Dei padri che fanno i padri. Il guest post di Paolo

Qualche tempo fa ho scritto su facebook un post infuocato contro il progetto di un nuovo reality tv che si propone di “spiare” come se la cava un papà con i bimbi nel caso di un’assenza della mamma lunga una settimana. Intendo con i suoi, di bimbi, eh, mica con quelli di qualcun altro e dunque sconosciuti. Quel progetto orrendo mi ha fatto pensare che in noi è talmente radicata la convinzione che ad occuparsi dei figli sia la madre, e che il padre lo faccia solo di rincalzo, che sia normale e divertente un programma nel quale, ne sono certa, il papà è destinato a fare la figura dello scemo incompetente, che non sa in quale cassetto stiano i calzini della figlia e non conosce l’indirizzo della scuola, mentre la mamma ha, finalmente, il suo momento di gloria. Quel momento in cui qualcuno, una volta tanto, le dice che davvero è indispensabile e che la sua assenza è una catastrofe. 
La domanda che mi sono posta è: ma noi donne saremmo davvero felici di sentirci indispensabili a causa dell’incapacità del nostro compagno di vita? Non so voi, ma se io pensassi di aver sposato un cretino che non sa cambiare il pannolino a sua figlia e non è in grado di gestire una giornata intera con le bambine, non mi sentirei tanto appagata come madre e come moglie. Spesso invece siamo proprio noi, mogli e madri, a rivendicare il monopolio delle competenze figliesche, escludendo più o meno direttamente il maschio alfa dalla gestione della prole, per poi poterci lamentare in santa pace e a buon diritto, (sentendoci, appunto, inarrivabili divinità domestiche).

La notizia interessante è che qualcosa, però, si muove. Perchè ci sono papà che sono davvero interessati ai figli e al loro mondo, che conoscono gli interessi del settenne e gli amori della undicenne, che portano i figli al parchetto, preparano il biberon, cambiano il panno, chiamano la pediatra e, soprattutto, che non si vergognano di tutto questo. E no, non sono vedovi! 
Spesso sono uomini che hanno compagne che fanno le mamme tanto quanto loro, ma che magari vogliono realizzarsi anche al di fuori del “guarda-che-madre-perfetta-che-sono”. Tipo che hanno aspirazioni di carriera, o anche semplicemente di continuare a sentirsi l’essere umano che erano prima di avere figli. 
E, ci tengo a dirlo, non si tratta di papà che fanno i mammi e di mamme che fanno l’uomo di casa, ma semplicemente di coppie in cui entrambi i componenti, da una parte vogliono essere genitori a tutto tondo, dall’altra non vogliono rinunciare ad essere anche persone a tutto tondo, con interessi da sviluppare perfino al di fuori della cerchia familiare. Fermo restando che poi, all’interno della coppia e della famiglia, ciascuno sarà magari più bravo nel fare alcune cose e meno in altre.
Ah, dite che non esistono, padri così? Collaborativi, supportivi etc?
Io ne conosco almeno un paio. Di uno posso dire di aver l’onore di essere amica, se mi concede di usare questo termine: Paolo, il mio amico aviation freak, sempre pronto a rispondere alle mie domande su aerei d’epoca, piloti e libri, data la sua sterminata competenza in materia (non per niente lavora qui) e la sua pazienza altrettanto sterminata, che io cerco di ricambiare con consigli da Pinterest addicted in tema di arredamento di stanze per nani.

E Paolo, tra un libro da pubblicare, un aereo da rimettere in sesto, un lettino da ridipingere e una figlia da educare, ha perfino accettato di fare un guest post per il blog, per raccontarci il suo punto di vista di “mosca bianca”.

Giulia, la mia
primogenita, è nata ad Helsinki. Poco dopo la sua nascita ci è stata offerta la
possibilità di trasferirci a Vienna, una città che conoscevamo ed abbiamo
sempre amato. 

Così, entro il suo terzo mese di vita, abbiamo sottoposto la nuova
arrivata ad un trasloco internazionale. Entrambi avevamo un posto di lavoro
pronto al nostro arrivo ma, mentre il mio datore di lavoro poteva aspettare,
mia moglie è rientrata dalla maternità dopo soli quattro mesi. Ed io mi son
trovato a fare il papà a tempo pieno. In questi mesi la tematica del
papà-a-casa sembra andare parecchio di moda su blog e giornali: è tutto un
pullulare di articoli e post che esaltano il modello del Nuovo Uomo Nordico,
che non si fa problemi a sospendere la propria carriera per dedicarsi ai figli.
Devo ammettere che all’inizio è stato facile crogiolarsi nel ruolo di
neomaschio allettante (ed allattante): al parchetto sotto casa facevo girare la
testa a tutte le mamme e nonne col mio innato talento nello spingere
l’altalena. Ai settimanali incontri con le Mamme Italiane a Vienna, le più
incallite genitrici versavano la lacrimuccia nel notare che alla bisogna, oltre
al pannolino di ricambio riuscivo a sfoderare anche la salvietta umida. Ad ogni
rientro in Italia mia mamma si prodigava ad esibirmi come un trofeo a tutte le
amiche/vicine/sconosciute che le capitavano a portata di voce ed il mio ego,
raggiunte ormai le dimensioni del Canton Ticino, stava per esplodere…. ….. e
alla fine lo ha fatto. In modo plateale, come si confà a simili occasioni:
rumore di tela strappata e brusco risveglio nel mezzo della notte, con la
terribile verità che ti ghiaccia addosso il sudore: “ma la donna che esalta
oltremisura le mie capacità genitoriali è la stessa che crede che assomigli a
Raoul Bova!”. 

Quel minimo di obiettività rimastami e l’impietoso specchio che
esalta l’occhiaia mi hanno costretto a riconsiderare la mia situazione. E mi
sono incazzato. Come ogni altro adulto nanomunito conosco tutte le
idiosincrasie della prole, rido, gioco, cucino, lavo, stiro, rilavo, sgrido e
sbaglio come tutti gli altri genitori degni di questo nome. Ho anche
ripetutamente commesso il reato capitale della megacazziata in pubblico. Perché questo dovrebbe essere motivo di vanto? Il fatto che sia un uomo non mi pare un motivo sufficiente… Anzi non mi pare proprio un motivo. Davvero le
aspettative femminili nei nostri confronti sono cosi’ basse? Allora perché non
apprezzare anche il fatto che non ho mai fatto bere per sbaglio la mia birra a
Giulia? E vogliamo parlare dei due, dicansi due, pollici opponibili di cui sono
dotato? 

Ad ogni nostro rientro in Italia una sosta in qualche parco giochi ci
scappa sempre: ebbene, sarà sfiga, ma ogni volta vedo un bimbo che fa capricci
ed un genitore che alza le mani (e pure i piedi) manco fossimo in una puntata
di Smackdown. Forse anche in questo campo sarebbe ormai ora di smetterla di
parlare tanto dei ruoli e di (pre)occuparci un po’ di più di buoni e cattivi
genitori.



Grazie, Paolo!


Anche il Corriere si occupa di questo tema. Clicca qui per leggere l’articolo di oggi!
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Si torna a scuola!

Ieri notte le letterine augurali sono uscite dal cassetto del mio comodino, per andare a trovare posto sulla tavola apparecchiata per la colazione.

La pastella è diventata una pila di soffici pancakes, da annaffiare di sciroppo d’acero.

E’ un primo giorno speciale, quello dell’A.S. 2015-2016, perché la nana grande entra in prima media e questo è un grosso cambiamento, nella sua e nella nostra vita.

Con un po’ di trepidazione abbiamo atteso insieme la chiamata delle classi, non sapendo in anticipo a quale sezione fosse destinata.

La nana piccola, invece, è entrata fiduciosa in classe con la maestra e i compagni di sempre.

Quest’anno abbiamo cercato di arrivare al primo giorno di scuola con più organizzazione e pianificazione, rispetto agli anni scorsi, due settori sui quali siamo un po’ carenti.
Non scherzo se vi dico che, ad esempio, il controllo pidocchi l’abbiamo fatto ieri mattina, così, per portarci avanti col lavoro. Controllo e trattamento preventivo, una specie di roba scaramantica contro gli odiosi animaletti, che io mi immagino appostati nelle aule e pronti a saltare sulla testa delle mie creature non appena prenderanno posto nei banchi.

E ci siamo impegnate così tanto in questo sforzo organizzativo che siamo arrivate al 14 settembre con tutti i libri e tutti i quaderni già copertinati ed etichettati.
My nametags ha voluto farmi un bel regalo, e mi ha inviato due fogli di etichette per ciascuna figlia: uno da apporre su oggetti e vestiti (ma solo sull’etichetta interna, quella che contiene le istruzioni per il lavaggio, per intenderci) e l’altro per i tessuti, sopra i quali vanno applicati con l’aiuto del ferro da stiro.

L’aspetto più simpatico di questo prodotto è l’infinita possibilità di personalizzazione: Carolina, che ancora non è uscita dalla fase Frozen, ha scelto le sue etichette con sfondo celeste e un cristallo di ghiaccio, mentre Anita ha voluto un cupcake su uno sfondo a pois rossi. Ognuna ha deciso poi per un font diverso, e in un tempo veramente rapidissimo ci sono arrivate a casa.
C’è un solo problema, con queste etichette, che si finisce per etichettare tutto in maniera compulsiva!
Noi, ad esempio, le abbiamo usate per:

Libri e quaderni

L’astuccio e il suo contenuto, così finalmente non dovrò ricomprare colla e temperini, penne etc ogni settimana,

Lo zaino nuovo, su cui abbiamo applicato quelle per tessuto

E poi, siccome ci siamo fatte prendere un po’ la mano, le abbiamo utilizzate anche sulla divisa di pallavolo

nonché sulla gavetta e le posate di scout, perché le etichette destinate agli oggetti resistono perfino al lavaggio in lavastoviglie!

Insomma, io le ho trovate davvero utili, oltre che molto più carine di quelle scritte a mano.

Naturalmente, non ci siamo fatte mancare le nostre foto di rito, pronte per la scuola

E questa è, ovviamente, la foto che mi è più cara di tutte

Buon inizio d’anno scolastico a voi!

Una vita di lettere

C’è una cartoleria vicino al mio ufficio. Grande, immensa, il paradiso per gli amanti della cancelleria. Ed è aperta durante la mia pausa pranzo, quindi è una delle mete predilette tra le 14 e le 15. L’ultima volta in cui ci sono passata, gironzolando tra le corsie ho visto che era appena arrivata una fornitura di carte da lettera di tutti i tipi: serie e spiritose, romantiche o infantili. E ho pensato a quante lettere ho scritto, e ricevuto, nella mia vita. Di quelle in cui si scrive a mano, scegliendo la penna giusta e sforzandosi di scrivere con una bella grafia. La mia, infatti, è piuttosto brutta; irregolare e disordinata, varia anche in funzione dell’umore, e per scrivere bene sono costretta a farlo più lentamente.
Ormai ne scrivo poche, di lettere di carta, complice il fatto che una chat o un messaggio, o al limite un’email, sono molto più rapide e pratiche. Risposte istantanee, tempi d’attesa azzerati, e per questo in teoria possibilità di scambi molto più intensi perché in tempo reale.
Ma è poi vero?
Frugando fra gli scaffali di quella cartoleria ho ricordato la cura con cui ero solita dispiegare il foglio davanti a me, sovrapporlo ad un foglio rigato che si intravvedeva in trasparenza in modo da non scrivere tutto storto, per poi scegliere la penna giusta per quella lettera. Penna che restava sospesa per qualche istante, in attesa che l’incipit giusto fiorisse nella mia mente. Ogni parola, ogni frase, era pensata e calibrata con un’attenzione che forse non sono più stata in grado di ricreare, scrivendo dal computer, vista la possibilità di infinite revisioni. Ripensamenti e limature che nel cartaceo non sono fattibili, se non a prezzo di ricominciare daccapo.
Quando scrivi una lettera di carta non puoi tornare indietro. Ed è questo il bello.
Forse è proprio per questo motivo che un mio amico scrittore fa la prima stesura dei suoi romanzi sempre scrivendo a mano, su larghi fogli bianchi che riempie con quella sua grafia minuta e spigolosa, che io studio avidamente quando ricevo da lui lettere o cartoline. Il tempo che dedica a vergare quella carta da lettere a grammatura pesante mi dà la misura del suo affetto per me, e mi onora. Tra le sue righe intravedo le pause dedicate a scegliere l’aggettivo perfetto per descrivermi il suo stato d’animo del momento, per non sbagliare la sfumatura di colore da imprimere a quella giornata.

Mentre nel negozio guardavo quelle confezioni di carta rosa a cuoricini, quei fogli grandi o piccoli, in tinta unita o fantasia, ho pensato che alle mie figlie auguro una vita di lettere. Di lettere di carta. Magari lettere arrabbiate, o sdolcinate oppure divertenti, ma comunque attese con trepidazione, controllando la cassetta ogni poche ore. Lettere scritte da loro, pure, di getto e poi strappate con rabbia, ridotte a coriandoli per essere sicure di non cambiare idea (quante volte l’ho fatto, per poi pentirmi di averle stracciate, e subito dopo pentirmi di essermi pentita? Quando si dice la coerenza). Oppure ripiegate su se stesse con cura, infilate in una bella busta su cui scrivere il destinatario con grandi svolazzi, per poi affidarle come un figlio al servizio postale, sperando che le tratti bene e le consegni in fretta.
Una vita di lettere, una vita di emozioni e di riflessioni. Di cura verso il prossimo e di attenzioni ricevute, chè oggi il tempo è senza dubbio il lusso più grande, e se qualcuno ce ne dedica un po’ dobbiamo imparare a dargli il giusto peso. Le email, i messaggi, le chat finiscono facilmente nell’oblio; le lettere di carta, tenute insieme da un nastrino, restano per sempre e raccontano una storia.
Così, un po’ per dare il buon esempio e un po’ per assecondare un mio desiderio, ieri notte ho messo, nero su bianco, tutto il mio amore per quelle due bambine che stanno per ricominciare la scuola. Due lettere scritte piano e nella mia migliore grafia, da leggere lunedì, mentre consumano la “speciale colazione del primo giorno di scuola”. E da ritrovare tra vent’anni per ricordarsi di una mamma troppo sentimentale che usava la sua Aurora da collezione per augurare buon anno scolastico.

Vita imperfetta pt.10: quei pomeriggi

Quei pomeriggi che non vanno esattamente come avevi programmato, e sono una tragedia per una maniaca del controllo come me. Hai voglia a farti il tuo schemino mentale, con orari e relative attività… il destino aspetta che abbia finito di compilartelo, il tuo bello schemino, e poi si diverte a scombinartelo sistematicamente. Meticolosamente, direi.
Sarà che oggi è lunedì, ma tu c’hai la casa uno specchio che wow, non ti capita mai, e già ti pregusti un pomeriggio di lavori in giardino, mentre la nana grande, insieme a due compagni scout, deve preparare un progetto per acquisire una nuova specialità.
Allestisci tutto in giardino, nel punto più fresco: tavolo, carta, cartone, colori, colle e tutto ciò che può tornare utile, e già te li immagini che lavorano alacremente e in armonia. Con la casa che rimane perfetta.
Beh perfetta proprio no, perché dopo pranzo alla nana piccola viene una irrefrenabile voglia di dipingere con gli acquerelli, e non si può mica dirle di no! O si può? Ogni tanto mi viene il dubbio che magari se guardassero mezz’ora di tv non crollerebbe il mondo…

Comunque, nei tuoi programmi mentali certo non hai preventivato che la tua amica e vicina di casa Annalisa, poco prima dell’arrivo dei bambini, entri a casa tua con un cucciolo in braccio. Minuscolo, bellissimo come solo i cuccioli molto piccoli sanno essere. Buttato da qualche simpaticone all’interno della parte di giardino che abbiamo in comune: il cancello ha le sbarre larghe e quel simpaticone deve aver pensato che, dove mangiano tre cani (uno mio e due di Annalisa) possono mangiare in quattro. Semplice, no?
Che patato! esclamiamo quasi in coro nel vederlo, con quella pancia da cucciolo, l’odore da cucciolo, le movenze da cucciolo.

Peccato che sia, appunto, un cucciolo, che purtroppo né io né lei possiamo tenere.

E’ però splendido e dolcissimo, e le bambine sono galvanizzate.
Così i nostri due ospiti scout arrivano nel mezzo di questo caos di bambine che si sdilinquiscono di fronte alla tenerezza di Patato (non ci è venuto niente di meglio, per apostrofarlo), e anche i due “colleghi” della nana grande si uniscono ai gridolini di apprezzamento, alle coccole e ai pucci-pucci, mentre il volume di tutto ciò diventa sempre più intollerabile.

E il cartellone? Il progetto da terminare per poter acquisire la nuova specialità? Dimenticato.
Il cucciolo – mai visto uno così calmo e paziente – passa di braccio in braccio, accoccolandosi e dispensando bacetti a tutti i bambini in egual misura.
Bambini che entrano ed escono continuamente da casa, mentre io debolmente chiedo di stare attenti con le porte, perché c’è il gatto nuovo, che ancora non si è ambientato, e non possiamo assolutamente correre il rischio che esca in giardino e si perda.
E la situazione di avere un cucciolo che NON deve entrare in casa (perché fa pipì ogni dieci minuti e tu, lo ricordiamo, una volta tanto hai la casa uno specchio), e un gatto che invece NON deve uscire, mentre quattro bambini entrano ed escono continuamente da tre porte diverse che danno sul giardino, è potenzialmente esplosiva. Lo sapete, vero?
Infatti esplode. Il volume delle urla sale per un momento e il tono diventa disperato perché Zucchino, il gatto-nuovo-che-non-deve-uscire-perché-non-si-è-ancora-ambientato è uscito in giardino. E tutti i bambini lo inseguono strillando con l’idea di riprenderlo.

Zucchino nel suo nascondiglio preferito: l’armadio della nana grande

Non so voi, ma io se fossi un gatto molto timido e quattro bambini urlanti mi inseguissero farei di tutto, ma proprio di tutto, per non farmi prendere. E infatti…
In quel momento così delicato suona il campanello: è Federica, la bambina che ogni tanto passa a casa per giocare con le nane. Campionessa di tempismo.
Ora i bambini inseguitori sono cinque, e Zucchino si è acquattato sotto le piante, da dove con mille moine, voci melense e rumore di bacetti, riesco a riprenderlo e riportarlo dentro. Pericolo scampato.
Il lavoro riprende con numerose interruzioni dovute al cucciolo, quello di cane, che offre una distrazione non da poco. Mentre lo tengo un pochino in braccio, e lui mi si addormenta addosso, tenero come un neonato, inizio a notare dei piccoli animaletti saltellanti in mezzo al pelo… LE PULCI!
Come ho fatto a non pensare che un cucciolo trovatello sarebbe stato pieno di pulci? Vai di antiparassitario naturale per tutti i quadrupedi!
Ve l’ho detto che nel frattempo i quattro bambini diventati cinque continuano ad entrare ed uscire da casa per un pennarello, un po’ di gelato, una pipì urgente, o anche solo per vedere il mitico soppalco della stanza delle nane? E i miei pavimenti, specchi, vetri e tappeti immacolati sembra che siano stati puliti un mese fa. Il passaggio degli Unni ha lasciato meno danni, ne sono certa.
Depressione incipiente.
In compenso, alla fine della serata, sopra il tavolo sul quale il lavoro per gli scout si è svolto giacciono: un deodorante, due giochi elettronici, una confezione di cereali con metà del contenuto sparso ovunque, svariate coppette di gelato vuote, un forziere dei pirati di plastica azzurra e il materiale usato per il lavoro.
E i quattro bambini diventati cinque stanno festeggiando la fine del progetto cantando il Gloria sulla melodia di We will rock you. Con battimani e percussioni annesse. Che è una canzone che io amo, e tuttavia questa versione non mi convince troppo.
Solo alle 20 i tre ospiti vanno via e restiamo io, le nane, i due cani, Mela e Patato, i due gatti, la tartaruga che ha rischiato di venire calpestata numerose volte dalla ciurma di bambini, immersi nel caos. Tocca dare una parvenza di normalità alla casa e al giardino, poichè la mia geniale idea di farli lavorare fuori (al fresco, e così mi rimane la casa in ordine) ha sortito l’effetto di incasinare sia dentro che fuori.
Poi le imprescindibili docce e infine, dopo aver dato la pappa al cucciolo e averlo consegnato per la notte ad Annalisa, abbiamo bevuto un bicchiere di latte e ci siamo cacciate nel letto, incapaci di intendere e di volere più oltre, ma con l’idea che forse certe volte sarebbe meglio non fare programmi e accettare le cose come vengono.

A proposito, qualcuno vuole adottare Patato?

Le domande della domenica

Ma perché non te ne sei andata al mare, anziché stare a casa a strappare erbacce sotto il sole?
Perché dopo che ho ripulito tutto il giardino dalle erbacce, dopo che ho rastrellato, potato, dato forma e sudato durante tutte queste operazioni, sto bene con me stessa.
“Cares melt when you kneel in your garden”, dicono gli inglesi, nella loro saggezza di giardinieri provetti. E io concordo. Dopo una settimana davanti allo schermo di un pc, con il cervello che non va mai in stand by e continua ad elaborare dati anche mentre cerco di dormire, sento il bisogno di fatica fisica. Sollevare delle cesoie che pesano quanto la nana piccola ha l’effetto di calcare, finalmente, quel maledetto pulsante off. Taglio rami come se da questo dipendesse aver salva la vita, ogni ramo un pensiero che si scioglie e va via. Nemmeno mi accorgo dei graffi sulle braccia, dei piccoli insetti che fuggono, degli schizzi di fango sulle gambe nude. Afferro coi guanti le ortiche e le strappo senza pietà, insultandole una per una. La gente che passa per strada mi guarda perplessa: devo essere la pazza con la bandana gialla. E invece no, sono quella con la bandana gialla che rinsavisce con le potature!
Tra l’altro, mi sono procurata una meravigliosa abbronzatura da giardiniere, che in spiaggia non mi sarei mai potuta organizzare. Che poi è uguale a quella da amazzone, cioè anche a quella da muratore. Don’t give a shit.

Ci siamo premiati con un pranzo in giardino, sotto l’unico albero abbastanza grande da farci ombra…

Ma chi te l’ha fatto fare di prendere un altro gatto? Non hai già abbastanza animali, a casa?
Ecco l’altra domanda di ieri.
E a questa, veramente, non so bene cosa rispondere. C’è un numero oltre il quale gli animali domestici, così come i figli, sono troppi? Al momento abbiamo un solo cane, due gatti, una tartaruga di terra e una vasca di pesci. Dal mio punto di vista, almeno per gli animali, è solo il numero dettato dal buon senso. Un altro gatto andrà a peggiorare la mia esistenza? Impedirà cose che fino a prima del suo arrivo erano possibili e scontate, facendomi rimpiangere questa scelta? Non credo. Ci saranno certo modifiche sostanziali, ma mi vengono in mente solo modifiche positive. La casa è già invasa di peli per via dell’altro gatto e del cane, e qualche pelo in più non cambia granché. Devo comunque pensare a sistemare i miei animali quando mi sposto e non li posso portare con me (il gatto non viene mai con noi in trasferta, il cane invece quasi sempre): pensarci per due o per tre non fa differenza.
Fa differenza nel mio cuore, invece, il fatto che ieri il gatto sia arrivato spaventatissimo e si sia rifugiato per un paio d’ore sotto il divano dello studio, e poi in un angolino della lavanderia. Nessuno riusciva ad avvicinarlo.

E mentre pranzavamo, lui ci osservava guardingo da dietro il vetro

Non soffiava né graffiava ma ti guardava con gli occhi spalancati di chi ha paura che stia per accadere qualcosa di terribile. Ho passato quasi tutto il pomeriggio seduta per terra, aspettando.
Un’attesa paziente ricompensata  così:

Mentre stavo lì, seduta per terra accanto alla lavatrice, parlandogli sottovoce (al gatto, non alla lavatrice!), il ricordo del dialogo tra il Piccolo Principe e la volpe echeggiava nella mia mente.
Mi sento privilegiata a poter vivere, momento per momento, la storia della costruzione della fiducia di un animale verso l’uomo: senza fretta, senza pressioni, con il rispetto dei suoi tempi e dei suoi bisogni. E penso sia un privilegio anche per le mie figlie, una lezione di vita, assistere a tutto ciò, apprendendo oggi più che mai che gli animali non sono giocattoli e che l’amicizia di un timido gatto rosso è un dono prezioso. Che bisogna saper meritare.
Avrà ragione mia mamma, quando mi rimprovera (eh sì, lei ancora mi rimprovera!) e mi dice: – ma se qualcosa non è complicato, se non è difficile, a te non piace?-

La saggezza dei bambini. Mini-me e il senso della vita

La nana piccola, la Mini-me, ha la malinconia serale. Poveretta, pure questo doveva prendere da sua madre… Succede quindi che quando si va a letto a lei vengano, tutte in una volta, le domande esistenziali scabrose, i quesiti sul senso della vita, le riflessioni sul qui e ora e le elucubrazioni sulla vita oltre la morte. Capirete perché, ogni tanto, quando mi chiede se le faccio un po’ di compagnia sul soppalco, mi venga da dirle: e un bel libro divertente, no?
Ieri ho trascorso una mezz’ora con entrambe nella loro tana, e dopo un minuto che ero lì è partita la raffica di domande.
– Ma noi lo sappiamo quando moriremo?-
– Ma papà morirà per primo, perché è il più grande?-
– Ma io morirò per ultima, perché sono la più piccola?-
– Ma quando vi raggiungerò come faccio a riconoscervi?-
– Ma quando tu sarai morta io come farò senza i tuoi abbracci?-

E via così, all’insegna dell’ottimismo e dell’allegria.

non so voi, ma io se voglio leggere, supponiamo all’ombra dell’ulivo, devo leggere così: con lei che mi fissa

Io ho cercato di parare i colpi, rispondendo il più sinceramente possibile. Odio mentire: in generale e ai bambini ancora di più. Anche perché i bambini, con la loro logica stringente, ti fanno saltar fuori subito le contraddizioni di ciò che stai dicendo, e non si dimenticano che li hai presi in giro. La prossima volta che avranno un quesito importante, che sta loro a cuore, non si fideranno più di te.
Però, ecco, dire ad un bambino che non lo sappiamo quando moriremo, che essere bambini non è una garanzia che non accada niente di brutto, e che in realtà nemmeno ne siamo troppo sicuri che dopo ci sia davvero qualcosa, e chi lo sa se staremo insieme per sempre… non è facilissimo.
Io ci ho provato, con la massima delicatezza possibile e sperando di non fare danni.
Forse ci sono riuscita, perché tra un bacio e un abbraccio, una carezza e un silenzio pensieroso, la nana piccola mi ha detto:
– Mamma, ma allora, se non sappiamo quando moriremo, dobbiamo impegnarci per essere felici e volerci bene ogni giorno! Non dobbiamo sprecare il tempo essendo tristi, perché poi ce ne pentiremmo. Dobbiamo goderci tutte le cose che facciamo e non pensare sempre a quelle che non possiamo fare, vero? –
E io sono riuscita solo a dire di sì, con il solito groppo in gola e la consapevolezza, ancora una volta, di quanto ho da imparare da queste creature che mi sono state affidate.

Quando non avevo figli

Quando non avevo figli ero una bravissima mamma. Non è un paradosso.
Prima di avere figli sapevo esattamente che cosa avrei fatto in questa o in quella situazione. Sapevo ad esempio che non avrei mai fatto dormire le mie figlie nel lettone, che non avrei mai alzato la voce, che sarei stata sempre empatica e sorridente ma ferma e decisa sulle mie posizioni. Una mamma zen. Una mamma radicata nella tradizione ma con lo sguardo rivolto all’oggi. Con tutte le priorità messe nella scala giusta e scolpite nella mente che manco una lastra di marmo. Sacerdotessa delle supreme verità dell’essere genitore.
Insomma, avevo un sacco di certezze. Forse perché, appunto, figli non ne avevo.
Guardavo le mamme per strada perdere la pazienza per un capriccio, rispondere sgarbatamente ad un figlio davanti ad una richiesta lamentosa, allungare uno sculaccione che appariva certo una reazione esagerata di fronte ad una piccolezza. E un po’ mi indignavo. Riflettevo sul fatto che io non avrei mai detto quella frase infelice, mai avrei adottato quel tono scortese, mai avrei concesso qualcosa pur di avere un po’ di pace… e così via. Giudicavo dall’esterno.
Perché giudicare dall’esterno, quando non si è coinvolti nelle situazioni, è sempre molto facile. Sto dicendo una banalità? Solo apparentemente. Se ci riflettiamo un attimo ci rendiamo conto che, in materia di figli, ci cadiamo tutti, prima o poi.
Poi i figli arrivano e su certe cose si cambia leggermente punto di vista. Talvolta perché diventa una tecnica di sopravvivenza, e ti ritrovi a mettere una pezza per arrivare indenne alla fine della giornata, talaltra perché quelle priorità che erano così ben scolpite nella mente sono state messe pesantemente in discussione dagli eventi. Inutile dire che questa cosa è successa pure a me. Non una ma mille volte.

si fingono brave bambine per indurti ad abbassare la guardia

Ad esempio. C’è il giorno in cui devi uscire di casa a fare cento commissioni, ma è anche lo stesso giorno in cui le tue figlie sono due pesti urlanti che litigano tra loro per metà del tempo, e per l’altra metà inventano capricci lamentosi e assurdi che ti sfiniscono. Per quale misteriosa alchimia ci siano giorni così, e giorni in cui le tue figlie sono angeli di benevolenza reciproca e buona educazione è un mistero. Comunque, quando finalmente riesci a metter piede fuori casa – che per quanto sei sconvolta sembri più uscita dalla lavatrice che dal portone – e cerchi di trascinartele dietro nel tuo tour de force, loro offrono una solida, coerente resistenza, improvvisamente solidali tra loro. E intanto la tua tabella di marcia già troppo stretta accumula ritardo su ritardo, mentre loro dimenticano il golfino nel negozio n.1 facendoti tornare indietro, nel negozio n. 2 provano dodici paia di scarpe ma vogliono la tredicesima, davanti all’edicola si impuntano che vogliono un nuovo foglio di stickers, poi ti chiedono un gelato, no una pizzetta, anzi un croissant, oppure meglio un succo, o magari i pop corn, e le patatine fritte dove le mettiamo?
Ecco, allora a te possono accedere due cose, entrambe legittime. Capitolare su tutta la linea, e prendergli il succo, i pop corn e pure gli stickers; oppure in alternativa perdere la pazienza. Minacciando punizioni talmente esemplari che sai già che non le applicherai, e lo sanno anche loro, oppure alzando la voce con un sonoro “mi avete stufata!!!” udibile a tre isolati di distanza, che le pietrifica sul posto. Ed è allora che tutti si girano a guardarti con un misto di compassione e disapprovazione per il tuo essere una madre così palesemente inadeguata. A te dà fastidio, ma poi ti accorgi che prima eri così anche tu. Giudicavi. Prima quando non avevi figli ma un sacco di certezze su come crescerli. E un po’ ti vergogni di essere stata tanto rigida e pronta a sputare sentenze.

poi quando meno te l’aspetti cercano di buttarti in acqua…

Perché vi ho raccontato tutto questo?
Perché due giorni fa, al bar dello stabilimento balneare che frequento, ho visto una mamma con due bimbi. Bimba n.1, circa quattrenne, piagnucolante davanti al banco dei gelati: pazientemente la mamma cerca di capire il motivo del malcontento, poi fa servire alla creatura un cospicuo cono tre gusti. Nel frattempo il figlio n. 2, appena in grado di stare in piedi da solo, le sta letteralmente appeso alla gamba, succhiandole un ginocchio come fosse la cosa più normale del mondo. La mamma faticosamente stacca la ventosa umana dalla gamba e questa ovviamente si risente, andando a fare eco alla sorella che, chissà perché, nemmeno col gelato si è rasserenata. In silenzio si mette con nano n.2 e nana n.1 a far la fila alla cassa per pagare il gelato e, prima ancora che sia arrivato il loro turno, il cospicuo cono tre gusti viene spiaccicato sul pavimento dall’incauta bambina. Che  – c’è bisogno di dirlo? – piange sempre più forte.
La mamma si volta e le sibila: – Elena, ti prendo a schiaffi! – Disapprovazione generale da parte dei presenti nel bar, e nessuno, naturalmente, che si offra di dare una mano alla mamma a ripulire il ripulibile. Solo sopracciglia sollevate e mormorio. Tutti evidentemente genitori irreprensibili.
Ecco, io invece ho pensato a quant’ero una brava mamma, prima di avere figli, e a come adesso sono diventata una mamma normale, che perde la pazienza e dice la frase sbagliata, e a volte è scortese quando proprio non ce la fa più e capricci e stress hanno passato la soglia della sopportabilità, e mi sono sentita tanto solidale con lei. La sua frase era brutta, lo so, e oltretutto razionalmente inutile per risolvere la situazione, visto che ha avuto il solo effetto di far aumentare alla bambina il volume del pianto isterico. Ma sono sicura che anche la sua mamma se n’è resa conto nel momento stesso in cui l’ha pronunciata, e alla rabbia per il gelato rovesciato e alla stanchezza per i capricci in stereo si dev’essere aggiunto subito uno sgradevole senso di colpa. L’idea di aver fallito nell’essere l’adulto di riferimento per le due creature affidate a lei. La vogliamo pure giudicare per aver sbroccato? Non so voi, ma io non lo faccio più.

Strong is the new Pretty

Ieri guardavo le immagini, meravigliose, che questa fotografa ha scattato alle sue figlie e pensavo che da piccola assomigliavo molto a questo tipo di bambina: forte, spericolata, le ginocchia costantemente sbucciate. Tipo che con i pattini facevo la discesa ripidissima che correva accanto alla mia via e terminava in un campo di margherite gialle nel quale a fermarti erano gli arbusti, ché altrimenti avresti continuato a correre all’infinito. Oggi al posto delle margherite c’è una rotonda, e scendere in pattini per quella discesa non sarebbe consigliabile, ma allora mi sembrava la cosa più normale del mondo. “Non hai il coraggio!” mi dicevano, scatenando all’istante la trance agonistica. E scendevamo simili a proiettili urlando come una tribù in battaglia.
Avevo imparato a fare i salti con la bici, come i maschi, oppure giocavamo a calcio tutti insieme e io menavo quanto Alberto, Simone e Gianluca, anche se ero parecchio scarsa e mi mettevano sempre in porta.
Mi piaceva molto anche arrampicarmi sull’enorme magnolia del giardino, e una volta la vicina del secondo piano si spaventò moltissimo uscendo ad annaffiare i fiori del balcone e trovandomi proprio lì, ad altezza occhi. “Lo dico a tua madre!” era stata la sua terribile minaccia. Solo che a mia madre non gliene sarebbe fregato niente di sapere che sua figlia si era arrampicata fino a lì, lei che da bambina rubava le mele dal frutteto del parroco.

dalla bambola al camion dei vigili del fuoco

 Non è che non avessi un lato femminile: anche a me piaceva giocare con le bambole ed indossare il vestitino di sangallo, obbligatorio per compleanni e cerimonie, ma mi piaceva infinitamente di più scorrazzare in bicicletta e tornare a casa con gomiti e ginocchia abrase nel tentativo di fare qualche acrobazia.

incontri ravvicinati del terzo tipo: la nutria!

 C’erano in me entrambe le anime, e in fondo ci sono ancora. Perché una cosa non esclude l’altra: una bambina, o una donna, possono essere accoglienti e dolci e femminili anche se hanno corso nel fango fino a cinque minuti prima. O hanno sverniciato un mobile a forza di braccia, o hanno provato al parco i percorsi sospesi.

Hanno tirato con l’arco, pescato una spigola a canna, catturato gli insetti per osservarli o preparato pericolosi miscugli da piccolo chimico.

Quello che Kate T. Parker vuole ricordarci, con le sue foto, è che “forte” è bello, ed è femminile.
Anzi, “forte” è il nuovo “carino”. Perché non la smettiamo di dire alle nostre figlie “quanto sei carina con quella maglietta!” e iniziamo invece a dire loro che sono in gamba, che possono essere tutto quello che vogliono, dalla mamma all’astronauta, ed essere sempre belle, semplicemente perché sono loro stesse?
Perché se vogliono giocare alla principessa non ci sono problemi, ma se invece ciò che piace loro è arrampicarsi sull’albero e arrivare ad altezza secondo piano, anche strappandosi la maglietta per riuscirci, devono sapere che va bene anche così.
E se gli piacciono entrambe le cose? Tanto meglio: le principesse che si arrampicano sugli alberi sono le mie preferite. Non mettiamo loro dei limiti.

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Racconti del weekend: Luigia Pallavicini e la vita imperfetta

Sabato mattina sono caduta da cavallo.

Ed è da sabato che mia mamma insiste nel recitarmi A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, l’Ode di Foscolo dedicata all’amica disarcionata durante una galoppata in spiaggia. La poveretta, nota per la sua bellezza, fu trascinata per un tratto dal cavallo imbizzarrito (forse con un piede incastrato in una staffa?) e terminò la folle corsa con il volto deturpato, non si sa se temporaneamente o per sempre. Sono certa che mi capirete se vi dico che a questo punto ho fatto gli scongiuri, con tutto un repertorio di gesti apotropaici di grandissima finezza degni dei salotti più eleganti, come appunto quello della Pallavicini. Foscolo consola l’amica e allo stesso tempo la rimprovera per aver scelto di dedicarsi ad “occupazioni maschili” quali l’andare a cavallo. Ecco, mia mamma non le chiama esattamente occupazioni maschili, ma disapprova su tutto il fronte la reviviscenza di questa mia antica passione. Cioè, in parole povere, mi fa una testa così perché smetta di montare e soprattutto perché faccia smettere di montare le nane, prospettandomi gravissimi incidenti, paralisi, suture al volto e altre amenità. Direi che qui gli scongiuri possono starci una seconda volta…

Ora, per amor della precisione e della statistica, nei miei anni di pratica equestre costante sono caduta alcune decine di volte, nelle maniere più assurde ed impensabili, e mi sono fatta veramente male (da ospedale) una volta sola. Durante la caduta mi è volato via il cap e ho sbattuto violentemente la nuca e la schiena; trauma cranico che mi ha portato per alcuni mesi dei problemi di equilibrio (non fate battute sul fatto che sia tuttora squilibrata…sarebbe fin troppo banale) e scheggiatura del coccige, seccante e dolorosa. Chi pratica con costanza un qualsiasi sport mi confermerà che sono cose che capitano: fratture, contusioni, strappi muscolari etc sono all’ordine del giorno. Estremizzando, potrei spalmarmi per terra inciampando anche mentre corro semplicemente attorno all’isolato…
Comunque, sabato mattina sono al circolo, in sella, tutta contenta per i miei modesti ma costanti progressi. Ho un cavallo col quale non siamo troppo in sintonia, ma lezione dopo lezione le cose stanno andando meglio. Diciamo che mi do anche un po’ di arie e mi sento la Penelope Leprevost de noantri, mentre agli ordini del mio istruttore “inquadro” e “trattengo” e “controllo” e poi “mando” e infine “seguo” per “togliere le gambe” al momento giusto. Sto andando alla grande!!
Pensi che stai andando alla grande e decidi di cimentarti in un ostacolo un po’ più alto dei tuoi soliti, abbassando un po’ la guardia perchè, hey, hai il controllo della situazione; ed è proprio allora che lui ne approfitta per fregarti. Lui, quel sauro così carino con gli occhi languidi e il naso di velluto.

Arriva sotto l’ostacolo e improvvisamente scarta, passando radente al piliere dell’ostacolo. E tu, che avevi allentato le gambe, pronta per saltare, salti. Ma da sola. O meglio rotoli miseramente per terra. E già che ci sei, quel piliere azzurro dell’ostacolo te lo agganci con la spalla destra e te lo porti dietro, stretto stretto a te come un orsacchiotto. Rotoli sulla sabbia infilandoti tra i 400 kg di cavallo e l’ostacolo, riparandoti il viso dalla fatidica zoccolata che tua mamma sono vent’anni che aspetta per potertela rinfacciare. E invece niente zoccolata perché il bestione, felice di essersi liberato di quell’amazzone schiappa che si dà pure arie, se ne va sgroppando come un puledro, risalendo verso le scuderie. Ci vogliono dieci minuti per riprenderlo e intanto io faccio la conta dei danni: spalla dolorante (ma poi passerà in serata), pantaloni strappati e ginocchio sanguinolento. Come abbia fatto a scorticarmi il ginocchio sinistro cadendo sul lato destro del corpo rimane un mistero.
Fortunatamente non sono così dolorante da non poter tornare in sella, perciò è la prima cosa che faccio non appena mi riportano il fuggiasco, sudato marcio per la sgroppata in libertà. Siamo proprio un bel binomio: lui fradicio, io col ginocchio fuori dai pantaloni e la schiena piena di sabbia! Peccato che non ci sia stato nessuno per farci una foto…

E mentre io rimontavo in sella, la dignità sotto i tacchi degli stivali, il mio istruttore mi urlava:
-Oh Giò, lo sai perché ti sei fatta male? Perché sei tutta ossa, non hai manco un po’ di polpa per proteggerti! E adesso torna sull’ostacolo, così scassiamo anche l’altro ginocchio! –
Che dire? La Penelope Leprevost che era in me si è suicidata impiccandosi alla porta di un box, ed è rimasta solo la povera Mammadilettante, amazzone scarsa con modesti margini di miglioramento.

Considero valore

Confesso che sono un po’ allergica a certe feste: Festa della Donna, San Valentino, e pure Festa della Mamma e del Papà. Tra l’altro la mimosa mi mette tristezza: deliziosa quand’è sull’albero, appena staccata tende miseramente ad appassire. Ma noi donne non siamo forti e resistenti ad ogni fatica?
Ieri quindi ho passato con le mie figlie una domenica normale che niente aveva a che vedere con la Festa della Donna, ma che è stata al tempo stesso speciale.
Siamo state impegnate quasi tutto il giorno con un evento organizzato dal circolo ippico che frequentiamo, una sorta di gara interna che dovrebbe servire da allenamento per le gare future, ora che la bella stagione sta arrivando e finalmente i campi non saranno più orridi pantani.
E’ stato bello rifare un percorso dopo vent’anni e concluderlo con un netto. Evitare di insabbiarmi la schiena cadendo fantozzianamente davanti a tutti, visto che in campo prova ho collezionato tre rifiuti che mi stavano per proiettare da sola oltre l’ostacolo. Ricordarsi la successione dei nove che dovevo superare anziché farli a casaccio, magari pure nel verso opposto a quello previsto e, alla fin fine, superare il timore di non essere all’altezza. Perfino davanti ad ostacoli bassissimi.
Qualunque sfida, in fondo, è con se stessi.
E a proposito di sfide con se stessi è stato bello vedere mia figlia, che all’ultima lezione aveva affrontato la sua prima caduta, riprovare a saltare dando buona prova di sé.

una sistemata alla lunghezza delle staffe e via!
Da metà sera in poi siamo tornate alla nostra routine domenicale, fatta di compiti da concludere per le nanette e, ahimè, calzini da appaiare e piegare per me. E mentre eravamo lì, silenziosamente dedite ai nostri piccoli doveri, la nana grande, la mia amazzone, la mia guerriera, il mio cinghialetto (per la sua indole scorbutica), è venuta a portarmi la poesia che doveva preparare per stamane.
La consegna era: componi una poesia ispirandoti a Valore di Erri De Luca, evidenziando alcune cose che per te hanno valore nella vita.
Ecco quello che ne è venuto fuori.
Considero Valore
Considero valore la sorgente,
la montagna, l’erba e il terreno.
Considero valore il cielo e le stelle,
come angeli custodi.
Considero valore la leggerezza
di un cavallo imbizzarrito (portate pazienza, siamo monotematiche…)
Considero valore il sapere
e le sensazioni
trasmesse da un libro.
Considero valore l’immaginazione
che ci fa sognare a occhi aperti.
Considero valore un abbraccio
da una persona col cuore
di pietra.
Considero valore una persona
che è sempre stata fedele
a te.
Considero valore il lavoro
che ci permette di vivere
Leggendo le sue righe mi sono un po’ commossa, e allora ho pensato che se questi sono i valori con cui crescerà, allora la donna che diventerà domani sarà una donna speciale: complessa e multisfaccettata e capace di essere molte cose insieme. E questo è l’augurio che faccio a lei, a me, a noi.