Dimmi che font usi e ti dirò chi sei

Ditemi che non siete di quelle che, quando aprono un documento di Word, usano il Times New Roman di default.
Vi prego.
Perchè il font che usiamo, secondo me, la dice lunga su chi siamo, e anche su cosa vogliamo comunicare con il nostro scritto. Ci avete mai fatto caso? Chi si occupa di grafica mette particolare attenzione nella scelta dei caratteri, non altrettanto può dirsi per noi “comuni mortali”.
Talvolta, questa trascuratezza può avere effetti tragicomici. Come quella volta che passai una mezza giornata in ospedale, per simpatici esami invasivi che portarono il sadico primario ad una conoscenza dettagliata di tutto il mio apparato digerente. Prima che andassi via, mi tese un foglio diagnosi; lo afferrai e, ancora mezzo sedata, lo scrutai attentamente: era scritto in Comic Sans.
Cioè, mi diagnosticate una colite cronica in Comic Sans?? Secondo voi così è meno rognosa?
Fatemi capire.
Stavate scrivendo la letterina a Babbo Natale e poi avete usato lo stesso font per la mia diagnosi? Un po’ di rispetto, ecchecacchio! Qui c’è in ballo il mio povero colon, mica bruscolini!

Forse è stato da lì che è iniziata la mia avversione per tutti i caratteri fintamente bambineschi. Ce l’ho con Comic, ma non simpatizzo nemmeno per Bopee e Hurry Up. Che già i nomi mi danno l’orticaria.
Ho avuto diverse fasi, ma in genere prediligo font tondeggianti, vagamente antiquati ma senza fronzoli. Un periodo ho usato Palatino poi, stufa, Georgia, Garamond e Calibri. Ultimamente uso Candara, più pulito e lineare, specie in ufficio. Il mio font è la mia firma. Il che, in un ufficio come il mio, può essere molto, molto pericoloso.
Nella mia carriera di cambia-font ho fatto diverse incursioni in Arial – perfino Narrow – senza disdegnare Courier new, carattere tuttora fedelmente usato da mio marito e che ricorda le vecchie macchine da scrivere Olivetti. E’ il carattere con il quale mi mandava le prime email, 10 anni fa, e ai miei occhi è circondato da una romantica aura, pur nella purezza delle sue forme super-semplici.
E voi, avete un font che vi piace di più, o qualche antipatia per un carattere in particolare?

Non si vive… di solo blog

I giorni di cui parlavo nello scorso post sono finiti. Forse per sempre, forse solo per adesso.
Si torna a vivere, respirare, guardarsi attorno. 
Ho preso una lunga boccata d’ossigeno e per qualche settimana sono stata in apnea, rivedendo le mie priorità. Ma le parentesi, per loro natura, possono solo essere brevi, quindi… eccomi qui.
Con nuovi progetti, energie in recupero, idee e spunti di riflessione da buttare in questo calderone che è il blog. Per darvi un assaggio della mia vita.
Un grazie di cuore alle amiche reali e virtuali che in queste settimane hanno sopportato il mio assenteismo, la stanchezza imperante e la frettolosità nella gestione dei rapporti. Un grazie a coloro che si sono offerti di darmi una mano con le nanette per lasciarmi qualche ora di più per lo studio. Un grazie a mio marito che ha tollerato con filosofia i dubbi giuridici della mezzanotte e mezza ed è riuscito a farmi ridere in ogni momento. Un grazie alla gatta, che ha passato sdraiata sul mio petto, a far le fusa, diverse serate: quale migliore compagnia nelle lunghe sessioni di studio??
E magari sarebbe anche ora di cambiare la grafica al blog…
Ci sono quei giorni…
in cui le cose da fare sembrano espandersi come un gas, occupando tutto lo spazio disponibile. La routine permea i pori della pelle, assorbe le energie, acuisce le reazioni. Ti senti una bestia da soma, legata al basto e col paraocchi: non vedi a destra nè a sinistra, e mestamente tiri la carretta, sperando che il fondo della strada si presenti presto sotto gli zoccoli. E quando poi si presenta un imprevisto, e qualcuno aggiunge un masso sul tuo carro, invece di fermarti a tirare il fiato ti limiti ad abbassare le spalle e tirare con più impegno.
Perchè alla fine della strada ci devi proprio arrivare.
Salvo, poi, domandarti per quale motivo avessi iniziato a tirare. Ti sforzi di ricordare, ma non riesci. E ti accorgi, invece, che a destra e a sinistra ci sarebbe un incantevole paesaggio, se solo avessi la possibilità di contemplarlo. Ma sei così impegnata a sopportare il peso, a cercare di non scivolare, a portare a termine i tuoi compiti, che l’idea che attorno a te ci sia dell’altro quasi ti infastidisce. Così non godi di nulla, non ascolti gli uccellini che ti accompagnano col loro canto, non senti il profumo dei fiori. Sei troppo concentrata sul peso che ti opprime.
Ecco, questa immagine rappresenta bene la mia vita delle ultime settimane, le prime del nuovo anno.
Mi servirebbe un boccaglio per riuscire a respirare…

Il mio 2011: un anno in pillole

Il mio 2011: un anno denso, nel quale ho camminato a fatica come in una melma.
Non ricordo di aver avuto un anno più difficile, più buio. Ma più illuminante allo stesso tempo.
Perchè in quest’anno ho sfrondato, tagliando i rami secchi nella mia vita, e alleggerendo armadi e dispense. Perchè con lucidità, e non senza dolore, ho definito meglio quali sono le mie priorità, quali le cose alle quali non voglio rinunciare, scoprendo che molte che ritenevo necessarie non lo sono affatto.
Ho scoperto nuove persone, e concludo l’anno con due preziose amiche in più: Lisa e Clara, con le quali la sintonia è stata immediata.
Ho perso la mia adorata cagnetta e il bisnonno delle mie bambine, e per entrambi è stato uno strappo, un dolore.
Ho accolto in casa una tartarughina e una micetta, per la gioia delle mie nanette e della nostra.
Ho fatto il primo viaggio sola con mio marito lasciando entrambe le bambine a casa. E pensando a loro tutto il tempo, naturalmente.
Ho visto la mia amica di più vecchia data – ci conosciamo dall’asilo – andare sposa a mio cugino, bella e delicata come solo lei sa essere.
Ho affrontato due mesi di malattia e una lunga riabilitazione, che ancora non è finita.
Ho assistito mia mamma nella sua malattia e riabilitazione, e anche lei ancora sta lottando per stare bene.
Ho rafforzato ogni giorno di più l’amore che mi lega a mio marito, scoprendo che le difficoltà sono capaci di unire due persone come poche altre cose.
Ho vissuto intensamente, di questo sono sicura.
Dal 2012 mi aspetto solo che mi porti serenità, per affrontare ogni impegno con un sorriso.
E, magari, che sia l’anno del mio primo libro… ma non vorrei volare troppo in alto!

Il “Figlio di Nessuno”

Per oggi avevo in mente un post frivolo: è la settimana di Natale, e a casa mia fervono i preparativi. Che sia la casetta di panpepato da glassare o gli ultimi pacchetti da nascondere alle nanette, siamo super impegnati.
Un articolo letto poco fa, però, mi ha fatto fermare, impietrita. 
Perchè i Figli di Nessuno esistono anche alla fine del 2011, nella nostra civilissima Italia. Nel Paese dove tutti hanno una Mamma. 
Ecco, lui non ce l’ha. E’ solo, e gravemente ammalato, cosicchè rischia di restare per sempre sordo se non potrà, entro l’anno di vita, sostenere un intervento chirurgico per l’impianto di protesi acustiche permanenti. Che sono ovviamente costose, e quando non si ha una famiglia alle spalle, che ti protegge e ti sostiene, tutto diventa in salita. Ha nove mesi ma ne dimostra quattro, perchè la sua malattia ne ritarda lo sviluppo. E’ circondato dall’amore di un intero reparto che si prende cura di lui nel miglior modo possibile, ma non sa cosa sia una casa o l’abbraccio della mamma. Vive in un silenzio ovattato, percependo ben poco di ciò che lo circonda.
E’ l’ultimo degli ultimi. E’ come Gesù Bambino.
In questo Natale ormai davvero alle porte, fermiamoci un attimo a pensare ai piccoli, ai bisognosi, agli ultimi. Usciamo dalla nostra beata inconsapevolezza per guardare alla realtà del mondo che ci circonda, e attiviamoci per renderlo migliore.
Questo piccolo Gesù ha bisogno di noi: ha avuto una partenza davvero sfortunata, ma è in nostro potere rendere il suo cammino un po’ meno difficile.
Per tutte le informazioni su come rendersi utili, cliccate qui, dove potrete trovare il resoconto del medico volontario della Croce Rossa che sta seguendo il caso.
Un abbraccio

AGGIORNAMENTO DEL 21/12/2011
Dopo aver parlato con il tesoriere della ONLUS ho saputo che le “promesse di donazione” hanno raggiunto  la cifra necessaria all’impianto delle protesi cocleari. E’ un bel risultato, ma finchè le donazioni non saranno materialmente nel conto corrente, resteranno delle promesse. Invito quindi tutti coloro che hanno dato la loro disponibilità ad effettuare il bonifico quanto prima. Qualora poi ci dovesse essere un esubero nelle donazioni, la cifra in più sarà utilizzata per la seconda necessità del bambino: un passeggino ad hoc per le sue esigenze, che sono, purtroppo, particolari.
Teniamo sempre gli occhi aperti…

Regali di Natale e addiction

Anche voi avete la sensazione che i vostri nani, per Natale, ricevano una quantità esagerata di doni?
Anche a voi capita che nella frenesia dello scartare pacchi appaiano come dei piccoli drogati che passano dall’uno all’altro senza nemmeno soffermarsi un secondo sul contenuto?
Anche a voi sembra che più regali significhi più insoddisfazione?
Anche a voi pare che l’abbondanza di regali, non apprezzati fino in fondo, rovini una buona metà del divertimento, e soprattutto faccia perdere il senso del Natale?
Ecco, a me questo è successo negli ultimi anni. E non mi è piaciuto. Le mie nane hanno aperto circa 25 pacchi a testa. Sono cose!
Nonostante abbia tentato di porre in atto delle misure restrittive preventive e poi successive (vedi il mio vecchio post in materia) non sono riuscita a dare alla notte del 24 e alla mattina del 25 una connotazione meno consumistica. Le minacce ai nonni non sono servite. Gli inviti agli zii sono rimasti inascoltati. Le preghiere agli amici sempre affettuosi e generosi sono restate inesaudite. 
Quest’anno voglio dire basta: passo al contrattacco.
Perché il Natale le nanette se lo devono ricordare per l’atmosfera di gioia, per aver atteso uno o due giocattoli tanto desiderati, non settantacinque mediamente desiderati, per aver passato un sacco di tempo con mamma e papà e i l resto della ciurma familiare. 
Allora ho pensato questo: posto che alcuni regali non possono essere impediti, perché nessun nonno accetta di non mandare a Babbo Natale la sua personale richiesta in favore dei nipotini, mi sono rivolta ai miei amici, a tutti coloro che ogni anno pensano alle mie bambine con affetto. 
Non regalate loro nulla, ho chiesto; la nostra casa è fin troppo piena di cose. In questo Natale di crisi, impostiamo una politica di austerity, ed evitiamo di spendere 10, 20 o più € per un dono che sarebbe solo uno in più tra tanti altri. Scambiamoci invece letterine affettuose, disegni dei nostri figli, un qualcosa fatto in casa, che sia una decorazione per l’albero in pannolenci o un sacchetto di biscotti fatto con le nostre mani.
E se vogliamo portare a compimento l’opera, mandiamo quanto avremmo speso per i regali a chi davvero ne ha bisogno. Noi lo faremo, con Save the Children.
Perché questo Natale sia buono davvero, per tutti.

Vivere con lentezza. Facciamo un gioco?

Stamattina leggevo l’ultimo post del mio blog preferito, Enjoying the small things, e mi ha colpito una riflessione dell’autrice, la bravissima Kelle: a prescindere da quanto siamo effettivamente pieni di cose da fare, ci piace da morire dire che siamo “superimpegnati”: quante volte rispondiamo così a chi ci chiede come stiamo? A me, a dire il vero, capita spesso. Negli ultimi 2 anni, complice il cambio di lavoro che ha più che raddoppiato le mie ore di assenza da casa, spessissimo. Ma ammetto che anche prima, nonostante un part-time di 15 ore, mi capitava di frequente di dire quanto fossi piena di cose da fare. Busy. Con una hectic schedule, ovvero una giornata fitta fitta di impegni uno dopo l’altro.
Idem per le mie amiche – non me ne vogliano quelle che mi leggono – ma riprendendo in mano gli ultimi scambi di messaggi mi sono resa conto che la frase che a vicenda ci siamo dette di più è: “sono incasinata“. Con i bimbi, la casa, il lavoro, il cercare di ritagliarsi del tempo per sè e per la coppia. Il coltivare un hobby perchè siamo tutte un po’ creative. Il non abbruttirsi ripiegandosi sulla routine, il che ci spinge ad inzeppare le nostre giornate di settemila cose da fare, cosicchè viviamo come in una lavatrice. Che gira alla massima velocità e ci restituisce un’immagine mossa e sfuocata delle nostre giornate.
Questa è una vera e propria aberrazione: l’uomo non è fatto per questi ritmi. Guardate la natura selvaggia: qual è l’animale che si ammazza di lavoro? Nessuno, tutte le creature alternano giusti periodi di attività intensa ad altri di riposo, nei quali accumulare energie per le giornate a venire. 
E’ che la nostra società è bastarda, e premia chi si bulla di avere così tante cose da fare da essere costretto a sacrificare preziose ore di sonno per cancellare tutte le voci della lista. E’ che è più in alto, nella scala della considerazione sociale, chi si fa venire l’infarto per il superlavoro. Ma anche per il divertimento, perchè il motto è Work hard, play hard.
Ecco, io mi ribello a questo. Fermiamoci! Voglio vivere con lentezza, e faccio questo proposito per le giornate a venire: che siano meno piene di cose, e che quelle che verranno ammesse siano davvero importanti. Poche ma buone. Per assaporarle una ad una e dar loro il giusto valore, di cui spesso ci dimentichiamo. 
Un esempio, banale e illuminante, è la sacralità del ritrovarci tutti e 4, quando mio marito sta lavorando in casa, davanti ad una tazza di the fumante intorno alle 17. Che non sia un the al volo, con dei biscotti confezionati, ma una merenda su un tavolo ben apparecchiato e condita da chiacchiere e coccole. Per sentire che quello è un momento tutto nostro e irrinunciabile, da assaporare dalla prima all’ultima briciola. 
Vi invito a raccogliere la sfida della lentezza, e a pensare ad un’azione, anche piccola, che porterete avanti nelle prossime settimane per riappropriarvi del lento vivere: postatemi nei commenti i vostri suggerimenti.

E se ancora non conoscete lo Slow Movement, che si lega ovviamente al più noto Slow Food, vi consiglio caldamente di leggere un libro che io ho adorato: E vinse la tartaruga, di Carl Honorè, un libro che è l’elogio del vivere lentamente, e ci fa capire come ormai siamo tutti vittime della malattia del tempo, che ci spinge a fare, fare, fare, senza fermarci un secondo a riflettere su CHI siamo.

Dire grazie

Oggi, ultimo giovedì di novembre, negli Stati Uniti si festeggia il Thanksgiving, una festa antica che affonda le sue radici nella creazione degli USA, in occasione della quale le famiglie si riuniscono e riflettono sul senso di gratitudine che tutti dovremmo provare nei confronti della vita.
Anche se Thanksgiving non è una celebrazione della tradizionale italiana credo sia bello prendersi cinque minuti per pensare alla nostra vita, e cercare di guardala sotto una prospettiva diversa da quella abituale. E’ un luogo comune quello secondo cui siamo sempre troppo di corsa per fermarci a pensare a quanto abbiamo ricevuto dalla vita, sia che riteniamo che ciò sia un dono divino, sia che pensiamo che tutto accada per caso. Eppure rispecchia la verità.
Fermiamoci un istante, allora, solo per oggi. Guardiamo al bicchiere della nostra esistenza come mezzo pieno anzichè mezzo vuoto. Smettiamo di scorrere mentalmente l’elenco di tutte le cose che ci sono state negate, di quelle che ancora non abbiamo raggiunto, e sentiamoci beati per le mille che invece abbiamo e diamo per scontate.
Inizio io.
Grazie:
– Per il marito speciale, che mi è amico e compagno in ogni giorno del nostro viaggio insieme.
– Per le mie figlie, soprattutto perché sono sane. Durante la seconda gravidanza pareva che la piccolina dovesse avere una grave malattia, quindi dico grazie perché questa dura prova è stata allontanata dal mio cammino.
– Per i miei familiari, perché a volte non ci capiamo, battibecchiamo e perdiamo reciprocamente la pazienza, ma sappiamo che nel momento della difficoltà siamo sempre lì gli uni per gli altri.
– Per le mie amiche speciali, tutte diverse tra loro, tutte unite a me da una affetto solido e duraturo: sono le mie ancore.

– Per il lavoro che ho, perché anche se ne detesto ogni minuto, mi permette di portare un adeguato stipendio a casa, e di questi tempi è una grande fortuna.
– Per le sorprese che ogni tanto la vita mi riserva: perché la realtà talvolta supera la fantasia, scuote le tue convinzioni dalle fondamenta e ti impone di cambiare gli occhiali attraverso cui guardi al mondo.

E voi, per cosa dite grazie?

Piccoli amori

Ho già parlato del nuovo compagno di classe della nana grande, BJ: genitori canadesi, vive in Italia da tempo ma il suo accento è inequivocabile. Arrivato nella nostra città da un paio di mesi, si è inserito nella nuova classe, dove c’erano già amicizie consolidate dall’anno precedente, non senza difficoltà. In mia figlia ha indubbiamente trovato un’amica, forte delle sue particolarità che ai miei occhi lo rendono irresistibilmente simpatico, ed evidentemente anche ai suoi! Buon sangue non mente…
A quanto pare lui ha apprezzato. Sì, insomma, pare sia innamorato. Così mi ha detto mia figlia, e così mi hanno confermato i genitori di lui, due persone deliziose incontrate alla festa della nana. 
Si dice che lui le dica, ogni tanto: “Come sei bella! Vuoi sposarmi?” e che lei, come si conviene ad una signorina civettuola, rifiuti sempre, alimentando in questo modo la di lui passione. 
L’altro giorno la nana è ritornata da scuola con un bustone di cui ho subito voluto vedere il contenuto: era una casetta per le bambole, a due piani e completa di stanze, evidentemente fatta a mano da un artigiano forse non troppo esperto ma palesemente volenteroso. E innamorato. 
Sul tetto, verniciato di bianco, campeggia un grande cuore rosa.
“Chi ti ha fatto questo regalo?” Chiedo io, ingenuamente.
“BJ” è stata l’ovvia risposta. 
Ho trovato tenero e commuovente che lui abbia dedicato tempo ed energie a costruire, con colori e cartoncino, un regalo per la nana, e perfino che abbia fregato, alla sua sorella più grande, alcuni mobili in miniatura per arredare le stanze. Non mancava neppure una tovaglia ritagliata da un pezzetto di stoffa azzurro, e il copridivano ritagliato dalla medesima stoffa… insomma, una casetta pronta per inventare mille storie e divertirsi per ore! quanti bambini di 7 anni avrebbero dedicato un paio di pomeriggi a costruire questo piccolo capolavoro? mi rammarico che la mia macchina foto sia fuori uso, perchè ve l’avrei davvero voluta mostrare!

Io sono rimasta davvero colpita, e voi che ne pensate?

La scatola della felicità

Alcuni giorni fa la nana grande ha visto la pubblicità delle inziative di Save the children, una ONLUS che si occupa, attraverso le donazioni volontarie, di salvare i bambini di alcuni Paesi, come Mali e Mozambico, che ogni giorno muoiono per malattie che nel resto del mondo sono ormai diventate banalità facilmente curabili. Save the Children, inoltre, si occupa anche di garantire ai bambini che in alcune aree del mondo vivono in condizione di indigenza, l’accesso all’istruzione, primo gradino di una vita libera dalla schiavitù morale e materiale. Attraverso il loro sito, infine, è anche possibile procedere ad una adozione a distanza, attraverso una contribuzione continuativa che viene destinata ad un bambino in particolare.
La nana grande è rimasta particolarmente impressionata dalla faccenda, e colpita dal fatto che in luoghi seppure lontani vi siano bambini che non hanno il necessario per vivere. Ha chiesto se fosse possibile fare qualcosa per loro, e quando le abbiamo spiegato che è necessario inviare dei soldini, affinchè si acquistino medicine, generi alimentari e attrezzature scolastiche, ha detto di voler mettere da parte, ogni mese, la cifra necessaria.
Inutile dire che siamo stati toccati dal suo slancio empatico verso i meno fortunati, e abbiamo accolto con gioia la sua idea. Durante il pomeriggio abbiamo foderato una scatola di cartone con un’allegra carta colorata, che la nana ha poi decorato, scrivendo sul bordo “Scatola della felicità”.
“Che cosa significa?” Le ho chiesto
“Che grazie ai soldini contenuti in questa scatola un bambino bisognoso potrà trovare la felicità.”
Spero davvero che mia figlia abbia ragione, e che attraverso le monete messe da parte giorno per giorno, assieme alle medicine arrivi a quei bimbi un po’ del nostro calore.