Dei padri che fanno i padri. Il guest post di Paolo

Qualche tempo fa ho scritto su facebook un post infuocato contro il progetto di un nuovo reality tv che si propone di “spiare” come se la cava un papà con i bimbi nel caso di un’assenza della mamma lunga una settimana. Intendo con i suoi, di bimbi, eh, mica con quelli di qualcun altro e dunque sconosciuti. Quel progetto orrendo mi ha fatto pensare che in noi è talmente radicata la convinzione che ad occuparsi dei figli sia la madre, e che il padre lo faccia solo di rincalzo, che sia normale e divertente un programma nel quale, ne sono certa, il papà è destinato a fare la figura dello scemo incompetente, che non sa in quale cassetto stiano i calzini della figlia e non conosce l’indirizzo della scuola, mentre la mamma ha, finalmente, il suo momento di gloria. Quel momento in cui qualcuno, una volta tanto, le dice che davvero è indispensabile e che la sua assenza è una catastrofe. 
La domanda che mi sono posta è: ma noi donne saremmo davvero felici di sentirci indispensabili a causa dell’incapacità del nostro compagno di vita? Non so voi, ma se io pensassi di aver sposato un cretino che non sa cambiare il pannolino a sua figlia e non è in grado di gestire una giornata intera con le bambine, non mi sentirei tanto appagata come madre e come moglie. Spesso invece siamo proprio noi, mogli e madri, a rivendicare il monopolio delle competenze figliesche, escludendo più o meno direttamente il maschio alfa dalla gestione della prole, per poi poterci lamentare in santa pace e a buon diritto, (sentendoci, appunto, inarrivabili divinità domestiche).

La notizia interessante è che qualcosa, però, si muove. Perchè ci sono papà che sono davvero interessati ai figli e al loro mondo, che conoscono gli interessi del settenne e gli amori della undicenne, che portano i figli al parchetto, preparano il biberon, cambiano il panno, chiamano la pediatra e, soprattutto, che non si vergognano di tutto questo. E no, non sono vedovi! 
Spesso sono uomini che hanno compagne che fanno le mamme tanto quanto loro, ma che magari vogliono realizzarsi anche al di fuori del “guarda-che-madre-perfetta-che-sono”. Tipo che hanno aspirazioni di carriera, o anche semplicemente di continuare a sentirsi l’essere umano che erano prima di avere figli. 
E, ci tengo a dirlo, non si tratta di papà che fanno i mammi e di mamme che fanno l’uomo di casa, ma semplicemente di coppie in cui entrambi i componenti, da una parte vogliono essere genitori a tutto tondo, dall’altra non vogliono rinunciare ad essere anche persone a tutto tondo, con interessi da sviluppare perfino al di fuori della cerchia familiare. Fermo restando che poi, all’interno della coppia e della famiglia, ciascuno sarà magari più bravo nel fare alcune cose e meno in altre.
Ah, dite che non esistono, padri così? Collaborativi, supportivi etc?
Io ne conosco almeno un paio. Di uno posso dire di aver l’onore di essere amica, se mi concede di usare questo termine: Paolo, il mio amico aviation freak, sempre pronto a rispondere alle mie domande su aerei d’epoca, piloti e libri, data la sua sterminata competenza in materia (non per niente lavora qui) e la sua pazienza altrettanto sterminata, che io cerco di ricambiare con consigli da Pinterest addicted in tema di arredamento di stanze per nani.

E Paolo, tra un libro da pubblicare, un aereo da rimettere in sesto, un lettino da ridipingere e una figlia da educare, ha perfino accettato di fare un guest post per il blog, per raccontarci il suo punto di vista di “mosca bianca”.

Giulia, la mia
primogenita, è nata ad Helsinki. Poco dopo la sua nascita ci è stata offerta la
possibilità di trasferirci a Vienna, una città che conoscevamo ed abbiamo
sempre amato. 

Così, entro il suo terzo mese di vita, abbiamo sottoposto la nuova
arrivata ad un trasloco internazionale. Entrambi avevamo un posto di lavoro
pronto al nostro arrivo ma, mentre il mio datore di lavoro poteva aspettare,
mia moglie è rientrata dalla maternità dopo soli quattro mesi. Ed io mi son
trovato a fare il papà a tempo pieno. In questi mesi la tematica del
papà-a-casa sembra andare parecchio di moda su blog e giornali: è tutto un
pullulare di articoli e post che esaltano il modello del Nuovo Uomo Nordico,
che non si fa problemi a sospendere la propria carriera per dedicarsi ai figli.
Devo ammettere che all’inizio è stato facile crogiolarsi nel ruolo di
neomaschio allettante (ed allattante): al parchetto sotto casa facevo girare la
testa a tutte le mamme e nonne col mio innato talento nello spingere
l’altalena. Ai settimanali incontri con le Mamme Italiane a Vienna, le più
incallite genitrici versavano la lacrimuccia nel notare che alla bisogna, oltre
al pannolino di ricambio riuscivo a sfoderare anche la salvietta umida. Ad ogni
rientro in Italia mia mamma si prodigava ad esibirmi come un trofeo a tutte le
amiche/vicine/sconosciute che le capitavano a portata di voce ed il mio ego,
raggiunte ormai le dimensioni del Canton Ticino, stava per esplodere…. ….. e
alla fine lo ha fatto. In modo plateale, come si confà a simili occasioni:
rumore di tela strappata e brusco risveglio nel mezzo della notte, con la
terribile verità che ti ghiaccia addosso il sudore: “ma la donna che esalta
oltremisura le mie capacità genitoriali è la stessa che crede che assomigli a
Raoul Bova!”. 

Quel minimo di obiettività rimastami e l’impietoso specchio che
esalta l’occhiaia mi hanno costretto a riconsiderare la mia situazione. E mi
sono incazzato. Come ogni altro adulto nanomunito conosco tutte le
idiosincrasie della prole, rido, gioco, cucino, lavo, stiro, rilavo, sgrido e
sbaglio come tutti gli altri genitori degni di questo nome. Ho anche
ripetutamente commesso il reato capitale della megacazziata in pubblico. Perché questo dovrebbe essere motivo di vanto? Il fatto che sia un uomo non mi pare un motivo sufficiente… Anzi non mi pare proprio un motivo. Davvero le
aspettative femminili nei nostri confronti sono cosi’ basse? Allora perché non
apprezzare anche il fatto che non ho mai fatto bere per sbaglio la mia birra a
Giulia? E vogliamo parlare dei due, dicansi due, pollici opponibili di cui sono
dotato? 

Ad ogni nostro rientro in Italia una sosta in qualche parco giochi ci
scappa sempre: ebbene, sarà sfiga, ma ogni volta vedo un bimbo che fa capricci
ed un genitore che alza le mani (e pure i piedi) manco fossimo in una puntata
di Smackdown. Forse anche in questo campo sarebbe ormai ora di smetterla di
parlare tanto dei ruoli e di (pre)occuparci un po’ di più di buoni e cattivi
genitori.



Grazie, Paolo!


Anche il Corriere si occupa di questo tema. Clicca qui per leggere l’articolo di oggi!
Se invece sei interessato ai miei post sull’argomento, clicca qui

Si torna a scuola!

Ieri notte le letterine augurali sono uscite dal cassetto del mio comodino, per andare a trovare posto sulla tavola apparecchiata per la colazione.

La pastella è diventata una pila di soffici pancakes, da annaffiare di sciroppo d’acero.

E’ un primo giorno speciale, quello dell’A.S. 2015-2016, perché la nana grande entra in prima media e questo è un grosso cambiamento, nella sua e nella nostra vita.

Con un po’ di trepidazione abbiamo atteso insieme la chiamata delle classi, non sapendo in anticipo a quale sezione fosse destinata.

La nana piccola, invece, è entrata fiduciosa in classe con la maestra e i compagni di sempre.

Quest’anno abbiamo cercato di arrivare al primo giorno di scuola con più organizzazione e pianificazione, rispetto agli anni scorsi, due settori sui quali siamo un po’ carenti.
Non scherzo se vi dico che, ad esempio, il controllo pidocchi l’abbiamo fatto ieri mattina, così, per portarci avanti col lavoro. Controllo e trattamento preventivo, una specie di roba scaramantica contro gli odiosi animaletti, che io mi immagino appostati nelle aule e pronti a saltare sulla testa delle mie creature non appena prenderanno posto nei banchi.

E ci siamo impegnate così tanto in questo sforzo organizzativo che siamo arrivate al 14 settembre con tutti i libri e tutti i quaderni già copertinati ed etichettati.
My nametags ha voluto farmi un bel regalo, e mi ha inviato due fogli di etichette per ciascuna figlia: uno da apporre su oggetti e vestiti (ma solo sull’etichetta interna, quella che contiene le istruzioni per il lavaggio, per intenderci) e l’altro per i tessuti, sopra i quali vanno applicati con l’aiuto del ferro da stiro.

L’aspetto più simpatico di questo prodotto è l’infinita possibilità di personalizzazione: Carolina, che ancora non è uscita dalla fase Frozen, ha scelto le sue etichette con sfondo celeste e un cristallo di ghiaccio, mentre Anita ha voluto un cupcake su uno sfondo a pois rossi. Ognuna ha deciso poi per un font diverso, e in un tempo veramente rapidissimo ci sono arrivate a casa.
C’è un solo problema, con queste etichette, che si finisce per etichettare tutto in maniera compulsiva!
Noi, ad esempio, le abbiamo usate per:

Libri e quaderni

L’astuccio e il suo contenuto, così finalmente non dovrò ricomprare colla e temperini, penne etc ogni settimana,

Lo zaino nuovo, su cui abbiamo applicato quelle per tessuto

E poi, siccome ci siamo fatte prendere un po’ la mano, le abbiamo utilizzate anche sulla divisa di pallavolo

nonché sulla gavetta e le posate di scout, perché le etichette destinate agli oggetti resistono perfino al lavaggio in lavastoviglie!

Insomma, io le ho trovate davvero utili, oltre che molto più carine di quelle scritte a mano.

Naturalmente, non ci siamo fatte mancare le nostre foto di rito, pronte per la scuola

E questa è, ovviamente, la foto che mi è più cara di tutte

Buon inizio d’anno scolastico a voi!

Una vita di lettere

C’è una cartoleria vicino al mio ufficio. Grande, immensa, il paradiso per gli amanti della cancelleria. Ed è aperta durante la mia pausa pranzo, quindi è una delle mete predilette tra le 14 e le 15. L’ultima volta in cui ci sono passata, gironzolando tra le corsie ho visto che era appena arrivata una fornitura di carte da lettera di tutti i tipi: serie e spiritose, romantiche o infantili. E ho pensato a quante lettere ho scritto, e ricevuto, nella mia vita. Di quelle in cui si scrive a mano, scegliendo la penna giusta e sforzandosi di scrivere con una bella grafia. La mia, infatti, è piuttosto brutta; irregolare e disordinata, varia anche in funzione dell’umore, e per scrivere bene sono costretta a farlo più lentamente.
Ormai ne scrivo poche, di lettere di carta, complice il fatto che una chat o un messaggio, o al limite un’email, sono molto più rapide e pratiche. Risposte istantanee, tempi d’attesa azzerati, e per questo in teoria possibilità di scambi molto più intensi perché in tempo reale.
Ma è poi vero?
Frugando fra gli scaffali di quella cartoleria ho ricordato la cura con cui ero solita dispiegare il foglio davanti a me, sovrapporlo ad un foglio rigato che si intravvedeva in trasparenza in modo da non scrivere tutto storto, per poi scegliere la penna giusta per quella lettera. Penna che restava sospesa per qualche istante, in attesa che l’incipit giusto fiorisse nella mia mente. Ogni parola, ogni frase, era pensata e calibrata con un’attenzione che forse non sono più stata in grado di ricreare, scrivendo dal computer, vista la possibilità di infinite revisioni. Ripensamenti e limature che nel cartaceo non sono fattibili, se non a prezzo di ricominciare daccapo.
Quando scrivi una lettera di carta non puoi tornare indietro. Ed è questo il bello.
Forse è proprio per questo motivo che un mio amico scrittore fa la prima stesura dei suoi romanzi sempre scrivendo a mano, su larghi fogli bianchi che riempie con quella sua grafia minuta e spigolosa, che io studio avidamente quando ricevo da lui lettere o cartoline. Il tempo che dedica a vergare quella carta da lettere a grammatura pesante mi dà la misura del suo affetto per me, e mi onora. Tra le sue righe intravedo le pause dedicate a scegliere l’aggettivo perfetto per descrivermi il suo stato d’animo del momento, per non sbagliare la sfumatura di colore da imprimere a quella giornata.

Mentre nel negozio guardavo quelle confezioni di carta rosa a cuoricini, quei fogli grandi o piccoli, in tinta unita o fantasia, ho pensato che alle mie figlie auguro una vita di lettere. Di lettere di carta. Magari lettere arrabbiate, o sdolcinate oppure divertenti, ma comunque attese con trepidazione, controllando la cassetta ogni poche ore. Lettere scritte da loro, pure, di getto e poi strappate con rabbia, ridotte a coriandoli per essere sicure di non cambiare idea (quante volte l’ho fatto, per poi pentirmi di averle stracciate, e subito dopo pentirmi di essermi pentita? Quando si dice la coerenza). Oppure ripiegate su se stesse con cura, infilate in una bella busta su cui scrivere il destinatario con grandi svolazzi, per poi affidarle come un figlio al servizio postale, sperando che le tratti bene e le consegni in fretta.
Una vita di lettere, una vita di emozioni e di riflessioni. Di cura verso il prossimo e di attenzioni ricevute, chè oggi il tempo è senza dubbio il lusso più grande, e se qualcuno ce ne dedica un po’ dobbiamo imparare a dargli il giusto peso. Le email, i messaggi, le chat finiscono facilmente nell’oblio; le lettere di carta, tenute insieme da un nastrino, restano per sempre e raccontano una storia.
Così, un po’ per dare il buon esempio e un po’ per assecondare un mio desiderio, ieri notte ho messo, nero su bianco, tutto il mio amore per quelle due bambine che stanno per ricominciare la scuola. Due lettere scritte piano e nella mia migliore grafia, da leggere lunedì, mentre consumano la “speciale colazione del primo giorno di scuola”. E da ritrovare tra vent’anni per ricordarsi di una mamma troppo sentimentale che usava la sua Aurora da collezione per augurare buon anno scolastico.

E’ agosto

E’ iniziato agosto, e anche le mie agognate ferie stanno per arrivare.
Che poi, io non sono capace a stare ferma, ad applicare il concetto che ferie = riposo. Mi piace un po’ di dolce far niente. Circa cinque minuti. Poi inizio a scalpitare con idee e progetti e cose da fare. Organizzati in liste.

Quindi, beccatevi la mia to-do-list delle ferie.

  • Scrivere, scrivere, scrivere. Più importante in assoluto.
  • Leggere, leggere, leggere. Che è quanto di più vicino al non far niente io riesca a concepire.
  • Ridipingere i muri del giardino in prossimità del gazebo e finire di arredare quell’angolo.
  • Fare qualche cena con amici nell’angolo gazebo rimesso a nuovo.
  • Sistemare cucina, corridoio e lavanderia, dopo che gli operai avranno finito.
  • Restaurare il piano del tavolo da pranzo e la piattaia di cucina.
  • Finire il progetto con il driftwood e le conchiglie (c’è un attrezzo che mi serve e non trovo da nessuna parte!)
  • Ricominciare a guidare la moto, con l’obiettivo di prendere la patente il prossimo autunno.
  • Iniziare a contrattare con mio marito su quale moto acquistare (naturalmente io lo so già quale voglio).
  • Imparare ad usare bene la sua canoa.
  • Organizzare almeno una gita in barca in un posto dove non sono ancora stata. Possibilmente barca a vela e possibilmente con pernottamento a bordo. Ho già un paio di idee…
  • Portare le bambine ad un parco acquatico, come ogni anno.
  • Organizzare un’escursione a cavallo con Anita, con discesa in spiaggia all’alba. Giuro che me lo ha chiesto lei!
  • Convincere mio marito che è indispensabile che impari anche lui almeno le basi dello stare in sella. 
  • Incontrare un paio di amiche blogger (hey, lo so che siete là che leggete!).
  • Imparare a dormire e a mettere in pausa il cervello. Ok, questa non è fattibile, già lo so.
  • Smettere di aggiungere voci a questa lista, altrimenti non mi bastano tre anni di ferie…

Ma soprattutto, più di ogni altra cosa, il mio proposito per queste ferie è di scegliere di essere felice, ogni mattina. La felicità è una scelta, non lo sapete?

Vita imperfetta pt.10: quei pomeriggi

Quei pomeriggi che non vanno esattamente come avevi programmato, e sono una tragedia per una maniaca del controllo come me. Hai voglia a farti il tuo schemino mentale, con orari e relative attività… il destino aspetta che abbia finito di compilartelo, il tuo bello schemino, e poi si diverte a scombinartelo sistematicamente. Meticolosamente, direi.
Sarà che oggi è lunedì, ma tu c’hai la casa uno specchio che wow, non ti capita mai, e già ti pregusti un pomeriggio di lavori in giardino, mentre la nana grande, insieme a due compagni scout, deve preparare un progetto per acquisire una nuova specialità.
Allestisci tutto in giardino, nel punto più fresco: tavolo, carta, cartone, colori, colle e tutto ciò che può tornare utile, e già te li immagini che lavorano alacremente e in armonia. Con la casa che rimane perfetta.
Beh perfetta proprio no, perché dopo pranzo alla nana piccola viene una irrefrenabile voglia di dipingere con gli acquerelli, e non si può mica dirle di no! O si può? Ogni tanto mi viene il dubbio che magari se guardassero mezz’ora di tv non crollerebbe il mondo…

Comunque, nei tuoi programmi mentali certo non hai preventivato che la tua amica e vicina di casa Annalisa, poco prima dell’arrivo dei bambini, entri a casa tua con un cucciolo in braccio. Minuscolo, bellissimo come solo i cuccioli molto piccoli sanno essere. Buttato da qualche simpaticone all’interno della parte di giardino che abbiamo in comune: il cancello ha le sbarre larghe e quel simpaticone deve aver pensato che, dove mangiano tre cani (uno mio e due di Annalisa) possono mangiare in quattro. Semplice, no?
Che patato! esclamiamo quasi in coro nel vederlo, con quella pancia da cucciolo, l’odore da cucciolo, le movenze da cucciolo.

Peccato che sia, appunto, un cucciolo, che purtroppo né io né lei possiamo tenere.

E’ però splendido e dolcissimo, e le bambine sono galvanizzate.
Così i nostri due ospiti scout arrivano nel mezzo di questo caos di bambine che si sdilinquiscono di fronte alla tenerezza di Patato (non ci è venuto niente di meglio, per apostrofarlo), e anche i due “colleghi” della nana grande si uniscono ai gridolini di apprezzamento, alle coccole e ai pucci-pucci, mentre il volume di tutto ciò diventa sempre più intollerabile.

E il cartellone? Il progetto da terminare per poter acquisire la nuova specialità? Dimenticato.
Il cucciolo – mai visto uno così calmo e paziente – passa di braccio in braccio, accoccolandosi e dispensando bacetti a tutti i bambini in egual misura.
Bambini che entrano ed escono continuamente da casa, mentre io debolmente chiedo di stare attenti con le porte, perché c’è il gatto nuovo, che ancora non si è ambientato, e non possiamo assolutamente correre il rischio che esca in giardino e si perda.
E la situazione di avere un cucciolo che NON deve entrare in casa (perché fa pipì ogni dieci minuti e tu, lo ricordiamo, una volta tanto hai la casa uno specchio), e un gatto che invece NON deve uscire, mentre quattro bambini entrano ed escono continuamente da tre porte diverse che danno sul giardino, è potenzialmente esplosiva. Lo sapete, vero?
Infatti esplode. Il volume delle urla sale per un momento e il tono diventa disperato perché Zucchino, il gatto-nuovo-che-non-deve-uscire-perché-non-si-è-ancora-ambientato è uscito in giardino. E tutti i bambini lo inseguono strillando con l’idea di riprenderlo.

Zucchino nel suo nascondiglio preferito: l’armadio della nana grande

Non so voi, ma io se fossi un gatto molto timido e quattro bambini urlanti mi inseguissero farei di tutto, ma proprio di tutto, per non farmi prendere. E infatti…
In quel momento così delicato suona il campanello: è Federica, la bambina che ogni tanto passa a casa per giocare con le nane. Campionessa di tempismo.
Ora i bambini inseguitori sono cinque, e Zucchino si è acquattato sotto le piante, da dove con mille moine, voci melense e rumore di bacetti, riesco a riprenderlo e riportarlo dentro. Pericolo scampato.
Il lavoro riprende con numerose interruzioni dovute al cucciolo, quello di cane, che offre una distrazione non da poco. Mentre lo tengo un pochino in braccio, e lui mi si addormenta addosso, tenero come un neonato, inizio a notare dei piccoli animaletti saltellanti in mezzo al pelo… LE PULCI!
Come ho fatto a non pensare che un cucciolo trovatello sarebbe stato pieno di pulci? Vai di antiparassitario naturale per tutti i quadrupedi!
Ve l’ho detto che nel frattempo i quattro bambini diventati cinque continuano ad entrare ed uscire da casa per un pennarello, un po’ di gelato, una pipì urgente, o anche solo per vedere il mitico soppalco della stanza delle nane? E i miei pavimenti, specchi, vetri e tappeti immacolati sembra che siano stati puliti un mese fa. Il passaggio degli Unni ha lasciato meno danni, ne sono certa.
Depressione incipiente.
In compenso, alla fine della serata, sopra il tavolo sul quale il lavoro per gli scout si è svolto giacciono: un deodorante, due giochi elettronici, una confezione di cereali con metà del contenuto sparso ovunque, svariate coppette di gelato vuote, un forziere dei pirati di plastica azzurra e il materiale usato per il lavoro.
E i quattro bambini diventati cinque stanno festeggiando la fine del progetto cantando il Gloria sulla melodia di We will rock you. Con battimani e percussioni annesse. Che è una canzone che io amo, e tuttavia questa versione non mi convince troppo.
Solo alle 20 i tre ospiti vanno via e restiamo io, le nane, i due cani, Mela e Patato, i due gatti, la tartaruga che ha rischiato di venire calpestata numerose volte dalla ciurma di bambini, immersi nel caos. Tocca dare una parvenza di normalità alla casa e al giardino, poichè la mia geniale idea di farli lavorare fuori (al fresco, e così mi rimane la casa in ordine) ha sortito l’effetto di incasinare sia dentro che fuori.
Poi le imprescindibili docce e infine, dopo aver dato la pappa al cucciolo e averlo consegnato per la notte ad Annalisa, abbiamo bevuto un bicchiere di latte e ci siamo cacciate nel letto, incapaci di intendere e di volere più oltre, ma con l’idea che forse certe volte sarebbe meglio non fare programmi e accettare le cose come vengono.

A proposito, qualcuno vuole adottare Patato?

Giugno: la prova costume

Attenzione: questo non è un post con consigli di bellezza o utili suggerimenti strategici su come arrivare preparate alla famigerata prova costume, che tanto terrorizza le donne ad ogni latitudine.
Prima di tutto perché, se non sono brava a dar consigli a me stessa, figuriamoci che danni posso fare nell’elargire consigli agli altri; e poi perché sull’argomento in questione credo di essere una tra le più scarse al mondo. Insomma, quantomeno non proprio una fonte autorevole. 
Vi racconto, però, come gestisco io il momento della prova costume: fregandomene.
La mia ricetta? Tempo all’aperto, in tutte le stagioni
“Eh, facile”, dirà qualcuno, conoscendo i miei miserevoli 50kg-e-qualcosa di peso. Ma non è così.
Non è così perché spesso, troppo spesso, non sono contenta di me stessa quando mi guardo allo specchio. Quando sono andata a comprarmi un costume da bagno, un paio di settimane fa, nel camerino del negozio sono stata presa dallo sconforto.
Alzi la mano la donna che non vive la stessa sensazione. La vorrei conoscere.
Sei magra? Ti vedi troppo magra, cioè senza alcuna forma femminile. Io per esempio c’ho delle anche così sporgenti che quando prendo la nana piccola in braccio lei ci si accomoda sopra come fosse una poltroncina. Hai le forme femminili al posto giusto? Sì però ti vedi pure la pancia e il rotolino. E così via, di mancanza in mancanza: troppo alta, troppo bassa, troppo androgina, troppo formosa, troppo bianca o troppo scura; nella lista dei difetti – veri ma più spesso immaginari – si può continuare all’infinito.
Io, per esempio, solo a livello fisico vanto i seguenti complessi: seno e sedere non pervenuti, eccesso di lentiggini, carnagione da nordeuropea, capelli pazzi, cicatrici varie, sterno sporgente, doppio mento, piedi mostruosi, mani da uomo, ossa delle anche sporgenti (vedi sopra). Mi pare sia tutto. Ah no, ginocchia ossute e distrutte dalle cadute da cavallo. Ogni volta che mi chino si sente “crac”.
E allora, che si fa? Si rinuncia al costume in favore di uno scafandro? 
Verrebbe da pensare che fosse l’unica soluzione possibile.
consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza: io lo slip brasiliano lo lascio alle diciassettenni!

E invece no. 
Non vi pare che siamo diventate tutte un tantino fissate sulla questione? Al limite del patologico, talvolta? Questa storia della prova costume viene presa un po’ troppo sul serio, a mio avviso. Tutte a pensare alla coscia con la pelle a materasso e poche a riflettere sul fatto che magari mangiare meno schifezze e sollevare di tanto in tanto il sedere dalla sedia potrebbe sortire qualche benefico effetto su quel materasso che sfoggiamo sotto il punto vita. 
Non aver paura di provare nuove attività, a qualsiasi età
Abbiamo perso quasi completamente l’idea del legame, necessario e indissolubile, che esiste tra forma fisica e salute e pretendiamo di essere delle bellezze pneumatiche (scusa Huxley scusa, non le uso più le tue citazioni… non ho resistito) senza muovere un dito. 
Se c’è da ingerire 2-3 pastiglie ben venga, ma non chiedeteci di andare a correre/camminare/sudare in generale! Che poi si scompiglia la piega, si rovina la manicure, si rischia perfino di puzzare!
E questo succede perché siamo diventati incapaci di volerci bene, ascoltarci, prenderci cura di noi stessi. Miriamo ad obiettivi che non dovrebbero essere desiderabili e che siamo destinati invariabilmente a non raggiungere. Abbiamo perso di vista qual è l’obiettivo ultimo: essere sani.
Ecco perché mi arrabbio tanto quando si parla della “prova costume”: ma che razza di prova è? Cosa dobbiamo dimostrare? e soprattutto, da chi è composta la commissione d’esame?
lei è Nausicaa, che io definisco “la mia psicoterapeuta”

“Non ho tempo per fare sport”, mi dicono un sacco di persone. A parte che, per star bene, non è necessario immolare la propria vita sull’altare dell’attività fisica, perché al limite basterebbe anche solo imporsi di fare le commissioni a piedi in città, sistemare due piante in giardino, portare il cane al parco a far pipì, e così via… A parte tutto questo, la mancanza di tempo è una bugia che queste persone si raccontano, che tutti tendiamo a raccontare a noi stessi quando non vogliamo fare qualcosa. 
Crescendo invece ho imparato che, quando voglio davvero fare qualcosa, magicamente riesco a trovare il tempo. Le giornate paiono dilatarsi e arrivare a ricomprendere proprio quell’attività cui tenevo tanto. E non è perché, come mio marito mi ripete quotidianamente, io soffro di un disturbo (chiaramente psichiatrico) da lui denominato “iperattività delle sinapsi”, che mi ha valso il soprannome di Leonardo Da Vinci per l’incapacità di stare ferma fisicamente e mentalmente. 
E’ perché è tutta una questione di testa. 
Quella testa, quel cervello, che troppo spesso trascuriamo in favore dei cuscinetti e della cellulite, delle smagliature e del rotolino. Dimenticandoci che quando il cervello funziona come dovrebbe, cioè quando impariamo a volerci bene e prenderci cura di noi stesse a tutto tondo, il resto segue in modo automatico e naturale: la salute ne trae giovamento e il corpo, miracolosamente, si adegua. 
Mai dimenticare il prezioso cibo per la mente!
In fondo quella stupida vignetta che sta girando in rete è proprio vera…

E adesso che ho distillato le mie perle di saggezza, vado a scofanarmi mezzo vasetto di nocciolata, l’unica vera alternativa al gelato che, per me, è la risposta perfetta al 90% delle domande sull’esistenza.
Con questo post partecipo al tema del mese delle Instamamme

Le domande della domenica

Ma perché non te ne sei andata al mare, anziché stare a casa a strappare erbacce sotto il sole?
Perché dopo che ho ripulito tutto il giardino dalle erbacce, dopo che ho rastrellato, potato, dato forma e sudato durante tutte queste operazioni, sto bene con me stessa.
“Cares melt when you kneel in your garden”, dicono gli inglesi, nella loro saggezza di giardinieri provetti. E io concordo. Dopo una settimana davanti allo schermo di un pc, con il cervello che non va mai in stand by e continua ad elaborare dati anche mentre cerco di dormire, sento il bisogno di fatica fisica. Sollevare delle cesoie che pesano quanto la nana piccola ha l’effetto di calcare, finalmente, quel maledetto pulsante off. Taglio rami come se da questo dipendesse aver salva la vita, ogni ramo un pensiero che si scioglie e va via. Nemmeno mi accorgo dei graffi sulle braccia, dei piccoli insetti che fuggono, degli schizzi di fango sulle gambe nude. Afferro coi guanti le ortiche e le strappo senza pietà, insultandole una per una. La gente che passa per strada mi guarda perplessa: devo essere la pazza con la bandana gialla. E invece no, sono quella con la bandana gialla che rinsavisce con le potature!
Tra l’altro, mi sono procurata una meravigliosa abbronzatura da giardiniere, che in spiaggia non mi sarei mai potuta organizzare. Che poi è uguale a quella da amazzone, cioè anche a quella da muratore. Don’t give a shit.

Ci siamo premiati con un pranzo in giardino, sotto l’unico albero abbastanza grande da farci ombra…

Ma chi te l’ha fatto fare di prendere un altro gatto? Non hai già abbastanza animali, a casa?
Ecco l’altra domanda di ieri.
E a questa, veramente, non so bene cosa rispondere. C’è un numero oltre il quale gli animali domestici, così come i figli, sono troppi? Al momento abbiamo un solo cane, due gatti, una tartaruga di terra e una vasca di pesci. Dal mio punto di vista, almeno per gli animali, è solo il numero dettato dal buon senso. Un altro gatto andrà a peggiorare la mia esistenza? Impedirà cose che fino a prima del suo arrivo erano possibili e scontate, facendomi rimpiangere questa scelta? Non credo. Ci saranno certo modifiche sostanziali, ma mi vengono in mente solo modifiche positive. La casa è già invasa di peli per via dell’altro gatto e del cane, e qualche pelo in più non cambia granché. Devo comunque pensare a sistemare i miei animali quando mi sposto e non li posso portare con me (il gatto non viene mai con noi in trasferta, il cane invece quasi sempre): pensarci per due o per tre non fa differenza.
Fa differenza nel mio cuore, invece, il fatto che ieri il gatto sia arrivato spaventatissimo e si sia rifugiato per un paio d’ore sotto il divano dello studio, e poi in un angolino della lavanderia. Nessuno riusciva ad avvicinarlo.

E mentre pranzavamo, lui ci osservava guardingo da dietro il vetro

Non soffiava né graffiava ma ti guardava con gli occhi spalancati di chi ha paura che stia per accadere qualcosa di terribile. Ho passato quasi tutto il pomeriggio seduta per terra, aspettando.
Un’attesa paziente ricompensata  così:

Mentre stavo lì, seduta per terra accanto alla lavatrice, parlandogli sottovoce (al gatto, non alla lavatrice!), il ricordo del dialogo tra il Piccolo Principe e la volpe echeggiava nella mia mente.
Mi sento privilegiata a poter vivere, momento per momento, la storia della costruzione della fiducia di un animale verso l’uomo: senza fretta, senza pressioni, con il rispetto dei suoi tempi e dei suoi bisogni. E penso sia un privilegio anche per le mie figlie, una lezione di vita, assistere a tutto ciò, apprendendo oggi più che mai che gli animali non sono giocattoli e che l’amicizia di un timido gatto rosso è un dono prezioso. Che bisogna saper meritare.
Avrà ragione mia mamma, quando mi rimprovera (eh sì, lei ancora mi rimprovera!) e mi dice: – ma se qualcosa non è complicato, se non è difficile, a te non piace?-

La saggezza dei bambini. Mini-me e il senso della vita

La nana piccola, la Mini-me, ha la malinconia serale. Poveretta, pure questo doveva prendere da sua madre… Succede quindi che quando si va a letto a lei vengano, tutte in una volta, le domande esistenziali scabrose, i quesiti sul senso della vita, le riflessioni sul qui e ora e le elucubrazioni sulla vita oltre la morte. Capirete perché, ogni tanto, quando mi chiede se le faccio un po’ di compagnia sul soppalco, mi venga da dirle: e un bel libro divertente, no?
Ieri ho trascorso una mezz’ora con entrambe nella loro tana, e dopo un minuto che ero lì è partita la raffica di domande.
– Ma noi lo sappiamo quando moriremo?-
– Ma papà morirà per primo, perché è il più grande?-
– Ma io morirò per ultima, perché sono la più piccola?-
– Ma quando vi raggiungerò come faccio a riconoscervi?-
– Ma quando tu sarai morta io come farò senza i tuoi abbracci?-

E via così, all’insegna dell’ottimismo e dell’allegria.

non so voi, ma io se voglio leggere, supponiamo all’ombra dell’ulivo, devo leggere così: con lei che mi fissa

Io ho cercato di parare i colpi, rispondendo il più sinceramente possibile. Odio mentire: in generale e ai bambini ancora di più. Anche perché i bambini, con la loro logica stringente, ti fanno saltar fuori subito le contraddizioni di ciò che stai dicendo, e non si dimenticano che li hai presi in giro. La prossima volta che avranno un quesito importante, che sta loro a cuore, non si fideranno più di te.
Però, ecco, dire ad un bambino che non lo sappiamo quando moriremo, che essere bambini non è una garanzia che non accada niente di brutto, e che in realtà nemmeno ne siamo troppo sicuri che dopo ci sia davvero qualcosa, e chi lo sa se staremo insieme per sempre… non è facilissimo.
Io ci ho provato, con la massima delicatezza possibile e sperando di non fare danni.
Forse ci sono riuscita, perché tra un bacio e un abbraccio, una carezza e un silenzio pensieroso, la nana piccola mi ha detto:
– Mamma, ma allora, se non sappiamo quando moriremo, dobbiamo impegnarci per essere felici e volerci bene ogni giorno! Non dobbiamo sprecare il tempo essendo tristi, perché poi ce ne pentiremmo. Dobbiamo goderci tutte le cose che facciamo e non pensare sempre a quelle che non possiamo fare, vero? –
E io sono riuscita solo a dire di sì, con il solito groppo in gola e la consapevolezza, ancora una volta, di quanto ho da imparare da queste creature che mi sono state affidate.

Bravi Bimbi e il post n.200

Oggi va online il mio duecentesimo post!
Per questo mi fa particolarmente piacere segnalarvi che, se vi va, oggi mi trovate con una simpatica intervista sul sito Bravi Bimbi, intervista per la quale ringrazio molto Riccardo che mi ha contattata, e Giulia di Mamma Avvocato che gli ha fatto il mio nome e ha espresso il desiderio di sentire le mie risposte.

Mare

Pazienza se tirava un maestrale che ti portava via: noi facciamo come Pollyanna, che trova sempre il buono nelle cose. E alla casa al mare ci siamo andate munite di aquilone.

Pazienza se il cielo era un po’ coperto; almeno quando abbiamo pescato dagli scoglietti non siamo morte di caldo, ferme sotto il sole. E non abbiamo preso niente perché poverini, i pesciolini…alla fine meglio così. E in effetti i bigattini fanno pure un po’ schifo.

C’è quel momento, quando scollini da dietro le dune, che la spiaggia ti colpisce in tutta la sua quieta, maestosa bellezza, un istante in cui l’occhio l’abbraccia tutta e tu pensi a quanto sei fortunata a vederla con i tuoi occhi. Ogni singola volta che emergi dalle dune. Perché la cosa bella delle fortune e delle gioie è che non c’è limite nel numero. Il limite lo mettiamo sempre noi, quando perdiamo l’incanto.

Il limite è quello della nostra noia, della stanchezza, dei retropensieri. Delle strategie, degli atteggiamenti, delle pianificazioni. Quei limiti che i nostri figli non hanno e che speriamo sempre che acquisiscano il più tardi possibile.
Così, trovando tre bastoni sulla spiaggia, portati dal mare, penseranno subito ad una capanna, senza retropensieri, noia o strategie.

Poche cose danno la stessa gioia, la stessa sensazione di libertà del far volare un aquilone. Se poi è il nonno a correre con te sulla spiaggia, a spiegarti quando dare il filo e quando riavvolgere, tutto è ancora più bello
Tralasciamo il fatto che mamma abbia voluto fare la solita smargiassa, dando all’aquilone tutti i trenta metri di corda, cosicché i tre secondi di bonaccia improvvisa lo hanno fatto inabissare in un istante fra le onde, a capofitto e senza possibilità di recupero prima dell’impatto. Tanto che dopo ci è toccato fargli il bagnetto con l’acqua dolce, manco fosse un bebè.
E’ che quando uno ha come colonna sonora della sua esistenza “I don’t wanna grow up” non c’è niente da fare. C’è il solo vantaggio che sei capace di entusiasmarti per l’aquilone, per la tua canzone preferita alla radio, per il tramonto sulla spiaggia. Anche se è nuvoloso.
Enjoy the small things in life