Che rabbia!

Che cos’è la rabbia?
Credo che sia uno dei sentimenti più forti in assoluto, e indubbiamente uno dei motori del mondo. Duole dirlo ma, a pensarci bene, molte decisioni storiche appaiono prese sull’onda della rabbia. 
Quando pensiamo al concetto di “rabbia” credo sia inevitabile visualizzare persone che urlano, rosse in volto, e magari lanciano oggetti… insomma, un po’ fuori controllo. Quella però, a mio giudizio, è la forma della rabbia non gestita in maniera adeguata. Esiste anche una rabbia “buona”, che credo abbia una importantissima funzione liberatoria: la rabbia è infatti una preziosa valvola di sfogo. Sappiamo tutti che quando una valvola è sotto eccessiva pressione non farla sfiatare può essere molto pericoloso. Siamo come delle caldaie, e ogni tanto la nostra valvola subisce una pressione troppo forte; ecco che, attraverso la rabbia, abbiamo l’opportunità di ripristinare un equilibrio, sentendoci sicuramente più leggeri e sereni. 
Non ho le competenze di uno psicoterapeuta, ma mi pare che il punto fondamentale sia capire quali sono i modi giusti per gestire la rabbia. E se questa è un’operazione difficile, lo diventa ancora di più quando abbiamo dei figli e dobbiamo cercare di costituire un esempio per loro, aiutandoli anche a gestire la loro personale rabbia.
Per quanto riguarda noi genitori, io personalmente ammetto di avere un problema. Ho un eccessivo auto-controllo, che forse deriva da un’educazione abbastanza rigida, nella quale dare in escandescenze non era un’opzione Questo autocontrollo è tanto esasperato che al lavoro mi hanno ribattezzata “l’imperturbabile”. Essere imperturbabili però non è molto salutare, perchè si tende ad accumulare la pressione, e quindi la rabbia, incontrando seria difficoltà a lasciarla uscire fuori.
Negli ultimi tempi ho imparato un metodo che applico quando proprio sento il bisogno di esplodere, ma allo stesso tempo non voglio traumatizzare la mia famigliola: avviso mio marito, con un tono di voce che lui evidentemente coglie al volo, e mi eclisso nella nostra camera. Cinque-dieci minuti, durante i quali posso piangere e magari strepitare (a volume contenuto), fino a sentirmi meglio. Sfiatata la valvola sono più in grado di affrontare la mia rabbia con le parole, spiegare cos’è che mi fa arrabbiare, e trovare soluzioni costruttive. Devo ammettere che dopo mi sento molto meglio, come se davvero avessi espulso dal mio corpo delle dannose tossine.
Per quanto riguarda la gestione della rabbia dei figli, tempo fa ho letto un paio di libri che ho trovato illuminanti: Raising happy brothers and sisters e Intelligenza emotiva per un figlio, che mi hanno insegnato a guardare ai sentimenti delle nanette, specie quelli negativi, in modo diverso.
Un concetto cardine che si ritrova in entrambe le opere è quello che viene ben espresso dalla frase inglese “Aknowledge the feelings”, che si potrebbe tradurre con un “riconoscete i sentimenti”. In che senso “riconoscere”? Nel senso di non sminuire ma accogliere tutte quelle che sono le manifestazioni emotive dei nostri figli, anche se le disapproviamo, anche se le riteniamo sciocche, come spesso capita per certe paure che ci sembrano infondate.
Queste due opere ci insegnano metodi concreti per aiutare i nostri figli a tirare fuori la loro rabbia in modo costruttivo e gestirla adeguatamente, e sono quindi strumenti educativi preziosi.
Vi faccio un esempio tratto dal mio quotidiano recente. Ore 21, di ritorno dalla festa di compleanno della nana grande, passiamo in rassegna i regali ricevuti. La nanna piccola, gelosa per le attenzioni ricevute dalla sorella, acchiappa tutti i giocattoli cercando di tenerli per sè, protestando per non aver ricevuto niente. Sale la tensione tra le due sorelline, finchè la piccola, maneggiando una matita con una graziosa applicazione di legno in cima, non spezza l’animaletto. La nana grande si imbestialisce e spinge via la piccola, che inizia a piangere. La mia reazione istintiva sarebbe stata quella di sgridare la nana grande (e a seguire anche la piccola!), ma invece mi sono trattenuta e le ho detto: devi essere molto arrabbiata per aver spinto tua sorella! Cos’è che ti ha dato più fastidio?
Immediatamente questo l’ha fatta sentire meglio, perchè ha capito che stavo “riconoscendo” i suoi sentimenti, anzichè stroncarli vietandole di sentirsi arrabbiata. Ha spiegato come si sentiva e che aveva spinto la sorella perchè esasperata dal suo comportamento. Solo a quel punto le ho detto che nessun comportamento fastidioso della sorellina poteva giustificare l’uso della violenza, seppure in senso lato. Lei è stata d’accordo con me, le ha chiesto scusa, cosa che la piccola ha fatto immediatamente per imitazione, si sono abbracciate ed è finita a tarallucci e vino. Anzi, latte.
Mentre questa rabbia è una sorta di fuoco di paglia, che sorge in un attimo e altrettanto velocemente sparisce, ci sono altre situazioni meno semplici, nelle quali mi rendo conto che la carica di rabbia accumulata è decisamente maggiore. In questi casi applico alle nanette la regola che uso per me: le invito ad andare nella loro cameretta, o anche nel loro bagno, dove chiudono la porta, si sfogano come ritengono (in genere strillando un pochino, anche se in una occasione ho colto la nana grande che prendeva la rincorsa ed eseguiva dei salti) e riflettono. Passata la tempesta parliamo dell’accaduto, ovviamente in maniera commisurata all’età. Non mi aspetto che la nana piccola mi sappia esprimere appieno quello che ha dentro, ma credo che se inizio oggi a buttare le basi, in futuro imparerà a farlo con naturalezza.
Altre volte, infine, quando la rabbia è sopita e vissuta in maniera inconsapevole, facciamo dei giochi di ruolo con le bambole. La bambola assume il ruolo della figlia e la nana impersona la mamma; io in genere faccio la zia o una maestra. Con questo gioco riesco a far tirar loro fuori i motivi di rabbia che hanno verso di me (es. un paio di giorni di super lavoro che mi hanno tenuta lontana da casa più del solito). E’ un metodo efficace perchè, facendo parlare le bambole anzichè parlare loro in prima persona, si sentono meno imbarazzate nel tirare fuori i propri sentimenti.
Voi come vi comportate in queste situazioni? Come gestite la rabbia, e come vi ponete nei confronti dei vostri figli riguardo a questo sentimento?
Con questo post partecipo al blogstorming del mese di Genitoricrescono. 

Di note e reazioni

L’altro giorno mia figlia a scuola ha preso una nota. Mia. figlia.
Una nota.
Arriva con faccia da funerale, il quaderno che le penzola dalla mano. Guardandomi di sotto in su mi dice: “ho preso una nota. E’ da firmare”.
“Devi prestare più attenzione alle attività e chiacchierare meno con il tuo compagno”. Così recita la scritta in verde sul bordo della pagina del quaderno di italiano. 
Due reazioni mi si affacciano immediatamente.
Lo ammetto: la prima è scoppiare a ridere.
La seconda è sgridarla, come avrebbero fatto con me ai miei tempi. Eh, una nota è una cosa seria, mica bazzeccole. Scritta in verde poi…Ok, mi viene comunque da ridere.
Cerco di rimanere seria, apro il quaderno con aria solenne, guardandola di sottecchi: è palesemente mortificata.
Non sono pronta a gestire questa cosa nuova: mia figlia, la più piccola della sua classe, è sempre stata etichettata come la bambina-vivace-ma-studiosa, quella che non interrompe la maestra ed è amica di tutti i compagni. 
In un tono il più possibile neutro le chiedo di spiegarmi cosa sia accaduto. Mi racconta che, da qualche settimana, un bambino nuovo è entrato a far parte della classe. E’ una personcina interessante, ha due nazionalità e fino al mese scorso ha vissuto in Canada. La sua lingua madre è l’inglese, cosa che ha comportato che i compagni di classe lo prendessero impietosamente in giro per la pronuncia in italiano. A volte mi domando perchè i bambini siano così cattivi…
La maestra, conoscendo la facilità della nana grande nel creare e gestire rapporti sociali, ha pensato bene di “affidare” BJ, il nuovo compagno, alle sue cure. In altre parole, ora sono compagni di banco. Solo che BJ è un bambino vulcanico, chiede baci a mia figlia in cambio dei suoi stickers (mica scemo…), racconta della sua vita in Canada, interrompe la maestra continuamente per chiedere spiegazioni. Viene chiaramente da un’altra cultura. Difficile non farsi trascinare dalla curiosità; io stessa, al posto della nana, probabilmente avrei ceduto.
Ed ecco che, dopo qualche richiamo, è arrivata la nota. Giusta, giustissima, e in qualche misura attesa e scontata.
Il racconto della nana è stato sincero; me lo ha confermato la maestra stessa il mattino dopo. Io ho ascoltato e poi le ho detto: la maestra ti ha scritto questa nota per invitarti a riflettere sul tuo comportamento. Non vuole essere una sgridata da parte sua, nè io ritengo di doverti sgridare, però ti dico: hai pensato a come dev’essere stato difficile per la maestra fare lezione mentre tu parlavi tutto il tempo con BJ? Ti sei resa conto che comportarsi così è scortese? E’ molto bello che tu l’abbia accolto come amico, però non bisogna esagerare, d’accordo?
Ha annuito e anche il giorno dopo mi ha detto di essere dispiaciuta di essersi comportata male. 
Non ci sono state ulteriori note, nè la maestra mi ha segnalato mancanze nel comportamento della nana, quindi credo che questa nota di sia risolta in un momento di crescita e riflessione. Spero di essere riuscita a mostrarle la reazione giusta, non drammatica ma nemmeno tendente a svalutare l’accaduto.
Poi Bj resta sempre un personaggio sui generis… non vedo l’ora di scoprire come arriverà mascherato alla festa della nana!!

Blogstorming: come spiegarlo ai bambini

Per una volta, cercherò di essere seria. 

Ci provo.
E’ che ho deciso di partecipare con questo post al blogstorming di questo mese proposto da genitoricrescono: “Come spiegarlo ai bambini”. Se vi va, vedetevi l’articolo  introduttivo pubblicato sul loro sito: è davvero molto interessante.
Dovete sapere che la mia nana grande è campionessa mondiale di domande imbarazzanti, fin da quando aveva un paio d’anni e ancora non sapeva nemmeno come formularle. Dal perchè il nonno e la nonna non vivono più insieme, a che fine ha fatto il cane del vicino, a come mai ci sono persone vestite di stracci per strada che non hanno da mangiare, a perchè, infine, il Signore permette che i bambini restino senza la mamma.
Prima di diventare mamma mi sono ripromessa che avrei cercato di dire sempre la verità ai miei figli. Un po’ perchè credo che i bambini meritino profondo rispetto e prenderli in giro raccontando loro delle frottole, sebbene con la lodevole intenzione di proteggerli dalle brutture del mondo, sia una mancanza di riguardo inaccettabile. Un po’ perchè mento malissimo, e quando ci provo non ricordo mai cosa ho detto a chi, con esiti disastrosi ad alto tasso di imbarazzo. 
Dunque mi restava solo la strada della verità, che però non è per niente rettilinea. Perchè la verità si può presentare in molti modi. Perchè i toni che usiamo, le sfumature che diamo alle nostre parole, cambiano radicalmente il messaggio che giunge ai nostri figli. 
E qui sta, a mio avviso, la difficoltà maggiore: possiamo decidere ad esempio di non dire ai nostri figli che i bambini li porta la cicogna, ma dobbiamo poi valutare come spiegare loro la dinamica del concepimento. In questo credo che un aspetto da considerare con estrema attenzione sia l’età del bambino, e il suo grado di maturità rispetto all’età: alla nana grande, quasi 6 anni, non spiego le cose nella stessa maniera che utilizzo per la nana piccola, quasi 3. Mi sembrerebbe di offendere la sua intelligenza e sensibilità. Ma evito anche di dare messaggi contrastanti tra loro, perchè non voglio che si ingeneri confusione nelle mie figlie. 
Ci sono argomenti, come la morte, che sono difficili da affrontare, spesso perchè quando nostro figlio la incontra per la prima volta ne siamo ovviamente toccati anche noi nel profondo, e diventa molto faticoso mantenere la lucidità necessaria a spiegare come mai un nostro caro non c’è più. Nell’ultimo anno nella nostra famiglia sono venuti a mancare il centenario bisnonno e la nostra adorata cagnetta, a distanza di un mese esatto l’uno dall’altra. Inevitabili sono state le domande, difficili e dolorose le risposte. Perchè non è detto che agli occhi di un bambino la morte del cane “valga meno” di quella del burbero bisnonno. 
Non so come voi vi regoliate, e mi piacerebbe sentire le vostre opinioni in merito, ma in queste situazioni io non mi vergogno di versare qualche lacrima davanti alle nanette, ed incoraggio le loro. Credo che stimolarle a reprimere i loro sentimenti sia altamente dannoso, e sono anche del parere che sia bene che i figli sappiano che perfino i genitori possono essere tristi. Stanchi. Sconsolati. 
E’ umano. 
L’importante è che il dolore sia espresso con compostezza da parte degli adulti, e che il bambino veda che la mamma cerca di reagire, non abbandonandosi all’onda dei sentimenti. Vi dirò di più: abbiamo portato le nanette al funerale del bisnonno. Abbiamo spiegato loro con dolcezza che il suo corpo riposava nella bara e che la sua anima era volata in cielo, accompagnata da un angelo del Signore. Siamo una famiglie credente e per noi questa non è una finzione, davvero pensiamo che la sua anima sia in Paradiso, dove finalmente non è più prigioniera di un corpo che negli ultimi tempi era diventato sempre più disubbidiente. Anzi, l’anima di Nonno, adesso, porta a passeggio lo spirito fedele di Lolita, e insieme si fanno compagnia. La nana grande ha voluto infatti essere presente alla sepoltura del cane, avvenuta nella casa di campagna. In segno di commiato, ha deposto nella tomba della boxerina una palla da tennis e un tenero bigliettino scritto da lei. Prima di quel momento le abbiamo spiegato che in giardino ci sarebbe stato il suo corpo – che aveva una malattia terribile che la faceva soffrire molto – ma che il suo spirito era volato nel paradiso dei cagnolini, e ora, finalmente, non stava più male. Quando tuo figlio vede il suo beniamino soffrire per diversi giorni, credo sia sbagliato mentirgli e fargli credere che “è andato a fare una vacanza” o “è ancora all’ospedale dei cani”: è solo un modo per rimandare le risposte. E i nostri figli sono molto più sensibili di quanto non crediamo, non ci perdoneranno facilmente la bugia. 
La morte di un cane gravemente malato, quella di un bisnonno ultracentenario però, per quanto dolorose, rientrano nella natura delle cose, e credo possano essere spiegate ai nostri figli con un po’ di tatto e senza grossi traumi. Pur nella tristezza riescono a comprendere la logica della cosa, e farsene una ragione. 
Diverso è quando le domande riguardano le ingiustizie della vita: perchè ci sono bambini che non hanno da mangiare, perchè anche i bambini muoiono, perchè ci sono persone che sono nate con una malattia invalidante. Anche qui, credo sia giusto cercare le parole migliori per spiegare come stanno le cose. E’ vero, la vita a volte è triste. Non sempre le cose vanno come dovrebbero, come le pubblicità delle famiglie felici vogliono indurci a credere. Ma se siamo preparati potremo affrontare meglio le avversità. Ed è anche educativo rendersi conto che spesso la normalità è una fortuna, imparando ad apprezzarla e ad avere compassione per i meno fortunati. 
Non voglio assolutamente instillare nelle mie figlie un senso di instabilità, la paura che da un momento all’altro possa accadere, a loro o a me, qualcosa di terribile, però credo sia giusto che sappiano che certe cose ci sono. A volte lontane da noi, a volte più vicine di quanto pensiamo. Una sorella di mio marito è disabile, e questa realtà è vissuta dalle nane, specie dalla grande che ha compreso la situazione, con la massima naturalezza: siamo tutti diversi, ed è quindi possibile che qualcuno resti bambino nell’animo anche a 40anni, o qualcun altro invece abbia bisogno della carrozzella per camminare. 
Altri argomenti invece sono imbarazzanti sotto un diverso profilo, perchè magari attengono al sesso o alle nostre convinzioni politiche, religiose, e così via. Mi capita spesso che la nana grande mi chieda come mai nella famiglia della sua amica esiste una certa abitudine e nella nostra no, determinate cose che a casa nostra sono proibite lì siano invece all’ordine del giorno, oppure vi siano bambini che vanno in chiesa ogni domenica, altri che dicono che Gesù non esiste, altri ancora che pregano Allah. E’ la naturale curiosità dei bambini, il desiderio di scoprire come funziona il mondo per trovare in esso il proprio posto. 

Io credo che la missione dei genitori sia dare ai figli strumenti: strumenti per capire il mondo, strumenti per formarsi le proprie opinioni e diventare, così, persone a tutto tondo. Ali per volare.
Avete presente la famosa frase di Gibran, che i figli sono frecce scoccate verso il cielo? Ecco, io ci credo profondamente (Ogni tanto però, pensando alla mia mammità, mi viene da aggiungere: scoccate “a casaccio”. Ma questa è un’altra storia).
I nostri figli non se ne fanno niente di idee preconfezionate, di classifiche di cose giuste e di cose sbagliate. Di una lavagna divisa a metà con la scritta buoni e cattivi. Hanno bisogno di capire, e sta a noi aiutarli a farlo. 
Ecco, allora, l’importanza della verità: che il mondo è bello perchè è vario e in certe case si può mangiare la pasta con le mani e nella nostra no, ma nella nostra viceversa gli animali sono i benvenuti e in quasi tutte quelle degli amichetti non sono ammessi. Che noi crediamo in Dio e qualche nostro amico si mette a ridere. E l’ambulante di colore che staziona al semaforo vicino a casa, al quale a Pasqua abbiamo portato la colomba, e a Natale abbiamo regalato un orologio, invece crede in Allah. 
E non è populismo il mio, e nemmeno buonismo da 4 soldi: e che ne so io, che le mie credenze sono quelle giuste? E poi, esiste un giusto e uno sbagliato? L’ho detto fin dal primo giorno, che sono una mammadilettante, e non ho la ricetta perfetta.
Ecco, io cerco di trovare le parole, con le mie nane, per spiegare loro che la vita è difficile, qualche volta. E qualche volta ci sorprende. E talvolta, ancora, ha del miracoloso e supera ogni nostra aspettativa. E ognuno di noi deve saper cogliere il bello e il brutto di questa vita, e scegliere, in libertà, che cosa vuole essere.
Ce la farò?

da Il Profeta, di Kahlil Gibran
I vostri figli non sono i vostri figli. 
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa. 
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi, 
E benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri: 
Essi hanno i loro pensieri. 
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno. 
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi: 
La vita procede e non s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere; 
Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco.

Digressione. Stoccolma e i bambini

Cinque giorni all’estero per accompagnare mio marito nell’annuale meeting dell’azienda svedese per la quale lavora: un viaggio naturalmente interdetto ai bambini in quanto organizzato intorno ai lavori del meeting, dunque per la prima volta siamo partiti lasciando entrambe le nanette in custodia alle nonne. Ero felice di questo break da sola con mio marito, perchè ogni tanto è giusto, è sacrosanto staccare un po’ dalla routine ufficio-casa-figli, ma la verità è che le nanette mi sono mancate da morire.
Anzi, CI sono mancate da morire. Ogni singolo bambino che vedevamo per strada richiamava commenti del tipo: chissà le nanette in questo momento! Ogni vetrina: questo piacerebbe così tanto alla nanetta grande/piccola!
Insomma, abbiamo staccato da loro con il corpo ma non con la mente, cosicchè ci siamo ripromessi di tornare in Svezia con loro non appena sarà possibile.
Non ho la pretesa di darvi indicazioni di viaggio su cosa fare e vedere a Stoccolma, ma vi offro qualche foto e alcune riflessioni su questa città, vista da una che non riesce a smettere di essere mamma, nemmeno quando i bambini non ci sono.

  • Stoccolma è una città di bambini, PER i bambini. I nani sono ovunque: sulla metro, nei ristoranti, nei negozi e nei mille piccoli grandi parchi che costellano la città. Non esiste un ristorante senza il kid’s menu e il seggiolone, un bagno senza fasciatoio, una scalinata senza rampa per i passeggini.
  • i bambini, a Stoccolma, sono tanti, ma tanti davvero. Le mamme sono giovani, e raramente le ho viste in giro con un solo figlio. Molto più spesso, i bambini sono due o tre. Talvolta anche di più. Merito di una normativa che prevede un anno di astensione obbligatoria dal lavoro per la madre, e i successivi 6 mesi per il padre. Merito degli asili aziendali e, più in generale, di una politica della famiglia estremamente attenta alle nuove generazioni.
  • I bambini scandinavi sono calmi e beneducati, contrariamente ai luoghi comuni ben radicati nella nostra cultura. Al ristorante stanno a tavola con i grandi, in aereo disegnano sui loro quaderni, per strada danno la mano ai genitori senza scappare ovunque. Portano da sé le loro piccole valigie colorate. Ho visto un solo bambino buttarsi per terra strillando e facendo capricci: era italiano. Questo dovrebbe farci riflettere sul nostro modo di educare i bambini, talmente accudente da essere soffocante e spesso frustrante per i nani.
  • A Stoccolma c’è una cultura di grande rispetto per le famiglie: nessuno guarda di sottecchi le mamme, giudicando cosa dicono ai loro figli, come li trattano, se sanno tenere un minimo di disciplina, cosa che invece accade da noi. Affrontate un capriccio di vostro figlio al supermercato, e vedrete quante donne si volteranno a guardare VOI, chi con compassione, chi con disapprovazione. Fondamentalmente, nel bene e nel male, in Svezia ognuno si fa i fatti suoi e rispetta spazi e idee degli altri.
  • Avrete sentito che un politico italiano è stato tratto in arresto proprio in Svezia per aver dato uno scappellotto al figlio riottoso di fronte ad un ristorante: lì è vietato alzare le mani sui proprio figli, anche per quello che noi consideriamo un educativo sculaccione. A dire il vero, io non ho nemmeno sentito una mamma alzare la voce con suo figlio: tutti parlano a voce bassa, tra adulti e con i bambini.
I miei pochi giorni nella cultura scandinava non mi permettono certo di esprimere un giudizio, di dire che in Svezia è meglio che i
n Italia, e che i loro bambini sono “migliori” dei nostri. Tuttavia, quella che ho respirato era un’aria profondamente diversa dalla nostra, e mi ha lasciato una impressione di maggior serenità nella gestione dei figli, e anche maggior rispetto della loro personalità e individualità. Ho notato alcuni spunti, che vi ho riportato, e che spero possano tornarci utili per riflettere sul nostro modo di essere mamme.

Cappuccetto Blu, una ragazza moderna

Questa è la storia, inventata con mio marito, che raccontiamo alle nostre figlie per sottolineare l’importanza dell’imparare a far da sè.
C’era una volta una bella ragazzina che amava tanto indossare una mantellina del suo colore preferito, il rosso, e la usava così spesso che tutti avevano finito per chiamarla Cappuccetto Rosso, avendo quasi dimenticato il suo nome di battesimo. Cappuccetto Rosso era una brava ragazzina, ma un po’ pigra; infatti non aveva mai voglia di aiutare la mamma nelle faccende domestiche, e si faceva servire in tutto. 
 

La sua mamma le diceva: <vieni, apparecchiamo insieme la tavola> e lei rispondeva <non posso, sto facendo i compiti> mentre invece stava giocando al computer. Oppure la mamma la chiamava e le chiedeva <per piacere, vai a comprare il latte?> e lei immancabilmente diceva: <sono troppo stanca!> oppure: <fuori c’è così freddo!> … insomma, trovava sempre una scusa buona per non muoversi. 

E così la sua mamma era costretta a fare tutto sempre da sola, con grande fatica.

Una sera la mamma entrò nella sua cameretta, mentre lei guardava la tv, basita davanti ad un programma musicale, e le disse: <Cappuccetto, domani mattina mi dovrò alzare prestissimo per andare a fare una visita medica, perciò quando ti sveglierai sarai sola in casa. Mi raccomando, riordina bene la tua cameretta e poi fai partire la lavatrice: l’ho già caricata con tutte le maglie blu della squadra di calcio di papà. Attenzione, fai un lavaggio a 30° per sintetici. Metti anche a lavare la tua mantellina rossa che ha una grossa macchia. Hai capito tutto?>
Lei, che non aveva voltato nemmeno la testa, e aveva continuato a fissare lo schermo, disse alla mamma: <sì certo, capito. Lavatrice, maglie da calcio, mantellina… tutto chiaro. Ora lasciami guardare la tele eh!>
La mattina dopo, Cappuccetto Rosso era tutta contenta di avere la casa a sua disposizione. Saltò sui letti, si buttò sul divano, mangiò merendine in giro per le stanze, lasciando una scia di briciole. Poi iniziò ad annoiarsi: aveva già fatto tutte le cose che la mamma non le dava il permesso di fare. Così le venne in mente la questione della lavatrice; cos’era che doveva fare? Non si ricordava niente. Lavare le maglie? La mantellina?
Ah, sì, lavare la mantellina insieme alle maglie. Andò nella lavanderia, mise la mantellina rossa insieme alle maglie blu, e accese sul programma “cotone, 60°”. Poi tornò a guardare il suo programma preferito in televisione. 
Quando la lavatrice terminò, Cappuccetto Rosso andò ad aprire l’oblò e, con sua grande sorpresa, vide che la mantellina era diventata completamente blu! La guardò sconsolata e poi la stese insieme alle maglie, aspettando l’arrivo della mamma.
Quando questa arrivò a casa, vide che la sua figliola era veramente triste. <Che cosa è successo?> Le chiese. Cappuccetto Rosso le indicò la mantellina stinta e la mamma scoppiò a ridere!
<Hai visto cosa succede a non aiutare mai la mamma, e a non ascoltarla quando ti spiega come fare le faccende di casa? Adesso la tua mantellina è rovinata e dovrai usarla blu, anche se non è il tuo colore preferito.Avresti dovuto lavarle separatamente o ad una temperatura molto più bassa: con l’acqua molto calda i colori forti stingono!>
E così Cappuccetto Blu imparò che qualche volta saper fare le cose da sè può essere davvero utile, e quando la mamma le chiedeva di aiutarla rispondeva sempre: <arrivo subito!>

Appunti di una mamma disperata perché i giocattoli sono sempre troppi

Per chi lo avesse perso, ripropongo qui il mio articolo. Da leggere insieme alla 7-day toy cure!

I giocattoli? Ahi, che tasto dolente! La mia generazione – e parlo di 30 anni fa, non di 70 – era solita aprire tre, quattro regali sotto l’albero di Natale, e in genere uno era IL giocattolo tanto agognato, gli altri i cosiddetti regali utili, che ci veniva molto presto insegnato ad apprezzare. Uno scenario simile si ripresentava per il compleanno e le varie feste comandate, nelle quali il numero e la tipologia dei regali era molto più modesta di oggi. La generazione delle mie figlie è invece letteralmente sommersa di giocattoli; entrambe, a Natale, hanno scartato non meno di 25 regali ciascuna, e con una frenesia tale da rovinarsi tutto l’incanto di quel magico momento. Poiché questa nefasta routine si è ripetuta per più anni, lasciandomi una sensazione di amaro in bocca, sono stata costretta ad attuare qualche tecnica di sopravvivenza all’invasione dei giocattoli, che applico non solo in occasione del Natale, ma anche per compleanni, promozioni, onomastici e così via. La parola d’ordine è: sfoltire. 

Su 20 giocattoli nuovi i bambini focalizzeranno l’attenzione su 3 o 4 particolarmente graditi, quasi ignorando gli altri dopo i primi momenti di entusiasmo legati alla sorpresa nel pacchetto. Gli altri giocattoli magicamente spariscono in un apposito armadio, non prima di essere stati accuratamente analizzati dalla perfida genitrice. Quelli che costituiscono in qualche modo un doppione di cose già possedute prendono immediatamente il largo: ebbene sì, ammetto di riciclare i regali! Gli altri attenderanno pazientemente di uscire dall’armadio detto “delle sorprese” in occasione di piccoli malanni che costringono in casa, momenti di malumore che richiedono una consolazione, pomeriggi speciali. Queste sorprese, dilazionate nel corso dell’anno, rinnovano la meraviglia nei bambini e stimolano la capacità di apprezzare quello che ricevono, oltre a costituire un modo ingegnoso di uscire da un pomeriggio difficile…
4 volte l’anno poi, insieme alle bambine passiamo in rassegna il contenuto di tutto lo scaffale dei giocattoli: quelli che non vengono utilizzati frequentemente, o che sono caduti in disuso perché le proprietarie sono troppo grandi per interessarsene, vengono destinati ad istituzioni di beneficienza: ospedali, Croce Rossa, istituti di suore e Caritas saranno felici di ricevere dei giocattoli che porteranno il sorriso ai bambini meno fortunati. Dopo una prima resistenza le mie figlie svolgono oggi molto volentieri questo compito, orgogliose di poter essere utili al prossimo, e si separano senza tragedie dalle loro proprietà. Abbiamo così trasformato un espediente organizzativo in un momento di alto contenuto educativo. Un giocattolo a parte sono a mio avviso i libri per bambini: di quelli non ce n’è mai troppi. Se qualcuno mi chiede un consiglio su cosa regalare a mia figlia, io immancabilmente rispondo “un libro”, convinta che un adulto lettore si costruisca da bambino.
Un altro trucco che si può adottare, se avete abbastanza confidenza con coloro che devono fare un regalo ai vostri figli, è quello di fare una sorta di lista regali in un negozio scelto da voi. Individuate un solo regalo, utile o dilettevole che sia (dalla scrivania nuova, alla casa per le bambole, alla bicicletta, fino all’iscrizione al camp estivo) e chiedete ai vostri ospiti di versare una quota a piacimento per il suo acquisto: in questo modo limiterete i regali doppi, e quelli poco graditi a vostro figlio e a voi. State certi che, anche con queste misure, i giocattoli resteranno pur sempre troppi!

Educare alla libertà

Maria Montessori : una donna dolce e gentile dal pugno di ferro. Una ragazza madre ai primi del ‘900, una laureata in medicina, un’acuta osservatrice delle dinamiche dell’infanzia. Era queste e molte altre cose.
Per me, è la donna che ha saputo mettere per iscritto le risposte a molte delle mie domande di mamma dilettante, alle prese con scelte educative talvolta più grandi di me.
Se anche voi vi sentite spesso insoddisfatte dei modelli educativi correnti, se talvolta ciò che le nostre scuole insegnano vi lascia, nella migliore delle ipotesi, un leggero senso di fastidio, “Educare alla libertà” di Maria Montessori è un libro che non può mancare nella vostra biblioteca. Ho trovato ispirazione e conforto in ogni singola pagina e, anche se è scritto in un italiano da inizio secolo, l’ho letteralmente divorato.
Maria Montessori afferma che il bambino è un essere di profonda intelligenza e sensibilità, che l’adulto tende ad ingabbiare, relegandolo al ruolo di piccolo pupazzo bisognoso di cure, che necessita di protezione dallo scontro con la realtà. Anche la scuola mortifica la spontaneità del bambino, imponendo la disciplina dall’esterno,  come limitazione e repressione dei movimenti spontanei. Questo non può che generare frustrazione, perché il bambino vive l’immobilità e il silenzio come una sorta di tortura, non essendo stato messo a parte del perchè sia necessario star fermi e silenziosi. 
Ma se immaginate che nelle classi montessoriane ci sia il caos più completo, sbagliate di grosso: i bambini educati al metodo Montessori sono bambini molto più consapevoli dei propri movimenti, attenti, aggraziati, perché auto responsabilizzati a gestirsi. Sono quindi bambini tendenzialmente più maturi e sensibili, capaci di un livello di silenzio decisamente superiore, direi assoluto. 

Un altro aspetto del metodo Montessori che mi conquista è quello che riguarda l’educazione all’indipendenza e la condivisione familiare e scolastica delle faccende del quotidiano. Ho sempre applicato queste due regolette nella mia ignoranza di mamma, sentendomi spesso riprendere in questi termini: “quando mai fai lavorare le nanette, poverine!”, oppure “ma sei matta? Aiutala poverina, lo vedi che non ci riesce?”, frase che è valsa a commentare le situazioni più disparate, dal lavarsi i denti al rimettere a posto i giocattoli.
Io ho sempre pensato che i nostri bambini siano trattati come preziosi gioielli, spesso figli unici e magari attesi a lungo, e che questo ci porti a tenerli in una sorta di bambagia che li rende impreparati ad affrontare il mondo, costantemente dipendenti da noi. Sarà questa la matrice dei cosiddetti bamboccioni?
Negli altri paesi europei ho visto invece un approccio diverso, orientato a rendere autonomi i bambini fin da piccoli, e far sperimentare loro i fatti della vita. L’apprendimento attraverso l’esperienza diretta lascia indubbiamente una traccia indelebile, e rende acquisita con maggiore sicurezza la nuova competenza. 
Maria Montessori esorta gli educatori ad insegnare ai  bambini a far da soli, a lasciare loro il tempo di elaborare autonomamente una soluzione ai piccoli problemi che si trovano ad affrontare (ad esempio raggiungere il giocattolo desiderato che è posto su una mensola troppo in alto), senza intervenire con l’intento di aiutare il bambino (porgendogli il giocattolo o prendendolo in braccio in modo che ci arrivi). Tempo pochi istanti e il bambino scoprirà da sé che salendo su una sedia potrà diventare abbastanza alto da prendere il giocattolo, e alla soddisfazione di aver preso quanto desiderato si aggiungerà l’orgoglio di aver risolto da sé un problema. 
Perché vogliamo privare costantemente i nostri figli di questa sensazione così gratificante? Credo sia profondamente giusto ed educativo dar loro questa chance, anche per insegnargli a gestire la frustrazione e superare i momenti di sconforto attivando il cervello per trovare una soluzione.
Il metodo montessoriano è corredato da una serie di speciali materiali educativi, il cui uso richiederebbe una adeguata preparazione, come avviene per ogni insegnante, però anche nel nostro quotidiano, in casa, possiamo essere montessoriani, applicando questi motivi d’ispirazione alla nostra vita con i nani. 
Nelle Case dei bambini, ad esempio, un compito importante nel corso della giornata dei bambini era quello di preparare la tavola, servire il pranzo, e rigovernare conservando poi le stoviglie utilizzate. I piatti erano rigorosamente in ceramica ed i bicchieri in vetro anzichè in materiale infrangibile, di modo che i bambini apprendessero a maneggiarli con la dovuta cura. Questi diversi compiti erano suddivisi tra i bambini in ragione dell’età, mentre noi spesso risparmiamo queste attività ai nostri figli, per una mancanza di fiducia nelle loro capacità, che in ultima analisi abbiamo creato proprio noi. 
Ben venga invece che un  bambino di due anni porti il pane in tavola, uno di cinque metta i piatti e uno di sei versi la minestra ai compagnetti. Io in casa mi faccio aiutare dalle nanette in alcune semplici faccende domestiche, non perchè, come spesso mi viene detto, sono una nazista, ma perché spero che, crescendo, abbiano un alto livello di autonomia. Insieme carichiamo la lavatrice, distinguendo i colori dei capi, svuotiamo la lavastoviglie, apparecchiamo la tavola. Da sole, sotto supervisione, le nanette hanno appreso alcuni compiti, che scherzosamente chiamiamo “procedure”: arrivati a casa, togliere le scarpe e riporle nella scarpiera (ad altezza bambino), prima della cena riordinare la stanza, prima di andare a letto svestirsi e lavarsi, mettendo gli abiti sporchi nella cesta, dopo la merenda passare l’aspirabriciole sul pavimento, e così via. Sono piccole cose, alla portata anche di bambini di pochi anni, che danno un senso di responsabilità e di autonomia. E aiutano, cosa che non guasta, anche ad apprezzare di più tutto il lavoro che la mamma fa in casa, dandolo un po’ meno per scontato.
Queste e altre mille idee, corroborate dalla riflessione scientifica, le trovate nell’opera della Montessori, la prima e fondamentale per avvicinarsi al pensiero di questa grande educatrice, troppo sottovalutata in Italia.
Se proprio non avete tempo di affrontare questa lettura, vi consiglio almeno un giro nel blog La casa nella prateria, della bravissima Claudia Porta, educatrice montessoriana e mamma appassionata del metodo.