Blogstorming: come spiegarlo ai bambini

Per una volta, cercherò di essere seria. 

Ci provo.
E’ che ho deciso di partecipare con questo post al blogstorming di questo mese proposto da genitoricrescono: “Come spiegarlo ai bambini”. Se vi va, vedetevi l’articolo  introduttivo pubblicato sul loro sito: è davvero molto interessante.
Dovete sapere che la mia nana grande è campionessa mondiale di domande imbarazzanti, fin da quando aveva un paio d’anni e ancora non sapeva nemmeno come formularle. Dal perchè il nonno e la nonna non vivono più insieme, a che fine ha fatto il cane del vicino, a come mai ci sono persone vestite di stracci per strada che non hanno da mangiare, a perchè, infine, il Signore permette che i bambini restino senza la mamma.
Prima di diventare mamma mi sono ripromessa che avrei cercato di dire sempre la verità ai miei figli. Un po’ perchè credo che i bambini meritino profondo rispetto e prenderli in giro raccontando loro delle frottole, sebbene con la lodevole intenzione di proteggerli dalle brutture del mondo, sia una mancanza di riguardo inaccettabile. Un po’ perchè mento malissimo, e quando ci provo non ricordo mai cosa ho detto a chi, con esiti disastrosi ad alto tasso di imbarazzo. 
Dunque mi restava solo la strada della verità, che però non è per niente rettilinea. Perchè la verità si può presentare in molti modi. Perchè i toni che usiamo, le sfumature che diamo alle nostre parole, cambiano radicalmente il messaggio che giunge ai nostri figli. 
E qui sta, a mio avviso, la difficoltà maggiore: possiamo decidere ad esempio di non dire ai nostri figli che i bambini li porta la cicogna, ma dobbiamo poi valutare come spiegare loro la dinamica del concepimento. In questo credo che un aspetto da considerare con estrema attenzione sia l’età del bambino, e il suo grado di maturità rispetto all’età: alla nana grande, quasi 6 anni, non spiego le cose nella stessa maniera che utilizzo per la nana piccola, quasi 3. Mi sembrerebbe di offendere la sua intelligenza e sensibilità. Ma evito anche di dare messaggi contrastanti tra loro, perchè non voglio che si ingeneri confusione nelle mie figlie. 
Ci sono argomenti, come la morte, che sono difficili da affrontare, spesso perchè quando nostro figlio la incontra per la prima volta ne siamo ovviamente toccati anche noi nel profondo, e diventa molto faticoso mantenere la lucidità necessaria a spiegare come mai un nostro caro non c’è più. Nell’ultimo anno nella nostra famiglia sono venuti a mancare il centenario bisnonno e la nostra adorata cagnetta, a distanza di un mese esatto l’uno dall’altra. Inevitabili sono state le domande, difficili e dolorose le risposte. Perchè non è detto che agli occhi di un bambino la morte del cane “valga meno” di quella del burbero bisnonno. 
Non so come voi vi regoliate, e mi piacerebbe sentire le vostre opinioni in merito, ma in queste situazioni io non mi vergogno di versare qualche lacrima davanti alle nanette, ed incoraggio le loro. Credo che stimolarle a reprimere i loro sentimenti sia altamente dannoso, e sono anche del parere che sia bene che i figli sappiano che perfino i genitori possono essere tristi. Stanchi. Sconsolati. 
E’ umano. 
L’importante è che il dolore sia espresso con compostezza da parte degli adulti, e che il bambino veda che la mamma cerca di reagire, non abbandonandosi all’onda dei sentimenti. Vi dirò di più: abbiamo portato le nanette al funerale del bisnonno. Abbiamo spiegato loro con dolcezza che il suo corpo riposava nella bara e che la sua anima era volata in cielo, accompagnata da un angelo del Signore. Siamo una famiglie credente e per noi questa non è una finzione, davvero pensiamo che la sua anima sia in Paradiso, dove finalmente non è più prigioniera di un corpo che negli ultimi tempi era diventato sempre più disubbidiente. Anzi, l’anima di Nonno, adesso, porta a passeggio lo spirito fedele di Lolita, e insieme si fanno compagnia. La nana grande ha voluto infatti essere presente alla sepoltura del cane, avvenuta nella casa di campagna. In segno di commiato, ha deposto nella tomba della boxerina una palla da tennis e un tenero bigliettino scritto da lei. Prima di quel momento le abbiamo spiegato che in giardino ci sarebbe stato il suo corpo – che aveva una malattia terribile che la faceva soffrire molto – ma che il suo spirito era volato nel paradiso dei cagnolini, e ora, finalmente, non stava più male. Quando tuo figlio vede il suo beniamino soffrire per diversi giorni, credo sia sbagliato mentirgli e fargli credere che “è andato a fare una vacanza” o “è ancora all’ospedale dei cani”: è solo un modo per rimandare le risposte. E i nostri figli sono molto più sensibili di quanto non crediamo, non ci perdoneranno facilmente la bugia. 
La morte di un cane gravemente malato, quella di un bisnonno ultracentenario però, per quanto dolorose, rientrano nella natura delle cose, e credo possano essere spiegate ai nostri figli con un po’ di tatto e senza grossi traumi. Pur nella tristezza riescono a comprendere la logica della cosa, e farsene una ragione. 
Diverso è quando le domande riguardano le ingiustizie della vita: perchè ci sono bambini che non hanno da mangiare, perchè anche i bambini muoiono, perchè ci sono persone che sono nate con una malattia invalidante. Anche qui, credo sia giusto cercare le parole migliori per spiegare come stanno le cose. E’ vero, la vita a volte è triste. Non sempre le cose vanno come dovrebbero, come le pubblicità delle famiglie felici vogliono indurci a credere. Ma se siamo preparati potremo affrontare meglio le avversità. Ed è anche educativo rendersi conto che spesso la normalità è una fortuna, imparando ad apprezzarla e ad avere compassione per i meno fortunati. 
Non voglio assolutamente instillare nelle mie figlie un senso di instabilità, la paura che da un momento all’altro possa accadere, a loro o a me, qualcosa di terribile, però credo sia giusto che sappiano che certe cose ci sono. A volte lontane da noi, a volte più vicine di quanto pensiamo. Una sorella di mio marito è disabile, e questa realtà è vissuta dalle nane, specie dalla grande che ha compreso la situazione, con la massima naturalezza: siamo tutti diversi, ed è quindi possibile che qualcuno resti bambino nell’animo anche a 40anni, o qualcun altro invece abbia bisogno della carrozzella per camminare. 
Altri argomenti invece sono imbarazzanti sotto un diverso profilo, perchè magari attengono al sesso o alle nostre convinzioni politiche, religiose, e così via. Mi capita spesso che la nana grande mi chieda come mai nella famiglia della sua amica esiste una certa abitudine e nella nostra no, determinate cose che a casa nostra sono proibite lì siano invece all’ordine del giorno, oppure vi siano bambini che vanno in chiesa ogni domenica, altri che dicono che Gesù non esiste, altri ancora che pregano Allah. E’ la naturale curiosità dei bambini, il desiderio di scoprire come funziona il mondo per trovare in esso il proprio posto. 

Io credo che la missione dei genitori sia dare ai figli strumenti: strumenti per capire il mondo, strumenti per formarsi le proprie opinioni e diventare, così, persone a tutto tondo. Ali per volare.
Avete presente la famosa frase di Gibran, che i figli sono frecce scoccate verso il cielo? Ecco, io ci credo profondamente (Ogni tanto però, pensando alla mia mammità, mi viene da aggiungere: scoccate “a casaccio”. Ma questa è un’altra storia).
I nostri figli non se ne fanno niente di idee preconfezionate, di classifiche di cose giuste e di cose sbagliate. Di una lavagna divisa a metà con la scritta buoni e cattivi. Hanno bisogno di capire, e sta a noi aiutarli a farlo. 
Ecco, allora, l’importanza della verità: che il mondo è bello perchè è vario e in certe case si può mangiare la pasta con le mani e nella nostra no, ma nella nostra viceversa gli animali sono i benvenuti e in quasi tutte quelle degli amichetti non sono ammessi. Che noi crediamo in Dio e qualche nostro amico si mette a ridere. E l’ambulante di colore che staziona al semaforo vicino a casa, al quale a Pasqua abbiamo portato la colomba, e a Natale abbiamo regalato un orologio, invece crede in Allah. 
E non è populismo il mio, e nemmeno buonismo da 4 soldi: e che ne so io, che le mie credenze sono quelle giuste? E poi, esiste un giusto e uno sbagliato? L’ho detto fin dal primo giorno, che sono una mammadilettante, e non ho la ricetta perfetta.
Ecco, io cerco di trovare le parole, con le mie nane, per spiegare loro che la vita è difficile, qualche volta. E qualche volta ci sorprende. E talvolta, ancora, ha del miracoloso e supera ogni nostra aspettativa. E ognuno di noi deve saper cogliere il bello e il brutto di questa vita, e scegliere, in libertà, che cosa vuole essere.
Ce la farò?

da Il Profeta, di Kahlil Gibran
I vostri figli non sono i vostri figli. 
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa. 
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi, 
E benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri: 
Essi hanno i loro pensieri. 
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno. 
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi: 
La vita procede e non s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere; 
Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco.

Progetto riciclato: da un lettino con le sbarre a due letti “da grande”

Avete presente quel rumore sordo che fa la noce di cocco quando cade dall’albero? SBONK…
E’ lo stesso rumore prodotto dalla mia nana piccola, quando tentava di evadere dal lettino con le sbarre. Tuffandosi sul tappeto. Che in confronto i cinesi ai mondiali di tuffi sono delle schiappe.
Nessun argomento poteva essere più efficace di questo rumore nel convicermi che fosse ora di abbandonare quella  prigione di legno in favore di un letto “da grande”. 
Con l’occasione dei lavori nella cameretta (lo so, ho promesso un post…) abbiamo quindi acquistato due belle reti a doghe tutte in legno; però i letti, in questa maniera, risultavano molto spogli.
In più non sapevo come smaltire il lettino con le sbarre: sembrava non servire a nessuno. Mi dispiaceva buttarlo, perchè è un letto tutto in massello, pagato una cifra scandalosa   dai miei genitori, impazziti all’idea di diventare nonni per la prima volta.
E’ stato parcheggiato in salotto, smontato, per una settimana intera; ogni volta che gli passavo davanti lo guardavo di sottecchi, come un cow boy davanti al saloon fissa il suo peggior nemico, finchè una sera ho detto a mio marito:
“Ho un’idea!”
Reazione: “Oddio, lo sai che le tue idee le temo!”

Dopo questa manifestazione di fiducia incondizionata da parte della mia dolce metà non potevo esimermi dal realizzare la mia idea. D’altro canto il lettino è come il maiale: non si butta via niente.
Ho portato testiera, pediera e sponde dal falegname e gli ho chiesto di segare le sponde a metà, attaccando poi una metà alla destra e una alla sinistra della testiera. Stesso discorso per la pediera. Una striscia in legno, attaccata sul fondo delle tre parti, ha conferito stabilità alla nuova spalliera. Gli ho poi chiesto di rimovere pomelli e altre parti metalliche, e di tappare con un bordino scanalato i binari in cui le sponde correvano su e giù.
Mi sono quindi ritrovata una nuova spalliera, anzi due, esattamente lunga quanto la lunghezza di un letto, perfetta quindi per cerare un day-bed. Era però rovinata: la nana grande, quando metteva i denti, si divertiva a rosicchiare il bordo. Inoltre, al posto dei pomelli, c’erano ora dei buchi. Con pazienza ho stuccato buchi e imperfezioni, ho carteggiato il tutto, e ho dato due passate di smalto color avorio. Ho poi dipinto in rosso il fiocco in legno che decora il centro della spalliera, e con la colla a caldo ho applicato una ventina di coccinelle di legno che si arrampicano su per le stecche, in marcia verso il fiocco centrale.
Ecco il risultato, che a me piace molto, e devo dire che anche le  nane sono state contente.

 Per attaccare la spalliera alle reti, non volendo usare il trapano sulla nuova rete in legno, ho utilizzato di quelle fascette da giardiniere, mettendone 8 per spalliera e stringendole al massimo. Le spalliere sono stabili e se un domani vorrò rimuoverle dovrò solo tagliare con una cesoia le fascette.

Ah, dimenticavo di raccontarvi la sorte degli altri pezzi!
Rete a doghe: cancelletto per non far entrare il cane in cucina. Cassetto portabiancheria: cassettina per fiori. Non datemi della sadica per il cancelletto per il cane… purtroppo da quando, un mese fa, è morta la nostra adorata boxerina il supersite, un vecchio welsh terrier, ha avuto un crollo psicofisico incredibile, e ultimamente è diventato un po’ aggressivo. Indi preferisco limitare il contatto con le nane.

Tutorial: portapenne riciclato

Oggi vi racconto un piccolo progetto, facile facile, che ho ideato per intrattenere per qualche ora le nane nei primi pomeriggi nuvolosi. Si tratta di un portaoggetti di cancelleria, nel quale possono trovare posto strumenti di scrittura di varie altezze – dai pennarelli ai pastelli – e quelle altre piccole cose, come graffette, gomme e puntine, che non sappiamo mai dove conservare.
La base di questo progetto è costituita da alcune bottiglie di plastica, ovviamente vuote e accuratamente lavate, e da un coperchio di una scatola di cartone, nel nostro caso quadrato.  Il primo passo è tagliarle ad altezze diverse, dopo aver verificato quanto siano alte le cose che vogliamo metterci.

bottiglie lavate e tagliate, con mano di nana sullo sfondo  
In una ciotola ho preparato poi acqua e colla vinilica, e ho fatto strappare dalle nanette un giornale a strisce. Abbiamo immerso i ritagli di giornale nell’acqua collosa e attaccato la cartapesta alle bottiglie, rivestendole esternamente con almeno un paio di strati. Esteticamente è meglio lasciare che la carta sbordi un po’ rispetto al bordo superiore, in modo da poterla ripiegare verso l’interno e coprire così anche il bordo da noi tagliato, che può risultare leggermente affilato.

nana alle prese con cartapesta
Lasciata asciugare la cartapesta (1 giorno) abbiamo dato uno strato di gesso liquido, che uniforma la superficie e costituisce un’ottima base per la successiva pittura. Si trova in tutti i negozi di belle arti e non costa molto. Con il gesso abbiamo spennellato anche il coperchio di cartone, su entrambe le facce, coprendo il suo colore scuro originario.

strato di gesso fluido  
Mentre il gesso asciugava abbiamo ritagliato da una rivista di arredamento country e shabby le foto che più ci piacevano: cagnolini, vassoi di dolcetti, vasi di fiori, cupcakes e così via. Non importa che il contorno delle immagini sia perfetto. 
Abbiamo poi verniciato le bottiglie e il coperchio usando due tonalità: un primo strato color pesca dato col pennello, e un secondo molto più chiaro, applicato con le spugnette, in modo da dare un effetto variegato. Asciugata la pittura abbiamo incollato le immagini alle bottiglie in maniera casuale, sovrapponendole parzialmente le une alle altre e badando che bordi e angoli aderissero bene alla superficie.

strato di gesso esterno e pittura finale interna
Infine abbiamo attaccato i barattoli così ottenuti tra loro e al coperchio, mettendoli in scala, e abbiamo dato un’ultima passata con la vernice trasparente per decoupage, che conferisce un aspetto quasi ceramico e impedisce che dopo poche settimane i ritagli di carta si scollino.
Ecco il risultato finale, di cui sono molto soddisfatta poichè le nanette hanno fatto tutto da sè in ogni fase, (eccetto il taglio delle bottiglie!!) seguendo semplicemente le mie indicazioni.

Che ve ne pare?

Digressione. Stoccolma e i bambini

Cinque giorni all’estero per accompagnare mio marito nell’annuale meeting dell’azienda svedese per la quale lavora: un viaggio naturalmente interdetto ai bambini in quanto organizzato intorno ai lavori del meeting, dunque per la prima volta siamo partiti lasciando entrambe le nanette in custodia alle nonne. Ero felice di questo break da sola con mio marito, perchè ogni tanto è giusto, è sacrosanto staccare un po’ dalla routine ufficio-casa-figli, ma la verità è che le nanette mi sono mancate da morire.
Anzi, CI sono mancate da morire. Ogni singolo bambino che vedevamo per strada richiamava commenti del tipo: chissà le nanette in questo momento! Ogni vetrina: questo piacerebbe così tanto alla nanetta grande/piccola!
Insomma, abbiamo staccato da loro con il corpo ma non con la mente, cosicchè ci siamo ripromessi di tornare in Svezia con loro non appena sarà possibile.
Non ho la pretesa di darvi indicazioni di viaggio su cosa fare e vedere a Stoccolma, ma vi offro qualche foto e alcune riflessioni su questa città, vista da una che non riesce a smettere di essere mamma, nemmeno quando i bambini non ci sono.

  • Stoccolma è una città di bambini, PER i bambini. I nani sono ovunque: sulla metro, nei ristoranti, nei negozi e nei mille piccoli grandi parchi che costellano la città. Non esiste un ristorante senza il kid’s menu e il seggiolone, un bagno senza fasciatoio, una scalinata senza rampa per i passeggini.
  • i bambini, a Stoccolma, sono tanti, ma tanti davvero. Le mamme sono giovani, e raramente le ho viste in giro con un solo figlio. Molto più spesso, i bambini sono due o tre. Talvolta anche di più. Merito di una normativa che prevede un anno di astensione obbligatoria dal lavoro per la madre, e i successivi 6 mesi per il padre. Merito degli asili aziendali e, più in generale, di una politica della famiglia estremamente attenta alle nuove generazioni.
  • I bambini scandinavi sono calmi e beneducati, contrariamente ai luoghi comuni ben radicati nella nostra cultura. Al ristorante stanno a tavola con i grandi, in aereo disegnano sui loro quaderni, per strada danno la mano ai genitori senza scappare ovunque. Portano da sé le loro piccole valigie colorate. Ho visto un solo bambino buttarsi per terra strillando e facendo capricci: era italiano. Questo dovrebbe farci riflettere sul nostro modo di educare i bambini, talmente accudente da essere soffocante e spesso frustrante per i nani.
  • A Stoccolma c’è una cultura di grande rispetto per le famiglie: nessuno guarda di sottecchi le mamme, giudicando cosa dicono ai loro figli, come li trattano, se sanno tenere un minimo di disciplina, cosa che invece accade da noi. Affrontate un capriccio di vostro figlio al supermercato, e vedrete quante donne si volteranno a guardare VOI, chi con compassione, chi con disapprovazione. Fondamentalmente, nel bene e nel male, in Svezia ognuno si fa i fatti suoi e rispetta spazi e idee degli altri.
  • Avrete sentito che un politico italiano è stato tratto in arresto proprio in Svezia per aver dato uno scappellotto al figlio riottoso di fronte ad un ristorante: lì è vietato alzare le mani sui proprio figli, anche per quello che noi consideriamo un educativo sculaccione. A dire il vero, io non ho nemmeno sentito una mamma alzare la voce con suo figlio: tutti parlano a voce bassa, tra adulti e con i bambini.
I miei pochi giorni nella cultura scandinava non mi permettono certo di esprimere un giudizio, di dire che in Svezia è meglio che i
n Italia, e che i loro bambini sono “migliori” dei nostri. Tuttavia, quella che ho respirato era un’aria profondamente diversa dalla nostra, e mi ha lasciato una impressione di maggior serenità nella gestione dei figli, e anche maggior rispetto della loro personalità e individualità. Ho notato alcuni spunti, che vi ho riportato, e che spero possano tornarci utili per riflettere sul nostro modo di essere mamme.

Vellutata di pomodoro e carota

Questa la nostra cena, una cremosa vellutata che si prepara in fretta e accontenta i palati di grandi e piccini.

Per 4 persone (2 adulti e 2 nani):
5 pomodori medi, 3 carote anch’esse medie, mezza cipolla, curry a piacere, 1/2 lt di brodo di verdura, grana grattugiato

Ho spennellato leggermento d’olio extravergine d’oliva i pomodori e li ho collocati in una ciotola capiente che ho messo a 480° nel micro-onde per cinque minuti. I pomodori sono pronti quando la pelle si spacca e viene via facilmente con l’uso di una forchetta. Mentre i pomodori cuocevano ho rosolato leggermente le carote tagliate grossolanamente e la mezza cipolla, poi ho aggiunto la polpa e il sugo dei pomodori arrostiti e ho continuato a far insaporire. Una volta che tutto è stato ben rosolato ho aggiunto il brodo, una cucchiaiata di curry in polvere, e coperto. Dopo una ventina di minuti ho spento la fiamma e ho poi passato le verdure al frullatore. Al momento di servire ho spolverato col grana  e accompagnato la zuppa a dei crostoni di pane.

Mamme che fanno tutto? Sfatiamo un mito!

Qualche giorno fa su Pianetamamma è uscito un articolo che, prendendo spunto dal film “Ma come fa a far tutto?” attualmente in programmazione, ha trattato il tema spinoso delle mamme che lavorano. Era da un po’ di tempo che pensavo di fare un post sull’argomento, e questo articolo mi ha fornito il giusto spunto.

Ogni tanto infatti mi capita che qualcuno mi chieda: ma come fai a fare tutto? Come fai a lavorare a tempo pieno, gestire la casa, occuparti delle nane, dedicarti ad un hobby, cucinare, ed essere ancora presentabile?
Ecco, a costo di perdere popolarità, lo dico subito: NON FACCIO TUTTO. Non mi ci avvicino neanche lontanamente! Quello che vedete sul blog, ma anche su facebook, è ovviamente solo una parte della mia vita: non vi mostro le foto delle condizioni della mia casa dopo un’incursione di nani sotto i 6 anni, oppure dopo quel giorno in cui sono stata fuori dalle 8 alle 18,30, e quando sono tornata alla base le nanette mi hanno chiesto di dipingere con gli acquerelli, mentre due stenditoi aspettavano di essere svuotati dalla roba asciutta. Insomma, quella che voi vedete non è tutta la realtà. Ve lo dico perché, spesso, mal comune è mezzo gaudio. Anzi, magari un giorno una foto del salotto ve la posto, ma promettete di non mandarmi gli assistenti sociali…
Quando entrarono i ladri nella mia casa al mare, divertendosi a metterla a soqquadro, mio padre, per descrivermi in che condizioni l’avevano trovata disse: hanno lasciato un disordine tale che… guarda, non esagero, sembrava casa tua!
Ecco, spero di aver reso l’idea.
Fatta questa confessione (no, aspettate, non andate via… ops, ho perso tutti i followers!) vi dico anche che nella mia indole ci sarebbe una esasperata attenzione ai dettagli in tutto quello che faccio, e il desiderio di fare mille cose in una giornata, di non tralasciare niente. Purtroppo però le giornate sono di 24 ore e, per quanto si possa scegliere di rinunciare a qualche ora di sonno, non è possibile tirare la corda oltre un certo limite. Perchè poi il tuo corpo ti chiederà, invariabilmente, il conto. E quando tu, mamma, stai male, i primi a risentirne sono i tuoi cuccioli, proprio coloro che, con il tuo cercare di far tutto, hai mirato a proteggere e tutelare. Cercare disperatamente di fare tutto, quindi, non è una scelta vincente.
Lo dico a voi per dirlo a me stessa, perchè spesso io per prima mi rimprovero per aver tralasciato qualcosa: quella pila di calzini puliti da appaiare e piegare, che occhieggia dalla cesta, è come se fosse circondata di lucine rosse che lampeggiano mentre una voce cavernosa dice: ecco, mentre tu dipingevi, guarda cosa accadeva intorno a te! E nei miei peggiori incubi i calzini, di seguito, iniziano a deambulare come le scope de L’apprendista stregone e prendono possesso della casa, insieme a quelle matite colorate rovesciate sul tappeto del salotto, e alla tazza del the abbandonata nel lavello. A quel punto, inevitabilmente, noi umani soccombiamo davanti alla schiera di oggetti ribelli.
Ok, ho esagerato, i calzini non riusciranno mai ad instaurare una dittatura a casa mia… ma giusto perchè non ne abbiamo in numero sufficiente a fare una rivoluzione.
In compenso, davanti ad una cosa da fare rimandata mi resta spesso un senso di leggero disagio, come se da un momento all’altro dovesse saltare fuori qualcuno  a sgridarmi o giudicarmi. Col tempo, però, sto diventando più saggia, e ho imparato che FARE TUTTO NON DEVE ESSERE L’OBIETTIVO.
Se da bambine vi hanno detto così, sappiate che vi hanno informate male.
Avete presente le priorità? Ecco, io adesso mi affido a quelle. Cerco di capire quali sono le cose urgenti e non rimandabili, quali quelle che mi fa piacere fare e voglio comunque includere nella mia giornata, e tralascio con nonchalance le altre. Ho capito che fare tutto non mi è possibile e quindi, semplicemente, non lo faccio. Se voglio fare un dolce che mi impegna per due ore evito di spolverare i soprammobili; se faccio un lavoretto con colla e carta insieme alle nanette, e trascorro così il pomeriggio, magari per cena tiriamo fuori dal freezer una di quelle teglie di lasagne che ho preparato per le emergenze.
In questo mio seguire le priorità cerco comunque di essere ben organizzata e di evitare i momenti morti, consacrandoli a cose utili. Su questo blog ad esempio scrivo di dopopranzo o la notte, o nei rari momenti morti in ufficio (Ministro Brunetta, tappati le orecchie, please!). Si dice che le donne siano multitasking e io ho fatto mio questo credo: cucino mentre seguo la nana grande nei compiti, racconto una storia mentre piego i famosi calzini ribelli di cui sopra, mi faccio la manicure mentre mettiamo le bambole a dormire (sorvolo sui risultati della manicure…), e così via. E quando a fine giornata trovo un biberon nascosto sotto il divano, mi metto a ridere e rinuncio a sentirmi in colpa. Sono diventata troppo indulgente con me stessa?
Essere organizzati per me significa anche una distribuzione dei compiti tra tutti i membri della famiglia: a casa mia, come già ho detto in passato, ciascuno fa la sua parte, marito moglie e figlie, e tutti ci diamo una mano. Tra un po’ pure la tartaruga farà le pulizie nel suo terrario…
Un altro aspetto importante credo sia la pianificazione: sono la donna delle liste. Appunto elenchi di cose da fare, individuo in quali momenti svolgerle e anche, quando possibile, a chi chiedere di darmi una mano. Decido se qualcosa può essere accantonato per un certo tempo o evitato in toto. Provo un malsano godimento nel depennare una voce perchè ho fatto quella cosa o deciso di non farla affatto.
Fare queste liste e poi scrivere sulla mia agendina le cose da fare mi fa sentire rassicurata, e più carica per affrontare la giornata. Ho notato che questo vale anche per le mie figlie: nel tragitto in macchina verso la scuola, spesso espongo loro il programma della giornata, e questo le rasserena molto, facendole sentire padrone del proprio tempo anziché in balia degli eventi.
In ogni caso cerco di avere delle aspettative realistiche verso me stessa e la mia giornata, evitando di pretendere l’impossibile: sono un essere umano con dei difetti, e non potrò mai essere brava in tutto e far felici tutti. Posto che la mia priorità sono le nanette, preferisco allora lasciare che le camicie da stirare si accumulino per qualche giorno, mentre io metto da parte una scorta di momenti piacevoli passati con loro. Sono sicura che crescendo si ricorderanno maggiormente di questi e un po’ meno di quella sera che abbiamo mangiato pasta in bianco perché io non ho fatto in tempo a preparare altro.
O almeno spero…

Cappuccetto Blu, una ragazza moderna

Questa è la storia, inventata con mio marito, che raccontiamo alle nostre figlie per sottolineare l’importanza dell’imparare a far da sè.
C’era una volta una bella ragazzina che amava tanto indossare una mantellina del suo colore preferito, il rosso, e la usava così spesso che tutti avevano finito per chiamarla Cappuccetto Rosso, avendo quasi dimenticato il suo nome di battesimo. Cappuccetto Rosso era una brava ragazzina, ma un po’ pigra; infatti non aveva mai voglia di aiutare la mamma nelle faccende domestiche, e si faceva servire in tutto. 
 

La sua mamma le diceva: <vieni, apparecchiamo insieme la tavola> e lei rispondeva <non posso, sto facendo i compiti> mentre invece stava giocando al computer. Oppure la mamma la chiamava e le chiedeva <per piacere, vai a comprare il latte?> e lei immancabilmente diceva: <sono troppo stanca!> oppure: <fuori c’è così freddo!> … insomma, trovava sempre una scusa buona per non muoversi. 

E così la sua mamma era costretta a fare tutto sempre da sola, con grande fatica.

Una sera la mamma entrò nella sua cameretta, mentre lei guardava la tv, basita davanti ad un programma musicale, e le disse: <Cappuccetto, domani mattina mi dovrò alzare prestissimo per andare a fare una visita medica, perciò quando ti sveglierai sarai sola in casa. Mi raccomando, riordina bene la tua cameretta e poi fai partire la lavatrice: l’ho già caricata con tutte le maglie blu della squadra di calcio di papà. Attenzione, fai un lavaggio a 30° per sintetici. Metti anche a lavare la tua mantellina rossa che ha una grossa macchia. Hai capito tutto?>
Lei, che non aveva voltato nemmeno la testa, e aveva continuato a fissare lo schermo, disse alla mamma: <sì certo, capito. Lavatrice, maglie da calcio, mantellina… tutto chiaro. Ora lasciami guardare la tele eh!>
La mattina dopo, Cappuccetto Rosso era tutta contenta di avere la casa a sua disposizione. Saltò sui letti, si buttò sul divano, mangiò merendine in giro per le stanze, lasciando una scia di briciole. Poi iniziò ad annoiarsi: aveva già fatto tutte le cose che la mamma non le dava il permesso di fare. Così le venne in mente la questione della lavatrice; cos’era che doveva fare? Non si ricordava niente. Lavare le maglie? La mantellina?
Ah, sì, lavare la mantellina insieme alle maglie. Andò nella lavanderia, mise la mantellina rossa insieme alle maglie blu, e accese sul programma “cotone, 60°”. Poi tornò a guardare il suo programma preferito in televisione. 
Quando la lavatrice terminò, Cappuccetto Rosso andò ad aprire l’oblò e, con sua grande sorpresa, vide che la mantellina era diventata completamente blu! La guardò sconsolata e poi la stese insieme alle maglie, aspettando l’arrivo della mamma.
Quando questa arrivò a casa, vide che la sua figliola era veramente triste. <Che cosa è successo?> Le chiese. Cappuccetto Rosso le indicò la mantellina stinta e la mamma scoppiò a ridere!
<Hai visto cosa succede a non aiutare mai la mamma, e a non ascoltarla quando ti spiega come fare le faccende di casa? Adesso la tua mantellina è rovinata e dovrai usarla blu, anche se non è il tuo colore preferito.Avresti dovuto lavarle separatamente o ad una temperatura molto più bassa: con l’acqua molto calda i colori forti stingono!>
E così Cappuccetto Blu imparò che qualche volta saper fare le cose da sè può essere davvero utile, e quando la mamma le chiedeva di aiutarla rispondeva sempre: <arrivo subito!>

Appunti di una mamma disperata perché i giocattoli sono sempre troppi

Per chi lo avesse perso, ripropongo qui il mio articolo. Da leggere insieme alla 7-day toy cure!

I giocattoli? Ahi, che tasto dolente! La mia generazione – e parlo di 30 anni fa, non di 70 – era solita aprire tre, quattro regali sotto l’albero di Natale, e in genere uno era IL giocattolo tanto agognato, gli altri i cosiddetti regali utili, che ci veniva molto presto insegnato ad apprezzare. Uno scenario simile si ripresentava per il compleanno e le varie feste comandate, nelle quali il numero e la tipologia dei regali era molto più modesta di oggi. La generazione delle mie figlie è invece letteralmente sommersa di giocattoli; entrambe, a Natale, hanno scartato non meno di 25 regali ciascuna, e con una frenesia tale da rovinarsi tutto l’incanto di quel magico momento. Poiché questa nefasta routine si è ripetuta per più anni, lasciandomi una sensazione di amaro in bocca, sono stata costretta ad attuare qualche tecnica di sopravvivenza all’invasione dei giocattoli, che applico non solo in occasione del Natale, ma anche per compleanni, promozioni, onomastici e così via. La parola d’ordine è: sfoltire. 

Su 20 giocattoli nuovi i bambini focalizzeranno l’attenzione su 3 o 4 particolarmente graditi, quasi ignorando gli altri dopo i primi momenti di entusiasmo legati alla sorpresa nel pacchetto. Gli altri giocattoli magicamente spariscono in un apposito armadio, non prima di essere stati accuratamente analizzati dalla perfida genitrice. Quelli che costituiscono in qualche modo un doppione di cose già possedute prendono immediatamente il largo: ebbene sì, ammetto di riciclare i regali! Gli altri attenderanno pazientemente di uscire dall’armadio detto “delle sorprese” in occasione di piccoli malanni che costringono in casa, momenti di malumore che richiedono una consolazione, pomeriggi speciali. Queste sorprese, dilazionate nel corso dell’anno, rinnovano la meraviglia nei bambini e stimolano la capacità di apprezzare quello che ricevono, oltre a costituire un modo ingegnoso di uscire da un pomeriggio difficile…
4 volte l’anno poi, insieme alle bambine passiamo in rassegna il contenuto di tutto lo scaffale dei giocattoli: quelli che non vengono utilizzati frequentemente, o che sono caduti in disuso perché le proprietarie sono troppo grandi per interessarsene, vengono destinati ad istituzioni di beneficienza: ospedali, Croce Rossa, istituti di suore e Caritas saranno felici di ricevere dei giocattoli che porteranno il sorriso ai bambini meno fortunati. Dopo una prima resistenza le mie figlie svolgono oggi molto volentieri questo compito, orgogliose di poter essere utili al prossimo, e si separano senza tragedie dalle loro proprietà. Abbiamo così trasformato un espediente organizzativo in un momento di alto contenuto educativo. Un giocattolo a parte sono a mio avviso i libri per bambini: di quelli non ce n’è mai troppi. Se qualcuno mi chiede un consiglio su cosa regalare a mia figlia, io immancabilmente rispondo “un libro”, convinta che un adulto lettore si costruisca da bambino.
Un altro trucco che si può adottare, se avete abbastanza confidenza con coloro che devono fare un regalo ai vostri figli, è quello di fare una sorta di lista regali in un negozio scelto da voi. Individuate un solo regalo, utile o dilettevole che sia (dalla scrivania nuova, alla casa per le bambole, alla bicicletta, fino all’iscrizione al camp estivo) e chiedete ai vostri ospiti di versare una quota a piacimento per il suo acquisto: in questo modo limiterete i regali doppi, e quelli poco graditi a vostro figlio e a voi. State certi che, anche con queste misure, i giocattoli resteranno pur sempre troppi!

Educare alla libertà

Maria Montessori : una donna dolce e gentile dal pugno di ferro. Una ragazza madre ai primi del ‘900, una laureata in medicina, un’acuta osservatrice delle dinamiche dell’infanzia. Era queste e molte altre cose.
Per me, è la donna che ha saputo mettere per iscritto le risposte a molte delle mie domande di mamma dilettante, alle prese con scelte educative talvolta più grandi di me.
Se anche voi vi sentite spesso insoddisfatte dei modelli educativi correnti, se talvolta ciò che le nostre scuole insegnano vi lascia, nella migliore delle ipotesi, un leggero senso di fastidio, “Educare alla libertà” di Maria Montessori è un libro che non può mancare nella vostra biblioteca. Ho trovato ispirazione e conforto in ogni singola pagina e, anche se è scritto in un italiano da inizio secolo, l’ho letteralmente divorato.
Maria Montessori afferma che il bambino è un essere di profonda intelligenza e sensibilità, che l’adulto tende ad ingabbiare, relegandolo al ruolo di piccolo pupazzo bisognoso di cure, che necessita di protezione dallo scontro con la realtà. Anche la scuola mortifica la spontaneità del bambino, imponendo la disciplina dall’esterno,  come limitazione e repressione dei movimenti spontanei. Questo non può che generare frustrazione, perché il bambino vive l’immobilità e il silenzio come una sorta di tortura, non essendo stato messo a parte del perchè sia necessario star fermi e silenziosi. 
Ma se immaginate che nelle classi montessoriane ci sia il caos più completo, sbagliate di grosso: i bambini educati al metodo Montessori sono bambini molto più consapevoli dei propri movimenti, attenti, aggraziati, perché auto responsabilizzati a gestirsi. Sono quindi bambini tendenzialmente più maturi e sensibili, capaci di un livello di silenzio decisamente superiore, direi assoluto. 

Un altro aspetto del metodo Montessori che mi conquista è quello che riguarda l’educazione all’indipendenza e la condivisione familiare e scolastica delle faccende del quotidiano. Ho sempre applicato queste due regolette nella mia ignoranza di mamma, sentendomi spesso riprendere in questi termini: “quando mai fai lavorare le nanette, poverine!”, oppure “ma sei matta? Aiutala poverina, lo vedi che non ci riesce?”, frase che è valsa a commentare le situazioni più disparate, dal lavarsi i denti al rimettere a posto i giocattoli.
Io ho sempre pensato che i nostri bambini siano trattati come preziosi gioielli, spesso figli unici e magari attesi a lungo, e che questo ci porti a tenerli in una sorta di bambagia che li rende impreparati ad affrontare il mondo, costantemente dipendenti da noi. Sarà questa la matrice dei cosiddetti bamboccioni?
Negli altri paesi europei ho visto invece un approccio diverso, orientato a rendere autonomi i bambini fin da piccoli, e far sperimentare loro i fatti della vita. L’apprendimento attraverso l’esperienza diretta lascia indubbiamente una traccia indelebile, e rende acquisita con maggiore sicurezza la nuova competenza. 
Maria Montessori esorta gli educatori ad insegnare ai  bambini a far da soli, a lasciare loro il tempo di elaborare autonomamente una soluzione ai piccoli problemi che si trovano ad affrontare (ad esempio raggiungere il giocattolo desiderato che è posto su una mensola troppo in alto), senza intervenire con l’intento di aiutare il bambino (porgendogli il giocattolo o prendendolo in braccio in modo che ci arrivi). Tempo pochi istanti e il bambino scoprirà da sé che salendo su una sedia potrà diventare abbastanza alto da prendere il giocattolo, e alla soddisfazione di aver preso quanto desiderato si aggiungerà l’orgoglio di aver risolto da sé un problema. 
Perché vogliamo privare costantemente i nostri figli di questa sensazione così gratificante? Credo sia profondamente giusto ed educativo dar loro questa chance, anche per insegnargli a gestire la frustrazione e superare i momenti di sconforto attivando il cervello per trovare una soluzione.
Il metodo montessoriano è corredato da una serie di speciali materiali educativi, il cui uso richiederebbe una adeguata preparazione, come avviene per ogni insegnante, però anche nel nostro quotidiano, in casa, possiamo essere montessoriani, applicando questi motivi d’ispirazione alla nostra vita con i nani. 
Nelle Case dei bambini, ad esempio, un compito importante nel corso della giornata dei bambini era quello di preparare la tavola, servire il pranzo, e rigovernare conservando poi le stoviglie utilizzate. I piatti erano rigorosamente in ceramica ed i bicchieri in vetro anzichè in materiale infrangibile, di modo che i bambini apprendessero a maneggiarli con la dovuta cura. Questi diversi compiti erano suddivisi tra i bambini in ragione dell’età, mentre noi spesso risparmiamo queste attività ai nostri figli, per una mancanza di fiducia nelle loro capacità, che in ultima analisi abbiamo creato proprio noi. 
Ben venga invece che un  bambino di due anni porti il pane in tavola, uno di cinque metta i piatti e uno di sei versi la minestra ai compagnetti. Io in casa mi faccio aiutare dalle nanette in alcune semplici faccende domestiche, non perchè, come spesso mi viene detto, sono una nazista, ma perché spero che, crescendo, abbiano un alto livello di autonomia. Insieme carichiamo la lavatrice, distinguendo i colori dei capi, svuotiamo la lavastoviglie, apparecchiamo la tavola. Da sole, sotto supervisione, le nanette hanno appreso alcuni compiti, che scherzosamente chiamiamo “procedure”: arrivati a casa, togliere le scarpe e riporle nella scarpiera (ad altezza bambino), prima della cena riordinare la stanza, prima di andare a letto svestirsi e lavarsi, mettendo gli abiti sporchi nella cesta, dopo la merenda passare l’aspirabriciole sul pavimento, e così via. Sono piccole cose, alla portata anche di bambini di pochi anni, che danno un senso di responsabilità e di autonomia. E aiutano, cosa che non guasta, anche ad apprezzare di più tutto il lavoro che la mamma fa in casa, dandolo un po’ meno per scontato.
Queste e altre mille idee, corroborate dalla riflessione scientifica, le trovate nell’opera della Montessori, la prima e fondamentale per avvicinarsi al pensiero di questa grande educatrice, troppo sottovalutata in Italia.
Se proprio non avete tempo di affrontare questa lettura, vi consiglio almeno un giro nel blog La casa nella prateria, della bravissima Claudia Porta, educatrice montessoriana e mamma appassionata del metodo.

La “cura antigiocattoli”: 7 giorni per rivoluzionare la cameretta

Ho una vera passione per quello che gli Inglesi definiscono “home improvement”, includendo in questo termine tutti i piccoli grandi interventi di riorganizzazione degli spazi, ridecorazione, miglioramento in generale del nostro ambiente abitativo. Tra l’altro ho scoperto che quando ho messo tutto a posto, disordinare mi riesce molto meglio. 
Uno degli ambienti su cui intervengo maggiormente è la stanza delle nanette, che recentemente ha subito un intervento estremo (promesso post non appena sarà fotografabile…), e dove però quasi ogni giorno cerco di apportare piccoli miglioramenti. Un sito che consulto regolarmente, e che per me è fonte di grande ispirazione, è www.ohdeedoh.com, sito americano dedicato a casa, bambini e design. Per me, il paese dei balocchi!
Questa volta sono stata colpita dalla 7-day toy cure, ovvero dalla cura anti-giocattoli in 7 giorni.

Che cosa significa? Uno spiraglio di salvezza per le famiglie sommerse dai giocattoli, un percorso da seguire per metter mano alla baraonda e uscirne vivi. Trovate qui  il lunghissimo post originale, ma vi offro una sintesi tradotta e riveduta da me di questo fantastico “gioco” del riordino.

Giorno 1: preparare un OUTBOX, ovvero uno scatolone dove riporrete tutti i giocattoli che ritenete di dover mettere da parte, e passate ad esaminare ogni singolo giocattolo. Davanti ad esso dovete porvi 3 domande: è usato di frequente? È adatto all’età dei vostri figli? È rotto/sporco/mancano dei pezzi? Una volta risposto alle domande decidete se mettere il giocattolo nell’outbox o conservarlo.

Giorno 2: continuare la valutazione dei giocattoli. Se già nel primo giorno li avete passati tutti in rassegna, fate un secondo giro. Mettete da parte remore psicologiche del tipo: questo giocattolo costa un sacco di soldi, oppure me l’ha regalato tizio e se sapesse che lo do via si offenderebbe…

Giorno 3: oggetti di cartoleria. Concentriamoci su tutte quelle piccole cose come matite, pennarelli, album, pasta per modellare etc, che in genere riempiono scatole e cassetti.  La missione stavolta è: scovare gli oggetti rotti, quelli consumati (pennarelli scarichi ad es.), quelli che non vengono più utilizzati. Devono finire tutti nello scatolone delle cose da eliminare. Suddividete le cose rimaste in maniera razionale. Noi usiamo i cassetti della scrivania della nana grande per le cose delle nane e, per le MIE attrezzature per il fai da te (pennarelli a punta fine, colle a caldo, colori particolari e così via), serie di scatole in cui raggruppo gli oggetti per genere, etichettate e conservate nel ripostiglio. In attesa che si avveri il mio sogno della CRAFT ROOM.

Giorno 4: libri, cd, dvd e simili. Questo è il mio punto debole: adoro i libri e mi riesce molto difficile eliminarli anche quando cadono in pezzi. Il risultato è che casa mia trabocca di volumi per bambini e per adulti! Obiettivo del giorno: stanare tutti i libri/cd che: sono rotti, sono doppioni, non sono commisurati all’età, non sono in generale graditi dai nostri figli. Decidete se riparare quelli rotti o darli via, ed eventualmente conservate altrove i libri e i cd per i quali i vostri nani sono ancora troppo nani. Io li tengo in una mensola alta e ogni tanto, raggiunta l’età adeguata, li tiro fuori con gran faccia tosta come se fossero nuovi di zecca!

Giorno 5: pulire, riparare, riciclare o buttare. Arriva il bello! Alcune cose erano state messe da parte nell’outbox perché sporche oppure rotte. In questa fase si riprendono in mano e si valuta che farne. Pulire: alcuni giocattoli, come i peluche, possono essere facilmente lavati: facciamo partire una lavatrice apposita e li ritroveremo belli profumati e possibilmente smacchiati. Altri, ad esempio quelli in plastica, si puliscono con una spugnetta umida imbevuta di detersivo. Più difficile pulire i giochi in legno o quelli di cartoncino. Se non è possibile farlo, vuol dire che sono da accantonare definitivamente. Riparare: il giocattolo, una volta riparato, sarà pericoloso? È in uno stato in cui anche se riparato resta comunque troppo malridotto? Se la risposta a queste domande è sì ovviamente va eliminato. Senza pietà. Ce la possiamo fare; un bel respiro e via.

Giorno 6: svuotare l’outbox. Riprendiamo in mano tutte le cose dello scatolone, che oramai sappiamo devono sparire, e decidiamo che farne, suddividendole in gruppi. Ad esempio: spazzatura – regalare a un amico/parente – dare in beneficienza – vendere – conservare altrove (ad es. in garage per un uso futuro). È anche l’ultimo momento utile per ripensarci su qualcosa e decidere di rimetterlo dove lo abbiamo preso.

Giorno 7: riflettere e cercare ispirazione. Come, non è ancora finita? Se  questa dei giochi è una “cura in 7 giorni” al termine della cura dovremmo, in teoria, sentirci meglio. Il settimo giorno è quello in cui, allora, dobbiamo riflettere sulle cose che facciamo entrare nella nostra casa e su cosa veramente vogliamo che ci sia. Io, ad esempio, ho realizzato quanto detesto i giocattoli di plastica, pieni di luci e funzioni. L’aver passato in rassegna tutti i giocattoli e aver sfoltito, poi, è una preziosa occasione anche per riorganizzare gli spazi e la disposizione dei giocattoli nella camera di nostri figli.
A questo punto, tiriamo un grosso sospiro di sollievo e ammiriamo il frutto nel nostro duro lavoro!
P.S. il post originale è composto di 7 post usciti di settimana in settimana. Tuttavia, anche per chi non ha familiarità con l’inglese, vale la pena dargli un’occhiata per la moltitudine di foto davvero colme di idee per una sistemazione ottimale delle camerette. Io ad esempio ho intenzione di copiare spudoratamente questa maniera di conservare accessori per la scrittura: non è geniale?