Vellutata di pomodoro e carota

Questa la nostra cena, una cremosa vellutata che si prepara in fretta e accontenta i palati di grandi e piccini.

Per 4 persone (2 adulti e 2 nani):
5 pomodori medi, 3 carote anch’esse medie, mezza cipolla, curry a piacere, 1/2 lt di brodo di verdura, grana grattugiato

Ho spennellato leggermento d’olio extravergine d’oliva i pomodori e li ho collocati in una ciotola capiente che ho messo a 480° nel micro-onde per cinque minuti. I pomodori sono pronti quando la pelle si spacca e viene via facilmente con l’uso di una forchetta. Mentre i pomodori cuocevano ho rosolato leggermente le carote tagliate grossolanamente e la mezza cipolla, poi ho aggiunto la polpa e il sugo dei pomodori arrostiti e ho continuato a far insaporire. Una volta che tutto è stato ben rosolato ho aggiunto il brodo, una cucchiaiata di curry in polvere, e coperto. Dopo una ventina di minuti ho spento la fiamma e ho poi passato le verdure al frullatore. Al momento di servire ho spolverato col grana  e accompagnato la zuppa a dei crostoni di pane.

Mamme che fanno tutto? Sfatiamo un mito!

Qualche giorno fa su Pianetamamma è uscito un articolo che, prendendo spunto dal film “Ma come fa a far tutto?” attualmente in programmazione, ha trattato il tema spinoso delle mamme che lavorano. Era da un po’ di tempo che pensavo di fare un post sull’argomento, e questo articolo mi ha fornito il giusto spunto.

Ogni tanto infatti mi capita che qualcuno mi chieda: ma come fai a fare tutto? Come fai a lavorare a tempo pieno, gestire la casa, occuparti delle nane, dedicarti ad un hobby, cucinare, ed essere ancora presentabile?
Ecco, a costo di perdere popolarità, lo dico subito: NON FACCIO TUTTO. Non mi ci avvicino neanche lontanamente! Quello che vedete sul blog, ma anche su facebook, è ovviamente solo una parte della mia vita: non vi mostro le foto delle condizioni della mia casa dopo un’incursione di nani sotto i 6 anni, oppure dopo quel giorno in cui sono stata fuori dalle 8 alle 18,30, e quando sono tornata alla base le nanette mi hanno chiesto di dipingere con gli acquerelli, mentre due stenditoi aspettavano di essere svuotati dalla roba asciutta. Insomma, quella che voi vedete non è tutta la realtà. Ve lo dico perché, spesso, mal comune è mezzo gaudio. Anzi, magari un giorno una foto del salotto ve la posto, ma promettete di non mandarmi gli assistenti sociali…
Quando entrarono i ladri nella mia casa al mare, divertendosi a metterla a soqquadro, mio padre, per descrivermi in che condizioni l’avevano trovata disse: hanno lasciato un disordine tale che… guarda, non esagero, sembrava casa tua!
Ecco, spero di aver reso l’idea.
Fatta questa confessione (no, aspettate, non andate via… ops, ho perso tutti i followers!) vi dico anche che nella mia indole ci sarebbe una esasperata attenzione ai dettagli in tutto quello che faccio, e il desiderio di fare mille cose in una giornata, di non tralasciare niente. Purtroppo però le giornate sono di 24 ore e, per quanto si possa scegliere di rinunciare a qualche ora di sonno, non è possibile tirare la corda oltre un certo limite. Perchè poi il tuo corpo ti chiederà, invariabilmente, il conto. E quando tu, mamma, stai male, i primi a risentirne sono i tuoi cuccioli, proprio coloro che, con il tuo cercare di far tutto, hai mirato a proteggere e tutelare. Cercare disperatamente di fare tutto, quindi, non è una scelta vincente.
Lo dico a voi per dirlo a me stessa, perchè spesso io per prima mi rimprovero per aver tralasciato qualcosa: quella pila di calzini puliti da appaiare e piegare, che occhieggia dalla cesta, è come se fosse circondata di lucine rosse che lampeggiano mentre una voce cavernosa dice: ecco, mentre tu dipingevi, guarda cosa accadeva intorno a te! E nei miei peggiori incubi i calzini, di seguito, iniziano a deambulare come le scope de L’apprendista stregone e prendono possesso della casa, insieme a quelle matite colorate rovesciate sul tappeto del salotto, e alla tazza del the abbandonata nel lavello. A quel punto, inevitabilmente, noi umani soccombiamo davanti alla schiera di oggetti ribelli.
Ok, ho esagerato, i calzini non riusciranno mai ad instaurare una dittatura a casa mia… ma giusto perchè non ne abbiamo in numero sufficiente a fare una rivoluzione.
In compenso, davanti ad una cosa da fare rimandata mi resta spesso un senso di leggero disagio, come se da un momento all’altro dovesse saltare fuori qualcuno  a sgridarmi o giudicarmi. Col tempo, però, sto diventando più saggia, e ho imparato che FARE TUTTO NON DEVE ESSERE L’OBIETTIVO.
Se da bambine vi hanno detto così, sappiate che vi hanno informate male.
Avete presente le priorità? Ecco, io adesso mi affido a quelle. Cerco di capire quali sono le cose urgenti e non rimandabili, quali quelle che mi fa piacere fare e voglio comunque includere nella mia giornata, e tralascio con nonchalance le altre. Ho capito che fare tutto non mi è possibile e quindi, semplicemente, non lo faccio. Se voglio fare un dolce che mi impegna per due ore evito di spolverare i soprammobili; se faccio un lavoretto con colla e carta insieme alle nanette, e trascorro così il pomeriggio, magari per cena tiriamo fuori dal freezer una di quelle teglie di lasagne che ho preparato per le emergenze.
In questo mio seguire le priorità cerco comunque di essere ben organizzata e di evitare i momenti morti, consacrandoli a cose utili. Su questo blog ad esempio scrivo di dopopranzo o la notte, o nei rari momenti morti in ufficio (Ministro Brunetta, tappati le orecchie, please!). Si dice che le donne siano multitasking e io ho fatto mio questo credo: cucino mentre seguo la nana grande nei compiti, racconto una storia mentre piego i famosi calzini ribelli di cui sopra, mi faccio la manicure mentre mettiamo le bambole a dormire (sorvolo sui risultati della manicure…), e così via. E quando a fine giornata trovo un biberon nascosto sotto il divano, mi metto a ridere e rinuncio a sentirmi in colpa. Sono diventata troppo indulgente con me stessa?
Essere organizzati per me significa anche una distribuzione dei compiti tra tutti i membri della famiglia: a casa mia, come già ho detto in passato, ciascuno fa la sua parte, marito moglie e figlie, e tutti ci diamo una mano. Tra un po’ pure la tartaruga farà le pulizie nel suo terrario…
Un altro aspetto importante credo sia la pianificazione: sono la donna delle liste. Appunto elenchi di cose da fare, individuo in quali momenti svolgerle e anche, quando possibile, a chi chiedere di darmi una mano. Decido se qualcosa può essere accantonato per un certo tempo o evitato in toto. Provo un malsano godimento nel depennare una voce perchè ho fatto quella cosa o deciso di non farla affatto.
Fare queste liste e poi scrivere sulla mia agendina le cose da fare mi fa sentire rassicurata, e più carica per affrontare la giornata. Ho notato che questo vale anche per le mie figlie: nel tragitto in macchina verso la scuola, spesso espongo loro il programma della giornata, e questo le rasserena molto, facendole sentire padrone del proprio tempo anziché in balia degli eventi.
In ogni caso cerco di avere delle aspettative realistiche verso me stessa e la mia giornata, evitando di pretendere l’impossibile: sono un essere umano con dei difetti, e non potrò mai essere brava in tutto e far felici tutti. Posto che la mia priorità sono le nanette, preferisco allora lasciare che le camicie da stirare si accumulino per qualche giorno, mentre io metto da parte una scorta di momenti piacevoli passati con loro. Sono sicura che crescendo si ricorderanno maggiormente di questi e un po’ meno di quella sera che abbiamo mangiato pasta in bianco perché io non ho fatto in tempo a preparare altro.
O almeno spero…

Cappuccetto Blu, una ragazza moderna

Questa è la storia, inventata con mio marito, che raccontiamo alle nostre figlie per sottolineare l’importanza dell’imparare a far da sè.
C’era una volta una bella ragazzina che amava tanto indossare una mantellina del suo colore preferito, il rosso, e la usava così spesso che tutti avevano finito per chiamarla Cappuccetto Rosso, avendo quasi dimenticato il suo nome di battesimo. Cappuccetto Rosso era una brava ragazzina, ma un po’ pigra; infatti non aveva mai voglia di aiutare la mamma nelle faccende domestiche, e si faceva servire in tutto. 
 

La sua mamma le diceva: <vieni, apparecchiamo insieme la tavola> e lei rispondeva <non posso, sto facendo i compiti> mentre invece stava giocando al computer. Oppure la mamma la chiamava e le chiedeva <per piacere, vai a comprare il latte?> e lei immancabilmente diceva: <sono troppo stanca!> oppure: <fuori c’è così freddo!> … insomma, trovava sempre una scusa buona per non muoversi. 

E così la sua mamma era costretta a fare tutto sempre da sola, con grande fatica.

Una sera la mamma entrò nella sua cameretta, mentre lei guardava la tv, basita davanti ad un programma musicale, e le disse: <Cappuccetto, domani mattina mi dovrò alzare prestissimo per andare a fare una visita medica, perciò quando ti sveglierai sarai sola in casa. Mi raccomando, riordina bene la tua cameretta e poi fai partire la lavatrice: l’ho già caricata con tutte le maglie blu della squadra di calcio di papà. Attenzione, fai un lavaggio a 30° per sintetici. Metti anche a lavare la tua mantellina rossa che ha una grossa macchia. Hai capito tutto?>
Lei, che non aveva voltato nemmeno la testa, e aveva continuato a fissare lo schermo, disse alla mamma: <sì certo, capito. Lavatrice, maglie da calcio, mantellina… tutto chiaro. Ora lasciami guardare la tele eh!>
La mattina dopo, Cappuccetto Rosso era tutta contenta di avere la casa a sua disposizione. Saltò sui letti, si buttò sul divano, mangiò merendine in giro per le stanze, lasciando una scia di briciole. Poi iniziò ad annoiarsi: aveva già fatto tutte le cose che la mamma non le dava il permesso di fare. Così le venne in mente la questione della lavatrice; cos’era che doveva fare? Non si ricordava niente. Lavare le maglie? La mantellina?
Ah, sì, lavare la mantellina insieme alle maglie. Andò nella lavanderia, mise la mantellina rossa insieme alle maglie blu, e accese sul programma “cotone, 60°”. Poi tornò a guardare il suo programma preferito in televisione. 
Quando la lavatrice terminò, Cappuccetto Rosso andò ad aprire l’oblò e, con sua grande sorpresa, vide che la mantellina era diventata completamente blu! La guardò sconsolata e poi la stese insieme alle maglie, aspettando l’arrivo della mamma.
Quando questa arrivò a casa, vide che la sua figliola era veramente triste. <Che cosa è successo?> Le chiese. Cappuccetto Rosso le indicò la mantellina stinta e la mamma scoppiò a ridere!
<Hai visto cosa succede a non aiutare mai la mamma, e a non ascoltarla quando ti spiega come fare le faccende di casa? Adesso la tua mantellina è rovinata e dovrai usarla blu, anche se non è il tuo colore preferito.Avresti dovuto lavarle separatamente o ad una temperatura molto più bassa: con l’acqua molto calda i colori forti stingono!>
E così Cappuccetto Blu imparò che qualche volta saper fare le cose da sè può essere davvero utile, e quando la mamma le chiedeva di aiutarla rispondeva sempre: <arrivo subito!>

Appunti di una mamma disperata perché i giocattoli sono sempre troppi

Per chi lo avesse perso, ripropongo qui il mio articolo. Da leggere insieme alla 7-day toy cure!

I giocattoli? Ahi, che tasto dolente! La mia generazione – e parlo di 30 anni fa, non di 70 – era solita aprire tre, quattro regali sotto l’albero di Natale, e in genere uno era IL giocattolo tanto agognato, gli altri i cosiddetti regali utili, che ci veniva molto presto insegnato ad apprezzare. Uno scenario simile si ripresentava per il compleanno e le varie feste comandate, nelle quali il numero e la tipologia dei regali era molto più modesta di oggi. La generazione delle mie figlie è invece letteralmente sommersa di giocattoli; entrambe, a Natale, hanno scartato non meno di 25 regali ciascuna, e con una frenesia tale da rovinarsi tutto l’incanto di quel magico momento. Poiché questa nefasta routine si è ripetuta per più anni, lasciandomi una sensazione di amaro in bocca, sono stata costretta ad attuare qualche tecnica di sopravvivenza all’invasione dei giocattoli, che applico non solo in occasione del Natale, ma anche per compleanni, promozioni, onomastici e così via. La parola d’ordine è: sfoltire. 

Su 20 giocattoli nuovi i bambini focalizzeranno l’attenzione su 3 o 4 particolarmente graditi, quasi ignorando gli altri dopo i primi momenti di entusiasmo legati alla sorpresa nel pacchetto. Gli altri giocattoli magicamente spariscono in un apposito armadio, non prima di essere stati accuratamente analizzati dalla perfida genitrice. Quelli che costituiscono in qualche modo un doppione di cose già possedute prendono immediatamente il largo: ebbene sì, ammetto di riciclare i regali! Gli altri attenderanno pazientemente di uscire dall’armadio detto “delle sorprese” in occasione di piccoli malanni che costringono in casa, momenti di malumore che richiedono una consolazione, pomeriggi speciali. Queste sorprese, dilazionate nel corso dell’anno, rinnovano la meraviglia nei bambini e stimolano la capacità di apprezzare quello che ricevono, oltre a costituire un modo ingegnoso di uscire da un pomeriggio difficile…
4 volte l’anno poi, insieme alle bambine passiamo in rassegna il contenuto di tutto lo scaffale dei giocattoli: quelli che non vengono utilizzati frequentemente, o che sono caduti in disuso perché le proprietarie sono troppo grandi per interessarsene, vengono destinati ad istituzioni di beneficienza: ospedali, Croce Rossa, istituti di suore e Caritas saranno felici di ricevere dei giocattoli che porteranno il sorriso ai bambini meno fortunati. Dopo una prima resistenza le mie figlie svolgono oggi molto volentieri questo compito, orgogliose di poter essere utili al prossimo, e si separano senza tragedie dalle loro proprietà. Abbiamo così trasformato un espediente organizzativo in un momento di alto contenuto educativo. Un giocattolo a parte sono a mio avviso i libri per bambini: di quelli non ce n’è mai troppi. Se qualcuno mi chiede un consiglio su cosa regalare a mia figlia, io immancabilmente rispondo “un libro”, convinta che un adulto lettore si costruisca da bambino.
Un altro trucco che si può adottare, se avete abbastanza confidenza con coloro che devono fare un regalo ai vostri figli, è quello di fare una sorta di lista regali in un negozio scelto da voi. Individuate un solo regalo, utile o dilettevole che sia (dalla scrivania nuova, alla casa per le bambole, alla bicicletta, fino all’iscrizione al camp estivo) e chiedete ai vostri ospiti di versare una quota a piacimento per il suo acquisto: in questo modo limiterete i regali doppi, e quelli poco graditi a vostro figlio e a voi. State certi che, anche con queste misure, i giocattoli resteranno pur sempre troppi!

Educare alla libertà

Maria Montessori : una donna dolce e gentile dal pugno di ferro. Una ragazza madre ai primi del ‘900, una laureata in medicina, un’acuta osservatrice delle dinamiche dell’infanzia. Era queste e molte altre cose.
Per me, è la donna che ha saputo mettere per iscritto le risposte a molte delle mie domande di mamma dilettante, alle prese con scelte educative talvolta più grandi di me.
Se anche voi vi sentite spesso insoddisfatte dei modelli educativi correnti, se talvolta ciò che le nostre scuole insegnano vi lascia, nella migliore delle ipotesi, un leggero senso di fastidio, “Educare alla libertà” di Maria Montessori è un libro che non può mancare nella vostra biblioteca. Ho trovato ispirazione e conforto in ogni singola pagina e, anche se è scritto in un italiano da inizio secolo, l’ho letteralmente divorato.
Maria Montessori afferma che il bambino è un essere di profonda intelligenza e sensibilità, che l’adulto tende ad ingabbiare, relegandolo al ruolo di piccolo pupazzo bisognoso di cure, che necessita di protezione dallo scontro con la realtà. Anche la scuola mortifica la spontaneità del bambino, imponendo la disciplina dall’esterno,  come limitazione e repressione dei movimenti spontanei. Questo non può che generare frustrazione, perché il bambino vive l’immobilità e il silenzio come una sorta di tortura, non essendo stato messo a parte del perchè sia necessario star fermi e silenziosi. 
Ma se immaginate che nelle classi montessoriane ci sia il caos più completo, sbagliate di grosso: i bambini educati al metodo Montessori sono bambini molto più consapevoli dei propri movimenti, attenti, aggraziati, perché auto responsabilizzati a gestirsi. Sono quindi bambini tendenzialmente più maturi e sensibili, capaci di un livello di silenzio decisamente superiore, direi assoluto. 

Un altro aspetto del metodo Montessori che mi conquista è quello che riguarda l’educazione all’indipendenza e la condivisione familiare e scolastica delle faccende del quotidiano. Ho sempre applicato queste due regolette nella mia ignoranza di mamma, sentendomi spesso riprendere in questi termini: “quando mai fai lavorare le nanette, poverine!”, oppure “ma sei matta? Aiutala poverina, lo vedi che non ci riesce?”, frase che è valsa a commentare le situazioni più disparate, dal lavarsi i denti al rimettere a posto i giocattoli.
Io ho sempre pensato che i nostri bambini siano trattati come preziosi gioielli, spesso figli unici e magari attesi a lungo, e che questo ci porti a tenerli in una sorta di bambagia che li rende impreparati ad affrontare il mondo, costantemente dipendenti da noi. Sarà questa la matrice dei cosiddetti bamboccioni?
Negli altri paesi europei ho visto invece un approccio diverso, orientato a rendere autonomi i bambini fin da piccoli, e far sperimentare loro i fatti della vita. L’apprendimento attraverso l’esperienza diretta lascia indubbiamente una traccia indelebile, e rende acquisita con maggiore sicurezza la nuova competenza. 
Maria Montessori esorta gli educatori ad insegnare ai  bambini a far da soli, a lasciare loro il tempo di elaborare autonomamente una soluzione ai piccoli problemi che si trovano ad affrontare (ad esempio raggiungere il giocattolo desiderato che è posto su una mensola troppo in alto), senza intervenire con l’intento di aiutare il bambino (porgendogli il giocattolo o prendendolo in braccio in modo che ci arrivi). Tempo pochi istanti e il bambino scoprirà da sé che salendo su una sedia potrà diventare abbastanza alto da prendere il giocattolo, e alla soddisfazione di aver preso quanto desiderato si aggiungerà l’orgoglio di aver risolto da sé un problema. 
Perché vogliamo privare costantemente i nostri figli di questa sensazione così gratificante? Credo sia profondamente giusto ed educativo dar loro questa chance, anche per insegnargli a gestire la frustrazione e superare i momenti di sconforto attivando il cervello per trovare una soluzione.
Il metodo montessoriano è corredato da una serie di speciali materiali educativi, il cui uso richiederebbe una adeguata preparazione, come avviene per ogni insegnante, però anche nel nostro quotidiano, in casa, possiamo essere montessoriani, applicando questi motivi d’ispirazione alla nostra vita con i nani. 
Nelle Case dei bambini, ad esempio, un compito importante nel corso della giornata dei bambini era quello di preparare la tavola, servire il pranzo, e rigovernare conservando poi le stoviglie utilizzate. I piatti erano rigorosamente in ceramica ed i bicchieri in vetro anzichè in materiale infrangibile, di modo che i bambini apprendessero a maneggiarli con la dovuta cura. Questi diversi compiti erano suddivisi tra i bambini in ragione dell’età, mentre noi spesso risparmiamo queste attività ai nostri figli, per una mancanza di fiducia nelle loro capacità, che in ultima analisi abbiamo creato proprio noi. 
Ben venga invece che un  bambino di due anni porti il pane in tavola, uno di cinque metta i piatti e uno di sei versi la minestra ai compagnetti. Io in casa mi faccio aiutare dalle nanette in alcune semplici faccende domestiche, non perchè, come spesso mi viene detto, sono una nazista, ma perché spero che, crescendo, abbiano un alto livello di autonomia. Insieme carichiamo la lavatrice, distinguendo i colori dei capi, svuotiamo la lavastoviglie, apparecchiamo la tavola. Da sole, sotto supervisione, le nanette hanno appreso alcuni compiti, che scherzosamente chiamiamo “procedure”: arrivati a casa, togliere le scarpe e riporle nella scarpiera (ad altezza bambino), prima della cena riordinare la stanza, prima di andare a letto svestirsi e lavarsi, mettendo gli abiti sporchi nella cesta, dopo la merenda passare l’aspirabriciole sul pavimento, e così via. Sono piccole cose, alla portata anche di bambini di pochi anni, che danno un senso di responsabilità e di autonomia. E aiutano, cosa che non guasta, anche ad apprezzare di più tutto il lavoro che la mamma fa in casa, dandolo un po’ meno per scontato.
Queste e altre mille idee, corroborate dalla riflessione scientifica, le trovate nell’opera della Montessori, la prima e fondamentale per avvicinarsi al pensiero di questa grande educatrice, troppo sottovalutata in Italia.
Se proprio non avete tempo di affrontare questa lettura, vi consiglio almeno un giro nel blog La casa nella prateria, della bravissima Claudia Porta, educatrice montessoriana e mamma appassionata del metodo.

La “cura antigiocattoli”: 7 giorni per rivoluzionare la cameretta

Ho una vera passione per quello che gli Inglesi definiscono “home improvement”, includendo in questo termine tutti i piccoli grandi interventi di riorganizzazione degli spazi, ridecorazione, miglioramento in generale del nostro ambiente abitativo. Tra l’altro ho scoperto che quando ho messo tutto a posto, disordinare mi riesce molto meglio. 
Uno degli ambienti su cui intervengo maggiormente è la stanza delle nanette, che recentemente ha subito un intervento estremo (promesso post non appena sarà fotografabile…), e dove però quasi ogni giorno cerco di apportare piccoli miglioramenti. Un sito che consulto regolarmente, e che per me è fonte di grande ispirazione, è www.ohdeedoh.com, sito americano dedicato a casa, bambini e design. Per me, il paese dei balocchi!
Questa volta sono stata colpita dalla 7-day toy cure, ovvero dalla cura anti-giocattoli in 7 giorni.

Che cosa significa? Uno spiraglio di salvezza per le famiglie sommerse dai giocattoli, un percorso da seguire per metter mano alla baraonda e uscirne vivi. Trovate qui  il lunghissimo post originale, ma vi offro una sintesi tradotta e riveduta da me di questo fantastico “gioco” del riordino.

Giorno 1: preparare un OUTBOX, ovvero uno scatolone dove riporrete tutti i giocattoli che ritenete di dover mettere da parte, e passate ad esaminare ogni singolo giocattolo. Davanti ad esso dovete porvi 3 domande: è usato di frequente? È adatto all’età dei vostri figli? È rotto/sporco/mancano dei pezzi? Una volta risposto alle domande decidete se mettere il giocattolo nell’outbox o conservarlo.

Giorno 2: continuare la valutazione dei giocattoli. Se già nel primo giorno li avete passati tutti in rassegna, fate un secondo giro. Mettete da parte remore psicologiche del tipo: questo giocattolo costa un sacco di soldi, oppure me l’ha regalato tizio e se sapesse che lo do via si offenderebbe…

Giorno 3: oggetti di cartoleria. Concentriamoci su tutte quelle piccole cose come matite, pennarelli, album, pasta per modellare etc, che in genere riempiono scatole e cassetti.  La missione stavolta è: scovare gli oggetti rotti, quelli consumati (pennarelli scarichi ad es.), quelli che non vengono più utilizzati. Devono finire tutti nello scatolone delle cose da eliminare. Suddividete le cose rimaste in maniera razionale. Noi usiamo i cassetti della scrivania della nana grande per le cose delle nane e, per le MIE attrezzature per il fai da te (pennarelli a punta fine, colle a caldo, colori particolari e così via), serie di scatole in cui raggruppo gli oggetti per genere, etichettate e conservate nel ripostiglio. In attesa che si avveri il mio sogno della CRAFT ROOM.

Giorno 4: libri, cd, dvd e simili. Questo è il mio punto debole: adoro i libri e mi riesce molto difficile eliminarli anche quando cadono in pezzi. Il risultato è che casa mia trabocca di volumi per bambini e per adulti! Obiettivo del giorno: stanare tutti i libri/cd che: sono rotti, sono doppioni, non sono commisurati all’età, non sono in generale graditi dai nostri figli. Decidete se riparare quelli rotti o darli via, ed eventualmente conservate altrove i libri e i cd per i quali i vostri nani sono ancora troppo nani. Io li tengo in una mensola alta e ogni tanto, raggiunta l’età adeguata, li tiro fuori con gran faccia tosta come se fossero nuovi di zecca!

Giorno 5: pulire, riparare, riciclare o buttare. Arriva il bello! Alcune cose erano state messe da parte nell’outbox perché sporche oppure rotte. In questa fase si riprendono in mano e si valuta che farne. Pulire: alcuni giocattoli, come i peluche, possono essere facilmente lavati: facciamo partire una lavatrice apposita e li ritroveremo belli profumati e possibilmente smacchiati. Altri, ad esempio quelli in plastica, si puliscono con una spugnetta umida imbevuta di detersivo. Più difficile pulire i giochi in legno o quelli di cartoncino. Se non è possibile farlo, vuol dire che sono da accantonare definitivamente. Riparare: il giocattolo, una volta riparato, sarà pericoloso? È in uno stato in cui anche se riparato resta comunque troppo malridotto? Se la risposta a queste domande è sì ovviamente va eliminato. Senza pietà. Ce la possiamo fare; un bel respiro e via.

Giorno 6: svuotare l’outbox. Riprendiamo in mano tutte le cose dello scatolone, che oramai sappiamo devono sparire, e decidiamo che farne, suddividendole in gruppi. Ad esempio: spazzatura – regalare a un amico/parente – dare in beneficienza – vendere – conservare altrove (ad es. in garage per un uso futuro). È anche l’ultimo momento utile per ripensarci su qualcosa e decidere di rimetterlo dove lo abbiamo preso.

Giorno 7: riflettere e cercare ispirazione. Come, non è ancora finita? Se  questa dei giochi è una “cura in 7 giorni” al termine della cura dovremmo, in teoria, sentirci meglio. Il settimo giorno è quello in cui, allora, dobbiamo riflettere sulle cose che facciamo entrare nella nostra casa e su cosa veramente vogliamo che ci sia. Io, ad esempio, ho realizzato quanto detesto i giocattoli di plastica, pieni di luci e funzioni. L’aver passato in rassegna tutti i giocattoli e aver sfoltito, poi, è una preziosa occasione anche per riorganizzare gli spazi e la disposizione dei giocattoli nella camera di nostri figli.
A questo punto, tiriamo un grosso sospiro di sollievo e ammiriamo il frutto nel nostro duro lavoro!
P.S. il post originale è composto di 7 post usciti di settimana in settimana. Tuttavia, anche per chi non ha familiarità con l’inglese, vale la pena dargli un’occhiata per la moltitudine di foto davvero colme di idee per una sistemazione ottimale delle camerette. Io ad esempio ho intenzione di copiare spudoratamente questa maniera di conservare accessori per la scrittura: non è geniale?

Torta con la panna

Tornata da una stancante visita medica dall’esito non proprio roseo, avevo l’esigenza di distrarmi e staccare il cervello. Questo per me significa, in alternativa, lavori di pittura o impastare.
Oggi ho impastato.

La torta che vi propongo è il frutto delle mie antiche scorribande sul forum della Cucina Italiana, una delle prime community che ho frequentato quando, sposina, avevo deciso di migliorare le mie abilità culinarie. In quel forum incontrai una persona deliziosa, Alda Muratore, che oggi purtroppo non è più tra noi, ma che ha lasciato in eredità alcune ricette eccellenti, tra le quali quella della torta con la panna al posto del burro o dell’olio di semi. Oltre ad essere un’ottima cuoca Alda aveva un occhio di riguardo per la praticità della gestione domestica, e infatti aveva specificato che questa torta può essere surgelata, eventualmente già sporzionata, senza perdere la sua bontà. Ecco quindi un’ulteriore idea per le merende dei nostri nanetti.
Potete trovare questa ricetta, e anche altre deliziose proposte, in Maniacooks, il gruppo facebook che ho creato con alcune amiche per dare libero sfogo ai nostri deliri a tema culinario.

Ingredienti : 250 gr di zucchero, 250 gr di farina, 250 ml di panna fresca, 4 uova, mezza bustina di lievito, buccia grattugiata di limone a piacimento, 100 gr di gocce di cioccolato.  
Gli ingredienti sono molto semplici e la torta può costituire una buona base per eventuali variazioni; io questa volta l’ho fatta a ciambella, ma nella ricetta originale era previsto l’uso di una teglia rettangolare di c.a. 30×35.
Gli ingredienti vengono impastati a mano o messi nel robot in quest’ordine: prima le uova con lo zucchero, mescolando bene ma senza montarle, poi metà della farina, la panna, l’altra metà della farina insieme al lievito e alla buccia di limone, infine il cioccolato. Una volta amalgamato l’impasto si inforna per 20-30 minuti a temperatura media (nel mio forno, 20′ a 180° oppure 30′ a 160).
Per una perfetta riuscita della ricetta è fondamentale leccare accuratamente le fruste del robot, onde testare l’avvenuta miscelazione degli ingredienti…
La sera siamo andati a cena da amici e io l’ho portata, già affettata, adagiata su un piatto di portata con un fondo di crema inglese. E’ stata molto apprezzata

Settembre, tempo di nuovi inizi.

Non c’è dubbio.

Sono una mamma dilettante. Anzi, una mammadilettante. Quelle due nane che mi girano per casa,seppur volute, pianificate, attese, sono arrivate senza manuale d’istruzioni. Prima che nascessero ho fatto ad esempio qualche prova di tenuta in braccio, con un polpo di 4 kg che doveva simulare un neonato: molle, come se fosse disossato e dotato di più braccia e gambe di un adulto, ma niente. Proprio non è la stessa cosa. Finchè non provi non sai com’è avere un figlio.

E anche se in poco tempo impari l’ABC delle cose pratiche da fare – come si cambia un pannolino arginando l’esondazione, come si prepara un biberon di latte senza ustionare gravemente il pupo, come si fa fare il ruttino (ma perché tutti dicono “ruttino”? siamo sinceri, nemmeno un camionista riesce ad emettere simili tonalità cavernose) – resta ancora tutto il magico universo educativo da scoprire. E lì sono cavoli amari.

In quasi 6 anni di mammità ho scoperto che:

  1. Non esistono regole precise: quello che vale per un bambino, o funziona in una famiglia, può essere un disastro in un’altra;
  2. In compenso tutti sono super esperti e vogliono darti dei consigli, alcuni dei quali vorrei raccogliere in un libro che sarebbe un best seller della comicità involontaria;
  3. Se sei al primo figlio, automaticamente sei un’inetta come madre e non puoi esprimere un’opinione su cosa sia meglio per lui. Taci e ascolta chi ci è già passato (vedi punto 2);

Ma a parte questi piccoli dettagli, che ti fanno mancare la terra sotto i piedi proprio quando più avresti bisogno d’aiuto, ho scoperto anche che:

  1. I bambini sono i datori di lavoro più indulgenti del mondo: fai 1.000 errori, e loro ti perdoneranno sempre;
  2. Poiché non esistono regole universali per la gestione dei nani, procedere a tentativi prima o poi dà i risultati sperati;
  3. Tu cresci i tuoi figli, e loro crescono te. In altre parole, aspettati di non essere più la stessa persona di prima dell’era-bambini. Banale ma tremendamente vero.

Venendo al lato serio della questione, in questi 6 anni ci sono state lacrime, momenti di sconforto, e qualche volta la sensazione di non sapere bene dove stessi andando. Ho scoperto che l’arma migliore a mia disposizione per affrontare la complicata vita della mamma che lavora è l’autoironia: prendersi troppo sul serio non può che portarti ad essere ipercritico con te stesso. E quindi sempre insoddisfatto.

Farsi due risate, invece, prendersi in giro, fa apparire immediatamente tutto sotto un’altra prospettiva, molto più rosea.

L’autorionia quindi è la promessa che vi faccio: non sono per niente una mamma perfetta, né una donna senza difetti che ha scoperto la quadratura del cerchio, e non cercherò di presentarmi così. Sono una control freak disordinata, anche se queste due parole in una stessa frase cozzano un pochino. Vorrei essere tante cose, e avere il tempo di dedicarmi alle passioni creative che per me sono uno sfogo imprescindibile: cucina, cucito e decorazione occupano i miei minuti liberi e sono un fantastico modo per stare con le mie nanette, trasformandosi così in strumento educativo.

Ah, naturalmente, anche in queste passioni sono una volenterosa dilettante… Poteva essere diversamente?