Tre giorni in Toscana

E’ iniziato tutto da un concerto. Da un post su facebook e un “chi viene con me?” scritto da mio cognato mesi fa. E se c’è da andare, io sono in prima fila. Praticamente col trolley pronto nell’ingresso. Dentro, quelle 3-4 cose senza le quali non parto: costume da bagno, che può tornare utile in qualsiasi parte del mondo, libro, sneakers e guanti da equitazione. Che non si sa mai.
Un sabato mattina ci ha visti atterrare in tre a Pisa, mentre il meteo annunciava il solito “caldo record” aggiungendo subito dopo “particolarmente colpita la Toscana”. Grazie, eh.
Non avevamo fatto programmi precisi su dove andare e cosa vedere, così abbiamo vagato per i paesi della campagna, mantenendo grossomodo la direzione verso Pistoia, dove si trovava il nostro B&B.

Prima è stata la volta di Santa Maria a Monte, delizioso paesino con scorci interessanti

Poi di Fucecchio, scelto perchè è il paese natale di Indro Montanelli.

 Poco più avanti del palazzo della famiglia Montanelli si trova un bellissimo belvedere

Dopo aver reso i nostri omaggi al grande giornalista e storico, abbiamo proseguito per Vinci, dove ebbe i natali Leonardo.
In piazza ci accoglie la riproduzione di uno dei suoi magnifici cavalli.

anche visti di schiena si nota subito che sono fratelli…

La sera, dopo Vinci e una breve sosta al delizioso B&B, ci siamo diretti a Lucca per assistere alla puntata in diretta di 610, lo show di Radio2, in diretta dal Lucca Summer Festival.

Le foto scattate in piazza sono di qualità pessima, inversamente proporzionale al nostro divertimento quella sera!

Come si può non amare il Grande Capo?

Beccati nell’atto di scattarci un selfie!

Il giorno dopo, sopraffatti dal caldo, siamo saliti sull’Abetone alla ricerca di un po’ d’aria. In effetti, lassù c’erano “solo” 30°, contro i quasi 40 della città.

Poi ci siamo diretti a Pistoia, che era la destinazione principale del nostro breve viaggio. Perché fin da aprile avevamo acquistato i biglietti per il concerto dei Dream Theater, decisi a non perdere per nulla al mondo quest’occasione.

prova… prova…

Sentirli dal vivo è stata davvero un’esperienza emozionante, indescrivibile. Di quelle che restano per sempre.
La mattina dopo mio cognato è ripartito prestissimo, mentre io e mio marito siamo rimasti a Pisa, dove avevamo passato la notte, con l’intenzione di fare un giro in città prima di riprendere l’aereo all’ora di cena. E invece così non è stato, perchè attraverso facebook (ma quanto sono utili i social, a volte?) ci siamo accordati con una coppia di amici che erano con il loro bambino in villeggiatura a Marina di Pietrasanta, dove li abbiamo raggiunti. Con loro abbiamo condiviso l’esperienza di vita a Dublino, nei primi anni 2.000, e non ci vedevamo dal nostro matrimonio, 11 anni fa!

Insomma, tre giorni molto intensi, ricchi di cose che ci piacciono e ci fanno stare bene.
In chiusura di post voglio cogliere l’occasione per scusarmi pubblicamente con mio cognato perchè io e mio marito abbiamo passato tutto il tempo trascorso in macchina a “ripassare” per il concerto, cantando come pazzi e presumibilmente assordandolo. E mi sa che siamo pure un pochino stonati. Credo che non salirà mai più in auto con noi!

Vita imperfetta pt.10: quei pomeriggi

Quei pomeriggi che non vanno esattamente come avevi programmato, e sono una tragedia per una maniaca del controllo come me. Hai voglia a farti il tuo schemino mentale, con orari e relative attività… il destino aspetta che abbia finito di compilartelo, il tuo bello schemino, e poi si diverte a scombinartelo sistematicamente. Meticolosamente, direi.
Sarà che oggi è lunedì, ma tu c’hai la casa uno specchio che wow, non ti capita mai, e già ti pregusti un pomeriggio di lavori in giardino, mentre la nana grande, insieme a due compagni scout, deve preparare un progetto per acquisire una nuova specialità.
Allestisci tutto in giardino, nel punto più fresco: tavolo, carta, cartone, colori, colle e tutto ciò che può tornare utile, e già te li immagini che lavorano alacremente e in armonia. Con la casa che rimane perfetta.
Beh perfetta proprio no, perché dopo pranzo alla nana piccola viene una irrefrenabile voglia di dipingere con gli acquerelli, e non si può mica dirle di no! O si può? Ogni tanto mi viene il dubbio che magari se guardassero mezz’ora di tv non crollerebbe il mondo…

Comunque, nei tuoi programmi mentali certo non hai preventivato che la tua amica e vicina di casa Annalisa, poco prima dell’arrivo dei bambini, entri a casa tua con un cucciolo in braccio. Minuscolo, bellissimo come solo i cuccioli molto piccoli sanno essere. Buttato da qualche simpaticone all’interno della parte di giardino che abbiamo in comune: il cancello ha le sbarre larghe e quel simpaticone deve aver pensato che, dove mangiano tre cani (uno mio e due di Annalisa) possono mangiare in quattro. Semplice, no?
Che patato! esclamiamo quasi in coro nel vederlo, con quella pancia da cucciolo, l’odore da cucciolo, le movenze da cucciolo.

Peccato che sia, appunto, un cucciolo, che purtroppo né io né lei possiamo tenere.

E’ però splendido e dolcissimo, e le bambine sono galvanizzate.
Così i nostri due ospiti scout arrivano nel mezzo di questo caos di bambine che si sdilinquiscono di fronte alla tenerezza di Patato (non ci è venuto niente di meglio, per apostrofarlo), e anche i due “colleghi” della nana grande si uniscono ai gridolini di apprezzamento, alle coccole e ai pucci-pucci, mentre il volume di tutto ciò diventa sempre più intollerabile.

E il cartellone? Il progetto da terminare per poter acquisire la nuova specialità? Dimenticato.
Il cucciolo – mai visto uno così calmo e paziente – passa di braccio in braccio, accoccolandosi e dispensando bacetti a tutti i bambini in egual misura.
Bambini che entrano ed escono continuamente da casa, mentre io debolmente chiedo di stare attenti con le porte, perché c’è il gatto nuovo, che ancora non si è ambientato, e non possiamo assolutamente correre il rischio che esca in giardino e si perda.
E la situazione di avere un cucciolo che NON deve entrare in casa (perché fa pipì ogni dieci minuti e tu, lo ricordiamo, una volta tanto hai la casa uno specchio), e un gatto che invece NON deve uscire, mentre quattro bambini entrano ed escono continuamente da tre porte diverse che danno sul giardino, è potenzialmente esplosiva. Lo sapete, vero?
Infatti esplode. Il volume delle urla sale per un momento e il tono diventa disperato perché Zucchino, il gatto-nuovo-che-non-deve-uscire-perché-non-si-è-ancora-ambientato è uscito in giardino. E tutti i bambini lo inseguono strillando con l’idea di riprenderlo.

Zucchino nel suo nascondiglio preferito: l’armadio della nana grande

Non so voi, ma io se fossi un gatto molto timido e quattro bambini urlanti mi inseguissero farei di tutto, ma proprio di tutto, per non farmi prendere. E infatti…
In quel momento così delicato suona il campanello: è Federica, la bambina che ogni tanto passa a casa per giocare con le nane. Campionessa di tempismo.
Ora i bambini inseguitori sono cinque, e Zucchino si è acquattato sotto le piante, da dove con mille moine, voci melense e rumore di bacetti, riesco a riprenderlo e riportarlo dentro. Pericolo scampato.
Il lavoro riprende con numerose interruzioni dovute al cucciolo, quello di cane, che offre una distrazione non da poco. Mentre lo tengo un pochino in braccio, e lui mi si addormenta addosso, tenero come un neonato, inizio a notare dei piccoli animaletti saltellanti in mezzo al pelo… LE PULCI!
Come ho fatto a non pensare che un cucciolo trovatello sarebbe stato pieno di pulci? Vai di antiparassitario naturale per tutti i quadrupedi!
Ve l’ho detto che nel frattempo i quattro bambini diventati cinque continuano ad entrare ed uscire da casa per un pennarello, un po’ di gelato, una pipì urgente, o anche solo per vedere il mitico soppalco della stanza delle nane? E i miei pavimenti, specchi, vetri e tappeti immacolati sembra che siano stati puliti un mese fa. Il passaggio degli Unni ha lasciato meno danni, ne sono certa.
Depressione incipiente.
In compenso, alla fine della serata, sopra il tavolo sul quale il lavoro per gli scout si è svolto giacciono: un deodorante, due giochi elettronici, una confezione di cereali con metà del contenuto sparso ovunque, svariate coppette di gelato vuote, un forziere dei pirati di plastica azzurra e il materiale usato per il lavoro.
E i quattro bambini diventati cinque stanno festeggiando la fine del progetto cantando il Gloria sulla melodia di We will rock you. Con battimani e percussioni annesse. Che è una canzone che io amo, e tuttavia questa versione non mi convince troppo.
Solo alle 20 i tre ospiti vanno via e restiamo io, le nane, i due cani, Mela e Patato, i due gatti, la tartaruga che ha rischiato di venire calpestata numerose volte dalla ciurma di bambini, immersi nel caos. Tocca dare una parvenza di normalità alla casa e al giardino, poichè la mia geniale idea di farli lavorare fuori (al fresco, e così mi rimane la casa in ordine) ha sortito l’effetto di incasinare sia dentro che fuori.
Poi le imprescindibili docce e infine, dopo aver dato la pappa al cucciolo e averlo consegnato per la notte ad Annalisa, abbiamo bevuto un bicchiere di latte e ci siamo cacciate nel letto, incapaci di intendere e di volere più oltre, ma con l’idea che forse certe volte sarebbe meglio non fare programmi e accettare le cose come vengono.

A proposito, qualcuno vuole adottare Patato?

Giugno: la prova costume

Attenzione: questo non è un post con consigli di bellezza o utili suggerimenti strategici su come arrivare preparate alla famigerata prova costume, che tanto terrorizza le donne ad ogni latitudine.
Prima di tutto perché, se non sono brava a dar consigli a me stessa, figuriamoci che danni posso fare nell’elargire consigli agli altri; e poi perché sull’argomento in questione credo di essere una tra le più scarse al mondo. Insomma, quantomeno non proprio una fonte autorevole. 
Vi racconto, però, come gestisco io il momento della prova costume: fregandomene.
La mia ricetta? Tempo all’aperto, in tutte le stagioni
“Eh, facile”, dirà qualcuno, conoscendo i miei miserevoli 50kg-e-qualcosa di peso. Ma non è così.
Non è così perché spesso, troppo spesso, non sono contenta di me stessa quando mi guardo allo specchio. Quando sono andata a comprarmi un costume da bagno, un paio di settimane fa, nel camerino del negozio sono stata presa dallo sconforto.
Alzi la mano la donna che non vive la stessa sensazione. La vorrei conoscere.
Sei magra? Ti vedi troppo magra, cioè senza alcuna forma femminile. Io per esempio c’ho delle anche così sporgenti che quando prendo la nana piccola in braccio lei ci si accomoda sopra come fosse una poltroncina. Hai le forme femminili al posto giusto? Sì però ti vedi pure la pancia e il rotolino. E così via, di mancanza in mancanza: troppo alta, troppo bassa, troppo androgina, troppo formosa, troppo bianca o troppo scura; nella lista dei difetti – veri ma più spesso immaginari – si può continuare all’infinito.
Io, per esempio, solo a livello fisico vanto i seguenti complessi: seno e sedere non pervenuti, eccesso di lentiggini, carnagione da nordeuropea, capelli pazzi, cicatrici varie, sterno sporgente, doppio mento, piedi mostruosi, mani da uomo, ossa delle anche sporgenti (vedi sopra). Mi pare sia tutto. Ah no, ginocchia ossute e distrutte dalle cadute da cavallo. Ogni volta che mi chino si sente “crac”.
E allora, che si fa? Si rinuncia al costume in favore di uno scafandro? 
Verrebbe da pensare che fosse l’unica soluzione possibile.
consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza: io lo slip brasiliano lo lascio alle diciassettenni!

E invece no. 
Non vi pare che siamo diventate tutte un tantino fissate sulla questione? Al limite del patologico, talvolta? Questa storia della prova costume viene presa un po’ troppo sul serio, a mio avviso. Tutte a pensare alla coscia con la pelle a materasso e poche a riflettere sul fatto che magari mangiare meno schifezze e sollevare di tanto in tanto il sedere dalla sedia potrebbe sortire qualche benefico effetto su quel materasso che sfoggiamo sotto il punto vita. 
Non aver paura di provare nuove attività, a qualsiasi età
Abbiamo perso quasi completamente l’idea del legame, necessario e indissolubile, che esiste tra forma fisica e salute e pretendiamo di essere delle bellezze pneumatiche (scusa Huxley scusa, non le uso più le tue citazioni… non ho resistito) senza muovere un dito. 
Se c’è da ingerire 2-3 pastiglie ben venga, ma non chiedeteci di andare a correre/camminare/sudare in generale! Che poi si scompiglia la piega, si rovina la manicure, si rischia perfino di puzzare!
E questo succede perché siamo diventati incapaci di volerci bene, ascoltarci, prenderci cura di noi stessi. Miriamo ad obiettivi che non dovrebbero essere desiderabili e che siamo destinati invariabilmente a non raggiungere. Abbiamo perso di vista qual è l’obiettivo ultimo: essere sani.
Ecco perché mi arrabbio tanto quando si parla della “prova costume”: ma che razza di prova è? Cosa dobbiamo dimostrare? e soprattutto, da chi è composta la commissione d’esame?
lei è Nausicaa, che io definisco “la mia psicoterapeuta”

“Non ho tempo per fare sport”, mi dicono un sacco di persone. A parte che, per star bene, non è necessario immolare la propria vita sull’altare dell’attività fisica, perché al limite basterebbe anche solo imporsi di fare le commissioni a piedi in città, sistemare due piante in giardino, portare il cane al parco a far pipì, e così via… A parte tutto questo, la mancanza di tempo è una bugia che queste persone si raccontano, che tutti tendiamo a raccontare a noi stessi quando non vogliamo fare qualcosa. 
Crescendo invece ho imparato che, quando voglio davvero fare qualcosa, magicamente riesco a trovare il tempo. Le giornate paiono dilatarsi e arrivare a ricomprendere proprio quell’attività cui tenevo tanto. E non è perché, come mio marito mi ripete quotidianamente, io soffro di un disturbo (chiaramente psichiatrico) da lui denominato “iperattività delle sinapsi”, che mi ha valso il soprannome di Leonardo Da Vinci per l’incapacità di stare ferma fisicamente e mentalmente. 
E’ perché è tutta una questione di testa. 
Quella testa, quel cervello, che troppo spesso trascuriamo in favore dei cuscinetti e della cellulite, delle smagliature e del rotolino. Dimenticandoci che quando il cervello funziona come dovrebbe, cioè quando impariamo a volerci bene e prenderci cura di noi stesse a tutto tondo, il resto segue in modo automatico e naturale: la salute ne trae giovamento e il corpo, miracolosamente, si adegua. 
Mai dimenticare il prezioso cibo per la mente!
In fondo quella stupida vignetta che sta girando in rete è proprio vera…

E adesso che ho distillato le mie perle di saggezza, vado a scofanarmi mezzo vasetto di nocciolata, l’unica vera alternativa al gelato che, per me, è la risposta perfetta al 90% delle domande sull’esistenza.
Con questo post partecipo al tema del mese delle Instamamme

Le domande della domenica

Ma perché non te ne sei andata al mare, anziché stare a casa a strappare erbacce sotto il sole?
Perché dopo che ho ripulito tutto il giardino dalle erbacce, dopo che ho rastrellato, potato, dato forma e sudato durante tutte queste operazioni, sto bene con me stessa.
“Cares melt when you kneel in your garden”, dicono gli inglesi, nella loro saggezza di giardinieri provetti. E io concordo. Dopo una settimana davanti allo schermo di un pc, con il cervello che non va mai in stand by e continua ad elaborare dati anche mentre cerco di dormire, sento il bisogno di fatica fisica. Sollevare delle cesoie che pesano quanto la nana piccola ha l’effetto di calcare, finalmente, quel maledetto pulsante off. Taglio rami come se da questo dipendesse aver salva la vita, ogni ramo un pensiero che si scioglie e va via. Nemmeno mi accorgo dei graffi sulle braccia, dei piccoli insetti che fuggono, degli schizzi di fango sulle gambe nude. Afferro coi guanti le ortiche e le strappo senza pietà, insultandole una per una. La gente che passa per strada mi guarda perplessa: devo essere la pazza con la bandana gialla. E invece no, sono quella con la bandana gialla che rinsavisce con le potature!
Tra l’altro, mi sono procurata una meravigliosa abbronzatura da giardiniere, che in spiaggia non mi sarei mai potuta organizzare. Che poi è uguale a quella da amazzone, cioè anche a quella da muratore. Don’t give a shit.

Ci siamo premiati con un pranzo in giardino, sotto l’unico albero abbastanza grande da farci ombra…

Ma chi te l’ha fatto fare di prendere un altro gatto? Non hai già abbastanza animali, a casa?
Ecco l’altra domanda di ieri.
E a questa, veramente, non so bene cosa rispondere. C’è un numero oltre il quale gli animali domestici, così come i figli, sono troppi? Al momento abbiamo un solo cane, due gatti, una tartaruga di terra e una vasca di pesci. Dal mio punto di vista, almeno per gli animali, è solo il numero dettato dal buon senso. Un altro gatto andrà a peggiorare la mia esistenza? Impedirà cose che fino a prima del suo arrivo erano possibili e scontate, facendomi rimpiangere questa scelta? Non credo. Ci saranno certo modifiche sostanziali, ma mi vengono in mente solo modifiche positive. La casa è già invasa di peli per via dell’altro gatto e del cane, e qualche pelo in più non cambia granché. Devo comunque pensare a sistemare i miei animali quando mi sposto e non li posso portare con me (il gatto non viene mai con noi in trasferta, il cane invece quasi sempre): pensarci per due o per tre non fa differenza.
Fa differenza nel mio cuore, invece, il fatto che ieri il gatto sia arrivato spaventatissimo e si sia rifugiato per un paio d’ore sotto il divano dello studio, e poi in un angolino della lavanderia. Nessuno riusciva ad avvicinarlo.

E mentre pranzavamo, lui ci osservava guardingo da dietro il vetro

Non soffiava né graffiava ma ti guardava con gli occhi spalancati di chi ha paura che stia per accadere qualcosa di terribile. Ho passato quasi tutto il pomeriggio seduta per terra, aspettando.
Un’attesa paziente ricompensata  così:

Mentre stavo lì, seduta per terra accanto alla lavatrice, parlandogli sottovoce (al gatto, non alla lavatrice!), il ricordo del dialogo tra il Piccolo Principe e la volpe echeggiava nella mia mente.
Mi sento privilegiata a poter vivere, momento per momento, la storia della costruzione della fiducia di un animale verso l’uomo: senza fretta, senza pressioni, con il rispetto dei suoi tempi e dei suoi bisogni. E penso sia un privilegio anche per le mie figlie, una lezione di vita, assistere a tutto ciò, apprendendo oggi più che mai che gli animali non sono giocattoli e che l’amicizia di un timido gatto rosso è un dono prezioso. Che bisogna saper meritare.
Avrà ragione mia mamma, quando mi rimprovera (eh sì, lei ancora mi rimprovera!) e mi dice: – ma se qualcosa non è complicato, se non è difficile, a te non piace?-

Bravi Bimbi e il post n.200

Oggi va online il mio duecentesimo post!
Per questo mi fa particolarmente piacere segnalarvi che, se vi va, oggi mi trovate con una simpatica intervista sul sito Bravi Bimbi, intervista per la quale ringrazio molto Riccardo che mi ha contattata, e Giulia di Mamma Avvocato che gli ha fatto il mio nome e ha espresso il desiderio di sentire le mie risposte.

Vita imperfetta pt.9. La colonna sonora

Voi ce l’avete la colonna sonora? Io ce l’ho, costante.
Perchè ho sempre la radio o lo stereo acceso, quando guido o cucino, quando gioco con le mie figlie, cucio o stiro. Ma non è solo questo.
Perchè canticchio sotto la doccia e anche in altri momenti, più o meno adeguati. Come quella volta che, uscendo dal lavoro, aspettavo di attraversare al semaforo. Era il periodo in cui mi occupavo della segreteria di un gruppo consiliare, roba da tailleur e scarpe col tacco. E mentre io me ne stavo al semaforo con il mio tailleur nero, décolleté nere e perle al collo e alle orecchie, in mezzo ad altri in giacche e tailleurs e borse per pc, cravatte vistose o sobrie, col nodo grande o piccolo, scarpe lucide e discorsi seri, mentre io me ne stavo lì, dicevo, con la mia aria da businesswoman, ho notato che gli altri che attendevano il verde mi guardavano in modo strano. Un po’ come la volta della lumaca sulla testa, avete presente?
– Ecco, ho una calza smagliata – ho pensato io.
E invece no; ero ferma al semaforo vestita da persona seria, e stavo canticchiando, nemmeno a voce troppo bassa, Il coccodrillo come fa. E non me n’ero resa conto.

Ma non è neppure soltanto questo.
E’ che, per ogni cosa che mi succede, io c’ho una colonna sonora mentale che mi parte da sola, e guai a disturbare.
Ad esempio. Sto andando a prendere un’amica, per un’uscita tra ragazze? E’ facile: Girls just wanna have fun (lo so, ho un animo un po’ trash, ma mi ricorda la mia adolescenza scapestrata, i ritorni a casa alle 6 del mattino e l’incontro con mio padre, che era in piedi già da un po’ per andare al lavoro e non gradiva vedermi arrivare a quell’ora). Non importa se il lettore cd della mia auto non funziona più, tanto io ce l’ho in testa, con le doppie voci sovrapposte e tutte le percussioni al posto giusto e al momento giusto. Hey now, what is the matter with you?
Si portano le nane a pallavolo? Abbiamo The last remaining light, che ci carica e che dura esattamente quanto dura il tragitto da casa alla palestra. Cantiamo and if you don’t believe the sun will rise, stand alone and greet the coming night come tre invasate e quando arriviamo a destinazione siamo pronte – sono pronte, loro – per fare tutte le schiacciate più cattive ed efficaci.
Quando andiamo al circolo ippico, invece, la mia colonna sonora è Learning to fly, perchè mai un’altra canzone mi è sembrata descrivere così bene quello che provo quando sono in sella. Anche se parla del volo. There’s no sensation to compare with this, suspended animation, a state of bliss. Perfetta.
Quando guido verso la mia casa al mare, scegliendo sempre la vecchia lenta litoranea a picco sulle onde, quando il mare rispunta scintillante dopo ogni curva, incendiato di riflessi dal sole, io sento This is the life in sottofondo, anche se la radio è spenta, e penso che davvero la vita sia piena di doni e che non dobbiamo mai smettere di notarli.
Giornata pesante, troppe cose da fare, ti senti un po’ una bestia da soma? Ecco che Carry on parte in automatico dentro di me, per poi venir fuori: le nane fanno il coretto e io la voce principale. Lo so, mi manca un po’ di senso del ridicolo, ma ognuno si diverte come può.
Ogni mia mattina, per essere precisi, comincia con Outcry: un grido di battaglia per affrontare col giusto piglio tutto quello che mi aspetta. Ché io sono una combattiva, e vivere a metà non mi piace.
C’è una canzone che mi accompagna in quasi ogni momento della giornata, che sottolinea e incornicia ciò che mi accade, che spesso mi presta le parole per descriverlo, sentirlo e interpretarlo. Questo è indubbiamente reso più facile dal fatto che ho una memoria mostruosa per i testi delle canzoni: un talento assolutamente inutile nella vita, che mi permette però, se voglio, di parlare per citazioni.
A questo punto mi sorge però una domanda: la colonna sonora ce l’avete anche voi? Anche voi avete una canzone le cui note vi risuonano in mente, adatta ad ogni istante, oppure mi devo preoccupare?

E’ un periodo

E’ un periodo che mi piace il rosa, che non mi è mai piaciuto. E quasi mi vergogno a dirlo, io che la stanza delle nane l’ho fatta tutta rossa e beige.

E’ un periodo che ogni minuto libero che ho lo passo su un libro di storia, cercando di capire, conoscere e approfondire. Ed evidentemente devo aver tediato a morte la mia famiglia, tanto che la nana n. 2 l’altro giorno mi ha detto: – mamma, speriamo che la guerra finisca presto! –
– Quale guerra, amore?- Ho chiesto io.
– Quella di cui parli sempre! – Ecco. Devo averle confuso un tantino le idee.

E niente, è che l’ho portata a fare il giro delle postazioni fortificate della contraerea, disseminate sulle nostre coste…

E’ un periodo che quello che ho scritto sopra non è vero fino in fondo, perché quando ho del tempo libero ho bisogno anche di stare all’aria aperta. In sella, possibilmente. Comunque a prendere sole e vento e profumi della terra. Sul vento ultimamente sono stata fin troppo accontentata…beware of what you wish!

E’ un periodo che ho più pazienza con le mie figlie, e vediamo quanto dura. Che rido di più e ascolto la loro musica. E ci prepariamo per uscire ballando e cantando come due bambine felici e una mamma scema ma felice.
E’ un periodo che le sbaciucchierei tutto il giorno: la grande sulle lentiggini, una per una, la piccola su quel naso minuscolo e perfetto che non ho capito da chi abbia ereditato. Di certo non da me.

E’ un periodo che continuo a dire troppi sì e troppi pochi no, e poi mi ritrovo a fare il giocoliere degli impegni. Ma ho anche capito che mi piace così, finché il fisico regge e mi viene dietro.

E’ un periodo che quando mi fermo, la sera, mi viene la tristezza perché penso sempre troppo.

Mi succede sempre all’approssimarsi del mio compleanno, quando rifletto sul fatto che sono passati altri 365 giorni e ancora non ho combinato niente di significativo nella vita. E allora mi viene una specie di mutismo che, credetemi, è un fatto piuttosto raro.

E’ un periodo che stavo facendo il mio consueto fioretto quaresimale e ho dovuto smettere perché ero andata sotto i 50 kg. Dal che ho realizzato che la mia dieta è composta almeno per il 50% di zuccheri, e ho deciso che non ho nessuna intenzione di rimediare.

E’ un periodo che mi vengono fuori battute taglienti, e devo imparare a moderare il mio sarcasmo. L’ho capito quando la mia amica mi ha detto: – non ti vorrei mai come nemica –
E’ un periodo, però, che sono diventata anche più assertiva; e questo sì che va bene.
E’ un periodo che vorrei abbracciare molto forte una persona e dirle che le voglio bene e che ci sono sempre, ma non so se questa persona voglia. E temo che la prenda come un’indebita invasione. Perciò spero che legga e si riconosca.

E’ un periodo che ho sempre voglia di scrivere e il tempo non mi basta mai. E allora scrivo di notte, scrivo mentre aiuto le bambine a fare i compiti, ripassando 3×4 e i divisori di 110. Scrivo mentalmente mentre faccio la spesa, aspettando di trovarmi davanti ad una tastiera. E poi sbaglio i detersivi, ma non i congiuntivi.

Che ho voglia di viaggiare, ma c’è lo stesso problema. E oltretutto non posso viaggiare mentre ripasso le tabelline. Che poi succedono gli incidenti.
E’ un periodo che il lettore cd della mia macchina è passato a miglior vita, e io non posso più ascoltare i miei cd e soprattutto cantare le mie canzoni preferite. Quindi ho smesso di rendermi ridicola ai semafori, e questo mi addolora molto.

E’ un periodo che… mi sembra di avere moltissimo e di non avere abbastanza. E non ho capito se questo sia il motore dell’automiglioramento o di una stupida costante frustrazione.

quattro generazioni su un tavolino

Racconti del weekend: Luigia Pallavicini e la vita imperfetta

Sabato mattina sono caduta da cavallo.

Ed è da sabato che mia mamma insiste nel recitarmi A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, l’Ode di Foscolo dedicata all’amica disarcionata durante una galoppata in spiaggia. La poveretta, nota per la sua bellezza, fu trascinata per un tratto dal cavallo imbizzarrito (forse con un piede incastrato in una staffa?) e terminò la folle corsa con il volto deturpato, non si sa se temporaneamente o per sempre. Sono certa che mi capirete se vi dico che a questo punto ho fatto gli scongiuri, con tutto un repertorio di gesti apotropaici di grandissima finezza degni dei salotti più eleganti, come appunto quello della Pallavicini. Foscolo consola l’amica e allo stesso tempo la rimprovera per aver scelto di dedicarsi ad “occupazioni maschili” quali l’andare a cavallo. Ecco, mia mamma non le chiama esattamente occupazioni maschili, ma disapprova su tutto il fronte la reviviscenza di questa mia antica passione. Cioè, in parole povere, mi fa una testa così perché smetta di montare e soprattutto perché faccia smettere di montare le nane, prospettandomi gravissimi incidenti, paralisi, suture al volto e altre amenità. Direi che qui gli scongiuri possono starci una seconda volta…

Ora, per amor della precisione e della statistica, nei miei anni di pratica equestre costante sono caduta alcune decine di volte, nelle maniere più assurde ed impensabili, e mi sono fatta veramente male (da ospedale) una volta sola. Durante la caduta mi è volato via il cap e ho sbattuto violentemente la nuca e la schiena; trauma cranico che mi ha portato per alcuni mesi dei problemi di equilibrio (non fate battute sul fatto che sia tuttora squilibrata…sarebbe fin troppo banale) e scheggiatura del coccige, seccante e dolorosa. Chi pratica con costanza un qualsiasi sport mi confermerà che sono cose che capitano: fratture, contusioni, strappi muscolari etc sono all’ordine del giorno. Estremizzando, potrei spalmarmi per terra inciampando anche mentre corro semplicemente attorno all’isolato…
Comunque, sabato mattina sono al circolo, in sella, tutta contenta per i miei modesti ma costanti progressi. Ho un cavallo col quale non siamo troppo in sintonia, ma lezione dopo lezione le cose stanno andando meglio. Diciamo che mi do anche un po’ di arie e mi sento la Penelope Leprevost de noantri, mentre agli ordini del mio istruttore “inquadro” e “trattengo” e “controllo” e poi “mando” e infine “seguo” per “togliere le gambe” al momento giusto. Sto andando alla grande!!
Pensi che stai andando alla grande e decidi di cimentarti in un ostacolo un po’ più alto dei tuoi soliti, abbassando un po’ la guardia perchè, hey, hai il controllo della situazione; ed è proprio allora che lui ne approfitta per fregarti. Lui, quel sauro così carino con gli occhi languidi e il naso di velluto.

Arriva sotto l’ostacolo e improvvisamente scarta, passando radente al piliere dell’ostacolo. E tu, che avevi allentato le gambe, pronta per saltare, salti. Ma da sola. O meglio rotoli miseramente per terra. E già che ci sei, quel piliere azzurro dell’ostacolo te lo agganci con la spalla destra e te lo porti dietro, stretto stretto a te come un orsacchiotto. Rotoli sulla sabbia infilandoti tra i 400 kg di cavallo e l’ostacolo, riparandoti il viso dalla fatidica zoccolata che tua mamma sono vent’anni che aspetta per potertela rinfacciare. E invece niente zoccolata perché il bestione, felice di essersi liberato di quell’amazzone schiappa che si dà pure arie, se ne va sgroppando come un puledro, risalendo verso le scuderie. Ci vogliono dieci minuti per riprenderlo e intanto io faccio la conta dei danni: spalla dolorante (ma poi passerà in serata), pantaloni strappati e ginocchio sanguinolento. Come abbia fatto a scorticarmi il ginocchio sinistro cadendo sul lato destro del corpo rimane un mistero.
Fortunatamente non sono così dolorante da non poter tornare in sella, perciò è la prima cosa che faccio non appena mi riportano il fuggiasco, sudato marcio per la sgroppata in libertà. Siamo proprio un bel binomio: lui fradicio, io col ginocchio fuori dai pantaloni e la schiena piena di sabbia! Peccato che non ci sia stato nessuno per farci una foto…

E mentre io rimontavo in sella, la dignità sotto i tacchi degli stivali, il mio istruttore mi urlava:
-Oh Giò, lo sai perché ti sei fatta male? Perché sei tutta ossa, non hai manco un po’ di polpa per proteggerti! E adesso torna sull’ostacolo, così scassiamo anche l’altro ginocchio! –
Che dire? La Penelope Leprevost che era in me si è suicidata impiccandosi alla porta di un box, ed è rimasta solo la povera Mammadilettante, amazzone scarsa con modesti margini di miglioramento.

Vita imperfetta pt.7: la vacanza in montagna

Ah, le vacanze sulla neve! Quel freddo pungente che arrossa le guance, il silenzio delle piste rotto solo dal sibilo degli sci, le baite iper riscaldate dove consumare luculliani spuntini a base di torte composte per il 90% da frutta secca e cioccolate bollenti con panna sopra, sotto e dentro, abbondantemente zuccherate. Roba da picco glicemico istantaneo, giustificata però dalle fatiche sportive che precedono e seguono.
Il tutto, naturalmente, documentato in tempo reale su Instagram e almeno un altro social, perché si sa che se un fatto non è condiviso su Instagram non è accaduto per davvero.

proviamo a calzare gli sci per la prima volta

Certo, questa sarebbe la versione normale e patinata della vacanza in montagna. La mia, invece, è molto meno perfetta. Sono giunta alla conclusione che la prossima volta, prima di metter piede sulla scaletta dell’aereo, sottoporrò la mia famiglia ad un check up completo: prelievi, urinocoltura, tac, risonanza, test allergici, visita medico-sportiva e vaccinazione antirabbica. Può sempre tornare utile.
Esagerata?
E’ solo perché non sapete.
Si parte di giovedì mattina: mio marito c’ha una faccia strana che non mi piace per niente ma vabbè, che ci vuoi fare? Ci dovevo pensare 13 anni fa. Dopo il volo e il percorso in auto giungiamo non senza intoppi al paesello del Veneto che costituisce la nostra meta. Di che intoppi parlo? Niente, niente, le bambine si alternano a correre in bagno, ma che volete che sia? Ah, un virus gastrointestinale senza febbre? Può essere. Anzi, è. Fa niente, sarà di quelli che durano 24 ore, ce la possiamo fare. Domani saremo in forma smagliante e sfrecceremo sulla neve. Sì sì.
Per fortuna a destinazione ci attende il nostro carissimo amico Ale, ansioso di portarci sulle piste e insegnare a me e alle nane a sciare. Ho detto sulle piste? Mi devo correggere: al pronto soccorso di Belluno. Perchè ad un certo punto il colorito di mio marito è sempre più verde e non si può far finta di nulla.
E niente, è che volevamo provare la sanità del nord-est, vedere se davvero funziona così bene rispetto a quella del meridione… Tenetevelo almeno un paio di giorni, mio marito, così proviamo bene anche le degenze. D’altro canto l’ospedale di Belluno pare un hotel, tutto lucido pulito e funzionante. Funzionante!

Quini con questi cosi nei piedi ora che si fa?

I successivi due giorni vedono una Mammadilettante fare su e giù per il Veneto, nane al seguito, aiutata da Alessandro: se non fosse ateo dovrebbero farlo santo subito. Con lui siamo andate sulle piste,

prove tragicomiche di equilibrio sugli sci

a fare passeggiate nei boschi,

bellissimo, emozionante bucaneve!

a vedere i cavalli,

pensavate che non li avremmo stanati pure qui? illusi!

 e sullo skilift.

Il tutto, naturalmente, intervallato da frequenti corse al bagno, anche in situazioni precarie e di fortuna, perchè il virus gastrointestinale senza febbre NON era di quelli che durano 24 ore. Credo che abbiamo consumato tutte le scorte di fermenti lattici disponibili nelle farmacie del Veneto.

E’ stato Ale a tenermi le bambine, impegnandole in interminabili partite a Mario Kart con la wii, quando io la sera andavo al San Martino di Belluno a trovare il malatino, e sempre lui a cucinare per noi fantastiche paste in bianco che facevano concorrenza a quelle dell’ospedale. E io che sognavo polenta e cervo…illusa!

In queste serate un po’ strane sono anche riuscita a fargli riprendere in mano la chitarra, che non strimpellava da una decina d’anni, ed è stato molto divertente: lui suonava canzoni che non ricordava, io cantavo senza averle mai provate prima. Cose che si fanno solo quando si ha un’estrema confidenza con qualcuno. No, anche se i filmati ci sono non ve li faccio vedere; mi è rimasto un piccolissimo brandello di dignità. Non abbastanza grande da impedirmi di cantare con lui, non così piccolo da consentirmi di divulgare la mia performance.

Soltanto la domenica, ultimo giorno di permanenza in Veneto, la famiglia si è riunita e siamo riusciti ad andare tutti insieme sulle piste, così anche io ho potuto provare qualche discesa.

Ah, la cioccolata poi l’abbiamo presa comunque, alla faccia del virus!

doppia panna, grazie.

E voi, avete racconti fantozziani delle vostre vacanze da condividere?

Vita imperfetta p.t 6: Noi all’inglese ci teniamo

Vita imperfetta p.t 6: Noi all’inglese ci teniamo.
Sottotitolo: Se conosceste la mia famiglia d’origine capireste molte cose
Catenaccio: Come mio fratello mi ha fatto capire l’importanza di studiare bene l’inglese e mi ha introdotta al concetto di “gaffe”

Location: Brighton, un’estate di metà anni ’80.
L’adorabile zio Ian, solicitor in pensione, compiva 70 anni il 10 di agosto e per quel compleanno speciale aveva organizzato una grande festa a casa. Erano previsti tanti amici: da Ray, il suo compagno d’arme e migliore amico, che era scampato per due volte all’affondamento del sottomarino su cui era in missione, a Paul, il socio giovane dello studio, che fu anche il suo esecutore testamentario tanti anni dopo, alla sua storica segretaria Mrs Aldrige, una signora piccola e minuta e molto, molto formale. Formale quanto potrebbe esserlo un’inglese che nel 1985 aveva 80 anni. Fate voi.
E poi c’eravamo noi, la famiglia, con me e mio fratello ad abbassare decisamente l’età media degli invitati e preoccupatissimi all’idea di dover sostenere con persone anziane sconosciute un’intera conversazione in inglese. Non è che non parlassimo la lingua, ma a 6-8 anni eravamo più che altro abituati a mettere insieme alla meglio qualche frase, aiutati dagli zii che non desideravano altro che comprenderci e accontentarci in ogni modo possibile, al limite anche prevenendo le nostre richieste.
Mia mamma, insegnante d’inglese, non contribuiva certo a smorzare l’ansia da prestazione, profondendosi in raccomandazioni sul cosa dire a chi, come e quando.

sarà allora che mi è nata la fissazione per gli inviti per il the?

– per esempio – disse rivolgendosi a mio fratello, che in quanto maggiore doveva saperne di più – quando ti verrà presentata la segretaria di zio Ian tu le dirai: “How do you do, mrs. Aldrige?” stringendole la mano; una formula di cortesia da usare quando si conosce una persona nuova. Capito?-
– capito – rispose lui ripetendo a bassa voce “How do you do, mrs. Aldrige?” mille volte di seguito e provando il gesto di stringerle la mano come un attore consumato.
Poco dopo gli ospiti iniziarono ad arrivare, e fortunatamente nessuno si produsse in presentazioni formali: Ray mi fece un assalto di solletico, sua moglie Vye ci riempì di cioccolatini, e tutti gli altri ci ignorarono allegramente, distratti dal clima festoso.
Poi, poi arrivò la segretaria. Quella che doveva essere nata intorno al 1905, forse prima. Arrivò nel suo abitino fiorato, i capelli candidi acconciati alla perfezione, senza nemmeno un pelucco fuori posto. Camminava con un bastone col pomolo d’argento, come nella migliore parodia della compita vecchietta inglese.
Io e Fratello ci guardammo con terrore, poi lui si fece avanti, forte del suo ruolo di fratello maggiore, e tendendole la mano con serafica calma le disse la frase provata e riprovata mille volte. O almeno, le disse qualcosa che suonava abbastanza simile ma aveva un significato abbastanza diverso.
Dunque fratello tese la mano alla tremenda segretaria e le disse: How old are you, mrs very old? (n.d.t. quanti anni hai, signora molto vecchia?) facendo scendere un imbarazzato gelo su tutta la compagnia mentre lui sorrideva compiaciuto per la bella frase formale, pronunciata anche con un accenno di inchino.
Mia mamma pregò silenziosamente che il pavimento la inghiottisse per sempre, e io inaugurai la mia abitudine del promemoria per me stessa: attenzione alle frasi che suonano simili.