Impatto zero

Alcuni giorni fa sono stata contattata dai responsabili del progetto “il mio blog è CO2 neutral”, un progetto mirato proprio ai blogger, e affiliato al tedesco Iplantatree.org (io pianto un albero), che hanno richiesto la mia collaborazione. Dopo aver approfondito sul loro sito le modalità dell’iniziativa sono stata felice di aderire, esponendo sul mio blog il bannerino che vedete a lato. Da oggi, infatti, il mio blog è ad impatto zero sull’ambiente!
Che cosa significa? Ebbene, sapevate che il tempo speso al pc per la gestione di un blog, attraverso il funzionamento di un server, produce un quantitativo di anidride carbonica pari a circa 3,6 kg/anno, e dunque inquinamento atmosferico? E quale modo migliore di neutralizzare l’anidride carbonica che piantare un albero, antidoto per eccellenza? Considerate che ciascun albero è capace di assorbire, a seconda delle dimensioni, dai 5 ai 10 kg di CO2 all’anno, e che, avendo una vita media di 50 anni, va indubbiamente ad equilibrare i danni prodotti dal funzionamento di un blog.
Se poi l’albero viene piantato in una zona soggetta a riforestazione (in questo caso in Germania, in Sassonia), ecco che il progetto diventa davvero meritevole di presa in considerazione.
Per ogni blogger che accetterà di esporre il banner “blog a impatto zero”, verrà piantato un nuovo albero: un piccolo passo verso una civiltà più consapevole del proprio influsso negativo sull’ambiente.
Questa iniziativa è stata promossa dal sito doveconviene, un sito che si occupa di digitalizzare quei volantini pubblicitari che ogni giorno intasano la nostra cassetta della posta, e di mettere online i cataloghi di negozi e centri commerciali. La trovo una iniziativa estremamente comoda oltre che civile ed intrinsecamente ecologica: pensate a quanta carta verrebbe risparmiata se i volantini fossero solo in forma digitale, e quanto le nostre strade sarebbero più pulite, evitando che i volantini indesiderati venissero gettati via! Doveconviene, quindi, con questa iniziativa destinata ai blogger, si offre di piantare un albero per ogni banner che verrà esposto, in maniera totalmente gratuita.

Se voi che mi leggete possedete un blog o un sito, vi consiglio caldamente di aderire all’iniziativa, bastano pochi minuti per un risultato davvero concreto!

Digressione. Stoccolma e i bambini

Cinque giorni all’estero per accompagnare mio marito nell’annuale meeting dell’azienda svedese per la quale lavora: un viaggio naturalmente interdetto ai bambini in quanto organizzato intorno ai lavori del meeting, dunque per la prima volta siamo partiti lasciando entrambe le nanette in custodia alle nonne. Ero felice di questo break da sola con mio marito, perchè ogni tanto è giusto, è sacrosanto staccare un po’ dalla routine ufficio-casa-figli, ma la verità è che le nanette mi sono mancate da morire.
Anzi, CI sono mancate da morire. Ogni singolo bambino che vedevamo per strada richiamava commenti del tipo: chissà le nanette in questo momento! Ogni vetrina: questo piacerebbe così tanto alla nanetta grande/piccola!
Insomma, abbiamo staccato da loro con il corpo ma non con la mente, cosicchè ci siamo ripromessi di tornare in Svezia con loro non appena sarà possibile.
Non ho la pretesa di darvi indicazioni di viaggio su cosa fare e vedere a Stoccolma, ma vi offro qualche foto e alcune riflessioni su questa città, vista da una che non riesce a smettere di essere mamma, nemmeno quando i bambini non ci sono.

  • Stoccolma è una città di bambini, PER i bambini. I nani sono ovunque: sulla metro, nei ristoranti, nei negozi e nei mille piccoli grandi parchi che costellano la città. Non esiste un ristorante senza il kid’s menu e il seggiolone, un bagno senza fasciatoio, una scalinata senza rampa per i passeggini.
  • i bambini, a Stoccolma, sono tanti, ma tanti davvero. Le mamme sono giovani, e raramente le ho viste in giro con un solo figlio. Molto più spesso, i bambini sono due o tre. Talvolta anche di più. Merito di una normativa che prevede un anno di astensione obbligatoria dal lavoro per la madre, e i successivi 6 mesi per il padre. Merito degli asili aziendali e, più in generale, di una politica della famiglia estremamente attenta alle nuove generazioni.
  • I bambini scandinavi sono calmi e beneducati, contrariamente ai luoghi comuni ben radicati nella nostra cultura. Al ristorante stanno a tavola con i grandi, in aereo disegnano sui loro quaderni, per strada danno la mano ai genitori senza scappare ovunque. Portano da sé le loro piccole valigie colorate. Ho visto un solo bambino buttarsi per terra strillando e facendo capricci: era italiano. Questo dovrebbe farci riflettere sul nostro modo di educare i bambini, talmente accudente da essere soffocante e spesso frustrante per i nani.
  • A Stoccolma c’è una cultura di grande rispetto per le famiglie: nessuno guarda di sottecchi le mamme, giudicando cosa dicono ai loro figli, come li trattano, se sanno tenere un minimo di disciplina, cosa che invece accade da noi. Affrontate un capriccio di vostro figlio al supermercato, e vedrete quante donne si volteranno a guardare VOI, chi con compassione, chi con disapprovazione. Fondamentalmente, nel bene e nel male, in Svezia ognuno si fa i fatti suoi e rispetta spazi e idee degli altri.
  • Avrete sentito che un politico italiano è stato tratto in arresto proprio in Svezia per aver dato uno scappellotto al figlio riottoso di fronte ad un ristorante: lì è vietato alzare le mani sui proprio figli, anche per quello che noi consideriamo un educativo sculaccione. A dire il vero, io non ho nemmeno sentito una mamma alzare la voce con suo figlio: tutti parlano a voce bassa, tra adulti e con i bambini.
I miei pochi giorni nella cultura scandinava non mi permettono certo di esprimere un giudizio, di dire che in Svezia è meglio che i
n Italia, e che i loro bambini sono “migliori” dei nostri. Tuttavia, quella che ho respirato era un’aria profondamente diversa dalla nostra, e mi ha lasciato una impressione di maggior serenità nella gestione dei figli, e anche maggior rispetto della loro personalità e individualità. Ho notato alcuni spunti, che vi ho riportato, e che spero possano tornarci utili per riflettere sul nostro modo di essere mamme.

Mamme che fanno tutto? Sfatiamo un mito!

Qualche giorno fa su Pianetamamma è uscito un articolo che, prendendo spunto dal film “Ma come fa a far tutto?” attualmente in programmazione, ha trattato il tema spinoso delle mamme che lavorano. Era da un po’ di tempo che pensavo di fare un post sull’argomento, e questo articolo mi ha fornito il giusto spunto.

Ogni tanto infatti mi capita che qualcuno mi chieda: ma come fai a fare tutto? Come fai a lavorare a tempo pieno, gestire la casa, occuparti delle nane, dedicarti ad un hobby, cucinare, ed essere ancora presentabile?
Ecco, a costo di perdere popolarità, lo dico subito: NON FACCIO TUTTO. Non mi ci avvicino neanche lontanamente! Quello che vedete sul blog, ma anche su facebook, è ovviamente solo una parte della mia vita: non vi mostro le foto delle condizioni della mia casa dopo un’incursione di nani sotto i 6 anni, oppure dopo quel giorno in cui sono stata fuori dalle 8 alle 18,30, e quando sono tornata alla base le nanette mi hanno chiesto di dipingere con gli acquerelli, mentre due stenditoi aspettavano di essere svuotati dalla roba asciutta. Insomma, quella che voi vedete non è tutta la realtà. Ve lo dico perché, spesso, mal comune è mezzo gaudio. Anzi, magari un giorno una foto del salotto ve la posto, ma promettete di non mandarmi gli assistenti sociali…
Quando entrarono i ladri nella mia casa al mare, divertendosi a metterla a soqquadro, mio padre, per descrivermi in che condizioni l’avevano trovata disse: hanno lasciato un disordine tale che… guarda, non esagero, sembrava casa tua!
Ecco, spero di aver reso l’idea.
Fatta questa confessione (no, aspettate, non andate via… ops, ho perso tutti i followers!) vi dico anche che nella mia indole ci sarebbe una esasperata attenzione ai dettagli in tutto quello che faccio, e il desiderio di fare mille cose in una giornata, di non tralasciare niente. Purtroppo però le giornate sono di 24 ore e, per quanto si possa scegliere di rinunciare a qualche ora di sonno, non è possibile tirare la corda oltre un certo limite. Perchè poi il tuo corpo ti chiederà, invariabilmente, il conto. E quando tu, mamma, stai male, i primi a risentirne sono i tuoi cuccioli, proprio coloro che, con il tuo cercare di far tutto, hai mirato a proteggere e tutelare. Cercare disperatamente di fare tutto, quindi, non è una scelta vincente.
Lo dico a voi per dirlo a me stessa, perchè spesso io per prima mi rimprovero per aver tralasciato qualcosa: quella pila di calzini puliti da appaiare e piegare, che occhieggia dalla cesta, è come se fosse circondata di lucine rosse che lampeggiano mentre una voce cavernosa dice: ecco, mentre tu dipingevi, guarda cosa accadeva intorno a te! E nei miei peggiori incubi i calzini, di seguito, iniziano a deambulare come le scope de L’apprendista stregone e prendono possesso della casa, insieme a quelle matite colorate rovesciate sul tappeto del salotto, e alla tazza del the abbandonata nel lavello. A quel punto, inevitabilmente, noi umani soccombiamo davanti alla schiera di oggetti ribelli.
Ok, ho esagerato, i calzini non riusciranno mai ad instaurare una dittatura a casa mia… ma giusto perchè non ne abbiamo in numero sufficiente a fare una rivoluzione.
In compenso, davanti ad una cosa da fare rimandata mi resta spesso un senso di leggero disagio, come se da un momento all’altro dovesse saltare fuori qualcuno  a sgridarmi o giudicarmi. Col tempo, però, sto diventando più saggia, e ho imparato che FARE TUTTO NON DEVE ESSERE L’OBIETTIVO.
Se da bambine vi hanno detto così, sappiate che vi hanno informate male.
Avete presente le priorità? Ecco, io adesso mi affido a quelle. Cerco di capire quali sono le cose urgenti e non rimandabili, quali quelle che mi fa piacere fare e voglio comunque includere nella mia giornata, e tralascio con nonchalance le altre. Ho capito che fare tutto non mi è possibile e quindi, semplicemente, non lo faccio. Se voglio fare un dolce che mi impegna per due ore evito di spolverare i soprammobili; se faccio un lavoretto con colla e carta insieme alle nanette, e trascorro così il pomeriggio, magari per cena tiriamo fuori dal freezer una di quelle teglie di lasagne che ho preparato per le emergenze.
In questo mio seguire le priorità cerco comunque di essere ben organizzata e di evitare i momenti morti, consacrandoli a cose utili. Su questo blog ad esempio scrivo di dopopranzo o la notte, o nei rari momenti morti in ufficio (Ministro Brunetta, tappati le orecchie, please!). Si dice che le donne siano multitasking e io ho fatto mio questo credo: cucino mentre seguo la nana grande nei compiti, racconto una storia mentre piego i famosi calzini ribelli di cui sopra, mi faccio la manicure mentre mettiamo le bambole a dormire (sorvolo sui risultati della manicure…), e così via. E quando a fine giornata trovo un biberon nascosto sotto il divano, mi metto a ridere e rinuncio a sentirmi in colpa. Sono diventata troppo indulgente con me stessa?
Essere organizzati per me significa anche una distribuzione dei compiti tra tutti i membri della famiglia: a casa mia, come già ho detto in passato, ciascuno fa la sua parte, marito moglie e figlie, e tutti ci diamo una mano. Tra un po’ pure la tartaruga farà le pulizie nel suo terrario…
Un altro aspetto importante credo sia la pianificazione: sono la donna delle liste. Appunto elenchi di cose da fare, individuo in quali momenti svolgerle e anche, quando possibile, a chi chiedere di darmi una mano. Decido se qualcosa può essere accantonato per un certo tempo o evitato in toto. Provo un malsano godimento nel depennare una voce perchè ho fatto quella cosa o deciso di non farla affatto.
Fare queste liste e poi scrivere sulla mia agendina le cose da fare mi fa sentire rassicurata, e più carica per affrontare la giornata. Ho notato che questo vale anche per le mie figlie: nel tragitto in macchina verso la scuola, spesso espongo loro il programma della giornata, e questo le rasserena molto, facendole sentire padrone del proprio tempo anziché in balia degli eventi.
In ogni caso cerco di avere delle aspettative realistiche verso me stessa e la mia giornata, evitando di pretendere l’impossibile: sono un essere umano con dei difetti, e non potrò mai essere brava in tutto e far felici tutti. Posto che la mia priorità sono le nanette, preferisco allora lasciare che le camicie da stirare si accumulino per qualche giorno, mentre io metto da parte una scorta di momenti piacevoli passati con loro. Sono sicura che crescendo si ricorderanno maggiormente di questi e un po’ meno di quella sera che abbiamo mangiato pasta in bianco perché io non ho fatto in tempo a preparare altro.
O almeno spero…