Auguri, Carolina

Due giorni fa è stato il compleanno della nana piccola. Urge trovare un nuovo soprannome, visto che tanto piccola non lo è più.

La mia pulce è ormai una bimba di quarta elementare!

A volte mi sembra che l’infanzia delle mie figlie mi stia sfuggendo tra le dita: le vedo ogni giorno più grandi e più mature, riflessive e responsabili, e se da un lato ringrazio il cielo per la fortuna di avere due bambine così “brave”, dall’altro guardo con nostalgia i tempi in cui erano due cuccioli coccolosi che non sapevano allacciarsi le scarpe.

Per questo, quando il giorno successivo al festeggiamento l’ho accompagnata in un bel negozio di giocattoli perché decidesse come investire i regali ricevuti sotto forma di bustine, sono stata molto felice di vederla scegliere una bellissima bambola. L’abbiamo battezzata col nome di Anna, lo stesso della cuginetta nata due giorni prima di Natale.
Vederla cullare la bambola, preparare il lettino e sussurrarle parole dolci mi ha toccato il cuore.


Ecco, le mie figlie le vorrei sempre così, a metà strada tra piccole e grandi, se solo si potesse fermare il tempo…

Il video di Natale

All’inizio di dicembre io e le bimbe abbiamo allestito l’albero di Natale, secondo le nostre tradizioni familiari: musiche ad hoc in sottofondo e una buona dose di stupidera!

albero-di-natale

Quest’anno le fanciulle hanno richiesto una palette di rosa, verde chiaro e oro, per cui ne è venuto fuori un albero tutto color pastello, a mio giudizio un po’ smorto ma comunque carino. E poi, come si suol dire, il Natale è dei bambini, per cui lascio che siano loro a disporre e spadroneggiare in materia.

Abbiamo pensato di girare un piccolo video, assolutamente amatoriale, per immortalare tutta l’operazione e per augurarvi di trascorrere questo Natale insieme alle persone che vi vogliono bene davvero. Abbiamo bisogno, nella nostra vita, di più persone che fanno il tifo per noi, pronte a sostenerci in tutte le nostre piccole grandi follie.

Vita imperfetta pt.10: quei pomeriggi

Quei pomeriggi che non vanno esattamente come avevi programmato, e sono una tragedia per una maniaca del controllo come me. Hai voglia a farti il tuo schemino mentale, con orari e relative attività… il destino aspetta che abbia finito di compilartelo, il tuo bello schemino, e poi si diverte a scombinartelo sistematicamente. Meticolosamente, direi.
Sarà che oggi è lunedì, ma tu c’hai la casa uno specchio che wow, non ti capita mai, e già ti pregusti un pomeriggio di lavori in giardino, mentre la nana grande, insieme a due compagni scout, deve preparare un progetto per acquisire una nuova specialità.
Allestisci tutto in giardino, nel punto più fresco: tavolo, carta, cartone, colori, colle e tutto ciò che può tornare utile, e già te li immagini che lavorano alacremente e in armonia. Con la casa che rimane perfetta.
Beh perfetta proprio no, perché dopo pranzo alla nana piccola viene una irrefrenabile voglia di dipingere con gli acquerelli, e non si può mica dirle di no! O si può? Ogni tanto mi viene il dubbio che magari se guardassero mezz’ora di tv non crollerebbe il mondo…

Comunque, nei tuoi programmi mentali certo non hai preventivato che la tua amica e vicina di casa Annalisa, poco prima dell’arrivo dei bambini, entri a casa tua con un cucciolo in braccio. Minuscolo, bellissimo come solo i cuccioli molto piccoli sanno essere. Buttato da qualche simpaticone all’interno della parte di giardino che abbiamo in comune: il cancello ha le sbarre larghe e quel simpaticone deve aver pensato che, dove mangiano tre cani (uno mio e due di Annalisa) possono mangiare in quattro. Semplice, no?
Che patato! esclamiamo quasi in coro nel vederlo, con quella pancia da cucciolo, l’odore da cucciolo, le movenze da cucciolo.

Peccato che sia, appunto, un cucciolo, che purtroppo né io né lei possiamo tenere.

E’ però splendido e dolcissimo, e le bambine sono galvanizzate.
Così i nostri due ospiti scout arrivano nel mezzo di questo caos di bambine che si sdilinquiscono di fronte alla tenerezza di Patato (non ci è venuto niente di meglio, per apostrofarlo), e anche i due “colleghi” della nana grande si uniscono ai gridolini di apprezzamento, alle coccole e ai pucci-pucci, mentre il volume di tutto ciò diventa sempre più intollerabile.

E il cartellone? Il progetto da terminare per poter acquisire la nuova specialità? Dimenticato.
Il cucciolo – mai visto uno così calmo e paziente – passa di braccio in braccio, accoccolandosi e dispensando bacetti a tutti i bambini in egual misura.
Bambini che entrano ed escono continuamente da casa, mentre io debolmente chiedo di stare attenti con le porte, perché c’è il gatto nuovo, che ancora non si è ambientato, e non possiamo assolutamente correre il rischio che esca in giardino e si perda.
E la situazione di avere un cucciolo che NON deve entrare in casa (perché fa pipì ogni dieci minuti e tu, lo ricordiamo, una volta tanto hai la casa uno specchio), e un gatto che invece NON deve uscire, mentre quattro bambini entrano ed escono continuamente da tre porte diverse che danno sul giardino, è potenzialmente esplosiva. Lo sapete, vero?
Infatti esplode. Il volume delle urla sale per un momento e il tono diventa disperato perché Zucchino, il gatto-nuovo-che-non-deve-uscire-perché-non-si-è-ancora-ambientato è uscito in giardino. E tutti i bambini lo inseguono strillando con l’idea di riprenderlo.

Zucchino nel suo nascondiglio preferito: l’armadio della nana grande

Non so voi, ma io se fossi un gatto molto timido e quattro bambini urlanti mi inseguissero farei di tutto, ma proprio di tutto, per non farmi prendere. E infatti…
In quel momento così delicato suona il campanello: è Federica, la bambina che ogni tanto passa a casa per giocare con le nane. Campionessa di tempismo.
Ora i bambini inseguitori sono cinque, e Zucchino si è acquattato sotto le piante, da dove con mille moine, voci melense e rumore di bacetti, riesco a riprenderlo e riportarlo dentro. Pericolo scampato.
Il lavoro riprende con numerose interruzioni dovute al cucciolo, quello di cane, che offre una distrazione non da poco. Mentre lo tengo un pochino in braccio, e lui mi si addormenta addosso, tenero come un neonato, inizio a notare dei piccoli animaletti saltellanti in mezzo al pelo… LE PULCI!
Come ho fatto a non pensare che un cucciolo trovatello sarebbe stato pieno di pulci? Vai di antiparassitario naturale per tutti i quadrupedi!
Ve l’ho detto che nel frattempo i quattro bambini diventati cinque continuano ad entrare ed uscire da casa per un pennarello, un po’ di gelato, una pipì urgente, o anche solo per vedere il mitico soppalco della stanza delle nane? E i miei pavimenti, specchi, vetri e tappeti immacolati sembra che siano stati puliti un mese fa. Il passaggio degli Unni ha lasciato meno danni, ne sono certa.
Depressione incipiente.
In compenso, alla fine della serata, sopra il tavolo sul quale il lavoro per gli scout si è svolto giacciono: un deodorante, due giochi elettronici, una confezione di cereali con metà del contenuto sparso ovunque, svariate coppette di gelato vuote, un forziere dei pirati di plastica azzurra e il materiale usato per il lavoro.
E i quattro bambini diventati cinque stanno festeggiando la fine del progetto cantando il Gloria sulla melodia di We will rock you. Con battimani e percussioni annesse. Che è una canzone che io amo, e tuttavia questa versione non mi convince troppo.
Solo alle 20 i tre ospiti vanno via e restiamo io, le nane, i due cani, Mela e Patato, i due gatti, la tartaruga che ha rischiato di venire calpestata numerose volte dalla ciurma di bambini, immersi nel caos. Tocca dare una parvenza di normalità alla casa e al giardino, poichè la mia geniale idea di farli lavorare fuori (al fresco, e così mi rimane la casa in ordine) ha sortito l’effetto di incasinare sia dentro che fuori.
Poi le imprescindibili docce e infine, dopo aver dato la pappa al cucciolo e averlo consegnato per la notte ad Annalisa, abbiamo bevuto un bicchiere di latte e ci siamo cacciate nel letto, incapaci di intendere e di volere più oltre, ma con l’idea che forse certe volte sarebbe meglio non fare programmi e accettare le cose come vengono.

A proposito, qualcuno vuole adottare Patato?

Vita imperfetta pt. 2. Le frolle montate

E’ l’ora del the. Due giovani signore eleganti sorseggiano il liquido ambrato chiacchierando amabilmente a bassa voce, mentre il quinto movimento della Pastorale di Beethoven spande le sue note nell’aria, perfetto sottofondo musicale per un calmo pomeriggio di chiacchiere. La tavola è apparecchiata con gusto sofisticato. La padrona di casa ha scattato delle graziose immagini di essa, che condivide sui social.

Le due amiche sbocconcellano appena i deliziosi pasticcini preparati dalla padrona di casa, mentre il gruppetto di bimbe siede a cerchio sul tappeto, impegnato in un tranquillo gioco di società che le terrà occupate per almeno un paio d’ore.

No dai, non ce la posso fare, mi viene troppo da ridere! Se questa è l’immagine che vi si presenta alla mente nel guardare le mie foto delle frolle montate, sappiate che è SBAGLIATA.

Ecco a voi quindi, per la rubrica “Vita imperfetta”, la parte 2°, che potremmo intitolare Frolle montate.

L’azione ha luogo durante un sabato di ordinaria follia, come tanti. Un sabato in cui non avrei dovuto lavorare ma sono stata cooptata last minute causa malattia di un collega. Un sabato, quindi, che per me è iniziato dopo le 14.
Immaginate la musichetta di Benny Hill come sottofondo musicale, che a casa mia funziona molto meglio di Beethoven. Con questo sottofondo corro come una forsennata da una parte all’altra della cucina, perchè ho finito di pranzare alle 14,30 e tra meno di un’ora devo uscire per portare la nana grande a scout. E in quel lasso di tempo voglio assolutamente fare i biscottini che ho promesso alla mia amica. Quindi evito di cambiarmi e metto un grembiulone sopra i vestiti che avevo in ufficio:
kilt scozzese, golfino nero e stringate col tacco. Un outfit comodissimo per cucinare! Ho i tacchi da stamattina alle 7, ma pazienza.
Ci vuole un selfie, subito.

Alle 15 sto infornando la prima teglia di frolle: 10 minuti e via la seconda. Che però tarda a cuocere, e io devo uscire…Vabbè, ho una strategia: spengo il forno e lascio la teglia dentro, dovrebbe cuocere per un’altra decina di minuti mentre l’interno è ancora caldo. Speriamo non si brucino!

 Tolgo il grembiule per infilarmi il cappotto e il mio sguardo cade su una patacca non meglio identificata che campeggia al centro della gonna rossa: come accidenti ho fatto a macchiarmi sotto il grembiule e non sopra?! Sono una professionista!

Pazienza, non ho tempo per cambiarmi. Indosso il cappotto, chiamo le nane a raccolta e partiamo in direzione oratorio, dove arriviamo sul filo di lana. Lascio quindi la nana grande e, per mano alla nana piccola, vado a prendere la mia nipotina che passerà il pomeriggio con noi. Il mio pensiero ritorna però continuamente ai poveri pasticcini, che certo saranno ormai carbonizzati.
Recupero la nipotina e con le due bimbe mi dirigo a casa, dove con gioia verifico che la cottura dei biscottini è andata a buon fine. Miracolo!

Le cuginette iniziano a giocare saltando la corda nel centro del salotto e mettendo in pericolo i miei soprammobili. Annotazione mentale: una casa zen, senza oggetti in esposizione, è molto più childproof della mia. Devo rivedere i miei gusti in fatto di arredamento.
Abbandono i soprammobili al loro destino e ritorno nelle cucine, dove il grembiule mi aspetta. Devo ancora glassare i biscottini a forma di S.
Scaldo il cioccolato a bagnomaria e quand’è fuso lo spalmo con una spatolina di silicone su ogni dolcetto.

Mi avanza giusto un pochino di cioccolato fuso… quasi quasi una leccatina alla spatola…
aaaaahhhhhh! Era ustionante!
Con la lingua penzoloni ingurgito cubetti di ghiaccio rischiando di fare la fine di Rezzonico nella puntata “La lingua ghiacciata”. Le bambine ridono a crepapelle di me.
Termino un po’ come viene il lavoro di glassatura, poi mi dedico ad apparecchiare; ho poco tempo perché la mia amica e le sue due bambine stanno per arrivare.
Tovaglia ricamata della bisnonna e porcellane d’epoca, quelle sì. C’è però la zuccheriera da riempire. Prendo il barattolone dello zucchero e, siccome sono maledettamente pigra e un po’ di fretta – combinazione letale – cerco di riempire la zuccheriera rovesciando lo zucchero dal barattolo anziché usare un cucchiaio. Dopo 30 secondi il tavolo della cucina è pieno di zucchero, il barattolo da 1 kg è quasi vuoto e in compenso nella zuccheriera ce n’è pochissimo. Ottimo lavoro!
Ripulisco alla meglio mentre il cane lecca i granelli di zucchero caduti sul pavimento, e in quell’attimo suona il campanello. E’ arrivata. Quella che mio marito definisce “la tua fidanzata”, certo con una punta di gelosia.
Ora mi siederò con lei in salotto e passerò un paio d’ore di chiacchiere. La visione di noi due intente a sorseggiare il the in un’atmosfera ovattata si fa timidamente strada nella mia mente, mentre il quinto movimento della Pastorale mi riecheggia nelle orecchie. Somma goduria.
Peccato che io abbia la gonna macchiata e lei sia venuta di corsa da casa con i pantaloni che aveva, infilandoli come capita negli stivali. Dai, siamo bellissime lo stesso! io poi non mi sono più guardata allo specchio da prima di andare in ufficio stamane, devo essere uno splendore… Sono solo dettagli.
Le bambine iniziano a giocare e sì, si siedono a cerchio sul tappeto; per ben dieci minuti consecutivi. Un tempo insufficiente a garantirci un po’ di pace, ma certo sufficiente per raccogliere peli di cane e di gatto a volontà.
Poi corrono per tutta la casa urlando e sbocconcellando biscotti in giro che nemmeno Hansel e Gretel. Fortuna che il cane mi fa da aspirabriciole…
Alla fine, il the coi pasticcini ce lo prendiamo. Indifferenti al caos, grazie ad una sorta di sordità selettiva che ti permette di sentire quello che ti dice l’interlocutore che hai di fronte e non le urla delle bambine che giocano. Prendiamo quattro tazze di the a testa e mangiamo dolcetti come se fossimo digiune dalla mezzanotte: a fine serata ne resta una mezza dozzina. Ridiamo come matte e parliamo di tutto ciò che sta tra gli smalti per unghie e il senso della vita, come uscire vive dai compiti dei figli e cosa vorremmo essere da grandi.
Quando loro vanno via preparo questo post. E mi accorgo che, alla fin fine, il segreto è solo uno: fare foto con un campo molto stretto. Così riprendi i dolcetti e le porcellane e non il delirio che c’è tutto intorno. E la tua vita sembrerà perfetta. E questo è proprio quello che succede con il blog e i social network: che offri agli altri un’immagine della tua esistenza ripresa a campo strettissimo, lasciando volutamente tutto il resto fuori.

Se siete stati così bravi da arrivare fino alla fine del post vi premio… con la ricetta dei biscotti.

FROLLE MONTATE (sabato io ne ho fatto mezza dose)

500 gr di farina,
350 gr di burro,
180 gr di zucchero al velo,
2 uova
aroma vaniglia 1 fialetta
sale q.b.

Montare a schiuma, a mano o nel robot, il burro e zucchero unitamente all’aroma. Aggiungere un uovo alla volta e poi il sale. Quando l’impasto è ben schiumoso incorporare poco a poco la farina con una spatola, badando a che il tutto non si trasformi in una massa gommosa. Con la sac a poche, bocchetta grande a stella, formare delle serpentine o delle roselline sulla carta da forno, poi infornare a 180° per 10 minuti; togliere non appena i bordi iniziano a dorarsi. Il centro del biscotto deve rimanere quasi bianco.
A piacere procedere ad intingere nel cioccolato fuso, oppure a decorare con mezza ciliegia candita, codette di zucchero, smarties o quello che la fantasia vi suggerisce.

Sei anni, con Elsa

Stavolta ce la posso fare. Stavolta riesco a risparmiarvi il post di compleanno strappalacrime in cui mi lamento del tempo che passa, dei figli che ti sfuggono tra le mani e ti diventano adulti in un lampo. Stavolta non lo dico che tra poco la mia “nana piccola” non potrò più chiamarla così, mentre vorrei poterlo fare per sempre. E non dico neppure che lei è la “mini-me”. Non solo per l’aspetto mostruosamente simile al mio (AAA cercasi geni paterni… dove si sono nascosti?). Non solo per il carattere che richiama il mio in modo impressionante, cosicché basta un mezzo sguardo per capirci, senza bisogno di parole. E non dirò nemmeno quanto sono orgogliosa e intenerita dalla sua sensibilità fuori dal comune, e quanto mi preoccupa il sapere che questa dote le porterà nella vita qualche sofferenza in più.
No, stavolta giuro che tutte queste cose non le dico!
Stavolta faccio solo un post sulla sua festicciola di compleanno. Ecco.
Una festa piccola piccola in cui ha voluto pochissime amiche con sé, per giocare insieme alle principesse del ghiaccio. Pardon, regine. Perché le seienni oggi sono tutte pazze per Elsa, la protagonista di Frozen, e la mia non fa eccezione.
Nelle settimane precedenti quindi ho provveduto a realizzare un costume da Elsa per lei e per due delle sue amichette, mettendo a frutto le mie scarse doti di sarta (e infatti i vestiti hanno richiesto numerose modifiche e revisioni!). Se qualcuna fosse interessata ad un tutorial, nonostante le mie pubbliche affermazioni di incompetenza, sono disponibile a mostrarvi come NON si realizza un bel costume da Elsa.
Ecco, comunque, il risultato finale del mio lavoro.

la prima prova dell’abito completo

prove di trucco e parrucco

Nei giorni precedenti la festa ho fatto trovare alla mia piccola principessa una lettera della sua beniamina, che le faceva gli auguri e le rivelava alcuni segreti della felicità: non arrendersi mai davanti alle difficoltà ma affrontarle con coraggio e un pizzico di autoironia, e saper esprimere le proprie emozioni senza tenerle dentro, poiché reprimerle può essere molto dannoso. Lo so, quest’ultimo consiglio dovrei seguirlo io per prima…

lettura dei consigli di Elsa

 Sempre in tema di sorprese, mi sono di nascosto cucita un costume da Elsa della mia misura, e il giorno della festicciola sono sparita per un po’, ricomparendo a trasformazione avvenuta: la faccia allibita di mia figlia ha ampiamente ricompensato le ore di cucito notturno!

pensavo di andare in ufficio vestita così, che ne dite?

Mamma, ma tu sei matta!

Anche la tavola è stata preparata seguendo il tema di Frozen: cristalli di ghiaccio e alberi innevati, declinati in azzurro, bianco e argento.

Alzatina con Cupcakes di diversi gusti, guarniti da cake toppers a tema.
Una molletta – fiocco di neve sul bicchiere porta posate riprende ancora il motivo della festa
Festone di cristalli di ghiaccio, nastri d’argento e paper pom pom 

Anche il cibo è stato “frozenizzato”: così semplici biscotti al burro (la ricetta l’ho postata qui), ricoperti di pasta di zucchero e decorazioni, si sono trasformati nella foresta incantata di Arendelle e in una tempesta di neve

Per concludere sulla parte decorativa, vi lascio l’immagine della ghirlanda che ho creato per la festeggiata:

i fiocchi di neve sulla tenda sono adesivi rimovibili

E siccome ci piace strafare, per la mia amica Elisa – santa donna che si presta alle mie pazzie! – ho cucito un vestito last minute da Anna, che lei ha poi decorato sul corpetto usando i colori acrilici: il risultato complessivo è stato eccellente!

well done Elisa!
potevamo forse astenerci da un selfie?
peccato sia un po’ sfuocato, ma nella bolgia della festa era il massimo che potevamo ottenere!

Ed ecco il momento delle candeline. Lo so, la torta mi è venuta bruttissima, oltre che le doti da sarta devo migliorare quelle da cake designer. Avendo preparato tutto la mattina della festa ho avuto 10 minuti da dedicare alla decorazione della torta, e non ho saputo fare di meglio!

Dulcis in fundo, vi svelo qual è stato il regalo di compleanno della mamma: gli orecchini!
Desiderava da molto farsi bucare le orecchie, così la mattina del suo compleanno l’ho portata, senza preavvisarla. Mi piace fare sorprese! E adoro riceverle.

motivata ma anche terrorizzata!
i nuovi brillantini… celesti, per essere adatti al vestito da Elsa!

Auguri, cucciolo mio

Twenty Eight Benett Drive

Ma tu, di cosa scrivi? Mi hanno chiesto una volta.
Ci ho pensato un po’ su. Poi ho risposto: di sentimenti.
Ah, storie d’amore?
No, no, di sentimenti. A tutto tondo. Perché, a pensarci bene, questo non è (solo) un mummy blog. Né un blog di decorazione. Né di cucina, racconti, letteratura o viaggi. E’ un po’ tutte queste cose e nessuna in particolare.
Sono i sentimenti ciò che mi fa sorgere il bisogno di scrivere. I dubbi e le riflessioni che il quotidiano mi ispira; le emozioni che sorgono quando guardo al futuro o al passato.
Così, ad esempio, mi emoziono pensando ai luoghi del cuore. Ognuno di noi ne ha, veri o anche virtuali. Il mio ha un indirizzo: 28 Benett Drive. Un cottage dalla porta turchese, un ampio bow-window che lascia intravvedere una stanza da letto tutta color lavanda.
Nel vialetto d’ingresso una macchina sportiva – sempre rossa – attende di essere utilizzata. Parcheggiare e scendere senza far rumore era un rito che si consumava, estate dopo estate, mentre l’ultima luce della sera incendiava il cielo. In silenzio, noi bambini facevamo il giro della casa passando per il cancelletto di legno di cui si serviva solo il milk-man la mattina. Si passava per uno stretto corridoio all’aperto tappezzato di ortensie fino a trovarsi sul retro della casa e ogni volta la vista toglieva il fiato: l’enorme giardino digradava verso una staccionata di legno, oltre la quale si aprivano l’orto e il frutteto. Passavamo poi accanto al roseto e sempre, come in qualsiasi rito che si rispetti, io sussurravo a mio fratello: ti ricordi quel giorno che sei caduto dal terrazzo in mezzo alle rose e non si riusciva a tirarti fuori?

2002: the last time we were there (and the garden was starting to fall apart)

E così ridacchiando facevamo scorrere la grande vetrata che ammetteva in salotto e ci buttavamo tra le braccia degli zii, sapendo che per loro quello era il momento più atteso dell’anno. Per questo ogni estate ci concedevano di credere che la sorpresa fosse perfettamente riuscita e che loro non si aspettassero di veder sbucare dal giardino due bambini abbronzati appena sbarcati dall’hovercraft.
I migliori momenti della mia fanciullezza hanno avuto quella casa per teatro. Come quella mattina in cui, sveglia da prestissimo in una casa ancora addormentata, avevo scorto attraverso la grande vetrata del salotto una volpe aggirarsi per il giardino. Trattenendo il fiato l’avevo osservata a lungo mentre lei, ignara della mia presenza, proseguiva nella sua esplorazione del prato. Poi qualcosa l’aveva indotta ad alzare il muso e i nostri sguardi si erano incrociati. Mi aveva guardato con occhi umani e c’eravamo riconosciute, la volpe ed io. Per un istante fummo amiche. Poi il selvatico riprese il sopravvento, e lei scomparve nella fitta vegetazione.

a wiev of the garden in all its glory

Quel cottage è il mio luogo del cuore e lo sarà sempre, anche ora che non è più “mio”. Dopo la morte degli zii è stato venduto ad una famiglia con figli, e sapere che ci sarebbero stati altri bambini ad amare quelle stanze, a correre in quel giardino, a raccogliere fragole giganti dalle piantine, ha lenito soltanto un po’ il dolore del distacco.
Se ci sono mai tornata? Tutte le volte che son tornata in Inghilterra dal 2002, quando la casa è stata venduta. Una decina. Percorro ogni volta Benett drive col cuore a mille, poi mi fermo davanti alla casa e mi siedo sul muretto. E lì, finalmente, posso piangere. Per una stagione della vita finita, per le persone che non ci sono più. Perché adesso la porta non è più turchese, ma di un banale bianco. Ed io sono chiusa fuori.

Domani sarò di nuovo lì, sul quel muretto, davanti alla porta bianca. E chissà, forse stavolta avrò il coraggio di suonare il campanello.

different wiev of the garden

Everyone has a special place. Mine has got an address: 28 Benett Drive. A cottage with a bright blue door, a large bow window overlooking the road and a lavender coloured bedroom behind the sheer white curtains. In the drive leading to the garage a sports car – always a red one – was just waiting for the engine to be started.
Parking our car and getting off silently was part of a ritual we performed every single summer, when we arrived at the house while the sun was going down in the last purple light. Still in total silence, we used to reach te back of the house trough a narrow passage oveflowing with spectacular Hydrangeas.
There, the wiev was breathtaking: the huge garden rolling down towards a wooden fence, beyond which a gorgeous kitchen garden went as far as the eye could go.
We passed by the rose garden, and every single time I would say to my brother – because rituals must be performed in every detail – “do you remember that time you fell into the roses and we couldn’t get you out?”
Giggling, we then reached the big sliding door and made our way into the living room, straight into the arms of uncle and aunt. We knew that was the most coveted moment of the year for them, so awaited for, that every time they would let us think our surprise had been so well planned that they didn’t expect us intruding from the garden.
All the perfect moments of my childhood have taken place there. Like the morning I met the fox. Early bird as I am today, I was wandering through the sleeping house and ended my journey in front of the glass sliding doors leading to the garden. And there she was (I’m sure it was a “she”), exploring the ground. I stared at her holding my breath, and suddenly she turned her head and looked at me. She recognized me. We were friends for a second. Then her inner wildness prevailed and she disappeared in the woods.
That cottage is my special place and will always be. Even if it’s no longer “mine”. When my uncle and aunt passed away the house was sold to a family with kids, and although the idea of its large rooms and well kept garden beloved by other children was somehow of comfort, I cannot avoid mourning the loss. 
Have I ever returned back there? Yes. Ten times in ten years, more or less.
Every single time I go to England, I feel the need to walk slowly along Benett Drive. Silently as in my childhood. When I reach nr. 28, I sit on the front brick fence, staring at the house. Then, I can finally weep. For a life’s season gone forever. For my beloved ones I no longer can hug. For the door of the house, because it’s not painted in bright blue now. It’s just a plain boring white. And I am at the wrong side of that door. Forever.
Tomorrow I’ll be there again, on the brick fence. In front of the white door. And maybe, this time, I’ll find the courage to ring the doorbell

Io non uso più l’ammorbidente

Un paio d’anni fa condividevo l’ufficio con un collega. Entrambi amanti del silenzio, passavamo delle ore in cui si udiva solo il ticchettio della tastiera. In una di quelle mattine di alacre silenzioso lavoro, dal nulla gli dico: 

– Sai, io non uso più l’ammorbidente!- Un certo orgoglio trapela dalle mie parole.

Lui solleva gli occhi dallo schermo e mi rivolge uno sguardo simile a quello della mucca che guarda passare il treno, continuando imperterrita a ruminare.
– Suppongo che adesso dovrei dire qualcosa – mi risponde imbarazzato. 
– Certo, è una cosa importante! – balbetto io come una scema. Perché abbandonare l’ammorbidente non è una cosa che riguarda il mio bucato e basta; è una vera e propria scelta di vita!
Da qualche anno a questa parte infatti sono diventata più consapevole sia di cosa metto nel mio piatto che di cosa utilizzo per le pulizie domestiche. Prendiamo l’ammorbidente, per esempio. Se i dermatologi in genere consigliano di non utilizzarlo un motivo c’è. Tutto infatti è partito da lì, da un rash cutaneo. Eliminato l’ammorbidente dal bucato, sparito lo sfogo. Un rapporto causa-effetto che ha stimolato ulteriori riflessioni e approfondimenti, molti dei quali basati sul bellissimo sito babygreen, una vera miniera di idee per donne alla ricerca di una vita più eco-compatibile. Ho così scoperto che l’ammorbidente è responsabile di numerose forme allergiche, oltre che fortemente inquinante. Due motivi per abolirlo fin dal giorno successivo. 
Con che cosa sostituirlo? Frugando il web sono approdata a questa mistura miracolosa: aceto di vino bianco, un cucchiaino di bicarbonato, poche gocce dell’olio essenziale preferito. Se l’aceto infatti contribuisce a rendere il bucato più morbido e facilmente stirabile, il bicarbonato assorbe eventuali odori, sbianca in maniera naturale e rimuove molte macchie senza necessità di additivi chimici. Per regalare alla biancheria un piacevole profumo basta poi aggiungere 3-4 gocce di olio essenziale, nel mio caso lavanda. Facile ed economico, specie se si considera che aceto e bicarbonato sono utilissimi in una marea di altre situazioni domestiche. Finito quindi il tempo degli armadietti stracolmi di detersivi, uno per ogni superficie? Forse.
Ad esempio, la teglia del pollo arrosto con patate: delizioso! Un po’ meno delizioso, invece, lo strato di sughetto bruciacchiato che resta attaccato alle pareti della teglia. Acqua calda, un paio di cucchiai di aceto e un paio di cucchiaini di bicarbonato. Lasciare riposare un po’, e poi sciacquare con acqua tiepida e una spugna, e come per magia le incrostazioni abbandoneranno la vostra teglia. E così via. Avete presente quel famoso prodotto per lucidare il piano inox del fornello, puzzolentissimo e dai vapori che fanno lacrimare gli occhi? Ancora aceto e bicarbonato, e il vostro fornello splenderà più che mai. 
Il web pullula di ricette per la preparazione in casa di detergenti eco e bio, la cui efficacia è pari a quella dei prodotti da supermercato. Ci vuole solo un po’ di pazienza e voglia di fare, ma i risultati sono davvero gratificanti. Per le emergenze, per tutti quei momenti in cui siamo di corsa, restano sempre i cari vecchi detersivi ricchi di tensioattivi, pronti a venirci in soccorso con il loro meraviglioso “profumo di pulito”. Basta che non ci facciamo prendere in giro, e ricordiamo sempre che quello che respiriamo non è il profumo del pulito: è il profumo degli agenti chimici che compongono il detersivo.
Vivere in maniera più verde è per me un’obbiettivo importante, che si coniuga con l’idea di vivere genericamente in modo più consapevole, facendo delle scelte meno influenzate dalle informazioni standardizzate che ci propongono i media, che spesso si prendono gioco di noi affidandosi al potere evocativo delle immagini. Per fortuna che ci resta la possibilità di far uso del libero arbitrio!
Nelle prossime puntate vi racconterò degli altri accorgimenti green che sto adottando, sia sul piano della gestione domestica che su quello alimentare: fatemi conoscere il vostro punto di vista in materia!

Antiche nuove tende

Il rifacimento della nostra camera da letto va avanti. Anzi, come dicono oltreoceano e oltremanica, il Master bedroom makeover, che fa moooolto più figo. Quando tutto sarà pronto vi mostrerò il risultato finale complessivo; per ora mi limito a farvi vedere qualche pezzo del puzzle.
Ecco le nuove tende, che ho cucito la scorsa settimana, complice la tonsillite della nana grande che mi ha costretta a saltare un giorno di lavoro (che peccato…) per accudirla. E così, mentre lei era accoccolata sul divano, a godersi lo stare a casa fuori programma, con la mamma, e senza sorella minore, io ero lì vicina alla macchina da cucire, che premevo sull’acceleratore della mia Singer. 
La foto della tenda per intero è così brutta, scura, da far sembrare la camera da letto l’antro di un orco… abbiate pazienza, il talento fotografico non è tra le mie doti! Quando la stanza sarà pronta spero che mio fratello mi soccorra scattando qualche immagine che le renda giustizia.  Per ora accontentatevi di questo mediocre scatto…

Per fare queste tende ho utilizzato, nella parte centrale, un lenzuolo antico che mi piace moltissimo: è in lino, tessuto a mano dalla madrina di mio nonno, che si chiamava come me. Lei non si sposò mai e donò il suo prezioso corredo, realizzato pazientemente nelle lunghe sere invernali, al suo figlioccio che lo ha tramandato a me. Tenere quel magnifico telo accuratamente ripiegato e conservato lo stava pian piano consumando, quindi ho deciso di regalargli quella vita che non ha mai avuto, e dargli il posto d’onore nella mia camera da letto.
Ecco un primo piano del monogramma e dell’importante ricamo a giorno che rifinisce il bordo del telo, arrampicandosi fino ai lati.

Ho poi acquistato su Tessuti.com 4 mt di tessuto a disegni provenzali; piccoli fiorellini stilizzati che riprendono la tonalità azzurro intenso delle pareti. Con questo ho fatto una mantovana e due finte calate (nel senso che sono unite al telo centrale, non si possono aprire per conto proprio), che ho orlato e munito di cordoncino piombato per tenerle ben distese. Un arricciatenda e voilà, le mie nuove, antiche tende, sono pronte. 

Che ne dite, vi piacciono? Ciò che a me piace di più, come sempre, è l’aver riutilizzato qualcosa che già avevo, che ha alle spalle una storia antica che parla di famiglia, di amore, di impegno e talento.

Ribaltina Rocaille bicolore

Ok, sono una craftaholic. Mi iscriverò ad un gruppo di sostegno, ma adesso ho ancora un paio di progetti in corso e poi smetto.
Questa è l’ultima arrivata ad Hove Haven, una ribalta in stile Rocaille dei primi del ‘900, lo stesso stile del tavolo da pranzo, che si presentava in buone condizioni strutturali ma aveva decisamente bisogno di qualcuno che si prendesse cura di lei: potevo forse lasciare inascoltato il suo grido di dolore? Giammai!!
prima dei lavori… un orrido bicolore con venature chiare

E siccome pitturare è quello che so fare meglio, non potevo che dipingerla!
L’ho prima sverniciata, per togliere quella simpatica finitura lucida tanto in voga negli anni ’40, carteggiata, poi ho dato 4 mani di due diversi colori: bianco panna e azzurro polvere, un colore tendente al grigio che ho creato mescolando celeste chiaro, panna e nero.
Infine ho carteggiato qua e là per simulare l’usura del tempo e per far emergere meglio i dettagli tipici di questo stile, come i piedi a ricciolo.
Adesso questa ribaltina alloggia nel mio salotto, ma non sarei contraria a “darla in adozione” ad una famiglia disposta ad amarla con il suo look shabby. Se siete interessati contattatemi a mammadilettante(at)gmail.com!

Novità in cucina


Qualche tempo fa ho acquistato ad un’asta una coppia di sedie provenzali ad un prezzo davvero stracciato.
Nella foto sotto, un po’ sfocata, potete vedere com’erano in origine; la paglia era in ottime condizioni ma il legno era abbastanza scolorito e macchiato.

ecco come si presentavano all’arrivo

 Visto che la mia cucina è tutta sui toni dell’azzurro e panna ho pensato di dar loro un tocco in questi colori.
Prima fase: rivestire di plastica la seduta per non macchiarla di vernice.
Poi  ho dato due mani di vernice all’aqua color avorio

Dopo la prima mano di vernice: il legno è ancora molto visibile

Dopo la seconda mano di vernice: le venature sono quasi sparite
Terminata questa fase un po’ noiosa è iniziata quella divertente: la creazione dell’effetto sfumato e invecchiato
Ho preparato un colore azzurro con una punta di verde, che riprende quello della mia cucina (nelle foto risulta un po’ falsato), e armata di due pezzi di spugna ho sovrapposto velature successive di azzurro e avorio.

Ecco l’inizio del lavoro di velatura, quando il celeste era molto intenso.

Ecco, dopo numerose mani alternando i due colori, comparire l’effetto desiderato: l’azzurro che traspare da sotto il panna, e sottolinea i bordi della sedia.

Ed infine, una delle sedie completata, accostata al tavolo:

Per accordare il tutto ai tessili della cucina ho confezionato con un tessuto quadrettato e uno a stampa provenzale due copricuscino e un copritavolo nei colori delle tende: che ve ne pare del risultato?

Ecco, infine, un dettaglio del bordino pieghettato dei cuscini: