Dei padri che fanno i padri. Il guest post di Paolo

Qualche tempo fa ho scritto su facebook un post infuocato contro il progetto di un nuovo reality tv che si propone di “spiare” come se la cava un papà con i bimbi nel caso di un’assenza della mamma lunga una settimana. Intendo con i suoi, di bimbi, eh, mica con quelli di qualcun altro e dunque sconosciuti. Quel progetto orrendo mi ha fatto pensare che in noi è talmente radicata la convinzione che ad occuparsi dei figli sia la madre, e che il padre lo faccia solo di rincalzo, che sia normale e divertente un programma nel quale, ne sono certa, il papà è destinato a fare la figura dello scemo incompetente, che non sa in quale cassetto stiano i calzini della figlia e non conosce l’indirizzo della scuola, mentre la mamma ha, finalmente, il suo momento di gloria. Quel momento in cui qualcuno, una volta tanto, le dice che davvero è indispensabile e che la sua assenza è una catastrofe. 
La domanda che mi sono posta è: ma noi donne saremmo davvero felici di sentirci indispensabili a causa dell’incapacità del nostro compagno di vita? Non so voi, ma se io pensassi di aver sposato un cretino che non sa cambiare il pannolino a sua figlia e non è in grado di gestire una giornata intera con le bambine, non mi sentirei tanto appagata come madre e come moglie. Spesso invece siamo proprio noi, mogli e madri, a rivendicare il monopolio delle competenze figliesche, escludendo più o meno direttamente il maschio alfa dalla gestione della prole, per poi poterci lamentare in santa pace e a buon diritto, (sentendoci, appunto, inarrivabili divinità domestiche).

La notizia interessante è che qualcosa, però, si muove. Perchè ci sono papà che sono davvero interessati ai figli e al loro mondo, che conoscono gli interessi del settenne e gli amori della undicenne, che portano i figli al parchetto, preparano il biberon, cambiano il panno, chiamano la pediatra e, soprattutto, che non si vergognano di tutto questo. E no, non sono vedovi! 
Spesso sono uomini che hanno compagne che fanno le mamme tanto quanto loro, ma che magari vogliono realizzarsi anche al di fuori del “guarda-che-madre-perfetta-che-sono”. Tipo che hanno aspirazioni di carriera, o anche semplicemente di continuare a sentirsi l’essere umano che erano prima di avere figli. 
E, ci tengo a dirlo, non si tratta di papà che fanno i mammi e di mamme che fanno l’uomo di casa, ma semplicemente di coppie in cui entrambi i componenti, da una parte vogliono essere genitori a tutto tondo, dall’altra non vogliono rinunciare ad essere anche persone a tutto tondo, con interessi da sviluppare perfino al di fuori della cerchia familiare. Fermo restando che poi, all’interno della coppia e della famiglia, ciascuno sarà magari più bravo nel fare alcune cose e meno in altre.
Ah, dite che non esistono, padri così? Collaborativi, supportivi etc?
Io ne conosco almeno un paio. Di uno posso dire di aver l’onore di essere amica, se mi concede di usare questo termine: Paolo, il mio amico aviation freak, sempre pronto a rispondere alle mie domande su aerei d’epoca, piloti e libri, data la sua sterminata competenza in materia (non per niente lavora qui) e la sua pazienza altrettanto sterminata, che io cerco di ricambiare con consigli da Pinterest addicted in tema di arredamento di stanze per nani.

E Paolo, tra un libro da pubblicare, un aereo da rimettere in sesto, un lettino da ridipingere e una figlia da educare, ha perfino accettato di fare un guest post per il blog, per raccontarci il suo punto di vista di “mosca bianca”.

Giulia, la mia
primogenita, è nata ad Helsinki. Poco dopo la sua nascita ci è stata offerta la
possibilità di trasferirci a Vienna, una città che conoscevamo ed abbiamo
sempre amato. 

Così, entro il suo terzo mese di vita, abbiamo sottoposto la nuova
arrivata ad un trasloco internazionale. Entrambi avevamo un posto di lavoro
pronto al nostro arrivo ma, mentre il mio datore di lavoro poteva aspettare,
mia moglie è rientrata dalla maternità dopo soli quattro mesi. Ed io mi son
trovato a fare il papà a tempo pieno. In questi mesi la tematica del
papà-a-casa sembra andare parecchio di moda su blog e giornali: è tutto un
pullulare di articoli e post che esaltano il modello del Nuovo Uomo Nordico,
che non si fa problemi a sospendere la propria carriera per dedicarsi ai figli.
Devo ammettere che all’inizio è stato facile crogiolarsi nel ruolo di
neomaschio allettante (ed allattante): al parchetto sotto casa facevo girare la
testa a tutte le mamme e nonne col mio innato talento nello spingere
l’altalena. Ai settimanali incontri con le Mamme Italiane a Vienna, le più
incallite genitrici versavano la lacrimuccia nel notare che alla bisogna, oltre
al pannolino di ricambio riuscivo a sfoderare anche la salvietta umida. Ad ogni
rientro in Italia mia mamma si prodigava ad esibirmi come un trofeo a tutte le
amiche/vicine/sconosciute che le capitavano a portata di voce ed il mio ego,
raggiunte ormai le dimensioni del Canton Ticino, stava per esplodere…. ….. e
alla fine lo ha fatto. In modo plateale, come si confà a simili occasioni:
rumore di tela strappata e brusco risveglio nel mezzo della notte, con la
terribile verità che ti ghiaccia addosso il sudore: “ma la donna che esalta
oltremisura le mie capacità genitoriali è la stessa che crede che assomigli a
Raoul Bova!”. 

Quel minimo di obiettività rimastami e l’impietoso specchio che
esalta l’occhiaia mi hanno costretto a riconsiderare la mia situazione. E mi
sono incazzato. Come ogni altro adulto nanomunito conosco tutte le
idiosincrasie della prole, rido, gioco, cucino, lavo, stiro, rilavo, sgrido e
sbaglio come tutti gli altri genitori degni di questo nome. Ho anche
ripetutamente commesso il reato capitale della megacazziata in pubblico. Perché questo dovrebbe essere motivo di vanto? Il fatto che sia un uomo non mi pare un motivo sufficiente… Anzi non mi pare proprio un motivo. Davvero le
aspettative femminili nei nostri confronti sono cosi’ basse? Allora perché non
apprezzare anche il fatto che non ho mai fatto bere per sbaglio la mia birra a
Giulia? E vogliamo parlare dei due, dicansi due, pollici opponibili di cui sono
dotato? 

Ad ogni nostro rientro in Italia una sosta in qualche parco giochi ci
scappa sempre: ebbene, sarà sfiga, ma ogni volta vedo un bimbo che fa capricci
ed un genitore che alza le mani (e pure i piedi) manco fossimo in una puntata
di Smackdown. Forse anche in questo campo sarebbe ormai ora di smetterla di
parlare tanto dei ruoli e di (pre)occuparci un po’ di più di buoni e cattivi
genitori.



Grazie, Paolo!


Anche il Corriere si occupa di questo tema. Clicca qui per leggere l’articolo di oggi!
Se invece sei interessato ai miei post sull’argomento, clicca qui

Strong is the new Pretty

Ieri guardavo le immagini, meravigliose, che questa fotografa ha scattato alle sue figlie e pensavo che da piccola assomigliavo molto a questo tipo di bambina: forte, spericolata, le ginocchia costantemente sbucciate. Tipo che con i pattini facevo la discesa ripidissima che correva accanto alla mia via e terminava in un campo di margherite gialle nel quale a fermarti erano gli arbusti, ché altrimenti avresti continuato a correre all’infinito. Oggi al posto delle margherite c’è una rotonda, e scendere in pattini per quella discesa non sarebbe consigliabile, ma allora mi sembrava la cosa più normale del mondo. “Non hai il coraggio!” mi dicevano, scatenando all’istante la trance agonistica. E scendevamo simili a proiettili urlando come una tribù in battaglia.
Avevo imparato a fare i salti con la bici, come i maschi, oppure giocavamo a calcio tutti insieme e io menavo quanto Alberto, Simone e Gianluca, anche se ero parecchio scarsa e mi mettevano sempre in porta.
Mi piaceva molto anche arrampicarmi sull’enorme magnolia del giardino, e una volta la vicina del secondo piano si spaventò moltissimo uscendo ad annaffiare i fiori del balcone e trovandomi proprio lì, ad altezza occhi. “Lo dico a tua madre!” era stata la sua terribile minaccia. Solo che a mia madre non gliene sarebbe fregato niente di sapere che sua figlia si era arrampicata fino a lì, lei che da bambina rubava le mele dal frutteto del parroco.

dalla bambola al camion dei vigili del fuoco

 Non è che non avessi un lato femminile: anche a me piaceva giocare con le bambole ed indossare il vestitino di sangallo, obbligatorio per compleanni e cerimonie, ma mi piaceva infinitamente di più scorrazzare in bicicletta e tornare a casa con gomiti e ginocchia abrase nel tentativo di fare qualche acrobazia.

incontri ravvicinati del terzo tipo: la nutria!

 C’erano in me entrambe le anime, e in fondo ci sono ancora. Perché una cosa non esclude l’altra: una bambina, o una donna, possono essere accoglienti e dolci e femminili anche se hanno corso nel fango fino a cinque minuti prima. O hanno sverniciato un mobile a forza di braccia, o hanno provato al parco i percorsi sospesi.

Hanno tirato con l’arco, pescato una spigola a canna, catturato gli insetti per osservarli o preparato pericolosi miscugli da piccolo chimico.

Quello che Kate T. Parker vuole ricordarci, con le sue foto, è che “forte” è bello, ed è femminile.
Anzi, “forte” è il nuovo “carino”. Perché non la smettiamo di dire alle nostre figlie “quanto sei carina con quella maglietta!” e iniziamo invece a dire loro che sono in gamba, che possono essere tutto quello che vogliono, dalla mamma all’astronauta, ed essere sempre belle, semplicemente perché sono loro stesse?
Perché se vogliono giocare alla principessa non ci sono problemi, ma se invece ciò che piace loro è arrampicarsi sull’albero e arrivare ad altezza secondo piano, anche strappandosi la maglietta per riuscirci, devono sapere che va bene anche così.
E se gli piacciono entrambe le cose? Tanto meglio: le principesse che si arrampicano sugli alberi sono le mie preferite. Non mettiamo loro dei limiti.

Se vi interessano i miei post precedenti a proposito di educazione delle bambine e lotta alla pinkification, cliccate qui

Pinkification, serie tv e Ariana Grande

Le Winx ero riuscita a saltarle a piè pari: la mia prima figlia era ancora troppo piccola per chiedere che programmi vedere, e io scorrevo troppo veloce col telecomando. Così ci eravamo risparmiate quelle quattro vestite da sciacquette (cinque? sei? quante erano?), ognuna col suo principe fisicato e dalle camicie un po’ troppo slim fit. Ho pagato dazio solo con uno zainetto dell’asilo raffigurante le suddette fatine, rottosi con mia grande soddisfazione dopo poco tempo e accantonato senza rimpianti.

Poi l’uragano Violetta, giunto presso di noi in età ormai scolare: altri tempi, altre dinamiche. Voglia di sentirsi parte del gruppo, quel gruppo che la mattina si trovava nel cortile della scuola a commentare gli amori di Violetta e Leòn, Violetta e Tomàs, i dispetti di Ludmilla e così via. Violetta ha portato a casa nostra il primo vero braccio di ferro in fatto di tv. Lei chiedeva, protestava, io nicchiavo e proibivo. Ché a fare la censura sono molto brava, mi viene proprio naturale. Se poi per caso c’è da fare una lista di programmi all’indice, son già con le mani sulla tastiera. Molto meno naturale, invece, mi viene essere morbida, comprensiva e accogliente. Così Violetta in tv è stato un NO assoluto e senza condizioni. Non sopporto queste telenovelas per bambine, in cui il centro sono gli amori che cambiano, le rivalità tra ragazze per essere la più popolare, l’attenzione estrema all’estetica. E poi, nella nuova stagione, l’avete vista Violetta con quegli improbabili capelli biondi? Che orrore! Ma chi è il suo parrucchiere?

Poi su qualcosa però ho dovuto cedere, e ne è venuto fuori un triste compromesso all’italiana: no alle puntate, sì alle canzoni da vedere insieme – e cantare – su youtube. Ni, invece, a tutto quell’orrido merchandising fatto di trucchi per bambine, profumi puzzolenti e irritanti, borsette e scarpine sbrilluccicanti. Che, per fortuna, a mia figlia grande non sono mai piaciuti troppo.
Recentemente anche Violetta è tramontata, e io ho cantato vittoria. Mammadilettante-modelli femminili sgraditi: uno a zero.
Poi sono arrivate Sam & Cat, le conoscete? No?

Come le posso descrivere, se non come due squilibrate? La disonesta Sam, che si rifiuta di andare a scuola e gira in moto, e la dolce Cat, dai capelli rossi che più rosso non si può, così ingenua da essere… tonta. Ho cercato subito di trovare dei difetti a questa serie, che è stupida e a volte un po’ scorretta, ma la verità è che mi fa ridere moltissimo e che, per una volta, non si parla di amori e tradimenti, ma di amicizia tra persone molto diverse tra loro e dei modi in cui le differenze possono convivere nel quotidiano. Cat, la rossa amante dei dolci, proprietaria di una bicicletta tutta rosa, è impersonata da Ariana Grande, colei che nel cuore delle nane ha preso a pieno titolo il posto di Violetta. Una che, ho scoperto poi, sembra che sappia cantare davvero. Dicono che sia la nuova Mariah Carey, che per una cantante penso sia un paragone lusinghiero. Poi a me non piace ma vabbè, io ascolto il metal… magari non faccio testo.

Dunque, se ancora non sapete chi è, occhio ad Ariana, perché da un giorno all’altro vostra figlia potrebbe strappare dalle pareti della cameretta tutti i poster di Tini per attaccare con lo scotch – ma rigorosamente di carta, che altrimenti stacchi gli intonaci! – quelli di Cat/Ariana. E anziché cantare Nel mio mondo in italiano o in uno spagnolo maccheronico, la sentirete cimentarsi in Break Free, in un inglese ben più maccheronico.
Davanti alla serie Sam & Cat, lo ammetto, sono stata costretta a deporre le armi ed allargare le maglie della censura. Perché non sarà certo un programma educativo, ad elevato contenuto morale, ma se non altro non incita le mie figlie ad investire tutte le loro energie nell’essere carine e all’ultima moda, fare le smorfiose coi compagni e voler primeggiare a scapito delle altre.

E voi, conoscete questa serie tv? cosa ne pensate? E dell’attrice che interpreta Cat, ovvero Ariana, che ve ne pare?

Di Pinkification e modelli di bellezza

Ieri ho scritto questo articolo per L’Unione Sarda, riflettendo ancora una volta sul clima in cui crescono oggi le bambine. Quand’ero una ragazzina, e tutte sognavamo di fare le modelle, i nostri punti di riferimento erano le supermodel anni ’90: ragazze snelle sì, ma sportive e con le curve al punto giusto. Eppure, già allora se ne stigmatizzava l’eccessiva magrezza, gridando al pericolo anoressia. Di chirurgia estetica invece si parlava ancora molto poco; giusto qualcuna ritoccava il naso troppo importante o il seno, nel caso facesse la modella di intimo. 
Oggi il c.d. ritocchino è stato sdoganato come se fosse “ordinaria manutenzione” del nostro aspetto, sebbene i risultati siano spesso tutt’altro che naturali. Non solo, a braccetto con i ritocchini va una magrezza sempre più esasperata che produce piccoli mostri dalla testa sproporzionata rispetto al corpo, dotati di zigomi prominenti adatti più a Cip & Ciop che ad una bella ragazza. Ecco, quello che io vorrei far capire alle mie figlie è che tutto questo non è e non deve essere la normalità. Che non è altro che una gabbia per la donna, condannata a somigliare ad una bambola di plastica anziché ad una creatura armoniosa. Come penso (anzi, spero) di riuscirsi? Aprendo le loro menti. Perché se da un lato il nostro corpo è il tempio in cui vive la nostra anima, e come tale deve essere curato, dall’altro questa cura non deve tradursi in una violenza, né nel centro di un’esistenza altrimenti vuota. Voglio quindi provare a mostrare loro che nella vita c’è altro oltre a trucco parrucco dieta e look. Ci sono i viaggi, lo sport, lo studio, il dedicarsi ad aiutare il prossimo, non ultima la vita spirituale, della quale tendiamo a dimenticarci perché non si vede. Perché a volte siamo proprio noi genitori a sbagliare, specialmente con le figlie, trattandole istintivamente da piccole creature frivole. E se invece che complimentare la nuova maglietta gli chiedessimo qual è il loro libro preferito?

Di nuovo sulla Pinkification: c’è ancora tanto da lavorare!

La nana
grande, quasi ottenne, mi descrive le dinamiche maschi-femmine che si sviluppano nel cortile della scuola, un luogo dove bambini e bambine sono come due universi
che non comunicano quasi per niente, lontani anni luce nei passatempi. Mi racconta che un gruppetto di maschi si è avvicinato attaccando briga, sostenendo che i ragazzi sono più intelligenti, più idonei a capire le materie
di carattere tecnico, capaci quindi di costruire le case e andare bene in matematica. Aggiunge che le bambine per
difendersi hanno risposto che però le femmine sono più brave a fare gli
abbinamenti dell’abbigliamento, a decorare gli oggetti, a tenere in ordine la casa (questa
non l’ha certo presa da me, visto che io sono un disastro!). Agghiacciante.
Chi mi
conosce nella vita reale sa che io non ho mai abbracciato posizioni di tipo
femminista: uomo e donna sono per me profondamente diversi e la nostra società
non dovrebbe tendere a renderci tutti uguali, ma a valorizzare queste
diversità. Il processo che è scaturito dal movimento femminista invece è andato
quasi solo nella direzione di rendere le donne più simili agli uomini,
schiacciandone le peculiarità che la contraddistinguono e la rendono speciale. Così
adesso ci ritroviamo a dover far collimare la figura tradizionale della donna
con quella di una guerriera che non ha niente di meno dei suoi concorrenti di
sesso maschile. Uno su tutti, l’esempio della nota showgirl orgogliosamente al lavoro quattro giorni dopo il parto, “perché la gravidanza non è una malattia”. Siamo tirate per la giacca da mille mani che ci vogliono mille persone
diverse. Una società che fosse veramente giusta dovrebbe renderci tutti liberi
di essere noi stessi come individui, di scegliere come costruirci il giusto mix di lavoro, casa, famiglia, passioni, un mix che
rispecchi la nostra scala di priorità, ed è per questo che il pensiero espresso
da mia figlia mi ha lasciata di sasso. Siamo davvero ancora molto lontani da
questo modello di società giusta, se le bambine di oggi non mettono nemmeno in
discussione il fatto che i compagni di sesso maschile siano più intelligenti.
Ed è tanto più grave se si pensa che nei risultati scolastici le femmine
tipicamente eccellono rispetto ai maschi, a partire dalla scuola elementare per
arrivare all’università. 
L’accudimento dei propri cari e della propria dimora può
essere un privilegio se lo si vive come una scelta consapevole, e molte donne
oggi rinunciano ad esso in tutto o in parte in favore di un’attività
lavorativa fuori casa. Che ciò avvenga per scelta o per necessità economica è un altro aspetto del discorso, che ora non voglio approfondire. Occuparsi della casa e della prole però non può più essere un
mero ripiego perché si accetta di non essere abbastanza
intelligenti da poter fare altro, alla pari con gli uomini. Né la frivolezza,
che in modiche quantità è sacrosanta (alzi la mano chi di noi non si è
attardata davanti ad una schiera di smalti, in profumeria, per scegliere la perfetta sfumatura di rosso), può costituire il centro di una personalità.
E perciò, quando
ho sentito mia figlia raccontare di quel battibecco con la massima naturalezza, anche un po’ orgogliosa di una risposta che secondo lei era stata sagace, ammetto che per un attimo mi sono sentita fallita. Io che ho dipinto la camera delle mie bambine di rosso e beige perché non mi piace il rosa, io che appendo le mensole
in casa mentre mio marito amorevolmente fa il sugo.
Io che
credevo di aver già parlato abbastanza, e mostrato anche di più con l’esempio.
Evidentemente invece c’è ancora molto da lavorare, da spiegare, da convincere,
e c’è da cominciare subito, noi mamme di femmine. Ma le mamme di maschietti non
si ritengano fuori da questo processo, perché ci saranno donne che crederanno
di essere meno intelligenti degli uomini, e dunque inferiori, fino a che ci saranno uomini che
glielo diranno ripetutamente.
Così, ancora
una volta, ho spiegato a mia figlia che nella vita potrà essere tutto quello
che vuole: astronauta e maestra, scienziata e commessa, giudice e pallavolista.
E se sarà bella ed elegante, con gli accessori perfettamente abbinati tra loro,
tanto meglio, ma quello non sarà per niente l’aspetto più importante. E se
vorrà stare a casa a crescere i suoi figli, se mai ne avrà, benissimo. Se
vorrà curare la sua casa in ogni dettaglio andrà bene; ma se, invece, di avere
il copridivano coordinato alle tendine non gliene fregherà niente, e preferirà
un consiglio d’amministrazione, sarà perfetto lo stesso. Purché ciò che faccia sia frutto delle sue scelte, e non di paure incrociate miste al bisogno di
soddisfare aspettative altrui.

Chissà se l’ho convinta. 

Di latitanze e di “pinkizzazione” dei giocattoli

Lo so che a volte sono latitante. Non è che non ho idee per dei post magari anche carini e interessanti. Non è che i vostri post non mi suscitino reazioni da esprimere nei commenti. Non è che nella mia vita non stia succedendo niente di interessante o stimolante da raccontare.
E’ proprio che ne stanno succedendo troppe tutte insieme. E’ che ho avuto un periodo di super-lavoro in ufficio che mamma-mia, è che sono stata fuori per un corso, è che la nana grande ha fatto la Comunione, è che tra pallavolo, piscina, riunioni e tutto il resto, in genere crollo addormentata sul divano mentre tento di guardare qualcosa in tv. Praticamente uno zombie.
Adesso, forse, abbiamo scollinato. Ma lo dico sottovoce, perché non si sa mai. E allora torno, o almeno ci provo.

Vorrei parlare della Pinkification, un fenomeno che sta prendendo sempre più piede anche in Italia, e che riguarda la divisione per sesso nei giocattoli. Giocattoli per maschi, giocattoli per femmine. Questa divisione c’è sempre stata in qualche modo: quando eravamo piccoli io avevo le bambole e mio fratello i fucili giocattolo. Ma la divisione era sfumata, e i giocattoli restavano interscambiabili. Oggi quando entri in un negozio di giocattoli questa divisione salta agli occhi, spesso marcata dai colori e dalle fantasie utilizzate sui prodotti esposti. Quelli per le femmine sono prodotti solo in rosa, lilla, viola. Possibilmente glitterati ad abbelliti con fiorellini e cuoricini. I personaggi di riferimento rappresentati sui giocattoli sono le solite sciacquette in crop top e zeppe da cubista, oppure le varie fatine-principesse. Quelli per maschi possono essere verdi, neri o rossi. Qualche volta azzurri. Fantasie mimetiche, personaggi di mostri, lottatori, supereroi. Scambiarsi i giocattoli tra maschi e femmine diventa così molto più difficile, la separazione dei ruoli molto più netta e invalicabile. Perfino in quei giochi che sono unisex per nascita e vocazione. Tipo le costruzioni. Non so voi, ma io e mio fratello, da bambini, avevamo un baule enorme di costruzioni. Senza il Lego non saremmo sopravvissuti a lunghi pomeriggi di pioggia e alle malattie esantematiche. Creavamo casette e astronavi, indifferentemente. Rosse e gialle e azzurre e nere e verdi. Tutti colori che non hanno sesso. In realtà nessun colore ha un sesso, e non dovrebbe essergli attribuito. Tipo che mio padre usa molto le camicie rosa, ma a nessuno viene in mente di dirgli che è vestito da femmina!
Adesso invece perfino un gioco come il Lego è stato sessualizzato e suddiviso per genere. Non è solo che i mattoncini “per le femmine” sono vergognosamente rosa e con dettagli architettonici inutilmente arzigogolati, è che sono contenuti in scatole che sono finalizzate a costruire “cose da femmina”, tipo la toelettatura per cuccioli alla moda, il negozio di cupcakes, e così via. C’è qualche concessione all’unisex, tipo il motoscafo e l’attrezzatura da allenamento di calcio, ma il tutto è irrimediabilmente declinato in colori caramellosi. Ai maschi invece sono riservati veicoli da guerra e la serie dedicata all’architettura. Come a dire: tu fatti i capelli, mentre io costruisco i palazzi.
Stiamo tornando indietro anziché progredire? E’ questo il messaggio che vogliamo passare ai nostri figli? Che le donne non possono fare certi lavori ma devono pensare solo a cose futili o collegate alla gestione domestica, mentre i maschi possono fare i lavori che richiedono un grande uso di intelligenza tecnica e non possono concedere nulla al sentimento?
I bambini non possono giocare con le bambole perché quella è roba da femmine. Infatti è noto che i papà non possono cambiare i pannolini ai propri figli, dar loro le pappe, cullarli la notte. Le femmine invece non possono costruire palazzi e progettare automobili, perché è roba da maschi. Infatti com’è noto la facoltà di ingegneria non è aperta alle donne.
Basta entrare in un qualunque negozio di giocattoli, armati di sano spirito critico, per renderci conto che i modelli che sono proposti ai nostri bambini, nemmeno troppo subliminalmente, contribuiranno irrimediabilmente a formare degli adulti carichi di preconcetti. Preconcetti reciproci su quali debbano essere i propri ruoli nella famiglia e nella società, secondo una involuzione generalizzata in cui le donne risultano particolarmente perdenti, formate per essere oche ancheggianti devote all’aspetto fisico, al sogno del matrimonio perfetto, al massimo alla gestione familiare.
Questo non è quello che voglio insegnare alle mie figlie.