Una vita di lettere

C’è una cartoleria vicino al mio ufficio. Grande, immensa, il paradiso per gli amanti della cancelleria. Ed è aperta durante la mia pausa pranzo, quindi è una delle mete predilette tra le 14 e le 15. L’ultima volta in cui ci sono passata, gironzolando tra le corsie ho visto che era appena arrivata una fornitura di carte da lettera di tutti i tipi: serie e spiritose, romantiche o infantili. E ho pensato a quante lettere ho scritto, e ricevuto, nella mia vita. Di quelle in cui si scrive a mano, scegliendo la penna giusta e sforzandosi di scrivere con una bella grafia. La mia, infatti, è piuttosto brutta; irregolare e disordinata, varia anche in funzione dell’umore, e per scrivere bene sono costretta a farlo più lentamente.
Ormai ne scrivo poche, di lettere di carta, complice il fatto che una chat o un messaggio, o al limite un’email, sono molto più rapide e pratiche. Risposte istantanee, tempi d’attesa azzerati, e per questo in teoria possibilità di scambi molto più intensi perché in tempo reale.
Ma è poi vero?
Frugando fra gli scaffali di quella cartoleria ho ricordato la cura con cui ero solita dispiegare il foglio davanti a me, sovrapporlo ad un foglio rigato che si intravvedeva in trasparenza in modo da non scrivere tutto storto, per poi scegliere la penna giusta per quella lettera. Penna che restava sospesa per qualche istante, in attesa che l’incipit giusto fiorisse nella mia mente. Ogni parola, ogni frase, era pensata e calibrata con un’attenzione che forse non sono più stata in grado di ricreare, scrivendo dal computer, vista la possibilità di infinite revisioni. Ripensamenti e limature che nel cartaceo non sono fattibili, se non a prezzo di ricominciare daccapo.
Quando scrivi una lettera di carta non puoi tornare indietro. Ed è questo il bello.
Forse è proprio per questo motivo che un mio amico scrittore fa la prima stesura dei suoi romanzi sempre scrivendo a mano, su larghi fogli bianchi che riempie con quella sua grafia minuta e spigolosa, che io studio avidamente quando ricevo da lui lettere o cartoline. Il tempo che dedica a vergare quella carta da lettere a grammatura pesante mi dà la misura del suo affetto per me, e mi onora. Tra le sue righe intravedo le pause dedicate a scegliere l’aggettivo perfetto per descrivermi il suo stato d’animo del momento, per non sbagliare la sfumatura di colore da imprimere a quella giornata.

Mentre nel negozio guardavo quelle confezioni di carta rosa a cuoricini, quei fogli grandi o piccoli, in tinta unita o fantasia, ho pensato che alle mie figlie auguro una vita di lettere. Di lettere di carta. Magari lettere arrabbiate, o sdolcinate oppure divertenti, ma comunque attese con trepidazione, controllando la cassetta ogni poche ore. Lettere scritte da loro, pure, di getto e poi strappate con rabbia, ridotte a coriandoli per essere sicure di non cambiare idea (quante volte l’ho fatto, per poi pentirmi di averle stracciate, e subito dopo pentirmi di essermi pentita? Quando si dice la coerenza). Oppure ripiegate su se stesse con cura, infilate in una bella busta su cui scrivere il destinatario con grandi svolazzi, per poi affidarle come un figlio al servizio postale, sperando che le tratti bene e le consegni in fretta.
Una vita di lettere, una vita di emozioni e di riflessioni. Di cura verso il prossimo e di attenzioni ricevute, chè oggi il tempo è senza dubbio il lusso più grande, e se qualcuno ce ne dedica un po’ dobbiamo imparare a dargli il giusto peso. Le email, i messaggi, le chat finiscono facilmente nell’oblio; le lettere di carta, tenute insieme da un nastrino, restano per sempre e raccontano una storia.
Così, un po’ per dare il buon esempio e un po’ per assecondare un mio desiderio, ieri notte ho messo, nero su bianco, tutto il mio amore per quelle due bambine che stanno per ricominciare la scuola. Due lettere scritte piano e nella mia migliore grafia, da leggere lunedì, mentre consumano la “speciale colazione del primo giorno di scuola”. E da ritrovare tra vent’anni per ricordarsi di una mamma troppo sentimentale che usava la sua Aurora da collezione per augurare buon anno scolastico.

La mia estate. E quattro anni di Mammadilettante

La mia estate non è finita, ma le ferie quelle sì.
La mia estate è iniziata a maggio e continuerà fino a novembre, ché ogni volta il compleanno di Anita mi ricorda che è il momento di rimettere le odiose scarpe chiuse e cercare un golfino.
E forse è per questo prolungarsi pigro dell’estate, che settembre mi piace e non mi spaventa. Perché c’è l’eccitazione da ritorno a scuola, odore di quaderni e una voglia matta di trovare un pretesto per comprarmi un diario, un planner nuovo, quell’organizer di pelle morbidissima color acquamarina che solo a posarci gli occhi mi vengono delle buone idee. E le penne di tutti i colori, quelle che trasformano le buone idee in idee geniali. La forma è sostanza, no?
Che poi, c’è proprio bisogno di un pretesto per un planner nuovo? Non basta che oggi sia il primo settembre? Un settembre che arriva carico di progetti, di promesse e desideri. Se smettessi di progettare e desiderare non sarei più io. Un primo settembre che tiene ancora per mano un agosto abbronzato, di piedi nell’acqua facendo attenzione ai ricci e alle orziadas, di capelli che non ne vogliono sentire di farsi pettinare, e allora pazienza. C’è sempre tempo, per aver la testa in ordine. Ricci e idee.

Agosto di lentiggini che non le conto più, e mia madre sostiene che ormai si sono unite come i puntini della Settimana Enigmistica. Di focacce salate, oleose al punto giusto e mangiate seduti su una roccia, a riempirsi gli occhi di azzurro. Di pensieri e riflessioni su cosa voglio essere da grande, e dove, e con chi. E non è vero che sono grande adesso. Adesso sono in progress. Come il dove e il con chi.
Estate di maschere per snorkeling riempite di paguri, solo per il gusto di liberarli poi tutti insieme.

Di amiche con cui ridere la notte, in cerca di un fresco che non si trova, tra le vie ancora roventi dopo il caldo della giornata. E dirsi a vicenda che siamo troppo sbagliate e finiremo all’inferno sì, ma almeno saremo insieme. E rideremo anche lì come sceme, e io parlerò come la ragazza dell’est per cui vengo sempre, invariabilmente, scambiata. Chiamatemi Tanja. Quella che non mette la crema solare e poi diventa fosforescente.

Un’estate di aperitivi preparati magistralmente dal mio papà, ogni giorno uno diverso, da bere piano sulla terrazza della casa al mare, mentre il sole scende e la mente viene presa dalla malinconia. E lui che, tutte le estati, fa lo stesso commento: “hai visto come si sono accorciate le giornate? Un’altra estate se ne sta andando”. E io lo mando sonoramente a quel paese, anno dopo anno. Basto io, col sunset blues.

Ma che importa se l’estate se ne sta andando, quando c’è settembre che ci imbroglia con quella luce dorata che si sostituisce al bianco tagliente di luglio e agosto per ammorbidire i contorni delle cose?
Tutto a settembre appare più gentile, conciliante.
Settembre che è tutto nelle tue mani, scrigno di “potrei” e di “voglio” come piace a me.
Tante cose mi aspettano in questo settembre che è ancora tutto estate, qui nel profondo sud. Ma più bello nei colori, più poetico della prosaica estate con la sua spavalderia accecante. Più introspettivo.

 E oggi, primo settembre, sono quattro anni che esiste questo blog. Con i suoi alti e bassi, proprio come me. Grazie perchè anche voi ci siete.

E’ agosto

E’ iniziato agosto, e anche le mie agognate ferie stanno per arrivare.
Che poi, io non sono capace a stare ferma, ad applicare il concetto che ferie = riposo. Mi piace un po’ di dolce far niente. Circa cinque minuti. Poi inizio a scalpitare con idee e progetti e cose da fare. Organizzati in liste.

Quindi, beccatevi la mia to-do-list delle ferie.

  • Scrivere, scrivere, scrivere. Più importante in assoluto.
  • Leggere, leggere, leggere. Che è quanto di più vicino al non far niente io riesca a concepire.
  • Ridipingere i muri del giardino in prossimità del gazebo e finire di arredare quell’angolo.
  • Fare qualche cena con amici nell’angolo gazebo rimesso a nuovo.
  • Sistemare cucina, corridoio e lavanderia, dopo che gli operai avranno finito.
  • Restaurare il piano del tavolo da pranzo e la piattaia di cucina.
  • Finire il progetto con il driftwood e le conchiglie (c’è un attrezzo che mi serve e non trovo da nessuna parte!)
  • Ricominciare a guidare la moto, con l’obiettivo di prendere la patente il prossimo autunno.
  • Iniziare a contrattare con mio marito su quale moto acquistare (naturalmente io lo so già quale voglio).
  • Imparare ad usare bene la sua canoa.
  • Organizzare almeno una gita in barca in un posto dove non sono ancora stata. Possibilmente barca a vela e possibilmente con pernottamento a bordo. Ho già un paio di idee…
  • Portare le bambine ad un parco acquatico, come ogni anno.
  • Organizzare un’escursione a cavallo con Anita, con discesa in spiaggia all’alba. Giuro che me lo ha chiesto lei!
  • Convincere mio marito che è indispensabile che impari anche lui almeno le basi dello stare in sella. 
  • Incontrare un paio di amiche blogger (hey, lo so che siete là che leggete!).
  • Imparare a dormire e a mettere in pausa il cervello. Ok, questa non è fattibile, già lo so.
  • Smettere di aggiungere voci a questa lista, altrimenti non mi bastano tre anni di ferie…

Ma soprattutto, più di ogni altra cosa, il mio proposito per queste ferie è di scegliere di essere felice, ogni mattina. La felicità è una scelta, non lo sapete?

Vita imperfetta pt.10: quei pomeriggi

Quei pomeriggi che non vanno esattamente come avevi programmato, e sono una tragedia per una maniaca del controllo come me. Hai voglia a farti il tuo schemino mentale, con orari e relative attività… il destino aspetta che abbia finito di compilartelo, il tuo bello schemino, e poi si diverte a scombinartelo sistematicamente. Meticolosamente, direi.
Sarà che oggi è lunedì, ma tu c’hai la casa uno specchio che wow, non ti capita mai, e già ti pregusti un pomeriggio di lavori in giardino, mentre la nana grande, insieme a due compagni scout, deve preparare un progetto per acquisire una nuova specialità.
Allestisci tutto in giardino, nel punto più fresco: tavolo, carta, cartone, colori, colle e tutto ciò che può tornare utile, e già te li immagini che lavorano alacremente e in armonia. Con la casa che rimane perfetta.
Beh perfetta proprio no, perché dopo pranzo alla nana piccola viene una irrefrenabile voglia di dipingere con gli acquerelli, e non si può mica dirle di no! O si può? Ogni tanto mi viene il dubbio che magari se guardassero mezz’ora di tv non crollerebbe il mondo…

Comunque, nei tuoi programmi mentali certo non hai preventivato che la tua amica e vicina di casa Annalisa, poco prima dell’arrivo dei bambini, entri a casa tua con un cucciolo in braccio. Minuscolo, bellissimo come solo i cuccioli molto piccoli sanno essere. Buttato da qualche simpaticone all’interno della parte di giardino che abbiamo in comune: il cancello ha le sbarre larghe e quel simpaticone deve aver pensato che, dove mangiano tre cani (uno mio e due di Annalisa) possono mangiare in quattro. Semplice, no?
Che patato! esclamiamo quasi in coro nel vederlo, con quella pancia da cucciolo, l’odore da cucciolo, le movenze da cucciolo.

Peccato che sia, appunto, un cucciolo, che purtroppo né io né lei possiamo tenere.

E’ però splendido e dolcissimo, e le bambine sono galvanizzate.
Così i nostri due ospiti scout arrivano nel mezzo di questo caos di bambine che si sdilinquiscono di fronte alla tenerezza di Patato (non ci è venuto niente di meglio, per apostrofarlo), e anche i due “colleghi” della nana grande si uniscono ai gridolini di apprezzamento, alle coccole e ai pucci-pucci, mentre il volume di tutto ciò diventa sempre più intollerabile.

E il cartellone? Il progetto da terminare per poter acquisire la nuova specialità? Dimenticato.
Il cucciolo – mai visto uno così calmo e paziente – passa di braccio in braccio, accoccolandosi e dispensando bacetti a tutti i bambini in egual misura.
Bambini che entrano ed escono continuamente da casa, mentre io debolmente chiedo di stare attenti con le porte, perché c’è il gatto nuovo, che ancora non si è ambientato, e non possiamo assolutamente correre il rischio che esca in giardino e si perda.
E la situazione di avere un cucciolo che NON deve entrare in casa (perché fa pipì ogni dieci minuti e tu, lo ricordiamo, una volta tanto hai la casa uno specchio), e un gatto che invece NON deve uscire, mentre quattro bambini entrano ed escono continuamente da tre porte diverse che danno sul giardino, è potenzialmente esplosiva. Lo sapete, vero?
Infatti esplode. Il volume delle urla sale per un momento e il tono diventa disperato perché Zucchino, il gatto-nuovo-che-non-deve-uscire-perché-non-si-è-ancora-ambientato è uscito in giardino. E tutti i bambini lo inseguono strillando con l’idea di riprenderlo.

Zucchino nel suo nascondiglio preferito: l’armadio della nana grande

Non so voi, ma io se fossi un gatto molto timido e quattro bambini urlanti mi inseguissero farei di tutto, ma proprio di tutto, per non farmi prendere. E infatti…
In quel momento così delicato suona il campanello: è Federica, la bambina che ogni tanto passa a casa per giocare con le nane. Campionessa di tempismo.
Ora i bambini inseguitori sono cinque, e Zucchino si è acquattato sotto le piante, da dove con mille moine, voci melense e rumore di bacetti, riesco a riprenderlo e riportarlo dentro. Pericolo scampato.
Il lavoro riprende con numerose interruzioni dovute al cucciolo, quello di cane, che offre una distrazione non da poco. Mentre lo tengo un pochino in braccio, e lui mi si addormenta addosso, tenero come un neonato, inizio a notare dei piccoli animaletti saltellanti in mezzo al pelo… LE PULCI!
Come ho fatto a non pensare che un cucciolo trovatello sarebbe stato pieno di pulci? Vai di antiparassitario naturale per tutti i quadrupedi!
Ve l’ho detto che nel frattempo i quattro bambini diventati cinque continuano ad entrare ed uscire da casa per un pennarello, un po’ di gelato, una pipì urgente, o anche solo per vedere il mitico soppalco della stanza delle nane? E i miei pavimenti, specchi, vetri e tappeti immacolati sembra che siano stati puliti un mese fa. Il passaggio degli Unni ha lasciato meno danni, ne sono certa.
Depressione incipiente.
In compenso, alla fine della serata, sopra il tavolo sul quale il lavoro per gli scout si è svolto giacciono: un deodorante, due giochi elettronici, una confezione di cereali con metà del contenuto sparso ovunque, svariate coppette di gelato vuote, un forziere dei pirati di plastica azzurra e il materiale usato per il lavoro.
E i quattro bambini diventati cinque stanno festeggiando la fine del progetto cantando il Gloria sulla melodia di We will rock you. Con battimani e percussioni annesse. Che è una canzone che io amo, e tuttavia questa versione non mi convince troppo.
Solo alle 20 i tre ospiti vanno via e restiamo io, le nane, i due cani, Mela e Patato, i due gatti, la tartaruga che ha rischiato di venire calpestata numerose volte dalla ciurma di bambini, immersi nel caos. Tocca dare una parvenza di normalità alla casa e al giardino, poichè la mia geniale idea di farli lavorare fuori (al fresco, e così mi rimane la casa in ordine) ha sortito l’effetto di incasinare sia dentro che fuori.
Poi le imprescindibili docce e infine, dopo aver dato la pappa al cucciolo e averlo consegnato per la notte ad Annalisa, abbiamo bevuto un bicchiere di latte e ci siamo cacciate nel letto, incapaci di intendere e di volere più oltre, ma con l’idea che forse certe volte sarebbe meglio non fare programmi e accettare le cose come vengono.

A proposito, qualcuno vuole adottare Patato?

Le domande della domenica

Ma perché non te ne sei andata al mare, anziché stare a casa a strappare erbacce sotto il sole?
Perché dopo che ho ripulito tutto il giardino dalle erbacce, dopo che ho rastrellato, potato, dato forma e sudato durante tutte queste operazioni, sto bene con me stessa.
“Cares melt when you kneel in your garden”, dicono gli inglesi, nella loro saggezza di giardinieri provetti. E io concordo. Dopo una settimana davanti allo schermo di un pc, con il cervello che non va mai in stand by e continua ad elaborare dati anche mentre cerco di dormire, sento il bisogno di fatica fisica. Sollevare delle cesoie che pesano quanto la nana piccola ha l’effetto di calcare, finalmente, quel maledetto pulsante off. Taglio rami come se da questo dipendesse aver salva la vita, ogni ramo un pensiero che si scioglie e va via. Nemmeno mi accorgo dei graffi sulle braccia, dei piccoli insetti che fuggono, degli schizzi di fango sulle gambe nude. Afferro coi guanti le ortiche e le strappo senza pietà, insultandole una per una. La gente che passa per strada mi guarda perplessa: devo essere la pazza con la bandana gialla. E invece no, sono quella con la bandana gialla che rinsavisce con le potature!
Tra l’altro, mi sono procurata una meravigliosa abbronzatura da giardiniere, che in spiaggia non mi sarei mai potuta organizzare. Che poi è uguale a quella da amazzone, cioè anche a quella da muratore. Don’t give a shit.

Ci siamo premiati con un pranzo in giardino, sotto l’unico albero abbastanza grande da farci ombra…

Ma chi te l’ha fatto fare di prendere un altro gatto? Non hai già abbastanza animali, a casa?
Ecco l’altra domanda di ieri.
E a questa, veramente, non so bene cosa rispondere. C’è un numero oltre il quale gli animali domestici, così come i figli, sono troppi? Al momento abbiamo un solo cane, due gatti, una tartaruga di terra e una vasca di pesci. Dal mio punto di vista, almeno per gli animali, è solo il numero dettato dal buon senso. Un altro gatto andrà a peggiorare la mia esistenza? Impedirà cose che fino a prima del suo arrivo erano possibili e scontate, facendomi rimpiangere questa scelta? Non credo. Ci saranno certo modifiche sostanziali, ma mi vengono in mente solo modifiche positive. La casa è già invasa di peli per via dell’altro gatto e del cane, e qualche pelo in più non cambia granché. Devo comunque pensare a sistemare i miei animali quando mi sposto e non li posso portare con me (il gatto non viene mai con noi in trasferta, il cane invece quasi sempre): pensarci per due o per tre non fa differenza.
Fa differenza nel mio cuore, invece, il fatto che ieri il gatto sia arrivato spaventatissimo e si sia rifugiato per un paio d’ore sotto il divano dello studio, e poi in un angolino della lavanderia. Nessuno riusciva ad avvicinarlo.

E mentre pranzavamo, lui ci osservava guardingo da dietro il vetro

Non soffiava né graffiava ma ti guardava con gli occhi spalancati di chi ha paura che stia per accadere qualcosa di terribile. Ho passato quasi tutto il pomeriggio seduta per terra, aspettando.
Un’attesa paziente ricompensata  così:

Mentre stavo lì, seduta per terra accanto alla lavatrice, parlandogli sottovoce (al gatto, non alla lavatrice!), il ricordo del dialogo tra il Piccolo Principe e la volpe echeggiava nella mia mente.
Mi sento privilegiata a poter vivere, momento per momento, la storia della costruzione della fiducia di un animale verso l’uomo: senza fretta, senza pressioni, con il rispetto dei suoi tempi e dei suoi bisogni. E penso sia un privilegio anche per le mie figlie, una lezione di vita, assistere a tutto ciò, apprendendo oggi più che mai che gli animali non sono giocattoli e che l’amicizia di un timido gatto rosso è un dono prezioso. Che bisogna saper meritare.
Avrà ragione mia mamma, quando mi rimprovera (eh sì, lei ancora mi rimprovera!) e mi dice: – ma se qualcosa non è complicato, se non è difficile, a te non piace?-

La saggezza dei bambini. Mini-me e il senso della vita

La nana piccola, la Mini-me, ha la malinconia serale. Poveretta, pure questo doveva prendere da sua madre… Succede quindi che quando si va a letto a lei vengano, tutte in una volta, le domande esistenziali scabrose, i quesiti sul senso della vita, le riflessioni sul qui e ora e le elucubrazioni sulla vita oltre la morte. Capirete perché, ogni tanto, quando mi chiede se le faccio un po’ di compagnia sul soppalco, mi venga da dirle: e un bel libro divertente, no?
Ieri ho trascorso una mezz’ora con entrambe nella loro tana, e dopo un minuto che ero lì è partita la raffica di domande.
– Ma noi lo sappiamo quando moriremo?-
– Ma papà morirà per primo, perché è il più grande?-
– Ma io morirò per ultima, perché sono la più piccola?-
– Ma quando vi raggiungerò come faccio a riconoscervi?-
– Ma quando tu sarai morta io come farò senza i tuoi abbracci?-

E via così, all’insegna dell’ottimismo e dell’allegria.

non so voi, ma io se voglio leggere, supponiamo all’ombra dell’ulivo, devo leggere così: con lei che mi fissa

Io ho cercato di parare i colpi, rispondendo il più sinceramente possibile. Odio mentire: in generale e ai bambini ancora di più. Anche perché i bambini, con la loro logica stringente, ti fanno saltar fuori subito le contraddizioni di ciò che stai dicendo, e non si dimenticano che li hai presi in giro. La prossima volta che avranno un quesito importante, che sta loro a cuore, non si fideranno più di te.
Però, ecco, dire ad un bambino che non lo sappiamo quando moriremo, che essere bambini non è una garanzia che non accada niente di brutto, e che in realtà nemmeno ne siamo troppo sicuri che dopo ci sia davvero qualcosa, e chi lo sa se staremo insieme per sempre… non è facilissimo.
Io ci ho provato, con la massima delicatezza possibile e sperando di non fare danni.
Forse ci sono riuscita, perché tra un bacio e un abbraccio, una carezza e un silenzio pensieroso, la nana piccola mi ha detto:
– Mamma, ma allora, se non sappiamo quando moriremo, dobbiamo impegnarci per essere felici e volerci bene ogni giorno! Non dobbiamo sprecare il tempo essendo tristi, perché poi ce ne pentiremmo. Dobbiamo goderci tutte le cose che facciamo e non pensare sempre a quelle che non possiamo fare, vero? –
E io sono riuscita solo a dire di sì, con il solito groppo in gola e la consapevolezza, ancora una volta, di quanto ho da imparare da queste creature che mi sono state affidate.

Mare

Pazienza se tirava un maestrale che ti portava via: noi facciamo come Pollyanna, che trova sempre il buono nelle cose. E alla casa al mare ci siamo andate munite di aquilone.

Pazienza se il cielo era un po’ coperto; almeno quando abbiamo pescato dagli scoglietti non siamo morte di caldo, ferme sotto il sole. E non abbiamo preso niente perché poverini, i pesciolini…alla fine meglio così. E in effetti i bigattini fanno pure un po’ schifo.

C’è quel momento, quando scollini da dietro le dune, che la spiaggia ti colpisce in tutta la sua quieta, maestosa bellezza, un istante in cui l’occhio l’abbraccia tutta e tu pensi a quanto sei fortunata a vederla con i tuoi occhi. Ogni singola volta che emergi dalle dune. Perché la cosa bella delle fortune e delle gioie è che non c’è limite nel numero. Il limite lo mettiamo sempre noi, quando perdiamo l’incanto.

Il limite è quello della nostra noia, della stanchezza, dei retropensieri. Delle strategie, degli atteggiamenti, delle pianificazioni. Quei limiti che i nostri figli non hanno e che speriamo sempre che acquisiscano il più tardi possibile.
Così, trovando tre bastoni sulla spiaggia, portati dal mare, penseranno subito ad una capanna, senza retropensieri, noia o strategie.

Poche cose danno la stessa gioia, la stessa sensazione di libertà del far volare un aquilone. Se poi è il nonno a correre con te sulla spiaggia, a spiegarti quando dare il filo e quando riavvolgere, tutto è ancora più bello
Tralasciamo il fatto che mamma abbia voluto fare la solita smargiassa, dando all’aquilone tutti i trenta metri di corda, cosicché i tre secondi di bonaccia improvvisa lo hanno fatto inabissare in un istante fra le onde, a capofitto e senza possibilità di recupero prima dell’impatto. Tanto che dopo ci è toccato fargli il bagnetto con l’acqua dolce, manco fosse un bebè.
E’ che quando uno ha come colonna sonora della sua esistenza “I don’t wanna grow up” non c’è niente da fare. C’è il solo vantaggio che sei capace di entusiasmarti per l’aquilone, per la tua canzone preferita alla radio, per il tramonto sulla spiaggia. Anche se è nuvoloso.
Enjoy the small things in life

Quando non avevo figli

Quando non avevo figli ero una bravissima mamma. Non è un paradosso.
Prima di avere figli sapevo esattamente che cosa avrei fatto in questa o in quella situazione. Sapevo ad esempio che non avrei mai fatto dormire le mie figlie nel lettone, che non avrei mai alzato la voce, che sarei stata sempre empatica e sorridente ma ferma e decisa sulle mie posizioni. Una mamma zen. Una mamma radicata nella tradizione ma con lo sguardo rivolto all’oggi. Con tutte le priorità messe nella scala giusta e scolpite nella mente che manco una lastra di marmo. Sacerdotessa delle supreme verità dell’essere genitore.
Insomma, avevo un sacco di certezze. Forse perché, appunto, figli non ne avevo.
Guardavo le mamme per strada perdere la pazienza per un capriccio, rispondere sgarbatamente ad un figlio davanti ad una richiesta lamentosa, allungare uno sculaccione che appariva certo una reazione esagerata di fronte ad una piccolezza. E un po’ mi indignavo. Riflettevo sul fatto che io non avrei mai detto quella frase infelice, mai avrei adottato quel tono scortese, mai avrei concesso qualcosa pur di avere un po’ di pace… e così via. Giudicavo dall’esterno.
Perché giudicare dall’esterno, quando non si è coinvolti nelle situazioni, è sempre molto facile. Sto dicendo una banalità? Solo apparentemente. Se ci riflettiamo un attimo ci rendiamo conto che, in materia di figli, ci cadiamo tutti, prima o poi.
Poi i figli arrivano e su certe cose si cambia leggermente punto di vista. Talvolta perché diventa una tecnica di sopravvivenza, e ti ritrovi a mettere una pezza per arrivare indenne alla fine della giornata, talaltra perché quelle priorità che erano così ben scolpite nella mente sono state messe pesantemente in discussione dagli eventi. Inutile dire che questa cosa è successa pure a me. Non una ma mille volte.

si fingono brave bambine per indurti ad abbassare la guardia

Ad esempio. C’è il giorno in cui devi uscire di casa a fare cento commissioni, ma è anche lo stesso giorno in cui le tue figlie sono due pesti urlanti che litigano tra loro per metà del tempo, e per l’altra metà inventano capricci lamentosi e assurdi che ti sfiniscono. Per quale misteriosa alchimia ci siano giorni così, e giorni in cui le tue figlie sono angeli di benevolenza reciproca e buona educazione è un mistero. Comunque, quando finalmente riesci a metter piede fuori casa – che per quanto sei sconvolta sembri più uscita dalla lavatrice che dal portone – e cerchi di trascinartele dietro nel tuo tour de force, loro offrono una solida, coerente resistenza, improvvisamente solidali tra loro. E intanto la tua tabella di marcia già troppo stretta accumula ritardo su ritardo, mentre loro dimenticano il golfino nel negozio n.1 facendoti tornare indietro, nel negozio n. 2 provano dodici paia di scarpe ma vogliono la tredicesima, davanti all’edicola si impuntano che vogliono un nuovo foglio di stickers, poi ti chiedono un gelato, no una pizzetta, anzi un croissant, oppure meglio un succo, o magari i pop corn, e le patatine fritte dove le mettiamo?
Ecco, allora a te possono accedere due cose, entrambe legittime. Capitolare su tutta la linea, e prendergli il succo, i pop corn e pure gli stickers; oppure in alternativa perdere la pazienza. Minacciando punizioni talmente esemplari che sai già che non le applicherai, e lo sanno anche loro, oppure alzando la voce con un sonoro “mi avete stufata!!!” udibile a tre isolati di distanza, che le pietrifica sul posto. Ed è allora che tutti si girano a guardarti con un misto di compassione e disapprovazione per il tuo essere una madre così palesemente inadeguata. A te dà fastidio, ma poi ti accorgi che prima eri così anche tu. Giudicavi. Prima quando non avevi figli ma un sacco di certezze su come crescerli. E un po’ ti vergogni di essere stata tanto rigida e pronta a sputare sentenze.

poi quando meno te l’aspetti cercano di buttarti in acqua…

Perché vi ho raccontato tutto questo?
Perché due giorni fa, al bar dello stabilimento balneare che frequento, ho visto una mamma con due bimbi. Bimba n.1, circa quattrenne, piagnucolante davanti al banco dei gelati: pazientemente la mamma cerca di capire il motivo del malcontento, poi fa servire alla creatura un cospicuo cono tre gusti. Nel frattempo il figlio n. 2, appena in grado di stare in piedi da solo, le sta letteralmente appeso alla gamba, succhiandole un ginocchio come fosse la cosa più normale del mondo. La mamma faticosamente stacca la ventosa umana dalla gamba e questa ovviamente si risente, andando a fare eco alla sorella che, chissà perché, nemmeno col gelato si è rasserenata. In silenzio si mette con nano n.2 e nana n.1 a far la fila alla cassa per pagare il gelato e, prima ancora che sia arrivato il loro turno, il cospicuo cono tre gusti viene spiaccicato sul pavimento dall’incauta bambina. Che  – c’è bisogno di dirlo? – piange sempre più forte.
La mamma si volta e le sibila: – Elena, ti prendo a schiaffi! – Disapprovazione generale da parte dei presenti nel bar, e nessuno, naturalmente, che si offra di dare una mano alla mamma a ripulire il ripulibile. Solo sopracciglia sollevate e mormorio. Tutti evidentemente genitori irreprensibili.
Ecco, io invece ho pensato a quant’ero una brava mamma, prima di avere figli, e a come adesso sono diventata una mamma normale, che perde la pazienza e dice la frase sbagliata, e a volte è scortese quando proprio non ce la fa più e capricci e stress hanno passato la soglia della sopportabilità, e mi sono sentita tanto solidale con lei. La sua frase era brutta, lo so, e oltretutto razionalmente inutile per risolvere la situazione, visto che ha avuto il solo effetto di far aumentare alla bambina il volume del pianto isterico. Ma sono sicura che anche la sua mamma se n’è resa conto nel momento stesso in cui l’ha pronunciata, e alla rabbia per il gelato rovesciato e alla stanchezza per i capricci in stereo si dev’essere aggiunto subito uno sgradevole senso di colpa. L’idea di aver fallito nell’essere l’adulto di riferimento per le due creature affidate a lei. La vogliamo pure giudicare per aver sbroccato? Non so voi, ma io non lo faccio più.

Vita imperfetta pt.9. La colonna sonora

Voi ce l’avete la colonna sonora? Io ce l’ho, costante.
Perchè ho sempre la radio o lo stereo acceso, quando guido o cucino, quando gioco con le mie figlie, cucio o stiro. Ma non è solo questo.
Perchè canticchio sotto la doccia e anche in altri momenti, più o meno adeguati. Come quella volta che, uscendo dal lavoro, aspettavo di attraversare al semaforo. Era il periodo in cui mi occupavo della segreteria di un gruppo consiliare, roba da tailleur e scarpe col tacco. E mentre io me ne stavo al semaforo con il mio tailleur nero, décolleté nere e perle al collo e alle orecchie, in mezzo ad altri in giacche e tailleurs e borse per pc, cravatte vistose o sobrie, col nodo grande o piccolo, scarpe lucide e discorsi seri, mentre io me ne stavo lì, dicevo, con la mia aria da businesswoman, ho notato che gli altri che attendevano il verde mi guardavano in modo strano. Un po’ come la volta della lumaca sulla testa, avete presente?
– Ecco, ho una calza smagliata – ho pensato io.
E invece no; ero ferma al semaforo vestita da persona seria, e stavo canticchiando, nemmeno a voce troppo bassa, Il coccodrillo come fa. E non me n’ero resa conto.

Ma non è neppure soltanto questo.
E’ che, per ogni cosa che mi succede, io c’ho una colonna sonora mentale che mi parte da sola, e guai a disturbare.
Ad esempio. Sto andando a prendere un’amica, per un’uscita tra ragazze? E’ facile: Girls just wanna have fun (lo so, ho un animo un po’ trash, ma mi ricorda la mia adolescenza scapestrata, i ritorni a casa alle 6 del mattino e l’incontro con mio padre, che era in piedi già da un po’ per andare al lavoro e non gradiva vedermi arrivare a quell’ora). Non importa se il lettore cd della mia auto non funziona più, tanto io ce l’ho in testa, con le doppie voci sovrapposte e tutte le percussioni al posto giusto e al momento giusto. Hey now, what is the matter with you?
Si portano le nane a pallavolo? Abbiamo The last remaining light, che ci carica e che dura esattamente quanto dura il tragitto da casa alla palestra. Cantiamo and if you don’t believe the sun will rise, stand alone and greet the coming night come tre invasate e quando arriviamo a destinazione siamo pronte – sono pronte, loro – per fare tutte le schiacciate più cattive ed efficaci.
Quando andiamo al circolo ippico, invece, la mia colonna sonora è Learning to fly, perchè mai un’altra canzone mi è sembrata descrivere così bene quello che provo quando sono in sella. Anche se parla del volo. There’s no sensation to compare with this, suspended animation, a state of bliss. Perfetta.
Quando guido verso la mia casa al mare, scegliendo sempre la vecchia lenta litoranea a picco sulle onde, quando il mare rispunta scintillante dopo ogni curva, incendiato di riflessi dal sole, io sento This is the life in sottofondo, anche se la radio è spenta, e penso che davvero la vita sia piena di doni e che non dobbiamo mai smettere di notarli.
Giornata pesante, troppe cose da fare, ti senti un po’ una bestia da soma? Ecco che Carry on parte in automatico dentro di me, per poi venir fuori: le nane fanno il coretto e io la voce principale. Lo so, mi manca un po’ di senso del ridicolo, ma ognuno si diverte come può.
Ogni mia mattina, per essere precisi, comincia con Outcry: un grido di battaglia per affrontare col giusto piglio tutto quello che mi aspetta. Ché io sono una combattiva, e vivere a metà non mi piace.
C’è una canzone che mi accompagna in quasi ogni momento della giornata, che sottolinea e incornicia ciò che mi accade, che spesso mi presta le parole per descriverlo, sentirlo e interpretarlo. Questo è indubbiamente reso più facile dal fatto che ho una memoria mostruosa per i testi delle canzoni: un talento assolutamente inutile nella vita, che mi permette però, se voglio, di parlare per citazioni.
A questo punto mi sorge però una domanda: la colonna sonora ce l’avete anche voi? Anche voi avete una canzone le cui note vi risuonano in mente, adatta ad ogni istante, oppure mi devo preoccupare?

Ghirlanda fuoriporta di foglie acquarellate

L’altro giorno, aspettando un po’ di ospiti che dovevano venire a casa a mangiare una fettina di torta per il mio compleanno, ho realizzato in fretta e furia questa ghirlanda, tanto semplice da realizzare quanto d’effetto.

E’ un piccolo progetto che si può realizzare coinvolgendo i bambini: si divertiranno un mondo a pasticciare con gli acquerelli!
L’idea mi è venuta curiosando in questo blog americano di decorazione, poi l’ho modificata a mio uso e consumo (cioè, non avevo in casa nessun vecchio libro da sacrificare anche perché per una bibliofila come me strappare le pagine di un libro è praticamente un sacrilegio!)
OCCORRENTE:
Un cartoncino per acquerello 60×90 cm: non prendetelo di una grammatura troppo grossa altrimenti tagliarlo sarà faticosissimo (e non potrete farlo fare ai bimbi);
Un set di acquerelli;
Un pennello grande;
Una base per ghirlande in polistirolo;
Nastro a piacere (1 mt);
Colla a caldo;
Forbici o taglierina;
Procedimento:
Abbiamo scelto una palette di colori che ci piaceva: dal viola al verde passando per l’azzurro, che è il colore predominante ad Hove Haven, poi la nana n. 2 ha dipinto con gli acquerelli tutto il foglio, partendo dal viola e aggiungendo il blu fino a sfumare nell’azzurro. All’azzurro ha poi aggiunto il verde, creando un bellissimo viridian, e poi ha sfumato fino al verde vero e proprio.

Abbiamo steso il nostro “lenzuolino” ad asciugare in giardino, con tanto di mollette, e una volta pronto abbiamo fatto lo stesso lavoro dall’altro lato, avendo cura che dietro il viola ci fosse il viola e non il verde, e lo stesso per gli altri colori.
Poi abbiamo tagliato il cartoncino in tante strisce da circa 3 cm di larghezza (ne sono uscite appunto 30)

E ogni striscia è stata divisa verticalmente in 6 pezzi da 10 cm, tutto ad occhio.

Ad ogni rettangolo poi abbiamo dato una forma lanceolata, facendo una punta da una parte e lasciando la base piatta dall’altra, anche in questo caso tutto rigorosamente ad occhio

Infine abbiamo incollato le foglie sulla base di polistirolo. Non ho fotografato questi ultimi passaggi perché non pensavo di dedicarvi un post, ma nel tutorial da cui ho preso l’idea si vede molto bene come procedere.
Si tratta in ogni caso di incollare le foglie a raggiera, seguendo le gradazioni di colore

Lo strato successivo deve andare a sovrapporsi in parte al precedente, in modo da coprire la base delle foglie. Abbiamo avuto cura inoltre di coprire bene i lati ma non il retro della ghirlanda, perché altrimenti non saremmo riuscite ad appenderla.
Per terminarla abbiamo creato un fiocco con il nastro quadrettato, e un piccolo cappio per sospenderla al gancetto che c’è sulla porta d’ingresso.
Ed eccola qua

Vi piace? Credo che per un po’ la terremo sulla nostra porta, in attesa di ispirazioni di sapore più estivo. Sto già pensando a qualcosa con le conchiglie…