatina dei dentini aveva lasciato sotto il cuscino 60€! 
Difficilmente regalo soldi alle bambine; a volte tuttavia lo faccio come premio per il loro lavoro. Ma non per qualsiasi lavoro. Le nane hanno i loro piccoli compiti domestici, come rifarsi il letto e tenere in ordine la stanza, e non le premio se semplicemente svolgono il loro dovere. In fondo, a me nessuno dà un premio se preparo il pranzo…
Ma ci sono delle volte in cui loro fanno di più, fanno meglio, fanno spontaneamente senza che debba chiedere la stessa cosa mille volte. Ad esempio stamattina la nana piccola mi ha aiutata a svuotare la lavastoviglie e a preparare la colazione. Inoltre ha rifatto il mio letto (meglio di come l’avrei fatto io) senza che nemmeno glielo chiedessi. Come premiare tanta buona volontà? Con un abbraccio commosso e una monetina. Ha deciso che vuole un lettore Mp3 per ascoltare la musica di quella nota boyband di cui la sorella maggiore è appassionata, e piano piano raggiungerà la decina di euro che le occorre. Entrare in un negozio di elettronica e comprarglielo sarebbe stato più semplice, in fondo non è una grande cifra, ma sono certa che poter dire a se stessa e al mondo che l’ha comprato con i SUOI soldini la farà sentire molto più gratificata. E si godrà il suo premio molto di più, essendoselo guadagnato con il suo lavoro e avendo dovuto aspettare qualche tempo per averlo. Se poi invece, abbagliata dalla moneta fra le sue mani, deciderà di spenderla in edicola per un pupazzetto, pazienza. Vorrà dire che il suo obbiettivo si allontanerà un po’ nel tempo. Anche questo è un insegnamento utile: mettere da parte il denaro con un obbiettivo preciso e saper attendere.
Come vi comportate voi riguardo ai soldi con i vostri figli?

Questo post partecipa al Blogstorming di ottobre su Genitoricrescono

Educare a mangiare. Blogstorming

Dare da mangiare ai nostri figli è indubbiamente un atto d’amore. L’impronta che daremo loro a tavola, come in ogni altro campo, resterà impressa tutta la vita e ne condizionerà le scelte, le abitudini di vita, la salute.
Le mie frolline montate, ottime per una pausa golosa
Nonostante sia figlia di un medico, io non ho avuto una buona educazione alimentare, e ho dovuto cercare di rimediare alla situazione in età adulta, per non compiere con le mie figlie gli errori che sono stati compiuti con me. Già un anno fa, prima che questo argomento diventasse il tema del mese nel blogstorming, avevo espresso il mio punto di vista sull’educazione alimentare: vi invito quindi a rileggere questo post, che era nato da una riflessione sul problema sempre più diffuso dell’obesità infantile.
Oltre al problema del COSA mangiare, dell’imparare a discernere tra i cibi buoni e quelli cattivi, educazione alimentare significa per me anche imparare a stare a tavola. Riuscire ad insegnare alle mie figlie che il momento del pranzo e della cena sono preziosi momenti per stare insieme, per raccontarsi e ascoltarsi, e affrontare e risolvere, tra il primo ed il secondo, piccole questioni familiari. Per questo, dalla mia cucina è assolutamente bandita la tv, perché non ci piace vedere bambine che restano con la forchetta sospesa a mezz’aria, incantate davanti ad un cartone animato, dimentiche del pranzo e della conversazione.
Un altro aspetto secondo me riguarda il QUANTO. Io sono stata una bambina inappetente, con uno spettro alimentare ridotto a tre/quattro cose: la pasta in bianco, il pane, qualche affettato e latte e biscotti. Non voglio che le mie figlie siano così, ma allo stesso tempo desidero rispettarne i gusti e l’appetito. Vi riporto quindi quello che ho scritto nel post dedicato all’autonomia dei bambini. Autonomia è rispetto della loro individualità, anche a tavola. Attenzione: rispetto ma non anarchia! Ecco perché “Io insisto il meno possibile sulla questione cibo e appetito. La mia filosofia è che nessun bambino che avesse da mangiare è mai morto di fame, dunque se non mangia, o ha già mangiato, o mangerà in seguito. Allo stesso tempo però, cerco di stare attenta a cosa viene mangiato, e non consento che si mangi disordinatamente a qualsiasi orario. Non vuoi mangiare la pasta a pranzo? Ok, ma non avrai niente fino a merenda, caschi il mondo.”
Infine, un elemento importantissimo dell’educazione alimentare credo sia il rispetto verso il cibo in sè e per sè. Il cibo è sacro, è la nostra fonte di vita e come tale non va mai sprecato. Senza arrivare a consumare pietanze semi-avariate perchè rimaste a languire in frigo da giorni, credo sia importante insegnare ai nostri figli che se a pranzo è rimasta un po’ di pasta, questa verrà riproposta a cena, magari modificata in qualche modo per renderla più appetitosa. Lo stesso dicasi per le altre pietanze, che possono essere recuperate in ricette che arrivano ad essere migliori di quelle originali: tortini, timballi etc sono una festa per gli occhi e per la pancia. 
Se nella nostra cucina, e nei nostri piatti, si producono costantemente avanzi, forse è il caso di rivedere le quantità. E’ inutile cucinare quantità esagerate se regolarmente non vengono consumate, e servire ai bambini porzioni troppo abbondanti ha il solo risultato di scoraggiarli, facendoli desistere a metà dell’opera e lasciando sul campo una mezza porzione pasticciata che nessuno si offrirà di terminare. Se cuciniamo solo le quantità che realisticamente mangeremo, avremo meno avanzi da gestire e risparmieremo sicuramente qualcosina.
E voi, come vi ponete di fronte all’educazione alimentare?
Con questo post, partecipo al blogstorming di Genitoricrescono.

Blogstorming: la nuova questione femminile

No, ma un tema più leggerino le supermamme di genitoricrescono non potevano pensarselo? Perchè qui, ragazze, a voler affrontare l’argomento non basta un post, ci vorrebbe come minimo una rubrica fissa…
Di cosa vogliamo parlare? Di istruzione, di figure femminili di riferimento, di nuovi modelli di ruolo, di mamme che lavorano, di famiglie moderne? Di tutto questo, e anche di più, visto che il mio elenco non è esaustivo. Per questo motivo questo mese chiedo, alle amiche che mi seguono, talvolta senza commentare, di partecipare alla discussione offrendo al web il proprio punto di vista. Per crescere insieme. Magari litigare, ma magari scoprire pure aspetti inattesi di questo universo sfaccettato che siamo noi donne, oggi più che nel passato.
Provo a dire la mia sull’argomento, toccando solo il tema che sento per me più spinoso, e che sta un po’ alla base della nascita di questo blog: la conciliazione dei tempi della vita familiare con quelli del lavoro, e di conseguenza la figura della donna/mamma nel 2012. 
Sapete già che faccio un lavoro a tempo pieno per necessità, e che se potessi sceglierei di trascorerre molto più tempo con la mia famiglia. Credo che questo sia un primo punto della questione femminile attuale: spesso non abbiamo scelta. Un solo stipendio non basta per mantenere una famiglia, e spesso nemmeno uno stipendio e mezzo, che consentirebbe alla donna di scegliere un part time.
Ah, bei tempi quelli del mio part time! Quando la vita era ad un giusto ritmo ed ero capace di trovare tempo per tutto. Quando non mi dimenticavo di pagare la danza, il giubbotto non restava abbandonato in asilo, il pranzo non veniva avviato da quella santa donna che mi aiuta nelle faccende domestiche, e i pomeriggi erano scanditi da incontri con le amiche e i loro bimbi, abituati a crescere letteralmente insieme. 
Non sono Wonder Woman, e sebbene abituata a fare più cose contemporaneamente – magari tutte male, ma questa è un’altra storia – se 36-40 ore della mia settimana sono trascorse in ufficio, nelle altre il numero delle cose da incastrare cresce a dismisura. Inevitabile attuare alcune strategie: tagliare le cose meno indispensabili o urgenti, sbrigarne alcune più rapidamente e superficialmente, trovare scappatoie e scorciatoie per uscire indenne da quotidiano.
Ecco, non solo spesso non possiamo concederci il lusso di una scelta, altrettanto spesso mille mani diverse ci tirano per la giacca, ricordandoci che oggi, la donna: 
  • non può abdicare al suo ruolo di madre, perchè è radicato nel dna – e quindi mal viste tate, babysitter, pure le nonne… i figli te li devi guardare tu!
  • deve essere un minimo in carriera, perchè oggi le donne hanno la possibilità di studiare, di conquistare autonomia di pensiero prima ancora che economica, ed è un tesoro che donne prima di noi hanno ottenuto in tempi in cui la moglie giurava, davanti all’altare, obbedienza al marito, dopo essere stata sotto quella del padre fino al giorno delle nozze
  • deve conservare le amicizie, perchè prendersi cura delle proprie relazioni sociali offre una fondamentale rete di protezione nei momenti difficili che la vita ci mette davanti. D’altro canto, Sex & the city ci ricorda ad ogni fotogramma quanto l’amicizia femminile sia preziosa e potente. Vi risparmio comunque i miei commenti su questa serie…
  • deve prendersi cura di se stessa perchè la forma fisica, l’estetica e la salute sono diventate quasi dei doveri. Che tu sia casalinga o manager, vieni giudicata anche dalla manicure. 
  • deve essere ancora compagna per suo marito perchè, oggi come ieri, il marito te lo devi saper tenere. E non insorgano le femministe, pensando ad una geisha che si annulla per compiacere il proprio compagno: non è forse vero che le amicizie vanno curate, che ai rapporti con i nostri genitori dobbiamo dedicare cura e attenzione, così come sul lavoro mettiamo cura nei rapporti con colleghi, superiori, utenti e fornitori? Perchè il nostro compagno di vita non dovrebbe essere destinatario di questo medesimo impegno? La condivisione della quotidianità non credo significhi smettere di corteggiarsi, di sorprendersi a vicenda, di tenersi sulla corda. Di sapersi parlare nel modo giusto. Faticosissimo, in quei giorni in cui ti senti un essere scarmigliato coi nervi a fior di pelle.
Potrei continuare per delle mezzore a raccontarvi di tutte le cose che la società si aspetta da me, da noi. Ma sono certa che anche voi potreste fare altrettanto. A me, certe volte, viene voglia di urlare: ma che cavolo volete? La mia giornata è di 24 ore. Io sono una sola.
Non sono una persona pigra, e anzi riesco ad infarcire il mio tempo di cose da fare, ma oltre un certo limite non mi posso spingere, ne va della salute. Fisica e mentale. Eppure, non riesco a liberarmi della sensazione che qualcuno si aspetti qualcosa da me, che qualcun altro mi giudichi per le mille cose in cui, inevitabilmente, sono manchevole. Non so se questo accada anche agli uomini, i quali mi appaiono spesso spauriti in un mondo che li vuole mammi, pronti a cambiare pannolini maleodoranti nel cuore della notte, ma anche veri uomini che aggiustano il lavello, spaventano i ladri che tentano di entrare in casa, e la mattina escono per andare in ufficio in giacca e cravatta. E portano a casa un congruo stipendio. Non siamo forse anche noi a chiedere ai nostri uomini tutto questo? Visto che noi non siamo più relegate in casa al ruolo di nutrici, ma collaboriamo attivamente al menage familiare, giustamente pretendiamo di suddividere anche i carichi di lavoro domestici, salvo poi riservarci di incavolarci quando il nostro lui non aspira bene sotto il divano e lascia gli aloni sullo specchio del bagno.
Mi pare quindi che la questione femminile sia più in generale una questione sociale, che tocca le donne in maniera particolare ma che non dà scampo nemmeno agli uomini i quali, insieme a noi, hanno perso quei modelli inqeuivocabili di riferimento sui quali si sono costruite le famiglie dei nostri nonni e in parte anche quelle dei nostri genitori. E lo dice una che ha avuto la nonna laureata, che lavorava, non una nonna casalinga e moglie succube di un marito che in casa era come un califfo.
Siamo sicuramente in un momento storico in cui i ruoli uomo-donna si stanno ridefinendo, e le divisioni sessiste sono giustamente molto più sfumate. Ma certe volte mi viene da pensare che si stava meglio quando si stava peggio, quando non c’era molta scelta e uomini e donne sapevano esattamente che cosa ci si aspettasse da loro. Oggi le donne devono fare uno sforzo enorme per dimostrare di essere all’altezza degli uomini, ma devono essere anche capaci di rimanere donne. Così finiscono per essere spesso discriminate, magari pure da altre donne, sul posto di lavoro, o non possono arrivare ad alti livelli in una carriera perchè la maternità è un corredo troppo ingombrante.
Sì, c’è una nuova questione femminile, ma è solo una evoluzione della precedente, culminata nel femminismo e nelle giuste rivendicazioni delle donne. Credo che al momento attuale spetti a noi nel piccolo, nel quotidiano, chiarire in primo luogo a noi stesse che cosa vogliamo essere e fare, ricordandoci che non ci sarà possibile ricoprire tutti i ruoli che la società sembra esigere da noi fino a quando lo stesso stato sociale non ci metterà in condizioni di avere figli e lavorare serenamente, conciliando tutti gli aspetti del nostro essere.
Per questo non sentiamoci in colpa quando non ce la facciamo, non pretendiamo troppo da noi, non facciamoci giudicare dagli altri troppo facilmente… lo dico a voi per dirlo a me stessa.
Con questo post partecipo al blogstorming di Genitoricrescono.

Blogstorming: come spiegarlo ai bambini

Per una volta, cercherò di essere seria. 

Ci provo.
E’ che ho deciso di partecipare con questo post al blogstorming di questo mese proposto da genitoricrescono: “Come spiegarlo ai bambini”. Se vi va, vedetevi l’articolo  introduttivo pubblicato sul loro sito: è davvero molto interessante.
Dovete sapere che la mia nana grande è campionessa mondiale di domande imbarazzanti, fin da quando aveva un paio d’anni e ancora non sapeva nemmeno come formularle. Dal perchè il nonno e la nonna non vivono più insieme, a che fine ha fatto il cane del vicino, a come mai ci sono persone vestite di stracci per strada che non hanno da mangiare, a perchè, infine, il Signore permette che i bambini restino senza la mamma.
Prima di diventare mamma mi sono ripromessa che avrei cercato di dire sempre la verità ai miei figli. Un po’ perchè credo che i bambini meritino profondo rispetto e prenderli in giro raccontando loro delle frottole, sebbene con la lodevole intenzione di proteggerli dalle brutture del mondo, sia una mancanza di riguardo inaccettabile. Un po’ perchè mento malissimo, e quando ci provo non ricordo mai cosa ho detto a chi, con esiti disastrosi ad alto tasso di imbarazzo. 
Dunque mi restava solo la strada della verità, che però non è per niente rettilinea. Perchè la verità si può presentare in molti modi. Perchè i toni che usiamo, le sfumature che diamo alle nostre parole, cambiano radicalmente il messaggio che giunge ai nostri figli. 
E qui sta, a mio avviso, la difficoltà maggiore: possiamo decidere ad esempio di non dire ai nostri figli che i bambini li porta la cicogna, ma dobbiamo poi valutare come spiegare loro la dinamica del concepimento. In questo credo che un aspetto da considerare con estrema attenzione sia l’età del bambino, e il suo grado di maturità rispetto all’età: alla nana grande, quasi 6 anni, non spiego le cose nella stessa maniera che utilizzo per la nana piccola, quasi 3. Mi sembrerebbe di offendere la sua intelligenza e sensibilità. Ma evito anche di dare messaggi contrastanti tra loro, perchè non voglio che si ingeneri confusione nelle mie figlie. 
Ci sono argomenti, come la morte, che sono difficili da affrontare, spesso perchè quando nostro figlio la incontra per la prima volta ne siamo ovviamente toccati anche noi nel profondo, e diventa molto faticoso mantenere la lucidità necessaria a spiegare come mai un nostro caro non c’è più. Nell’ultimo anno nella nostra famiglia sono venuti a mancare il centenario bisnonno e la nostra adorata cagnetta, a distanza di un mese esatto l’uno dall’altra. Inevitabili sono state le domande, difficili e dolorose le risposte. Perchè non è detto che agli occhi di un bambino la morte del cane “valga meno” di quella del burbero bisnonno. 
Non so come voi vi regoliate, e mi piacerebbe sentire le vostre opinioni in merito, ma in queste situazioni io non mi vergogno di versare qualche lacrima davanti alle nanette, ed incoraggio le loro. Credo che stimolarle a reprimere i loro sentimenti sia altamente dannoso, e sono anche del parere che sia bene che i figli sappiano che perfino i genitori possono essere tristi. Stanchi. Sconsolati. 
E’ umano. 
L’importante è che il dolore sia espresso con compostezza da parte degli adulti, e che il bambino veda che la mamma cerca di reagire, non abbandonandosi all’onda dei sentimenti. Vi dirò di più: abbiamo portato le nanette al funerale del bisnonno. Abbiamo spiegato loro con dolcezza che il suo corpo riposava nella bara e che la sua anima era volata in cielo, accompagnata da un angelo del Signore. Siamo una famiglie credente e per noi questa non è una finzione, davvero pensiamo che la sua anima sia in Paradiso, dove finalmente non è più prigioniera di un corpo che negli ultimi tempi era diventato sempre più disubbidiente. Anzi, l’anima di Nonno, adesso, porta a passeggio lo spirito fedele di Lolita, e insieme si fanno compagnia. La nana grande ha voluto infatti essere presente alla sepoltura del cane, avvenuta nella casa di campagna. In segno di commiato, ha deposto nella tomba della boxerina una palla da tennis e un tenero bigliettino scritto da lei. Prima di quel momento le abbiamo spiegato che in giardino ci sarebbe stato il suo corpo – che aveva una malattia terribile che la faceva soffrire molto – ma che il suo spirito era volato nel paradiso dei cagnolini, e ora, finalmente, non stava più male. Quando tuo figlio vede il suo beniamino soffrire per diversi giorni, credo sia sbagliato mentirgli e fargli credere che “è andato a fare una vacanza” o “è ancora all’ospedale dei cani”: è solo un modo per rimandare le risposte. E i nostri figli sono molto più sensibili di quanto non crediamo, non ci perdoneranno facilmente la bugia. 
La morte di un cane gravemente malato, quella di un bisnonno ultracentenario però, per quanto dolorose, rientrano nella natura delle cose, e credo possano essere spiegate ai nostri figli con un po’ di tatto e senza grossi traumi. Pur nella tristezza riescono a comprendere la logica della cosa, e farsene una ragione. 
Diverso è quando le domande riguardano le ingiustizie della vita: perchè ci sono bambini che non hanno da mangiare, perchè anche i bambini muoiono, perchè ci sono persone che sono nate con una malattia invalidante. Anche qui, credo sia giusto cercare le parole migliori per spiegare come stanno le cose. E’ vero, la vita a volte è triste. Non sempre le cose vanno come dovrebbero, come le pubblicità delle famiglie felici vogliono indurci a credere. Ma se siamo preparati potremo affrontare meglio le avversità. Ed è anche educativo rendersi conto che spesso la normalità è una fortuna, imparando ad apprezzarla e ad avere compassione per i meno fortunati. 
Non voglio assolutamente instillare nelle mie figlie un senso di instabilità, la paura che da un momento all’altro possa accadere, a loro o a me, qualcosa di terribile, però credo sia giusto che sappiano che certe cose ci sono. A volte lontane da noi, a volte più vicine di quanto pensiamo. Una sorella di mio marito è disabile, e questa realtà è vissuta dalle nane, specie dalla grande che ha compreso la situazione, con la massima naturalezza: siamo tutti diversi, ed è quindi possibile che qualcuno resti bambino nell’animo anche a 40anni, o qualcun altro invece abbia bisogno della carrozzella per camminare. 
Altri argomenti invece sono imbarazzanti sotto un diverso profilo, perchè magari attengono al sesso o alle nostre convinzioni politiche, religiose, e così via. Mi capita spesso che la nana grande mi chieda come mai nella famiglia della sua amica esiste una certa abitudine e nella nostra no, determinate cose che a casa nostra sono proibite lì siano invece all’ordine del giorno, oppure vi siano bambini che vanno in chiesa ogni domenica, altri che dicono che Gesù non esiste, altri ancora che pregano Allah. E’ la naturale curiosità dei bambini, il desiderio di scoprire come funziona il mondo per trovare in esso il proprio posto. 

Io credo che la missione dei genitori sia dare ai figli strumenti: strumenti per capire il mondo, strumenti per formarsi le proprie opinioni e diventare, così, persone a tutto tondo. Ali per volare.
Avete presente la famosa frase di Gibran, che i figli sono frecce scoccate verso il cielo? Ecco, io ci credo profondamente (Ogni tanto però, pensando alla mia mammità, mi viene da aggiungere: scoccate “a casaccio”. Ma questa è un’altra storia).
I nostri figli non se ne fanno niente di idee preconfezionate, di classifiche di cose giuste e di cose sbagliate. Di una lavagna divisa a metà con la scritta buoni e cattivi. Hanno bisogno di capire, e sta a noi aiutarli a farlo. 
Ecco, allora, l’importanza della verità: che il mondo è bello perchè è vario e in certe case si può mangiare la pasta con le mani e nella nostra no, ma nella nostra viceversa gli animali sono i benvenuti e in quasi tutte quelle degli amichetti non sono ammessi. Che noi crediamo in Dio e qualche nostro amico si mette a ridere. E l’ambulante di colore che staziona al semaforo vicino a casa, al quale a Pasqua abbiamo portato la colomba, e a Natale abbiamo regalato un orologio, invece crede in Allah. 
E non è populismo il mio, e nemmeno buonismo da 4 soldi: e che ne so io, che le mie credenze sono quelle giuste? E poi, esiste un giusto e uno sbagliato? L’ho detto fin dal primo giorno, che sono una mammadilettante, e non ho la ricetta perfetta.
Ecco, io cerco di trovare le parole, con le mie nane, per spiegare loro che la vita è difficile, qualche volta. E qualche volta ci sorprende. E talvolta, ancora, ha del miracoloso e supera ogni nostra aspettativa. E ognuno di noi deve saper cogliere il bello e il brutto di questa vita, e scegliere, in libertà, che cosa vuole essere.
Ce la farò?

da Il Profeta, di Kahlil Gibran
I vostri figli non sono i vostri figli. 
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa. 
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi, 
E benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri: 
Essi hanno i loro pensieri. 
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno. 
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi: 
La vita procede e non s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere; 
Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco.