Le domande della domenica

Ma perché non te ne sei andata al mare, anziché stare a casa a strappare erbacce sotto il sole?
Perché dopo che ho ripulito tutto il giardino dalle erbacce, dopo che ho rastrellato, potato, dato forma e sudato durante tutte queste operazioni, sto bene con me stessa.
“Cares melt when you kneel in your garden”, dicono gli inglesi, nella loro saggezza di giardinieri provetti. E io concordo. Dopo una settimana davanti allo schermo di un pc, con il cervello che non va mai in stand by e continua ad elaborare dati anche mentre cerco di dormire, sento il bisogno di fatica fisica. Sollevare delle cesoie che pesano quanto la nana piccola ha l’effetto di calcare, finalmente, quel maledetto pulsante off. Taglio rami come se da questo dipendesse aver salva la vita, ogni ramo un pensiero che si scioglie e va via. Nemmeno mi accorgo dei graffi sulle braccia, dei piccoli insetti che fuggono, degli schizzi di fango sulle gambe nude. Afferro coi guanti le ortiche e le strappo senza pietà, insultandole una per una. La gente che passa per strada mi guarda perplessa: devo essere la pazza con la bandana gialla. E invece no, sono quella con la bandana gialla che rinsavisce con le potature!
Tra l’altro, mi sono procurata una meravigliosa abbronzatura da giardiniere, che in spiaggia non mi sarei mai potuta organizzare. Che poi è uguale a quella da amazzone, cioè anche a quella da muratore. Don’t give a shit.

Ci siamo premiati con un pranzo in giardino, sotto l’unico albero abbastanza grande da farci ombra…

Ma chi te l’ha fatto fare di prendere un altro gatto? Non hai già abbastanza animali, a casa?
Ecco l’altra domanda di ieri.
E a questa, veramente, non so bene cosa rispondere. C’è un numero oltre il quale gli animali domestici, così come i figli, sono troppi? Al momento abbiamo un solo cane, due gatti, una tartaruga di terra e una vasca di pesci. Dal mio punto di vista, almeno per gli animali, è solo il numero dettato dal buon senso. Un altro gatto andrà a peggiorare la mia esistenza? Impedirà cose che fino a prima del suo arrivo erano possibili e scontate, facendomi rimpiangere questa scelta? Non credo. Ci saranno certo modifiche sostanziali, ma mi vengono in mente solo modifiche positive. La casa è già invasa di peli per via dell’altro gatto e del cane, e qualche pelo in più non cambia granché. Devo comunque pensare a sistemare i miei animali quando mi sposto e non li posso portare con me (il gatto non viene mai con noi in trasferta, il cane invece quasi sempre): pensarci per due o per tre non fa differenza.
Fa differenza nel mio cuore, invece, il fatto che ieri il gatto sia arrivato spaventatissimo e si sia rifugiato per un paio d’ore sotto il divano dello studio, e poi in un angolino della lavanderia. Nessuno riusciva ad avvicinarlo.

E mentre pranzavamo, lui ci osservava guardingo da dietro il vetro

Non soffiava né graffiava ma ti guardava con gli occhi spalancati di chi ha paura che stia per accadere qualcosa di terribile. Ho passato quasi tutto il pomeriggio seduta per terra, aspettando.
Un’attesa paziente ricompensata  così:

Mentre stavo lì, seduta per terra accanto alla lavatrice, parlandogli sottovoce (al gatto, non alla lavatrice!), il ricordo del dialogo tra il Piccolo Principe e la volpe echeggiava nella mia mente.
Mi sento privilegiata a poter vivere, momento per momento, la storia della costruzione della fiducia di un animale verso l’uomo: senza fretta, senza pressioni, con il rispetto dei suoi tempi e dei suoi bisogni. E penso sia un privilegio anche per le mie figlie, una lezione di vita, assistere a tutto ciò, apprendendo oggi più che mai che gli animali non sono giocattoli e che l’amicizia di un timido gatto rosso è un dono prezioso. Che bisogna saper meritare.
Avrà ragione mia mamma, quando mi rimprovera (eh sì, lei ancora mi rimprovera!) e mi dice: – ma se qualcosa non è complicato, se non è difficile, a te non piace?-

La saggezza dei bambini. Mini-me e il senso della vita

La nana piccola, la Mini-me, ha la malinconia serale. Poveretta, pure questo doveva prendere da sua madre… Succede quindi che quando si va a letto a lei vengano, tutte in una volta, le domande esistenziali scabrose, i quesiti sul senso della vita, le riflessioni sul qui e ora e le elucubrazioni sulla vita oltre la morte. Capirete perché, ogni tanto, quando mi chiede se le faccio un po’ di compagnia sul soppalco, mi venga da dirle: e un bel libro divertente, no?
Ieri ho trascorso una mezz’ora con entrambe nella loro tana, e dopo un minuto che ero lì è partita la raffica di domande.
– Ma noi lo sappiamo quando moriremo?-
– Ma papà morirà per primo, perché è il più grande?-
– Ma io morirò per ultima, perché sono la più piccola?-
– Ma quando vi raggiungerò come faccio a riconoscervi?-
– Ma quando tu sarai morta io come farò senza i tuoi abbracci?-

E via così, all’insegna dell’ottimismo e dell’allegria.

non so voi, ma io se voglio leggere, supponiamo all’ombra dell’ulivo, devo leggere così: con lei che mi fissa

Io ho cercato di parare i colpi, rispondendo il più sinceramente possibile. Odio mentire: in generale e ai bambini ancora di più. Anche perché i bambini, con la loro logica stringente, ti fanno saltar fuori subito le contraddizioni di ciò che stai dicendo, e non si dimenticano che li hai presi in giro. La prossima volta che avranno un quesito importante, che sta loro a cuore, non si fideranno più di te.
Però, ecco, dire ad un bambino che non lo sappiamo quando moriremo, che essere bambini non è una garanzia che non accada niente di brutto, e che in realtà nemmeno ne siamo troppo sicuri che dopo ci sia davvero qualcosa, e chi lo sa se staremo insieme per sempre… non è facilissimo.
Io ci ho provato, con la massima delicatezza possibile e sperando di non fare danni.
Forse ci sono riuscita, perché tra un bacio e un abbraccio, una carezza e un silenzio pensieroso, la nana piccola mi ha detto:
– Mamma, ma allora, se non sappiamo quando moriremo, dobbiamo impegnarci per essere felici e volerci bene ogni giorno! Non dobbiamo sprecare il tempo essendo tristi, perché poi ce ne pentiremmo. Dobbiamo goderci tutte le cose che facciamo e non pensare sempre a quelle che non possiamo fare, vero? –
E io sono riuscita solo a dire di sì, con il solito groppo in gola e la consapevolezza, ancora una volta, di quanto ho da imparare da queste creature che mi sono state affidate.

Quando non avevo figli

Quando non avevo figli ero una bravissima mamma. Non è un paradosso.
Prima di avere figli sapevo esattamente che cosa avrei fatto in questa o in quella situazione. Sapevo ad esempio che non avrei mai fatto dormire le mie figlie nel lettone, che non avrei mai alzato la voce, che sarei stata sempre empatica e sorridente ma ferma e decisa sulle mie posizioni. Una mamma zen. Una mamma radicata nella tradizione ma con lo sguardo rivolto all’oggi. Con tutte le priorità messe nella scala giusta e scolpite nella mente che manco una lastra di marmo. Sacerdotessa delle supreme verità dell’essere genitore.
Insomma, avevo un sacco di certezze. Forse perché, appunto, figli non ne avevo.
Guardavo le mamme per strada perdere la pazienza per un capriccio, rispondere sgarbatamente ad un figlio davanti ad una richiesta lamentosa, allungare uno sculaccione che appariva certo una reazione esagerata di fronte ad una piccolezza. E un po’ mi indignavo. Riflettevo sul fatto che io non avrei mai detto quella frase infelice, mai avrei adottato quel tono scortese, mai avrei concesso qualcosa pur di avere un po’ di pace… e così via. Giudicavo dall’esterno.
Perché giudicare dall’esterno, quando non si è coinvolti nelle situazioni, è sempre molto facile. Sto dicendo una banalità? Solo apparentemente. Se ci riflettiamo un attimo ci rendiamo conto che, in materia di figli, ci cadiamo tutti, prima o poi.
Poi i figli arrivano e su certe cose si cambia leggermente punto di vista. Talvolta perché diventa una tecnica di sopravvivenza, e ti ritrovi a mettere una pezza per arrivare indenne alla fine della giornata, talaltra perché quelle priorità che erano così ben scolpite nella mente sono state messe pesantemente in discussione dagli eventi. Inutile dire che questa cosa è successa pure a me. Non una ma mille volte.

si fingono brave bambine per indurti ad abbassare la guardia

Ad esempio. C’è il giorno in cui devi uscire di casa a fare cento commissioni, ma è anche lo stesso giorno in cui le tue figlie sono due pesti urlanti che litigano tra loro per metà del tempo, e per l’altra metà inventano capricci lamentosi e assurdi che ti sfiniscono. Per quale misteriosa alchimia ci siano giorni così, e giorni in cui le tue figlie sono angeli di benevolenza reciproca e buona educazione è un mistero. Comunque, quando finalmente riesci a metter piede fuori casa – che per quanto sei sconvolta sembri più uscita dalla lavatrice che dal portone – e cerchi di trascinartele dietro nel tuo tour de force, loro offrono una solida, coerente resistenza, improvvisamente solidali tra loro. E intanto la tua tabella di marcia già troppo stretta accumula ritardo su ritardo, mentre loro dimenticano il golfino nel negozio n.1 facendoti tornare indietro, nel negozio n. 2 provano dodici paia di scarpe ma vogliono la tredicesima, davanti all’edicola si impuntano che vogliono un nuovo foglio di stickers, poi ti chiedono un gelato, no una pizzetta, anzi un croissant, oppure meglio un succo, o magari i pop corn, e le patatine fritte dove le mettiamo?
Ecco, allora a te possono accedere due cose, entrambe legittime. Capitolare su tutta la linea, e prendergli il succo, i pop corn e pure gli stickers; oppure in alternativa perdere la pazienza. Minacciando punizioni talmente esemplari che sai già che non le applicherai, e lo sanno anche loro, oppure alzando la voce con un sonoro “mi avete stufata!!!” udibile a tre isolati di distanza, che le pietrifica sul posto. Ed è allora che tutti si girano a guardarti con un misto di compassione e disapprovazione per il tuo essere una madre così palesemente inadeguata. A te dà fastidio, ma poi ti accorgi che prima eri così anche tu. Giudicavi. Prima quando non avevi figli ma un sacco di certezze su come crescerli. E un po’ ti vergogni di essere stata tanto rigida e pronta a sputare sentenze.

poi quando meno te l’aspetti cercano di buttarti in acqua…

Perché vi ho raccontato tutto questo?
Perché due giorni fa, al bar dello stabilimento balneare che frequento, ho visto una mamma con due bimbi. Bimba n.1, circa quattrenne, piagnucolante davanti al banco dei gelati: pazientemente la mamma cerca di capire il motivo del malcontento, poi fa servire alla creatura un cospicuo cono tre gusti. Nel frattempo il figlio n. 2, appena in grado di stare in piedi da solo, le sta letteralmente appeso alla gamba, succhiandole un ginocchio come fosse la cosa più normale del mondo. La mamma faticosamente stacca la ventosa umana dalla gamba e questa ovviamente si risente, andando a fare eco alla sorella che, chissà perché, nemmeno col gelato si è rasserenata. In silenzio si mette con nano n.2 e nana n.1 a far la fila alla cassa per pagare il gelato e, prima ancora che sia arrivato il loro turno, il cospicuo cono tre gusti viene spiaccicato sul pavimento dall’incauta bambina. Che  – c’è bisogno di dirlo? – piange sempre più forte.
La mamma si volta e le sibila: – Elena, ti prendo a schiaffi! – Disapprovazione generale da parte dei presenti nel bar, e nessuno, naturalmente, che si offra di dare una mano alla mamma a ripulire il ripulibile. Solo sopracciglia sollevate e mormorio. Tutti evidentemente genitori irreprensibili.
Ecco, io invece ho pensato a quant’ero una brava mamma, prima di avere figli, e a come adesso sono diventata una mamma normale, che perde la pazienza e dice la frase sbagliata, e a volte è scortese quando proprio non ce la fa più e capricci e stress hanno passato la soglia della sopportabilità, e mi sono sentita tanto solidale con lei. La sua frase era brutta, lo so, e oltretutto razionalmente inutile per risolvere la situazione, visto che ha avuto il solo effetto di far aumentare alla bambina il volume del pianto isterico. Ma sono sicura che anche la sua mamma se n’è resa conto nel momento stesso in cui l’ha pronunciata, e alla rabbia per il gelato rovesciato e alla stanchezza per i capricci in stereo si dev’essere aggiunto subito uno sgradevole senso di colpa. L’idea di aver fallito nell’essere l’adulto di riferimento per le due creature affidate a lei. La vogliamo pure giudicare per aver sbroccato? Non so voi, ma io non lo faccio più.

Strong is the new Pretty

Ieri guardavo le immagini, meravigliose, che questa fotografa ha scattato alle sue figlie e pensavo che da piccola assomigliavo molto a questo tipo di bambina: forte, spericolata, le ginocchia costantemente sbucciate. Tipo che con i pattini facevo la discesa ripidissima che correva accanto alla mia via e terminava in un campo di margherite gialle nel quale a fermarti erano gli arbusti, ché altrimenti avresti continuato a correre all’infinito. Oggi al posto delle margherite c’è una rotonda, e scendere in pattini per quella discesa non sarebbe consigliabile, ma allora mi sembrava la cosa più normale del mondo. “Non hai il coraggio!” mi dicevano, scatenando all’istante la trance agonistica. E scendevamo simili a proiettili urlando come una tribù in battaglia.
Avevo imparato a fare i salti con la bici, come i maschi, oppure giocavamo a calcio tutti insieme e io menavo quanto Alberto, Simone e Gianluca, anche se ero parecchio scarsa e mi mettevano sempre in porta.
Mi piaceva molto anche arrampicarmi sull’enorme magnolia del giardino, e una volta la vicina del secondo piano si spaventò moltissimo uscendo ad annaffiare i fiori del balcone e trovandomi proprio lì, ad altezza occhi. “Lo dico a tua madre!” era stata la sua terribile minaccia. Solo che a mia madre non gliene sarebbe fregato niente di sapere che sua figlia si era arrampicata fino a lì, lei che da bambina rubava le mele dal frutteto del parroco.

dalla bambola al camion dei vigili del fuoco

 Non è che non avessi un lato femminile: anche a me piaceva giocare con le bambole ed indossare il vestitino di sangallo, obbligatorio per compleanni e cerimonie, ma mi piaceva infinitamente di più scorrazzare in bicicletta e tornare a casa con gomiti e ginocchia abrase nel tentativo di fare qualche acrobazia.

incontri ravvicinati del terzo tipo: la nutria!

 C’erano in me entrambe le anime, e in fondo ci sono ancora. Perché una cosa non esclude l’altra: una bambina, o una donna, possono essere accoglienti e dolci e femminili anche se hanno corso nel fango fino a cinque minuti prima. O hanno sverniciato un mobile a forza di braccia, o hanno provato al parco i percorsi sospesi.

Hanno tirato con l’arco, pescato una spigola a canna, catturato gli insetti per osservarli o preparato pericolosi miscugli da piccolo chimico.

Quello che Kate T. Parker vuole ricordarci, con le sue foto, è che “forte” è bello, ed è femminile.
Anzi, “forte” è il nuovo “carino”. Perché non la smettiamo di dire alle nostre figlie “quanto sei carina con quella maglietta!” e iniziamo invece a dire loro che sono in gamba, che possono essere tutto quello che vogliono, dalla mamma all’astronauta, ed essere sempre belle, semplicemente perché sono loro stesse?
Perché se vogliono giocare alla principessa non ci sono problemi, ma se invece ciò che piace loro è arrampicarsi sull’albero e arrivare ad altezza secondo piano, anche strappandosi la maglietta per riuscirci, devono sapere che va bene anche così.
E se gli piacciono entrambe le cose? Tanto meglio: le principesse che si arrampicano sugli alberi sono le mie preferite. Non mettiamo loro dei limiti.

Se vi interessano i miei post precedenti a proposito di educazione delle bambine e lotta alla pinkification, cliccate qui

Racconti del weekend: Luigia Pallavicini e la vita imperfetta

Sabato mattina sono caduta da cavallo.

Ed è da sabato che mia mamma insiste nel recitarmi A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, l’Ode di Foscolo dedicata all’amica disarcionata durante una galoppata in spiaggia. La poveretta, nota per la sua bellezza, fu trascinata per un tratto dal cavallo imbizzarrito (forse con un piede incastrato in una staffa?) e terminò la folle corsa con il volto deturpato, non si sa se temporaneamente o per sempre. Sono certa che mi capirete se vi dico che a questo punto ho fatto gli scongiuri, con tutto un repertorio di gesti apotropaici di grandissima finezza degni dei salotti più eleganti, come appunto quello della Pallavicini. Foscolo consola l’amica e allo stesso tempo la rimprovera per aver scelto di dedicarsi ad “occupazioni maschili” quali l’andare a cavallo. Ecco, mia mamma non le chiama esattamente occupazioni maschili, ma disapprova su tutto il fronte la reviviscenza di questa mia antica passione. Cioè, in parole povere, mi fa una testa così perché smetta di montare e soprattutto perché faccia smettere di montare le nane, prospettandomi gravissimi incidenti, paralisi, suture al volto e altre amenità. Direi che qui gli scongiuri possono starci una seconda volta…

Ora, per amor della precisione e della statistica, nei miei anni di pratica equestre costante sono caduta alcune decine di volte, nelle maniere più assurde ed impensabili, e mi sono fatta veramente male (da ospedale) una volta sola. Durante la caduta mi è volato via il cap e ho sbattuto violentemente la nuca e la schiena; trauma cranico che mi ha portato per alcuni mesi dei problemi di equilibrio (non fate battute sul fatto che sia tuttora squilibrata…sarebbe fin troppo banale) e scheggiatura del coccige, seccante e dolorosa. Chi pratica con costanza un qualsiasi sport mi confermerà che sono cose che capitano: fratture, contusioni, strappi muscolari etc sono all’ordine del giorno. Estremizzando, potrei spalmarmi per terra inciampando anche mentre corro semplicemente attorno all’isolato…
Comunque, sabato mattina sono al circolo, in sella, tutta contenta per i miei modesti ma costanti progressi. Ho un cavallo col quale non siamo troppo in sintonia, ma lezione dopo lezione le cose stanno andando meglio. Diciamo che mi do anche un po’ di arie e mi sento la Penelope Leprevost de noantri, mentre agli ordini del mio istruttore “inquadro” e “trattengo” e “controllo” e poi “mando” e infine “seguo” per “togliere le gambe” al momento giusto. Sto andando alla grande!!
Pensi che stai andando alla grande e decidi di cimentarti in un ostacolo un po’ più alto dei tuoi soliti, abbassando un po’ la guardia perchè, hey, hai il controllo della situazione; ed è proprio allora che lui ne approfitta per fregarti. Lui, quel sauro così carino con gli occhi languidi e il naso di velluto.

Arriva sotto l’ostacolo e improvvisamente scarta, passando radente al piliere dell’ostacolo. E tu, che avevi allentato le gambe, pronta per saltare, salti. Ma da sola. O meglio rotoli miseramente per terra. E già che ci sei, quel piliere azzurro dell’ostacolo te lo agganci con la spalla destra e te lo porti dietro, stretto stretto a te come un orsacchiotto. Rotoli sulla sabbia infilandoti tra i 400 kg di cavallo e l’ostacolo, riparandoti il viso dalla fatidica zoccolata che tua mamma sono vent’anni che aspetta per potertela rinfacciare. E invece niente zoccolata perché il bestione, felice di essersi liberato di quell’amazzone schiappa che si dà pure arie, se ne va sgroppando come un puledro, risalendo verso le scuderie. Ci vogliono dieci minuti per riprenderlo e intanto io faccio la conta dei danni: spalla dolorante (ma poi passerà in serata), pantaloni strappati e ginocchio sanguinolento. Come abbia fatto a scorticarmi il ginocchio sinistro cadendo sul lato destro del corpo rimane un mistero.
Fortunatamente non sono così dolorante da non poter tornare in sella, perciò è la prima cosa che faccio non appena mi riportano il fuggiasco, sudato marcio per la sgroppata in libertà. Siamo proprio un bel binomio: lui fradicio, io col ginocchio fuori dai pantaloni e la schiena piena di sabbia! Peccato che non ci sia stato nessuno per farci una foto…

E mentre io rimontavo in sella, la dignità sotto i tacchi degli stivali, il mio istruttore mi urlava:
-Oh Giò, lo sai perché ti sei fatta male? Perché sei tutta ossa, non hai manco un po’ di polpa per proteggerti! E adesso torna sull’ostacolo, così scassiamo anche l’altro ginocchio! –
Che dire? La Penelope Leprevost che era in me si è suicidata impiccandosi alla porta di un box, ed è rimasta solo la povera Mammadilettante, amazzone scarsa con modesti margini di miglioramento.

Considero valore

Confesso che sono un po’ allergica a certe feste: Festa della Donna, San Valentino, e pure Festa della Mamma e del Papà. Tra l’altro la mimosa mi mette tristezza: deliziosa quand’è sull’albero, appena staccata tende miseramente ad appassire. Ma noi donne non siamo forti e resistenti ad ogni fatica?
Ieri quindi ho passato con le mie figlie una domenica normale che niente aveva a che vedere con la Festa della Donna, ma che è stata al tempo stesso speciale.
Siamo state impegnate quasi tutto il giorno con un evento organizzato dal circolo ippico che frequentiamo, una sorta di gara interna che dovrebbe servire da allenamento per le gare future, ora che la bella stagione sta arrivando e finalmente i campi non saranno più orridi pantani.
E’ stato bello rifare un percorso dopo vent’anni e concluderlo con un netto. Evitare di insabbiarmi la schiena cadendo fantozzianamente davanti a tutti, visto che in campo prova ho collezionato tre rifiuti che mi stavano per proiettare da sola oltre l’ostacolo. Ricordarsi la successione dei nove che dovevo superare anziché farli a casaccio, magari pure nel verso opposto a quello previsto e, alla fin fine, superare il timore di non essere all’altezza. Perfino davanti ad ostacoli bassissimi.
Qualunque sfida, in fondo, è con se stessi.
E a proposito di sfide con se stessi è stato bello vedere mia figlia, che all’ultima lezione aveva affrontato la sua prima caduta, riprovare a saltare dando buona prova di sé.

una sistemata alla lunghezza delle staffe e via!
Da metà sera in poi siamo tornate alla nostra routine domenicale, fatta di compiti da concludere per le nanette e, ahimè, calzini da appaiare e piegare per me. E mentre eravamo lì, silenziosamente dedite ai nostri piccoli doveri, la nana grande, la mia amazzone, la mia guerriera, il mio cinghialetto (per la sua indole scorbutica), è venuta a portarmi la poesia che doveva preparare per stamane.
La consegna era: componi una poesia ispirandoti a Valore di Erri De Luca, evidenziando alcune cose che per te hanno valore nella vita.
Ecco quello che ne è venuto fuori.
Considero Valore
Considero valore la sorgente,
la montagna, l’erba e il terreno.
Considero valore il cielo e le stelle,
come angeli custodi.
Considero valore la leggerezza
di un cavallo imbizzarrito (portate pazienza, siamo monotematiche…)
Considero valore il sapere
e le sensazioni
trasmesse da un libro.
Considero valore l’immaginazione
che ci fa sognare a occhi aperti.
Considero valore un abbraccio
da una persona col cuore
di pietra.
Considero valore una persona
che è sempre stata fedele
a te.
Considero valore il lavoro
che ci permette di vivere
Leggendo le sue righe mi sono un po’ commossa, e allora ho pensato che se questi sono i valori con cui crescerà, allora la donna che diventerà domani sarà una donna speciale: complessa e multisfaccettata e capace di essere molte cose insieme. E questo è l’augurio che faccio a lei, a me, a noi.

Vita imperfetta pt.3. Il vigile: corsi e ricorsi storici

E’ colpa mia, che vado ripetendo loro che si deve dire sempre la verità, costi quel che costi. E invece qualche volta sarebbe carino dire una bugia, una di quelle balle pietose che ci fanno stare bene in società e ci rendono più gradevoli al prossimo. Perché, andiamo, a volte la verità può essere imbarazzante.
Ed ecco a voi Vita imperfetta, parte 3°, che potremmo intitolare Il vigile: corsi e ricorsi storici.

Era un giorno di luglio, un caldo impietoso come solo dalle mie parti sa fare. La nana n. 2 aveva bisogno di schiacciare un pisolino dopo pranzo, così mi sono sdraiata sul lettone insieme a lei, facendole le coccole per indurla al sonno. Ma, viste le temperature, sul letto mi ci sono buttata in mutande. Fin qui tutto normale, almeno credo.
Se non fosse che mentre io e la nana piccola dormivamo come due angioletti, teneramente abbracciate, qualcuno ha suonato il campanello. Nel dormiveglia, ho sentito la nana grande che rispondeva al citofono: era un vigile urbano. Deve averle detto: – c’è la mamma? Puoi chiamarla?- perché l’ho udita chiaramente rispondere alla cornetta: – sì c’è, ma sta dormendo in mutande! Adesso la chiamo – Ecco. Così ora il vigile è informato, e anche tutta la nostra strada. Grazie, figlia.
A quel punto naturalmente mi alzo. Umiliatissima, chiedo alla bambina come le sia venuto in mente di dire al vigile che stavo dormendo IN MUTANDE. Era proprio necessario quel dettaglio? Domando stizzita. Lei mi guarda con la faccia più innocente del mondo e mi fa: – Beh lui mi ha chiesto cosa stessi facendo… dovevo dirgli una bugia? –
Eccola lì, la verità a tutti i costi. Maledizione.
Così esco di casa, non prima di aver indossato un paio di shorts, per vedere cosa voglia questo vigile alle 15,30 di un pomeriggio di fine luglio a Cagliari, quando se non sei al mare sei chiuso da qualche parte con l’aria condizionata sparata a palla. Lui invece no, lo vedo da lontano che ha la divisa completa, gli anfibi il giubbotto e tutto il resto. Poveraccio. Spero che sia un vecchio; non so perché ma il fatto che possa essere un signore anziano mi fa pensare che la figuraccia sia meno cocente. Mentre cammino verso di lui e il mio cancello, annoto mentalmente terribili punizioni cui sottoporrò mia figlia non appena il vigile se ne sarà andato; ad esempio potrei appenderla per i piedi al gazebo e poi pestarla col battipanni di bambù, come se fosse un tappeto.
Poi lui si gira verso di me e lo guardo in viso: perfetto, mi doveva capitare il vigile quarantenne, e pure carino. Sento che sto diventando rossa fino all’attaccatura dei capelli.
-Buonasera- gli dico io, affettando un’indifferenza smentita dal colore della mia faccia.
– Signora…- risponde lui con un cenno del capo. Poi scoppia a ridere: una risata di gusto davanti alla quale avverto che mi sono diventate paonazze pure le orecchie. E tutto ciò che lui mi dice, a quel punto, è -Simpatica sua figlia- Ridacchia; sta ridendo di me, porca miseria!
Biascico qualcosa in preda all’imbarazzo e rispondo alle sue domande sulla presenza di macerie nella nostra via senza nemmeno ascoltarlo: non vedo l’ora di rientrare in casa.
E quando il vigile carino e quarantenne si degna di lasciarmi andare torno dentro, portandomi dietro l’ennesima conferma che sono una schiappa come educatrice, e che il messaggio che devo passare alle mie figlie non può essere quello della verità a tutti i costi, sempre comunque e dovunque, ma quello della verità con le sfumature, le priorità, le graduazioni e tutte quelle cose che ci inventiamo noi adulti per dare un nome dignitoso alla bugia ma anche all’omissione della verità. Tipo quando ti regalano una cosa che ti fa schifo e tu ringrazi ugualmente con un grande sorriso. Appena il donante se ne va puoi sempre lanciare il regalo nell’anta buia dell’armadio.
Poi mi viene in mente che io all’età di mia figlia mi comportavo allo stesso modo. Come quella volta che avevo risposto io al telefono mentre eravamo a tavola per cena e, una volta tanto, mio padre sedeva a mangiare con noi. Miracolo. Purtroppo però al telefono era il suo direttore, e questo significava solo una cosa: che mio padre avrebbe interrotto la cena, sarebbe andato in ospedale e sarebbe entrato in sala operatoria a fare il suo lavoro fino a chissà quale ora della notte. Una routine che io detestavo e che funestava tutti i nostri momenti in famiglia. Tenendo la cornetta in mano, quindi, lo chiamai a gran voce: – Papààààààà, è il prof. XY, la solita fregaturaaaaa! – Cosa che il prof. XY sentì perfettamente. Che poi, era solo la verità, senza sfumature e graduazioni e strati di vernice di cortese ipocrisia. Quelli li ho imparati molto dopo, costretta dalla vita.
La storia si ripete, aveva ragione Giambattista Vico.

Personaggi

A guardarlo da fuori, con lo spirito del documentarista di National Geographic, l’ambiente del maneggio è un piccolo mondo perfetto e completo. Tutti i tipi umani vi sono rappresentati, e io mi diverto moltissimo ad osservarli con spirito critico.
Ad esempio c’è Claudio, settantenne che mi fa un perfetto baciamano e mi saluta sempre con un “riverisco, signora” che mi fa ridere sotto i baffi (che spero di non avere). Claudio che, seduto in tribuna, si intrattiene con la nana piccola in discorsi che paiono interessargli moltissimo, mentre io e la nana grande montiamo. Un vero gentiluomo, anche con le donnine piccole piccole! Claudio e il suo accento del nord, Claudio e i suoi tre cavalli TRE di proprietà, tre animali magnifici e fieri con nomi altrettanto altisonanti. Peccato che Claudio sia irrimediabilmente una schiappa, e peccato che non se ne renda conto. Peccato che abbia il potere di innervosire anche l’animale più mite e riesca a farsi buttare giù ogni volta che monta. A suo merito sia messo agli atti che si rialza con aplomb inglese e rimonta in sella come niente fosse: è abituato!
Poi c’è Enrica, che è la perfetta incarnazione della ragazzina viziata. Arriva in ritardo per una serie di ragioni che tutti devono assolutamente comprendere e condividere. Tipo che ieri ha fatto tardi in discoteca quindi è ovvio che non riesca ad alzarsi. Sale in sella con il muso, scende con il broncio. Passa davanti alla tribuna e chiede di fare silenzio perché non riesce a concentrarsi. Tutti gli altri che stanno montando in quel momento invece sì. Fa un movimento di maneggio e tu devi fermarti e cederle il passo, non importa che lei ti stia inopinatamente tagliando la strada. Pasticcia in un salto e si lamenta del sole negli occhi, del sottopancia regolato male, del campo pesante. Mi ricorda quegli allenatori di calcio che danno sempre la colpa all’arbitro per le sconfitte.
E c’è anche Serena, che fa la maestra. Ha gli occhi dolci quando parla dei suoi bambini, ma poi in sella è una furia. “Oggi mi hanno fatta disperare”, mormora indossando i guanti, e mentre si siede puoi vedere la scarica di elettricità che scende lungo la sua spina dorsale fino alla paletta della sella. Non ce n’è più per nessuno. Serena è la compagna con cui lavoro meglio, perché la sua decisione e la sua bravura mi spronano ad essere all’altezza. L’istruttore ci guarda galoppare e incitarci a vicenda e ci dice che siamo due atteggiate. “Siete carine lo stesso anche quando non vi date tutte queste arie!”, ci ha urlato l’altro giorno. E noi ridevamo.
C’è Carla, che si fa spostare gli elementi dell’ostacolo sempre più in alto, perché ormai è entrata nel tunnel e le ci vorrebbe un centro di disintossicazione. Carla che commenta ogni salto e si sgrida da sola a voce alta, con estrema severità.
E a proposito di essere nel tunnel, c’è pure Ludovica, che ha solo otto anni e frusta il cavallo come una dannata. Ludovica va fermata, perché vorrebbe fare tutto, anche quello che non è ancora in grado di fare. E applica gli aiuti un po’ a modo suo. Tutta bastone e niente carota.
Infine – ma i personaggi sarebbero molti di più – c’è Aldo, che per pagarsi le lezioni tiene pulite le scuderie e governa i cavalli. Aldo che ha il fisico da fantino e monta con tutto lo spirito di rivalsa che la sua condizione gli ispira. Con Aldo ho fatto una delle mie proverbiali gaffes, che mia figlia ogni tanto mi ricorda, deridendomi. Spero che lui mi abbia perdonata.
Il maneggio è un universo molto trasversale: persone diversissime tra loro si trovano a dividere uno spazio di lavoro ognuna col suo bagaglio di esperienze, abilità e difetti caratteriali. Ad accomunarle c’è solo la passione per una disciplina un po’ particolare, passione che aiuta a sfumare differenze in altri contesti insuperabili. E’ una bella scuola di vita, per me e per mia figlia. Che ieri ha fatto i suoi primi tempi di galoppo e ha saltato la sua prima crocettina, urlando di gioia.
“Tua figlia è un’incosciente”, mi ha detto l’istruttore ridendo, “non ha dato il minimo segno di paura o esitazione! Vabbè, ma è figlia tua…”. E forse non si è reso conto del complimento che mi ha fatto.

Perché mi piace l’equitazione. Un augurio per l’anno nuovo

Recentemente ho ripreso ad andare a cavallo; i miei contatti su facebook e instagram lo sanno bene, perché ho spammato foto e filmati ovunque, tediando a morte amici parenti e conoscenti. Capitemi, è l’entusiasmo di chi torna in sella dopo molti, molti anni. E ci torna, per di più, insieme a sua figlia, per iniziare una nuova esperienza da condividere (ne ho parlato qui).
“Come ho potuto farne a meno per tutti questi anni?” ho continuato a chiedermi le prime volte che infilavo nuovamente i piedi nelle staffe, guardando il mondo dall’alto e da dietro la testa di un cavallo: la mia prospettiva preferita in assoluto. Ho fatto che mi ero come disintossicata da una droga potentissima che ti fa sentire in contatto con la parte primitiva di ciascuno di noi. Una sensazione mai provata in nessun’altra situazione, che ho descritto anche qui nel blog.

1991, sulle colline del Sussex

 Ho accostato questa sensazione alla felicità pura e semplice, come tale fatta di attimi che bruciano subito ma lasciano il segno.
Gli aspetti positivi dell’andare a cavallo sono innumerevoli e conosciuti a tutti: dalla simbiosi che si viene a creare con un animale nobilissimo, alla bellezza di stare immersi nella natura, passando per i benefici effetti su alcuni gruppi muscolari che non vengono stimolati praticamente da nessun altro sport.

1993, in concorso. Qui sono caduta!

Ma il punto, per me, non è esattamente questo. Il punto è che quando sono in sella mi sento invincibile. Quando sono in sella mi sento sicura di me e non conosco la paura. E magari dovrei ma è stato così fin dalla prima volta a 10 anni e credo che non ci sia rimedio, ormai. Ed è bellissimo.
Per questo non mi spaventano le cadute ma le metto in conto come parte del pacchetto. Ho avuto, negli anni, la mia bella dose di lividi, ematomi ed escoriazioni, ovviamente. E una volta mi sono fatta male seriamente.
Quando sono in sella, sono la persona che vorrei essere sempre. Per questo il mio istruttore mi prende in giro e dice che salto gli ostacoli con un sorriso da un’orecchio all’altro. Anche quando sono gli ostacoli bassissimi nei quali mi sto cimentando adesso, dopo tanta astinenza.

29/06/1993: esame per la patente A2. Sono diventata cavaliere federale!

Dice che sono un’incosciente e ha ragione.
Ma io sono sempre molto responsabile. Penso, penso, penso sempre troppo. Valuto pondero misuro e approfondisco, con un’incredibile capacità di tormentarmi per proteggere gli altri.

Quando sono lì che galoppo, invece, la mente è sgombra e il cuore leggero. L’augurio che mi faccio per il 2015 è di riuscire ad essere sempre così.

Ma Babbo Natale esiste?

Ma Babbo Natale esiste? Prima o poi la domanda arriva. E subito parte l’arrampicata sugli specchi.
Genitori che balbettano frasi incoerenti, all’affannosa ricerca di una risposta sensata, sudando freddo davanti alle domande incalzanti dei figli.
Perché noi vorremmo che al vecchio rossovestito loro ci credessero il più a lungo possibile. Non si dice forse che il Natale è dei bambini? Loro ne sanno cogliere tutta la magia e l’incanto, e con il loro entusiasmo sanno trascinare anche gli adulti più riottosi e impermeabili. Tipo me ultimamente. Mi sono praticamente trasformata nel Grinch, e se potessi salterei a piè pari l’ultima parte dell’anno. Ma siccome non si può, e siccome il Natale è dei bambini, via con alberi presepi decorazioni e biscotti, fino a toglier loro la voglia per i prossimi dodici mesi. Ma ad un certo punto, ad un’età che può essere molto variabile, la domanda arriva. La nana grande ad esempio ci ha creduto fino all’anno scorso, 8 anni compiuti. Questo sarà il suo primo Natale in cui sarà consapevole che i doni sotto l’albero li lasciano mamma e papà. Il dubbio che fosse così però lo aveva da tempo. Crescendo aveva iniziato a chiedermi come fosse possibile che Babbo Natale facesse il giro del mondo in una sola notte; come poteva caricare sulla slitta i doni per tutti, ma proprio tutti, i bambini del mondo. E poi, non era strano che conoscesse i desideri di tutti alla perfezione? Non ultima, si poneva la spinosa questione della sua collaborazione commerciale con Gesù Bambino, sulla quale le mie risposte erano state quanto mai vaghe. Insomma, i doni li portava il Bambinello oppure il vecchio panzone?

La mia risposta è stata sempre la stessa: Tu ci credi? Se tu ci credi, allora esiste. Babbo Natale smette di esistere quando tu smetti di credere in lui, e allora non si torna più indietro.
Un pezzetto di infanzia che se ne va per sempre. Per questo alla nana n.2, che in questi giorni pone le sue domande, io rispondo ancora e sempre così. Ci arriverà da sola, così come ci è arrivata la sorella, alla quale è stato fatto divieto di rivelare il segreto. E’ vero che spesso sono compagni più grandi a spiattellare la verità, con quel pizzico di crudeltà che i bambini sanno avere gli uni con gli altri. Ma quando è accaduto alla mia figlia maggiore lei me lo ha raccontato concludendo: si sbaglia, Babbo Natale esiste eccome!
Credere in lui è un vero e proprio atto di fede, e a me piace che sia così. In fondo voglio un po’ crederci pure io, che questo benevolo signore si prenda la briga di esaudire i miei desideri. Per questo ieri ho scritto la mia letterina e l’ho messa insieme a quelle delle bambine tra i rami e le lucine dell’albero, sperando che un folletto passi a ritirarla mentre sono distratta. Niente oggetti per me, ché davvero non mi manca nulla, ma cose immateriali che non hanno prezzo e che forse solo per magia posso sperare di ricevere.

P.S. Ho disattivato per un po’ il mio account di facebook, per una serie di motivi che non sto a spiegarvi, ma conto di tornare. E, come vedete, sono sempre qui e sugli altri social.