Il “Figlio di Nessuno”

Per oggi avevo in mente un post frivolo: è la settimana di Natale, e a casa mia fervono i preparativi. Che sia la casetta di panpepato da glassare o gli ultimi pacchetti da nascondere alle nanette, siamo super impegnati.
Un articolo letto poco fa, però, mi ha fatto fermare, impietrita. 
Perchè i Figli di Nessuno esistono anche alla fine del 2011, nella nostra civilissima Italia. Nel Paese dove tutti hanno una Mamma. 
Ecco, lui non ce l’ha. E’ solo, e gravemente ammalato, cosicchè rischia di restare per sempre sordo se non potrà, entro l’anno di vita, sostenere un intervento chirurgico per l’impianto di protesi acustiche permanenti. Che sono ovviamente costose, e quando non si ha una famiglia alle spalle, che ti protegge e ti sostiene, tutto diventa in salita. Ha nove mesi ma ne dimostra quattro, perchè la sua malattia ne ritarda lo sviluppo. E’ circondato dall’amore di un intero reparto che si prende cura di lui nel miglior modo possibile, ma non sa cosa sia una casa o l’abbraccio della mamma. Vive in un silenzio ovattato, percependo ben poco di ciò che lo circonda.
E’ l’ultimo degli ultimi. E’ come Gesù Bambino.
In questo Natale ormai davvero alle porte, fermiamoci un attimo a pensare ai piccoli, ai bisognosi, agli ultimi. Usciamo dalla nostra beata inconsapevolezza per guardare alla realtà del mondo che ci circonda, e attiviamoci per renderlo migliore.
Questo piccolo Gesù ha bisogno di noi: ha avuto una partenza davvero sfortunata, ma è in nostro potere rendere il suo cammino un po’ meno difficile.
Per tutte le informazioni su come rendersi utili, cliccate qui, dove potrete trovare il resoconto del medico volontario della Croce Rossa che sta seguendo il caso.
Un abbraccio

AGGIORNAMENTO DEL 21/12/2011
Dopo aver parlato con il tesoriere della ONLUS ho saputo che le “promesse di donazione” hanno raggiunto  la cifra necessaria all’impianto delle protesi cocleari. E’ un bel risultato, ma finchè le donazioni non saranno materialmente nel conto corrente, resteranno delle promesse. Invito quindi tutti coloro che hanno dato la loro disponibilità ad effettuare il bonifico quanto prima. Qualora poi ci dovesse essere un esubero nelle donazioni, la cifra in più sarà utilizzata per la seconda necessità del bambino: un passeggino ad hoc per le sue esigenze, che sono, purtroppo, particolari.
Teniamo sempre gli occhi aperti…

Regali di Natale e addiction

Anche voi avete la sensazione che i vostri nani, per Natale, ricevano una quantità esagerata di doni?
Anche a voi capita che nella frenesia dello scartare pacchi appaiano come dei piccoli drogati che passano dall’uno all’altro senza nemmeno soffermarsi un secondo sul contenuto?
Anche a voi sembra che più regali significhi più insoddisfazione?
Anche a voi pare che l’abbondanza di regali, non apprezzati fino in fondo, rovini una buona metà del divertimento, e soprattutto faccia perdere il senso del Natale?
Ecco, a me questo è successo negli ultimi anni. E non mi è piaciuto. Le mie nane hanno aperto circa 25 pacchi a testa. Sono cose!
Nonostante abbia tentato di porre in atto delle misure restrittive preventive e poi successive (vedi il mio vecchio post in materia) non sono riuscita a dare alla notte del 24 e alla mattina del 25 una connotazione meno consumistica. Le minacce ai nonni non sono servite. Gli inviti agli zii sono rimasti inascoltati. Le preghiere agli amici sempre affettuosi e generosi sono restate inesaudite. 
Quest’anno voglio dire basta: passo al contrattacco.
Perché il Natale le nanette se lo devono ricordare per l’atmosfera di gioia, per aver atteso uno o due giocattoli tanto desiderati, non settantacinque mediamente desiderati, per aver passato un sacco di tempo con mamma e papà e i l resto della ciurma familiare. 
Allora ho pensato questo: posto che alcuni regali non possono essere impediti, perché nessun nonno accetta di non mandare a Babbo Natale la sua personale richiesta in favore dei nipotini, mi sono rivolta ai miei amici, a tutti coloro che ogni anno pensano alle mie bambine con affetto. 
Non regalate loro nulla, ho chiesto; la nostra casa è fin troppo piena di cose. In questo Natale di crisi, impostiamo una politica di austerity, ed evitiamo di spendere 10, 20 o più € per un dono che sarebbe solo uno in più tra tanti altri. Scambiamoci invece letterine affettuose, disegni dei nostri figli, un qualcosa fatto in casa, che sia una decorazione per l’albero in pannolenci o un sacchetto di biscotti fatto con le nostre mani.
E se vogliamo portare a compimento l’opera, mandiamo quanto avremmo speso per i regali a chi davvero ne ha bisogno. Noi lo faremo, con Save the Children.
Perché questo Natale sia buono davvero, per tutti.

Vivere con lentezza. Facciamo un gioco?

Stamattina leggevo l’ultimo post del mio blog preferito, Enjoying the small things, e mi ha colpito una riflessione dell’autrice, la bravissima Kelle: a prescindere da quanto siamo effettivamente pieni di cose da fare, ci piace da morire dire che siamo “superimpegnati”: quante volte rispondiamo così a chi ci chiede come stiamo? A me, a dire il vero, capita spesso. Negli ultimi 2 anni, complice il cambio di lavoro che ha più che raddoppiato le mie ore di assenza da casa, spessissimo. Ma ammetto che anche prima, nonostante un part-time di 15 ore, mi capitava di frequente di dire quanto fossi piena di cose da fare. Busy. Con una hectic schedule, ovvero una giornata fitta fitta di impegni uno dopo l’altro.
Idem per le mie amiche – non me ne vogliano quelle che mi leggono – ma riprendendo in mano gli ultimi scambi di messaggi mi sono resa conto che la frase che a vicenda ci siamo dette di più è: “sono incasinata“. Con i bimbi, la casa, il lavoro, il cercare di ritagliarsi del tempo per sè e per la coppia. Il coltivare un hobby perchè siamo tutte un po’ creative. Il non abbruttirsi ripiegandosi sulla routine, il che ci spinge ad inzeppare le nostre giornate di settemila cose da fare, cosicchè viviamo come in una lavatrice. Che gira alla massima velocità e ci restituisce un’immagine mossa e sfuocata delle nostre giornate.
Questa è una vera e propria aberrazione: l’uomo non è fatto per questi ritmi. Guardate la natura selvaggia: qual è l’animale che si ammazza di lavoro? Nessuno, tutte le creature alternano giusti periodi di attività intensa ad altri di riposo, nei quali accumulare energie per le giornate a venire. 
E’ che la nostra società è bastarda, e premia chi si bulla di avere così tante cose da fare da essere costretto a sacrificare preziose ore di sonno per cancellare tutte le voci della lista. E’ che è più in alto, nella scala della considerazione sociale, chi si fa venire l’infarto per il superlavoro. Ma anche per il divertimento, perchè il motto è Work hard, play hard.
Ecco, io mi ribello a questo. Fermiamoci! Voglio vivere con lentezza, e faccio questo proposito per le giornate a venire: che siano meno piene di cose, e che quelle che verranno ammesse siano davvero importanti. Poche ma buone. Per assaporarle una ad una e dar loro il giusto valore, di cui spesso ci dimentichiamo. 
Un esempio, banale e illuminante, è la sacralità del ritrovarci tutti e 4, quando mio marito sta lavorando in casa, davanti ad una tazza di the fumante intorno alle 17. Che non sia un the al volo, con dei biscotti confezionati, ma una merenda su un tavolo ben apparecchiato e condita da chiacchiere e coccole. Per sentire che quello è un momento tutto nostro e irrinunciabile, da assaporare dalla prima all’ultima briciola. 
Vi invito a raccogliere la sfida della lentezza, e a pensare ad un’azione, anche piccola, che porterete avanti nelle prossime settimane per riappropriarvi del lento vivere: postatemi nei commenti i vostri suggerimenti.

E se ancora non conoscete lo Slow Movement, che si lega ovviamente al più noto Slow Food, vi consiglio caldamente di leggere un libro che io ho adorato: E vinse la tartaruga, di Carl Honorè, un libro che è l’elogio del vivere lentamente, e ci fa capire come ormai siamo tutti vittime della malattia del tempo, che ci spinge a fare, fare, fare, senza fermarci un secondo a riflettere su CHI siamo.

Dire grazie

Oggi, ultimo giovedì di novembre, negli Stati Uniti si festeggia il Thanksgiving, una festa antica che affonda le sue radici nella creazione degli USA, in occasione della quale le famiglie si riuniscono e riflettono sul senso di gratitudine che tutti dovremmo provare nei confronti della vita.
Anche se Thanksgiving non è una celebrazione della tradizionale italiana credo sia bello prendersi cinque minuti per pensare alla nostra vita, e cercare di guardala sotto una prospettiva diversa da quella abituale. E’ un luogo comune quello secondo cui siamo sempre troppo di corsa per fermarci a pensare a quanto abbiamo ricevuto dalla vita, sia che riteniamo che ciò sia un dono divino, sia che pensiamo che tutto accada per caso. Eppure rispecchia la verità.
Fermiamoci un istante, allora, solo per oggi. Guardiamo al bicchiere della nostra esistenza come mezzo pieno anzichè mezzo vuoto. Smettiamo di scorrere mentalmente l’elenco di tutte le cose che ci sono state negate, di quelle che ancora non abbiamo raggiunto, e sentiamoci beati per le mille che invece abbiamo e diamo per scontate.
Inizio io.
Grazie:
– Per il marito speciale, che mi è amico e compagno in ogni giorno del nostro viaggio insieme.
– Per le mie figlie, soprattutto perché sono sane. Durante la seconda gravidanza pareva che la piccolina dovesse avere una grave malattia, quindi dico grazie perché questa dura prova è stata allontanata dal mio cammino.
– Per i miei familiari, perché a volte non ci capiamo, battibecchiamo e perdiamo reciprocamente la pazienza, ma sappiamo che nel momento della difficoltà siamo sempre lì gli uni per gli altri.
– Per le mie amiche speciali, tutte diverse tra loro, tutte unite a me da una affetto solido e duraturo: sono le mie ancore.

– Per il lavoro che ho, perché anche se ne detesto ogni minuto, mi permette di portare un adeguato stipendio a casa, e di questi tempi è una grande fortuna.
– Per le sorprese che ogni tanto la vita mi riserva: perché la realtà talvolta supera la fantasia, scuote le tue convinzioni dalle fondamenta e ti impone di cambiare gli occhiali attraverso cui guardi al mondo.

E voi, per cosa dite grazie?

Piccoli amori

Ho già parlato del nuovo compagno di classe della nana grande, BJ: genitori canadesi, vive in Italia da tempo ma il suo accento è inequivocabile. Arrivato nella nostra città da un paio di mesi, si è inserito nella nuova classe, dove c’erano già amicizie consolidate dall’anno precedente, non senza difficoltà. In mia figlia ha indubbiamente trovato un’amica, forte delle sue particolarità che ai miei occhi lo rendono irresistibilmente simpatico, ed evidentemente anche ai suoi! Buon sangue non mente…
A quanto pare lui ha apprezzato. Sì, insomma, pare sia innamorato. Così mi ha detto mia figlia, e così mi hanno confermato i genitori di lui, due persone deliziose incontrate alla festa della nana. 
Si dice che lui le dica, ogni tanto: “Come sei bella! Vuoi sposarmi?” e che lei, come si conviene ad una signorina civettuola, rifiuti sempre, alimentando in questo modo la di lui passione. 
L’altro giorno la nana è ritornata da scuola con un bustone di cui ho subito voluto vedere il contenuto: era una casetta per le bambole, a due piani e completa di stanze, evidentemente fatta a mano da un artigiano forse non troppo esperto ma palesemente volenteroso. E innamorato. 
Sul tetto, verniciato di bianco, campeggia un grande cuore rosa.
“Chi ti ha fatto questo regalo?” Chiedo io, ingenuamente.
“BJ” è stata l’ovvia risposta. 
Ho trovato tenero e commuovente che lui abbia dedicato tempo ed energie a costruire, con colori e cartoncino, un regalo per la nana, e perfino che abbia fregato, alla sua sorella più grande, alcuni mobili in miniatura per arredare le stanze. Non mancava neppure una tovaglia ritagliata da un pezzetto di stoffa azzurro, e il copridivano ritagliato dalla medesima stoffa… insomma, una casetta pronta per inventare mille storie e divertirsi per ore! quanti bambini di 7 anni avrebbero dedicato un paio di pomeriggi a costruire questo piccolo capolavoro? mi rammarico che la mia macchina foto sia fuori uso, perchè ve l’avrei davvero voluta mostrare!

Io sono rimasta davvero colpita, e voi che ne pensate?

La scatola della felicità

Alcuni giorni fa la nana grande ha visto la pubblicità delle inziative di Save the children, una ONLUS che si occupa, attraverso le donazioni volontarie, di salvare i bambini di alcuni Paesi, come Mali e Mozambico, che ogni giorno muoiono per malattie che nel resto del mondo sono ormai diventate banalità facilmente curabili. Save the Children, inoltre, si occupa anche di garantire ai bambini che in alcune aree del mondo vivono in condizione di indigenza, l’accesso all’istruzione, primo gradino di una vita libera dalla schiavitù morale e materiale. Attraverso il loro sito, infine, è anche possibile procedere ad una adozione a distanza, attraverso una contribuzione continuativa che viene destinata ad un bambino in particolare.
La nana grande è rimasta particolarmente impressionata dalla faccenda, e colpita dal fatto che in luoghi seppure lontani vi siano bambini che non hanno il necessario per vivere. Ha chiesto se fosse possibile fare qualcosa per loro, e quando le abbiamo spiegato che è necessario inviare dei soldini, affinchè si acquistino medicine, generi alimentari e attrezzature scolastiche, ha detto di voler mettere da parte, ogni mese, la cifra necessaria.
Inutile dire che siamo stati toccati dal suo slancio empatico verso i meno fortunati, e abbiamo accolto con gioia la sua idea. Durante il pomeriggio abbiamo foderato una scatola di cartone con un’allegra carta colorata, che la nana ha poi decorato, scrivendo sul bordo “Scatola della felicità”.
“Che cosa significa?” Le ho chiesto
“Che grazie ai soldini contenuti in questa scatola un bambino bisognoso potrà trovare la felicità.”
Spero davvero che mia figlia abbia ragione, e che attraverso le monete messe da parte giorno per giorno, assieme alle medicine arrivi a quei bimbi un po’ del nostro calore.

Impatto zero

Alcuni giorni fa sono stata contattata dai responsabili del progetto “il mio blog è CO2 neutral”, un progetto mirato proprio ai blogger, e affiliato al tedesco Iplantatree.org (io pianto un albero), che hanno richiesto la mia collaborazione. Dopo aver approfondito sul loro sito le modalità dell’iniziativa sono stata felice di aderire, esponendo sul mio blog il bannerino che vedete a lato. Da oggi, infatti, il mio blog è ad impatto zero sull’ambiente!
Che cosa significa? Ebbene, sapevate che il tempo speso al pc per la gestione di un blog, attraverso il funzionamento di un server, produce un quantitativo di anidride carbonica pari a circa 3,6 kg/anno, e dunque inquinamento atmosferico? E quale modo migliore di neutralizzare l’anidride carbonica che piantare un albero, antidoto per eccellenza? Considerate che ciascun albero è capace di assorbire, a seconda delle dimensioni, dai 5 ai 10 kg di CO2 all’anno, e che, avendo una vita media di 50 anni, va indubbiamente ad equilibrare i danni prodotti dal funzionamento di un blog.
Se poi l’albero viene piantato in una zona soggetta a riforestazione (in questo caso in Germania, in Sassonia), ecco che il progetto diventa davvero meritevole di presa in considerazione.
Per ogni blogger che accetterà di esporre il banner “blog a impatto zero”, verrà piantato un nuovo albero: un piccolo passo verso una civiltà più consapevole del proprio influsso negativo sull’ambiente.
Questa iniziativa è stata promossa dal sito doveconviene, un sito che si occupa di digitalizzare quei volantini pubblicitari che ogni giorno intasano la nostra cassetta della posta, e di mettere online i cataloghi di negozi e centri commerciali. La trovo una iniziativa estremamente comoda oltre che civile ed intrinsecamente ecologica: pensate a quanta carta verrebbe risparmiata se i volantini fossero solo in forma digitale, e quanto le nostre strade sarebbero più pulite, evitando che i volantini indesiderati venissero gettati via! Doveconviene, quindi, con questa iniziativa destinata ai blogger, si offre di piantare un albero per ogni banner che verrà esposto, in maniera totalmente gratuita.

Se voi che mi leggete possedete un blog o un sito, vi consiglio caldamente di aderire all’iniziativa, bastano pochi minuti per un risultato davvero concreto!

Digressione. Stoccolma e i bambini

Cinque giorni all’estero per accompagnare mio marito nell’annuale meeting dell’azienda svedese per la quale lavora: un viaggio naturalmente interdetto ai bambini in quanto organizzato intorno ai lavori del meeting, dunque per la prima volta siamo partiti lasciando entrambe le nanette in custodia alle nonne. Ero felice di questo break da sola con mio marito, perchè ogni tanto è giusto, è sacrosanto staccare un po’ dalla routine ufficio-casa-figli, ma la verità è che le nanette mi sono mancate da morire.
Anzi, CI sono mancate da morire. Ogni singolo bambino che vedevamo per strada richiamava commenti del tipo: chissà le nanette in questo momento! Ogni vetrina: questo piacerebbe così tanto alla nanetta grande/piccola!
Insomma, abbiamo staccato da loro con il corpo ma non con la mente, cosicchè ci siamo ripromessi di tornare in Svezia con loro non appena sarà possibile.
Non ho la pretesa di darvi indicazioni di viaggio su cosa fare e vedere a Stoccolma, ma vi offro qualche foto e alcune riflessioni su questa città, vista da una che non riesce a smettere di essere mamma, nemmeno quando i bambini non ci sono.

  • Stoccolma è una città di bambini, PER i bambini. I nani sono ovunque: sulla metro, nei ristoranti, nei negozi e nei mille piccoli grandi parchi che costellano la città. Non esiste un ristorante senza il kid’s menu e il seggiolone, un bagno senza fasciatoio, una scalinata senza rampa per i passeggini.
  • i bambini, a Stoccolma, sono tanti, ma tanti davvero. Le mamme sono giovani, e raramente le ho viste in giro con un solo figlio. Molto più spesso, i bambini sono due o tre. Talvolta anche di più. Merito di una normativa che prevede un anno di astensione obbligatoria dal lavoro per la madre, e i successivi 6 mesi per il padre. Merito degli asili aziendali e, più in generale, di una politica della famiglia estremamente attenta alle nuove generazioni.
  • I bambini scandinavi sono calmi e beneducati, contrariamente ai luoghi comuni ben radicati nella nostra cultura. Al ristorante stanno a tavola con i grandi, in aereo disegnano sui loro quaderni, per strada danno la mano ai genitori senza scappare ovunque. Portano da sé le loro piccole valigie colorate. Ho visto un solo bambino buttarsi per terra strillando e facendo capricci: era italiano. Questo dovrebbe farci riflettere sul nostro modo di educare i bambini, talmente accudente da essere soffocante e spesso frustrante per i nani.
  • A Stoccolma c’è una cultura di grande rispetto per le famiglie: nessuno guarda di sottecchi le mamme, giudicando cosa dicono ai loro figli, come li trattano, se sanno tenere un minimo di disciplina, cosa che invece accade da noi. Affrontate un capriccio di vostro figlio al supermercato, e vedrete quante donne si volteranno a guardare VOI, chi con compassione, chi con disapprovazione. Fondamentalmente, nel bene e nel male, in Svezia ognuno si fa i fatti suoi e rispetta spazi e idee degli altri.
  • Avrete sentito che un politico italiano è stato tratto in arresto proprio in Svezia per aver dato uno scappellotto al figlio riottoso di fronte ad un ristorante: lì è vietato alzare le mani sui proprio figli, anche per quello che noi consideriamo un educativo sculaccione. A dire il vero, io non ho nemmeno sentito una mamma alzare la voce con suo figlio: tutti parlano a voce bassa, tra adulti e con i bambini.
I miei pochi giorni nella cultura scandinava non mi permettono certo di esprimere un giudizio, di dire che in Svezia è meglio che i
n Italia, e che i loro bambini sono “migliori” dei nostri. Tuttavia, quella che ho respirato era un’aria profondamente diversa dalla nostra, e mi ha lasciato una impressione di maggior serenità nella gestione dei figli, e anche maggior rispetto della loro personalità e individualità. Ho notato alcuni spunti, che vi ho riportato, e che spero possano tornarci utili per riflettere sul nostro modo di essere mamme.

Mamme che fanno tutto? Sfatiamo un mito!

Qualche giorno fa su Pianetamamma è uscito un articolo che, prendendo spunto dal film “Ma come fa a far tutto?” attualmente in programmazione, ha trattato il tema spinoso delle mamme che lavorano. Era da un po’ di tempo che pensavo di fare un post sull’argomento, e questo articolo mi ha fornito il giusto spunto.

Ogni tanto infatti mi capita che qualcuno mi chieda: ma come fai a fare tutto? Come fai a lavorare a tempo pieno, gestire la casa, occuparti delle nane, dedicarti ad un hobby, cucinare, ed essere ancora presentabile?
Ecco, a costo di perdere popolarità, lo dico subito: NON FACCIO TUTTO. Non mi ci avvicino neanche lontanamente! Quello che vedete sul blog, ma anche su facebook, è ovviamente solo una parte della mia vita: non vi mostro le foto delle condizioni della mia casa dopo un’incursione di nani sotto i 6 anni, oppure dopo quel giorno in cui sono stata fuori dalle 8 alle 18,30, e quando sono tornata alla base le nanette mi hanno chiesto di dipingere con gli acquerelli, mentre due stenditoi aspettavano di essere svuotati dalla roba asciutta. Insomma, quella che voi vedete non è tutta la realtà. Ve lo dico perché, spesso, mal comune è mezzo gaudio. Anzi, magari un giorno una foto del salotto ve la posto, ma promettete di non mandarmi gli assistenti sociali…
Quando entrarono i ladri nella mia casa al mare, divertendosi a metterla a soqquadro, mio padre, per descrivermi in che condizioni l’avevano trovata disse: hanno lasciato un disordine tale che… guarda, non esagero, sembrava casa tua!
Ecco, spero di aver reso l’idea.
Fatta questa confessione (no, aspettate, non andate via… ops, ho perso tutti i followers!) vi dico anche che nella mia indole ci sarebbe una esasperata attenzione ai dettagli in tutto quello che faccio, e il desiderio di fare mille cose in una giornata, di non tralasciare niente. Purtroppo però le giornate sono di 24 ore e, per quanto si possa scegliere di rinunciare a qualche ora di sonno, non è possibile tirare la corda oltre un certo limite. Perchè poi il tuo corpo ti chiederà, invariabilmente, il conto. E quando tu, mamma, stai male, i primi a risentirne sono i tuoi cuccioli, proprio coloro che, con il tuo cercare di far tutto, hai mirato a proteggere e tutelare. Cercare disperatamente di fare tutto, quindi, non è una scelta vincente.
Lo dico a voi per dirlo a me stessa, perchè spesso io per prima mi rimprovero per aver tralasciato qualcosa: quella pila di calzini puliti da appaiare e piegare, che occhieggia dalla cesta, è come se fosse circondata di lucine rosse che lampeggiano mentre una voce cavernosa dice: ecco, mentre tu dipingevi, guarda cosa accadeva intorno a te! E nei miei peggiori incubi i calzini, di seguito, iniziano a deambulare come le scope de L’apprendista stregone e prendono possesso della casa, insieme a quelle matite colorate rovesciate sul tappeto del salotto, e alla tazza del the abbandonata nel lavello. A quel punto, inevitabilmente, noi umani soccombiamo davanti alla schiera di oggetti ribelli.
Ok, ho esagerato, i calzini non riusciranno mai ad instaurare una dittatura a casa mia… ma giusto perchè non ne abbiamo in numero sufficiente a fare una rivoluzione.
In compenso, davanti ad una cosa da fare rimandata mi resta spesso un senso di leggero disagio, come se da un momento all’altro dovesse saltare fuori qualcuno  a sgridarmi o giudicarmi. Col tempo, però, sto diventando più saggia, e ho imparato che FARE TUTTO NON DEVE ESSERE L’OBIETTIVO.
Se da bambine vi hanno detto così, sappiate che vi hanno informate male.
Avete presente le priorità? Ecco, io adesso mi affido a quelle. Cerco di capire quali sono le cose urgenti e non rimandabili, quali quelle che mi fa piacere fare e voglio comunque includere nella mia giornata, e tralascio con nonchalance le altre. Ho capito che fare tutto non mi è possibile e quindi, semplicemente, non lo faccio. Se voglio fare un dolce che mi impegna per due ore evito di spolverare i soprammobili; se faccio un lavoretto con colla e carta insieme alle nanette, e trascorro così il pomeriggio, magari per cena tiriamo fuori dal freezer una di quelle teglie di lasagne che ho preparato per le emergenze.
In questo mio seguire le priorità cerco comunque di essere ben organizzata e di evitare i momenti morti, consacrandoli a cose utili. Su questo blog ad esempio scrivo di dopopranzo o la notte, o nei rari momenti morti in ufficio (Ministro Brunetta, tappati le orecchie, please!). Si dice che le donne siano multitasking e io ho fatto mio questo credo: cucino mentre seguo la nana grande nei compiti, racconto una storia mentre piego i famosi calzini ribelli di cui sopra, mi faccio la manicure mentre mettiamo le bambole a dormire (sorvolo sui risultati della manicure…), e così via. E quando a fine giornata trovo un biberon nascosto sotto il divano, mi metto a ridere e rinuncio a sentirmi in colpa. Sono diventata troppo indulgente con me stessa?
Essere organizzati per me significa anche una distribuzione dei compiti tra tutti i membri della famiglia: a casa mia, come già ho detto in passato, ciascuno fa la sua parte, marito moglie e figlie, e tutti ci diamo una mano. Tra un po’ pure la tartaruga farà le pulizie nel suo terrario…
Un altro aspetto importante credo sia la pianificazione: sono la donna delle liste. Appunto elenchi di cose da fare, individuo in quali momenti svolgerle e anche, quando possibile, a chi chiedere di darmi una mano. Decido se qualcosa può essere accantonato per un certo tempo o evitato in toto. Provo un malsano godimento nel depennare una voce perchè ho fatto quella cosa o deciso di non farla affatto.
Fare queste liste e poi scrivere sulla mia agendina le cose da fare mi fa sentire rassicurata, e più carica per affrontare la giornata. Ho notato che questo vale anche per le mie figlie: nel tragitto in macchina verso la scuola, spesso espongo loro il programma della giornata, e questo le rasserena molto, facendole sentire padrone del proprio tempo anziché in balia degli eventi.
In ogni caso cerco di avere delle aspettative realistiche verso me stessa e la mia giornata, evitando di pretendere l’impossibile: sono un essere umano con dei difetti, e non potrò mai essere brava in tutto e far felici tutti. Posto che la mia priorità sono le nanette, preferisco allora lasciare che le camicie da stirare si accumulino per qualche giorno, mentre io metto da parte una scorta di momenti piacevoli passati con loro. Sono sicura che crescendo si ricorderanno maggiormente di questi e un po’ meno di quella sera che abbiamo mangiato pasta in bianco perché io non ho fatto in tempo a preparare altro.
O almeno spero…