Vita imperfetta pt.5: La lumaca. O chiocciola che dir si voglia

 Perchè in tema di accessori per capelli non mi batte nessuna.

Questa è una bella favola.
C’era una volta una mamma che aveva un lavoro part time e faceva una vita normale. Anziché fare quarantaquattro cose contemporaneamente e tutte terribilmente male, ne faceva solo due/tre per volta, e riusciva a farle malino, sentendosi tanto brava e gratificata. “Malino” era infatti il massimo cui potesse aspirare, ma questo lo comprese solo anni dopo, quando iniziò a lavorare a tempo pieno e vide che le sue modestissime capacità di incastratrice di impegni, riordinatrice di casa, accompagnatrice a visite pediatriche e veterinarie, scuole feste e sport, cuoca e creativa, venivano messe a dura prova.
Ad ogni modo, in quella fase della sua esistenza la Mammadilettante riteneva di essere sufficientemente brava, una Mamma-non-dilettante. Dopo aver portato a piedi l’unica figlia all’asilo proprio dietro casa ella era solita sedere nel minuscolo giardino, sulla panchina a ridosso della fontanella, per cucire alla luce del sole autunnale. Cane gatto pesci e tartaruga le facevano allegra compagnia: il suo mondo era un posto gioioso e bucolico, popolato di animaletti amichevoli. Magari troppo amichevoli. Ma lei ancora non lo sapeva.

In una di quelle idilliache mattine di sole la Mamma-non-dilettante si attardò nei suoi lavori creativi e rimase in giardino fino al momento di recuperare la nanetta dall’asilo, godendo dei colori di quella parete di vite americana che l’autunno stava lentamente trasformando in un trionfo tutto rosso e oro.
Mise da parte in fretta il lavoro e percorse le strade del suo quartiere, dove era solita incontrare dei simpatici vecchietti con i quali volentieri scambiava qualche commento sul tempo e sulla vita. Notò che le persone la guardavano in modo strano ma non vi badò, convinta com’era di essere perfettamente in ordine. Come sempre. C’era forse un velo di presunzione in questa granitica certezza? Può essere. Ma lei ancora non lo sapeva.
Anche all’asilo le maestre la osservavano in volto con espressione concentrata, quasi a volerle carpire un qualche segreto. Ma lei non vi prestò attenzione.
Solo una volta recuperata la dolce figliola e percorso a ritroso il breve tratto asilo-casa, Mamma-non-dilettante comprese il perchè di tanti sguardi attenti. Fu proprio la creatura a svelarle il mistero, chiedendole: “mamma, cog’è quetto?” e indicando la sua testa con estremo interesse.
E fu così che la perfetta Mamma-affatto-dilettante scoprì che tutti la fissavano non per la sua sfolgorante bellezza, non per le sue garbate conversazioni, non per il suo abbigliamento ricercato, ma perché sulla cima della testa ospitava una gigantesca lumaca, provvista di guscio, che dai rampicanti aveva trovato più conveniente passare ai suoi capelli. Un accessorio davvero fashion, niente a che vedere coi soliti cerchietti, mollette e forcine di vario tipo.
Staccò l’amichevole animaletto, lo rimise accanto alla fontana, e corse a farsi uno shampoo, prendendo nota mentalmente che prima di uscire di casa è meglio guardarsi SEMPRE allo specchio, anziché confidare nella propria perfezione

Vita imperfetta pt. 4: Il balsamo

C’è che io questa settimana al lavoro ho fatto gli straordinari che più straordinari non si può. Quindi alla domenica ci sono arrivata da raccogliere col cucchiaino, visto che pure sabato ho finito in ufficio dopo le 19. Quindi diciamo che nella gestione domestica mi sono persa qualche pezzetto per strada, tipo quelle commissioni che avrei fatto il sabato mattina se non fossi stata tumulata viva con un centinaio di odontoiatri (e ho pure mal di denti, colmo dei colmi!).
Certo, se io fossi stata una persona più organizzata non saremmo arrivati a questa tragedia, oppure se attorno a me ci fossero state persone altrettanto organizzate, di quelle che quando finisce un prodotto lo scrivono sulla lavagnetta di cucina (sappiamo tutti di chi sto parlando, vero?), il dramma accaduto ieri si sarebbe potuto evitare, e il mondo oggi sarebbe stato un luogo più felice.
Invece, purtroppo, non è così. Il mondo è un luogo oscuro e intricato, dove io mi aggiro come una pazza.

Vita imperfetta parte 4°: Il Balsamo
E’ domenica, finalmente sono a casa in pace, e ho tempo da dedicare a sistemarmi i capelli. Perché i miei non sono capelli normali e richiedono cure particolari. Lo sa bene quell’amica con cui sono andata alla spa, che mi ha vista uscire dalla doccia con un nido al posto della capigliatura. Lo sa bene la mia parrucchiera, che ironizza sul fatto che dopo aver asciugato la mia testa deve prendere un giorno di ferie per riposarsi.
Lo sa bene mio padre, che simpaticamente da bambina mi chiamava Il Re Sole. Avete presente?
E’ lui: un tipino con un’acconciatura niente male, no?



Di questo mio dramma dei capelli indomabili avevo parlato già in un precedente post (che resta uno dei più letti in assoluto in questo blog): eh sì, l’argomento merita di essere sviscerato!
Solo le portatrici sane di capelli pazzi possono comprendermi fino in fondo e condividere con me le fatiche per andare in giro con un aspetto normale e ordinato, tipo così:

Fatiche che passano per phon, spazzola e naturalmente piastra. Senza la piastra io sono una donna finita, e ammetto che questo simpatico elettrodomestico è un pilastro portante della mia autostima.
Ma tutto non si riduce a questi tre elementi perché, come le portatrici di capello pazzo sanno bene, anche il balsamo è fondamentale. Tantissimo balsamo. Circa mezzo vasetto, per intenderci. Non usano il balsamo solo le donne che nella vita non hanno più nulla da perdere, ne sono convinta.
Quel balsamo che naturalmente era finito, ieri, domenica, in un orario nel quale non era fattibile uscire alla ricerca di un negozio aperto. E chiaramente io ero sotto la doccia e avevo già fatto lo shampoo per cui avevo superato il cosiddetto punto di non ritorno. Ma sotto la doccia il vasetto del balsamo c’era: vuoto. E sulla lavagnetta di cucina non c’era scritto niente. E’ stata avviata un’inchiesta per scoprire il colpevole di questo crimine contro i capelli, che verrà crocifisso in sala mensa: sospetto si tratti di un’associazione a delinquere composta da marito + nane.
Comunque, ormai era troppo tardi per uscire dalla doccia, per cui mi attacco al campanello: quel campanello che non ho mai capito perché sia presente obbligatoriamente in tutti i bagni, in prossimità della vasca o della doccia, appunto. Ora ho compreso: serve per quando finisce il balsamo.
Ai miei squilli impazziti si presenta la nana grande, cui chiedo di frugare nel mobiletto sotto il lavandino. Naturalmente non c’è nessun balsamo di scorta, perché queste cose in genere le acquisto io, e io ero ostaggio degli odontoiatri. Sono giunta alla conclusione che se io muoio improvvisamente i membri della mia famiglia gireranno per il resto della loro esistenza con i capelli terribilmente disidratati. E’ noto infatti che il balsamo viene venduto solo in luoghi remoti, da stregoni che custodiscono le loro formule segrete a costo della stessa vita.
Il triste epilogo di questa storia è che non sono riuscita a districarmi i capelli, né mi sono potuta piastrare quella specie di groviglio che ho al posto della testa (e non mi riferisco ai pensieri, no), per cui sono nel pieno di un attacco di capelli pazzi come non ne avevo da quando ho superato l’adolescenza. Sembra la testa di Barbie: gialla e stopposa, con riccioli voluminosi e indefiniti.
E tutto questo non sarebbe successo se fossimo una famiglia appena appena più organizzata. Ma è bene che mi rassegni, perché questa evoluzione non potrà mai avvenire. Resteremo sempre così, che rincorriamo le cose e cerchiamo di mettere una pezza un po’ come viene.

Ah, vorreste vedermi coi capelli pazzi? Manco morta.

Buon lunedì dal re Sole

All’alba una nota prenderò

Pensate alla musica della ormai famosissima “All’alba sorgerò” dal cartone Frozen, che ad Hove Haven è praticamente un’istituzione.
Su quel motivo, e parodiando il testo, la nana grande ha composto questa, pensando alla sua situazione scolastica. Avevo in casa Mogol e non lo sapevo…

Le note che piovon sopra di me
mi faranno un po’ sgridar
In questa remota scuola
la più monella sono io.
Ormai di note sono zeppa
fin lassù
Non le bloccherà
la mia volontà.
Ho ideato ogni bugia
per sembrare brava a maestra Pia
Nessuno mi ostacolerà…perché…
D’ora in poi imparerò
le espressioni e le farò
Non scorderò quel che so
e al maestro lo ripeterò
Ma resto qui
non andrò al Convitto*
Ho deciso ormai
Da oggi le Missioni** sono casa mia.
A volte è un bene
disobbedire un po’
può sembrare un po’ rischioso
Ma io ci proverò
Non è un difetto è una virtù
Se i compiti li faccio a testa in giù
Nessuno mai mi fermerà…perché…
d’ora in poi io lo so geografia non la studierò
e vivrò sì vivrò
per sempre in libertà.
Se il Flumendosa troppo lungo è
io l’accorcerò
e domani un dieci prenderò

*Scuola alla quale stavamo pensando di iscriverla il prossimo anno in prima media
** Scuola che frequenta oggi e dove ha deciso di voler restare

Vita imperfetta pt.3. Il vigile: corsi e ricorsi storici

E’ colpa mia, che vado ripetendo loro che si deve dire sempre la verità, costi quel che costi. E invece qualche volta sarebbe carino dire una bugia, una di quelle balle pietose che ci fanno stare bene in società e ci rendono più gradevoli al prossimo. Perché, andiamo, a volte la verità può essere imbarazzante.
Ed ecco a voi Vita imperfetta, parte 3°, che potremmo intitolare Il vigile: corsi e ricorsi storici.

Era un giorno di luglio, un caldo impietoso come solo dalle mie parti sa fare. La nana n. 2 aveva bisogno di schiacciare un pisolino dopo pranzo, così mi sono sdraiata sul lettone insieme a lei, facendole le coccole per indurla al sonno. Ma, viste le temperature, sul letto mi ci sono buttata in mutande. Fin qui tutto normale, almeno credo.
Se non fosse che mentre io e la nana piccola dormivamo come due angioletti, teneramente abbracciate, qualcuno ha suonato il campanello. Nel dormiveglia, ho sentito la nana grande che rispondeva al citofono: era un vigile urbano. Deve averle detto: – c’è la mamma? Puoi chiamarla?- perché l’ho udita chiaramente rispondere alla cornetta: – sì c’è, ma sta dormendo in mutande! Adesso la chiamo – Ecco. Così ora il vigile è informato, e anche tutta la nostra strada. Grazie, figlia.
A quel punto naturalmente mi alzo. Umiliatissima, chiedo alla bambina come le sia venuto in mente di dire al vigile che stavo dormendo IN MUTANDE. Era proprio necessario quel dettaglio? Domando stizzita. Lei mi guarda con la faccia più innocente del mondo e mi fa: – Beh lui mi ha chiesto cosa stessi facendo… dovevo dirgli una bugia? –
Eccola lì, la verità a tutti i costi. Maledizione.
Così esco di casa, non prima di aver indossato un paio di shorts, per vedere cosa voglia questo vigile alle 15,30 di un pomeriggio di fine luglio a Cagliari, quando se non sei al mare sei chiuso da qualche parte con l’aria condizionata sparata a palla. Lui invece no, lo vedo da lontano che ha la divisa completa, gli anfibi il giubbotto e tutto il resto. Poveraccio. Spero che sia un vecchio; non so perché ma il fatto che possa essere un signore anziano mi fa pensare che la figuraccia sia meno cocente. Mentre cammino verso di lui e il mio cancello, annoto mentalmente terribili punizioni cui sottoporrò mia figlia non appena il vigile se ne sarà andato; ad esempio potrei appenderla per i piedi al gazebo e poi pestarla col battipanni di bambù, come se fosse un tappeto.
Poi lui si gira verso di me e lo guardo in viso: perfetto, mi doveva capitare il vigile quarantenne, e pure carino. Sento che sto diventando rossa fino all’attaccatura dei capelli.
-Buonasera- gli dico io, affettando un’indifferenza smentita dal colore della mia faccia.
– Signora…- risponde lui con un cenno del capo. Poi scoppia a ridere: una risata di gusto davanti alla quale avverto che mi sono diventate paonazze pure le orecchie. E tutto ciò che lui mi dice, a quel punto, è -Simpatica sua figlia- Ridacchia; sta ridendo di me, porca miseria!
Biascico qualcosa in preda all’imbarazzo e rispondo alle sue domande sulla presenza di macerie nella nostra via senza nemmeno ascoltarlo: non vedo l’ora di rientrare in casa.
E quando il vigile carino e quarantenne si degna di lasciarmi andare torno dentro, portandomi dietro l’ennesima conferma che sono una schiappa come educatrice, e che il messaggio che devo passare alle mie figlie non può essere quello della verità a tutti i costi, sempre comunque e dovunque, ma quello della verità con le sfumature, le priorità, le graduazioni e tutte quelle cose che ci inventiamo noi adulti per dare un nome dignitoso alla bugia ma anche all’omissione della verità. Tipo quando ti regalano una cosa che ti fa schifo e tu ringrazi ugualmente con un grande sorriso. Appena il donante se ne va puoi sempre lanciare il regalo nell’anta buia dell’armadio.
Poi mi viene in mente che io all’età di mia figlia mi comportavo allo stesso modo. Come quella volta che avevo risposto io al telefono mentre eravamo a tavola per cena e, una volta tanto, mio padre sedeva a mangiare con noi. Miracolo. Purtroppo però al telefono era il suo direttore, e questo significava solo una cosa: che mio padre avrebbe interrotto la cena, sarebbe andato in ospedale e sarebbe entrato in sala operatoria a fare il suo lavoro fino a chissà quale ora della notte. Una routine che io detestavo e che funestava tutti i nostri momenti in famiglia. Tenendo la cornetta in mano, quindi, lo chiamai a gran voce: – Papààààààà, è il prof. XY, la solita fregaturaaaaa! – Cosa che il prof. XY sentì perfettamente. Che poi, era solo la verità, senza sfumature e graduazioni e strati di vernice di cortese ipocrisia. Quelli li ho imparati molto dopo, costretta dalla vita.
La storia si ripete, aveva ragione Giambattista Vico.

Vita imperfetta pt. 2. Le frolle montate

E’ l’ora del the. Due giovani signore eleganti sorseggiano il liquido ambrato chiacchierando amabilmente a bassa voce, mentre il quinto movimento della Pastorale di Beethoven spande le sue note nell’aria, perfetto sottofondo musicale per un calmo pomeriggio di chiacchiere. La tavola è apparecchiata con gusto sofisticato. La padrona di casa ha scattato delle graziose immagini di essa, che condivide sui social.

Le due amiche sbocconcellano appena i deliziosi pasticcini preparati dalla padrona di casa, mentre il gruppetto di bimbe siede a cerchio sul tappeto, impegnato in un tranquillo gioco di società che le terrà occupate per almeno un paio d’ore.

No dai, non ce la posso fare, mi viene troppo da ridere! Se questa è l’immagine che vi si presenta alla mente nel guardare le mie foto delle frolle montate, sappiate che è SBAGLIATA.

Ecco a voi quindi, per la rubrica “Vita imperfetta”, la parte 2°, che potremmo intitolare Frolle montate.

L’azione ha luogo durante un sabato di ordinaria follia, come tanti. Un sabato in cui non avrei dovuto lavorare ma sono stata cooptata last minute causa malattia di un collega. Un sabato, quindi, che per me è iniziato dopo le 14.
Immaginate la musichetta di Benny Hill come sottofondo musicale, che a casa mia funziona molto meglio di Beethoven. Con questo sottofondo corro come una forsennata da una parte all’altra della cucina, perchè ho finito di pranzare alle 14,30 e tra meno di un’ora devo uscire per portare la nana grande a scout. E in quel lasso di tempo voglio assolutamente fare i biscottini che ho promesso alla mia amica. Quindi evito di cambiarmi e metto un grembiulone sopra i vestiti che avevo in ufficio:
kilt scozzese, golfino nero e stringate col tacco. Un outfit comodissimo per cucinare! Ho i tacchi da stamattina alle 7, ma pazienza.
Ci vuole un selfie, subito.

Alle 15 sto infornando la prima teglia di frolle: 10 minuti e via la seconda. Che però tarda a cuocere, e io devo uscire…Vabbè, ho una strategia: spengo il forno e lascio la teglia dentro, dovrebbe cuocere per un’altra decina di minuti mentre l’interno è ancora caldo. Speriamo non si brucino!

 Tolgo il grembiule per infilarmi il cappotto e il mio sguardo cade su una patacca non meglio identificata che campeggia al centro della gonna rossa: come accidenti ho fatto a macchiarmi sotto il grembiule e non sopra?! Sono una professionista!

Pazienza, non ho tempo per cambiarmi. Indosso il cappotto, chiamo le nane a raccolta e partiamo in direzione oratorio, dove arriviamo sul filo di lana. Lascio quindi la nana grande e, per mano alla nana piccola, vado a prendere la mia nipotina che passerà il pomeriggio con noi. Il mio pensiero ritorna però continuamente ai poveri pasticcini, che certo saranno ormai carbonizzati.
Recupero la nipotina e con le due bimbe mi dirigo a casa, dove con gioia verifico che la cottura dei biscottini è andata a buon fine. Miracolo!

Le cuginette iniziano a giocare saltando la corda nel centro del salotto e mettendo in pericolo i miei soprammobili. Annotazione mentale: una casa zen, senza oggetti in esposizione, è molto più childproof della mia. Devo rivedere i miei gusti in fatto di arredamento.
Abbandono i soprammobili al loro destino e ritorno nelle cucine, dove il grembiule mi aspetta. Devo ancora glassare i biscottini a forma di S.
Scaldo il cioccolato a bagnomaria e quand’è fuso lo spalmo con una spatolina di silicone su ogni dolcetto.

Mi avanza giusto un pochino di cioccolato fuso… quasi quasi una leccatina alla spatola…
aaaaahhhhhh! Era ustionante!
Con la lingua penzoloni ingurgito cubetti di ghiaccio rischiando di fare la fine di Rezzonico nella puntata “La lingua ghiacciata”. Le bambine ridono a crepapelle di me.
Termino un po’ come viene il lavoro di glassatura, poi mi dedico ad apparecchiare; ho poco tempo perché la mia amica e le sue due bambine stanno per arrivare.
Tovaglia ricamata della bisnonna e porcellane d’epoca, quelle sì. C’è però la zuccheriera da riempire. Prendo il barattolone dello zucchero e, siccome sono maledettamente pigra e un po’ di fretta – combinazione letale – cerco di riempire la zuccheriera rovesciando lo zucchero dal barattolo anziché usare un cucchiaio. Dopo 30 secondi il tavolo della cucina è pieno di zucchero, il barattolo da 1 kg è quasi vuoto e in compenso nella zuccheriera ce n’è pochissimo. Ottimo lavoro!
Ripulisco alla meglio mentre il cane lecca i granelli di zucchero caduti sul pavimento, e in quell’attimo suona il campanello. E’ arrivata. Quella che mio marito definisce “la tua fidanzata”, certo con una punta di gelosia.
Ora mi siederò con lei in salotto e passerò un paio d’ore di chiacchiere. La visione di noi due intente a sorseggiare il the in un’atmosfera ovattata si fa timidamente strada nella mia mente, mentre il quinto movimento della Pastorale mi riecheggia nelle orecchie. Somma goduria.
Peccato che io abbia la gonna macchiata e lei sia venuta di corsa da casa con i pantaloni che aveva, infilandoli come capita negli stivali. Dai, siamo bellissime lo stesso! io poi non mi sono più guardata allo specchio da prima di andare in ufficio stamane, devo essere uno splendore… Sono solo dettagli.
Le bambine iniziano a giocare e sì, si siedono a cerchio sul tappeto; per ben dieci minuti consecutivi. Un tempo insufficiente a garantirci un po’ di pace, ma certo sufficiente per raccogliere peli di cane e di gatto a volontà.
Poi corrono per tutta la casa urlando e sbocconcellando biscotti in giro che nemmeno Hansel e Gretel. Fortuna che il cane mi fa da aspirabriciole…
Alla fine, il the coi pasticcini ce lo prendiamo. Indifferenti al caos, grazie ad una sorta di sordità selettiva che ti permette di sentire quello che ti dice l’interlocutore che hai di fronte e non le urla delle bambine che giocano. Prendiamo quattro tazze di the a testa e mangiamo dolcetti come se fossimo digiune dalla mezzanotte: a fine serata ne resta una mezza dozzina. Ridiamo come matte e parliamo di tutto ciò che sta tra gli smalti per unghie e il senso della vita, come uscire vive dai compiti dei figli e cosa vorremmo essere da grandi.
Quando loro vanno via preparo questo post. E mi accorgo che, alla fin fine, il segreto è solo uno: fare foto con un campo molto stretto. Così riprendi i dolcetti e le porcellane e non il delirio che c’è tutto intorno. E la tua vita sembrerà perfetta. E questo è proprio quello che succede con il blog e i social network: che offri agli altri un’immagine della tua esistenza ripresa a campo strettissimo, lasciando volutamente tutto il resto fuori.

Se siete stati così bravi da arrivare fino alla fine del post vi premio… con la ricetta dei biscotti.

FROLLE MONTATE (sabato io ne ho fatto mezza dose)

500 gr di farina,
350 gr di burro,
180 gr di zucchero al velo,
2 uova
aroma vaniglia 1 fialetta
sale q.b.

Montare a schiuma, a mano o nel robot, il burro e zucchero unitamente all’aroma. Aggiungere un uovo alla volta e poi il sale. Quando l’impasto è ben schiumoso incorporare poco a poco la farina con una spatola, badando a che il tutto non si trasformi in una massa gommosa. Con la sac a poche, bocchetta grande a stella, formare delle serpentine o delle roselline sulla carta da forno, poi infornare a 180° per 10 minuti; togliere non appena i bordi iniziano a dorarsi. Il centro del biscotto deve rimanere quasi bianco.
A piacere procedere ad intingere nel cioccolato fuso, oppure a decorare con mezza ciliegia candita, codette di zucchero, smarties o quello che la fantasia vi suggerisce.

Vita imperfetta. Part 1

C’è chi dice che ad Hove Haven conduciamo una vita perfetta. Che siamo sempre impeccabili e organizzati, con un sorriso radioso sul volto e ottime maniere. Lo dice, naturalmente, solo chi ad Hove Haven non ci è mai entrato se non attraverso la porta virtuale del blog e dei social.
Chi invece ci frequenta nella vita reale sa quanto poco perfettina sia la nostra giornata, e come siamo sempre all’inseguimento del compito dimenticato, la spesa non fatta, il vaccino saltato. Mi viene giusto in mente che forse Carolina doveva fare un richiamo…
Per questo, voglio inaugurare una sorta di rubrica con stralci di vita imperfetta, o meglio: ad alto tasso di normalità.

Va oggi in onda la parte 1°, che potremmo intitolare: Personalizza i tuoi compiti

Interno giorno, una domenica qualunque. Mammadilettante scorge sul pavimento della cucina, a partire dalla portafinestra che conduce al giardino, strane orme scure di forma indefinita, appartenenti di certo ad una strana creatura non meglio identificata. Incuriosita segue quella scia bruna che porta fuori dalla cucina, verso il corridoio e la stanza delle nane. Qui si interrompe dove i compiti di inglese giacciono sul pavimento abbandonati. Chiaro, no? I vostri figli dove tengono le schede una volta che hanno eseguito gli esercizi? Le mie nane per terra, sebbene fornite entrambe di scrivania sulla quale, oltre che lanciare calzini usati puzzolenti e fare braccialetti dell’amicizia spargendo perline in ogni dove, si potrebbero al limite anche fare e conservare i compiti.
Sulla scheda contenente gli esercizi sull’uso del present continuous riposa una cosa marron, della stessa sfumatura delle orme. Ad un primo sguardo della madre perplessa potrebbe essere un insetto, illecitamente penetrato in casa dal giardino. Un’osservazione più attenta produce un sospiro di sollievo: non è un insetto. Dev’essere un pezzetto di foglia secca. Sì. Il giardino ne è pieno e non si fa in tempo a raccoglierle che già il terreno ne è di nuovo ricoperto. Un soffio di vento ed entrano in casa.
Mammadilettante si china volenterosa per togliere la foglia dalla scheda e la scheda dal pavimento, e solo allora si accorge che no, non è un insetto e nemmeno una foglia secca. E’ cacca. Di cane. Odore inconfondibile. La genitrice disgustata rivede la sua scala delle preferenze, in favore dell’insetto che prima la schifava tanto. Insetto morto spiaccicato batte cacca di cane 100 a 0.
Si può scrivere cacca, oppure faccio brutta figura? Deiezione canina suona tanto fine! Al limite userei popò.
A quel punto scatta l’urlo disumano. Le mamme perfettine non alzano mai la voce, io invece sì. Urlo con la voce da posseduta dal demonio e la nana n.1 compare come niente fosse.
“Da dove arrivi?” Chiedo io.
“Dal giardino”
Un sospetto inizia a farsi strada nella mia mente.
“Stavi per caso raccogliendo le cacche di Mela?” Chiedo. E’ una delle piccole incombenze domestiche che le spettano, perchè cresca sapendo che avere il cane non porta solo allegria ma anche qualche piccola seccatura. Naturalmente si suppone che poi, entrando in casa, gli stivali di gomma vengano sostituiti dalle pantofole.
“Solleva un po’ quello stivale” dico io.
Eccolo lì, il blob. Il mostro marrone. La cacca. Un simpatico plateau di materiale organico, spesso un paio di centimetri, di cui lei non si è accorta. Santa innocenza. Ha girato per tutta la casa con quella roba saldamente ancorata alla suola, senza avere nessun fastidio. E mi ha “timbrato” tutto il pavimento.
“E adesso – soggiungo io, preoccupata per i compiti – come si fa per la scheda di inglese?”
Segue un attimo di silenzio.
“La metto in una cartellina trasparente, così la maestra la può correggere lo stesso!” annuncia lei trionfante.
“Brava, e dopo la passiamo all’insegnante di scienze per il suo laboratorio…”

Miss perfettina

È da un po’ che penso a questo post, perché ultimamente sono successe alcune cose: ad esempio, ho disconnesso l’account di facebook per un mesetto. Varie le ragioni, e sicuramente una è che mi irritava un certo curiosare maligno nella mia esistenza, trarre conclusioni e sussurrare dietro le spalle. È chiaro che se uno scrive su un social, condivide le sue foto, o peggio apre un blog personale, si espone al giudizio del pubblico. 
Scrivere è come girare nudi per casa e poi lamentarsi che il vicino suona continuamente il campanello. A te dà fastidio ma in fondo è colpa tua. Sei tu che gli hai detto: passa pure quando vuoi! Lui è curioso e ti vuole cogliere sul fatto. Vedere se usi le pantofole o cammini scalza, se hai la camicia da notte sexy oppure porti il pigiamone con gli orsetti. Quindi un certo curiosare e trarre conclusioni è da mettere in conto. 
Un altro fatto recente è una lunga chiacchierata con un amico, tutta incentrata sul mio “essere perfettina”. Sull’immagine di me che emerge dal blog e dai social che, in base alle sue affermazioni, è quella di una che vorrebbe essere – o almeno presentarsi – come una super donna. Mamma devota, lavoratrice, cuoca, creativa e quant’altro. Senza dimenticare la mogliettina premurosa e la donna-donna. Quella che dopo che ha messo le mani nella terra per sistemare il giardino si rifà la manicure, infila le scarpe col plateau ed esce di casa.
Mai una sbavatura, mai una parolaccia. Mai che un mio post sia “oggi sono incazzata col mondo”. Sembra che questo sia un pessimo marketing di se stessi, perché i perfettini risultano odiosi ai più e si amano solo tra loro. Facendo a gara a chi è più perfetto. Questa discussione mi ha fatta un po’ sorridere e un po’ incazzare. Che poi io scriverei adirare, irritare, seccare o infastidire. Magari inviperire o al limite imbufalire. In casi estremi perdere le staffe. Incazzare no.
Però non è che se una le parolacce non le scrive vuol dire che non le pensa, che proprio non son nelle sue corde. Io le penso, come tutti, e ne dico. Come tutti.
Quando scrivo però cerco di limitarmi, e il punto sta proprio in questo. Che quando si scrive, pur mettendosi a nudo, non si apre la porta al vicino che suona. Gli si dice di aspettare un secondo mentre ti butti qualcosa addosso e ti rendi presentabile. Io, almeno, sono abituata così, non so voi…
E quindi no, dal palco dei social o del blog in genere non lancio strali contro chicchessia, anche se ammetto che talvolta mi è capitato. Evito di raccontare le mie disgrazie e i miei problemi, che pure ho, come tutti. Perché non trovo che rendere pubbliche certe cose aiuti a porvi rimedio. Anzi. Se ho voglia di parlare dei miei problemi non lo faccio su facebook ma mi metto il rossetto rosso, le scarpe col tacco dodici, e mi ritaglio una serata tra ragazze. Bevo un po’ di più di quanto dovrei, cioè comunque pochissimo perché tanto non reggo l’alcol, e magari posto un selfie spiritoso. E ‘fanculo a chi mi vuole male. Soprattutto a chi mormora che certo ho le gambe troppo lunghe e le gonne troppo corte per essere davvero una brava madre. Magari sono una pessima madre e una bruttissima persona, ma questo non ha niente a che vedere con la lunghezza dei miei orli.

Ho le mie malinconie, le mie serate no. Gli attacchi di pianto e i momenti in cui vorrei prendere a calci il muro, e mi ferma solo il pensiero di quanto mi chiederebbe il muratore per riparare l’intonaco. Perché quello è un lavoro che ancora non so fare, ma conto di imparare.
Sono ben lontana dalla perfezione, e da molto tempo ho scoperto che arrivarci non è neppure un mio obiettivo. Ma questo non comporta che metta in piazza le mie umane miserie, anche perché ritengo che siano simili a quelle del resto del mondo. Dunque, poco interessanti.

Spesso parlo dei miei fallimenti come educatrice, del disordine che regna sovrano a casa mia, del mio lavoro impiegatizio che non è certo invidiabile, pur essendo fortunata ad averne uno. Ma cerco di farlo con tono leggero perché ad autocompatirsi non ci si guadagna niente. Mi sono sempre pentita quando dai miei post ho lasciato emergere le difficoltà del momento che stavo attraversando e mi sono riproposta di non farlo più. Anche perché le persone mormorano sempre. Mormorano se hai litigato con tuo marito, mormorano se hai il rossetto rosso e le gambe lunghe: meglio farle mormorare per la seconda causa che per la prima. La prima te la gestisci per conto tuo, chè mia nonna diceva sempre quella cosa dei panni sporchi che si lavano in casa.

Quindi perfettina sì, ma solo in apparenza. Le imperfezioni ci sono tutte; non per niente il mio nick è Mammadilettante: una mamma – una donna – dilettante e fallibile in tutto ciò che fa, nondimeno entusiasta e desiderosa di provare. Solo provando e sbagliando si migliora, e a me va di migliorare. Proprio tanto. Mi va di riempire questa mia vita di mille cose significative per me e le mie figlie, anche se questo dovesse sfinirmi, perché di vita ne abbiamo una sola. Il tempo vola, ma noi ne siamo i piloti.

Questo mio modo di essere disturba qualcuno? Not my business.

E adesso scusate, devo andare a fare una torta a sette piani, cantando le mie canzoni heavy metal preferite, mentre mi trucco gli occhi e faccio il bagno al gatto. Quindi, occhio ai peli di gatto nella torta!

Contro l’insonnia, beviti una tisana!

Ieri notte, intorno all’1,30, superando il mio precedente record personale di idiozia, con una sola tisana bollente sono riuscita ad ustionarmi: tutta la mano destra, il polso sinistro, il fianco e il piede sinistro. Diciamo che con un’accurata gestione delle risorse idriche a disposizione ho ottenuto la massima superficie ustionabile possibile con soli 250 ml di tisana. Un genio!
Ho passato la notte con il ghiaccio sulla mano, e ho dormito credo meno di due ore in tutto. Oggi in ufficio con mani doloranti e rigide, sigh!

O logos deloi oti. Ovvero che cosa ho imparato da questa rovente esperienza (vai con la prima lista del 2015!):

  • La tisana è buonissima ma non mi aiuta contro l’insonnia, soprattutto perchè l’ho rovesciata tutta sul divano e la mia persona;
  • Non si gira per casa, all’ora delle streghe, con tazza piattino cucchiaino libro cellulare in mano, pretendendo di arrivare a sedersi sul divano indenni;
  • Da brava figlia di medico, non avevo in casa pomate per le ustioni, garze ed altri accessori utili per una medicazione. In compenso però ho un sacco di farmaci per il cane e il gatto. Sia mai che gli venga la tosse…
  • Devo iniziare ad usare pigiamoni di pile, calzettoni di lana e pantofole a forma di animali di peluche: un abbigliamento più pesante mi avrebbe protetta meglio dalla bruciatura. Invece mi ostino ad usare pigiami leggeri e sobrie ballerine, con i risultati che avete visto;
  • Mio marito non ha sicuramente problemi di insonnia, infatti non si è accorto assolutamente di nulla. Mi sono alzata 5 volte, con altrettante accensioni di luci, ho trafficato in cucina per scaldare l’acqua, imprecato a voce alta al momento dell’ustione, girato per la stanza piagnucolando in cerca di biancheria asciutta, messo a bagno nell’acqua ghiacciata le parti doloranti e trascorso il resto della notte a rigirarmi nel letto senza trovare pace. Beato lui!
  • Stanotte se non riesco a dormire mi prendo una bibita fresca. Alla peggio mi viene una congestione!
E voi, avete escogitato come me qualcosa di strabiliante per chiudere in bellezza le vacanze di Natale?