Duemilasedici

Qualcuno mi ha dato per dispersa. E forse un po’ lo sono, almeno per quanto riguarda il web, perché non mi si vede quasi più su facebook e instagram. Io che sono tanto costante, formichina della vita, in questa situazione mi sono tirata indietro. Nella vita reale, invece, ci sono eccome e non mi tiro indietro davanti a progetti, idee, novità. Da incastrare nella routine del quotidiano con quei giochi di prestigio che noi donne sappiamo fare tanto bene, conservando il sorriso per i nostri figli a costo di perderci la salute.

Autunno cagliaritano

 

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Vita imperfetta pt.10: quei pomeriggi

Quei pomeriggi che non vanno esattamente come avevi programmato, e sono una tragedia per una maniaca del controllo come me. Hai voglia a farti il tuo schemino mentale, con orari e relative attività… il destino aspetta che abbia finito di compilartelo, il tuo bello schemino, e poi si diverte a scombinartelo sistematicamente. Meticolosamente, direi.
Sarà che oggi è lunedì, ma tu c’hai la casa uno specchio che wow, non ti capita mai, e già ti pregusti un pomeriggio di lavori in giardino, mentre la nana grande, insieme a due compagni scout, deve preparare un progetto per acquisire una nuova specialità.
Allestisci tutto in giardino, nel punto più fresco: tavolo, carta, cartone, colori, colle e tutto ciò che può tornare utile, e già te li immagini che lavorano alacremente e in armonia. Con la casa che rimane perfetta.
Beh perfetta proprio no, perché dopo pranzo alla nana piccola viene una irrefrenabile voglia di dipingere con gli acquerelli, e non si può mica dirle di no! O si può? Ogni tanto mi viene il dubbio che magari se guardassero mezz’ora di tv non crollerebbe il mondo…

Comunque, nei tuoi programmi mentali certo non hai preventivato che la tua amica e vicina di casa Annalisa, poco prima dell’arrivo dei bambini, entri a casa tua con un cucciolo in braccio. Minuscolo, bellissimo come solo i cuccioli molto piccoli sanno essere. Buttato da qualche simpaticone all’interno della parte di giardino che abbiamo in comune: il cancello ha le sbarre larghe e quel simpaticone deve aver pensato che, dove mangiano tre cani (uno mio e due di Annalisa) possono mangiare in quattro. Semplice, no?
Che patato! esclamiamo quasi in coro nel vederlo, con quella pancia da cucciolo, l’odore da cucciolo, le movenze da cucciolo.

Peccato che sia, appunto, un cucciolo, che purtroppo né io né lei possiamo tenere.

E’ però splendido e dolcissimo, e le bambine sono galvanizzate.
Così i nostri due ospiti scout arrivano nel mezzo di questo caos di bambine che si sdilinquiscono di fronte alla tenerezza di Patato (non ci è venuto niente di meglio, per apostrofarlo), e anche i due “colleghi” della nana grande si uniscono ai gridolini di apprezzamento, alle coccole e ai pucci-pucci, mentre il volume di tutto ciò diventa sempre più intollerabile.

E il cartellone? Il progetto da terminare per poter acquisire la nuova specialità? Dimenticato.
Il cucciolo – mai visto uno così calmo e paziente – passa di braccio in braccio, accoccolandosi e dispensando bacetti a tutti i bambini in egual misura.
Bambini che entrano ed escono continuamente da casa, mentre io debolmente chiedo di stare attenti con le porte, perché c’è il gatto nuovo, che ancora non si è ambientato, e non possiamo assolutamente correre il rischio che esca in giardino e si perda.
E la situazione di avere un cucciolo che NON deve entrare in casa (perché fa pipì ogni dieci minuti e tu, lo ricordiamo, una volta tanto hai la casa uno specchio), e un gatto che invece NON deve uscire, mentre quattro bambini entrano ed escono continuamente da tre porte diverse che danno sul giardino, è potenzialmente esplosiva. Lo sapete, vero?
Infatti esplode. Il volume delle urla sale per un momento e il tono diventa disperato perché Zucchino, il gatto-nuovo-che-non-deve-uscire-perché-non-si-è-ancora-ambientato è uscito in giardino. E tutti i bambini lo inseguono strillando con l’idea di riprenderlo.

Zucchino nel suo nascondiglio preferito: l’armadio della nana grande

Non so voi, ma io se fossi un gatto molto timido e quattro bambini urlanti mi inseguissero farei di tutto, ma proprio di tutto, per non farmi prendere. E infatti…
In quel momento così delicato suona il campanello: è Federica, la bambina che ogni tanto passa a casa per giocare con le nane. Campionessa di tempismo.
Ora i bambini inseguitori sono cinque, e Zucchino si è acquattato sotto le piante, da dove con mille moine, voci melense e rumore di bacetti, riesco a riprenderlo e riportarlo dentro. Pericolo scampato.
Il lavoro riprende con numerose interruzioni dovute al cucciolo, quello di cane, che offre una distrazione non da poco. Mentre lo tengo un pochino in braccio, e lui mi si addormenta addosso, tenero come un neonato, inizio a notare dei piccoli animaletti saltellanti in mezzo al pelo… LE PULCI!
Come ho fatto a non pensare che un cucciolo trovatello sarebbe stato pieno di pulci? Vai di antiparassitario naturale per tutti i quadrupedi!
Ve l’ho detto che nel frattempo i quattro bambini diventati cinque continuano ad entrare ed uscire da casa per un pennarello, un po’ di gelato, una pipì urgente, o anche solo per vedere il mitico soppalco della stanza delle nane? E i miei pavimenti, specchi, vetri e tappeti immacolati sembra che siano stati puliti un mese fa. Il passaggio degli Unni ha lasciato meno danni, ne sono certa.
Depressione incipiente.
In compenso, alla fine della serata, sopra il tavolo sul quale il lavoro per gli scout si è svolto giacciono: un deodorante, due giochi elettronici, una confezione di cereali con metà del contenuto sparso ovunque, svariate coppette di gelato vuote, un forziere dei pirati di plastica azzurra e il materiale usato per il lavoro.
E i quattro bambini diventati cinque stanno festeggiando la fine del progetto cantando il Gloria sulla melodia di We will rock you. Con battimani e percussioni annesse. Che è una canzone che io amo, e tuttavia questa versione non mi convince troppo.
Solo alle 20 i tre ospiti vanno via e restiamo io, le nane, i due cani, Mela e Patato, i due gatti, la tartaruga che ha rischiato di venire calpestata numerose volte dalla ciurma di bambini, immersi nel caos. Tocca dare una parvenza di normalità alla casa e al giardino, poichè la mia geniale idea di farli lavorare fuori (al fresco, e così mi rimane la casa in ordine) ha sortito l’effetto di incasinare sia dentro che fuori.
Poi le imprescindibili docce e infine, dopo aver dato la pappa al cucciolo e averlo consegnato per la notte ad Annalisa, abbiamo bevuto un bicchiere di latte e ci siamo cacciate nel letto, incapaci di intendere e di volere più oltre, ma con l’idea che forse certe volte sarebbe meglio non fare programmi e accettare le cose come vengono.

A proposito, qualcuno vuole adottare Patato?

Vita imperfetta pt.9. La colonna sonora

Voi ce l’avete la colonna sonora? Io ce l’ho, costante.
Perchè ho sempre la radio o lo stereo acceso, quando guido o cucino, quando gioco con le mie figlie, cucio o stiro. Ma non è solo questo.
Perchè canticchio sotto la doccia e anche in altri momenti, più o meno adeguati. Come quella volta che, uscendo dal lavoro, aspettavo di attraversare al semaforo. Era il periodo in cui mi occupavo della segreteria di un gruppo consiliare, roba da tailleur e scarpe col tacco. E mentre io me ne stavo al semaforo con il mio tailleur nero, décolleté nere e perle al collo e alle orecchie, in mezzo ad altri in giacche e tailleurs e borse per pc, cravatte vistose o sobrie, col nodo grande o piccolo, scarpe lucide e discorsi seri, mentre io me ne stavo lì, dicevo, con la mia aria da businesswoman, ho notato che gli altri che attendevano il verde mi guardavano in modo strano. Un po’ come la volta della lumaca sulla testa, avete presente?
– Ecco, ho una calza smagliata – ho pensato io.
E invece no; ero ferma al semaforo vestita da persona seria, e stavo canticchiando, nemmeno a voce troppo bassa, Il coccodrillo come fa. E non me n’ero resa conto.

Ma non è neppure soltanto questo.
E’ che, per ogni cosa che mi succede, io c’ho una colonna sonora mentale che mi parte da sola, e guai a disturbare.
Ad esempio. Sto andando a prendere un’amica, per un’uscita tra ragazze? E’ facile: Girls just wanna have fun (lo so, ho un animo un po’ trash, ma mi ricorda la mia adolescenza scapestrata, i ritorni a casa alle 6 del mattino e l’incontro con mio padre, che era in piedi già da un po’ per andare al lavoro e non gradiva vedermi arrivare a quell’ora). Non importa se il lettore cd della mia auto non funziona più, tanto io ce l’ho in testa, con le doppie voci sovrapposte e tutte le percussioni al posto giusto e al momento giusto. Hey now, what is the matter with you?
Si portano le nane a pallavolo? Abbiamo The last remaining light, che ci carica e che dura esattamente quanto dura il tragitto da casa alla palestra. Cantiamo and if you don’t believe the sun will rise, stand alone and greet the coming night come tre invasate e quando arriviamo a destinazione siamo pronte – sono pronte, loro – per fare tutte le schiacciate più cattive ed efficaci.
Quando andiamo al circolo ippico, invece, la mia colonna sonora è Learning to fly, perchè mai un’altra canzone mi è sembrata descrivere così bene quello che provo quando sono in sella. Anche se parla del volo. There’s no sensation to compare with this, suspended animation, a state of bliss. Perfetta.
Quando guido verso la mia casa al mare, scegliendo sempre la vecchia lenta litoranea a picco sulle onde, quando il mare rispunta scintillante dopo ogni curva, incendiato di riflessi dal sole, io sento This is the life in sottofondo, anche se la radio è spenta, e penso che davvero la vita sia piena di doni e che non dobbiamo mai smettere di notarli.
Giornata pesante, troppe cose da fare, ti senti un po’ una bestia da soma? Ecco che Carry on parte in automatico dentro di me, per poi venir fuori: le nane fanno il coretto e io la voce principale. Lo so, mi manca un po’ di senso del ridicolo, ma ognuno si diverte come può.
Ogni mia mattina, per essere precisi, comincia con Outcry: un grido di battaglia per affrontare col giusto piglio tutto quello che mi aspetta. Ché io sono una combattiva, e vivere a metà non mi piace.
C’è una canzone che mi accompagna in quasi ogni momento della giornata, che sottolinea e incornicia ciò che mi accade, che spesso mi presta le parole per descriverlo, sentirlo e interpretarlo. Questo è indubbiamente reso più facile dal fatto che ho una memoria mostruosa per i testi delle canzoni: un talento assolutamente inutile nella vita, che mi permette però, se voglio, di parlare per citazioni.
A questo punto mi sorge però una domanda: la colonna sonora ce l’avete anche voi? Anche voi avete una canzone le cui note vi risuonano in mente, adatta ad ogni istante, oppure mi devo preoccupare?

E’ un periodo

E’ un periodo che mi piace il rosa, che non mi è mai piaciuto. E quasi mi vergogno a dirlo, io che la stanza delle nane l’ho fatta tutta rossa e beige.

E’ un periodo che ogni minuto libero che ho lo passo su un libro di storia, cercando di capire, conoscere e approfondire. Ed evidentemente devo aver tediato a morte la mia famiglia, tanto che la nana n. 2 l’altro giorno mi ha detto: – mamma, speriamo che la guerra finisca presto! –
– Quale guerra, amore?- Ho chiesto io.
– Quella di cui parli sempre! – Ecco. Devo averle confuso un tantino le idee.

E niente, è che l’ho portata a fare il giro delle postazioni fortificate della contraerea, disseminate sulle nostre coste…

E’ un periodo che quello che ho scritto sopra non è vero fino in fondo, perché quando ho del tempo libero ho bisogno anche di stare all’aria aperta. In sella, possibilmente. Comunque a prendere sole e vento e profumi della terra. Sul vento ultimamente sono stata fin troppo accontentata…beware of what you wish!

E’ un periodo che ho più pazienza con le mie figlie, e vediamo quanto dura. Che rido di più e ascolto la loro musica. E ci prepariamo per uscire ballando e cantando come due bambine felici e una mamma scema ma felice.
E’ un periodo che le sbaciucchierei tutto il giorno: la grande sulle lentiggini, una per una, la piccola su quel naso minuscolo e perfetto che non ho capito da chi abbia ereditato. Di certo non da me.

E’ un periodo che continuo a dire troppi sì e troppi pochi no, e poi mi ritrovo a fare il giocoliere degli impegni. Ma ho anche capito che mi piace così, finché il fisico regge e mi viene dietro.

E’ un periodo che quando mi fermo, la sera, mi viene la tristezza perché penso sempre troppo.

Mi succede sempre all’approssimarsi del mio compleanno, quando rifletto sul fatto che sono passati altri 365 giorni e ancora non ho combinato niente di significativo nella vita. E allora mi viene una specie di mutismo che, credetemi, è un fatto piuttosto raro.

E’ un periodo che stavo facendo il mio consueto fioretto quaresimale e ho dovuto smettere perché ero andata sotto i 50 kg. Dal che ho realizzato che la mia dieta è composta almeno per il 50% di zuccheri, e ho deciso che non ho nessuna intenzione di rimediare.

E’ un periodo che mi vengono fuori battute taglienti, e devo imparare a moderare il mio sarcasmo. L’ho capito quando la mia amica mi ha detto: – non ti vorrei mai come nemica –
E’ un periodo, però, che sono diventata anche più assertiva; e questo sì che va bene.
E’ un periodo che vorrei abbracciare molto forte una persona e dirle che le voglio bene e che ci sono sempre, ma non so se questa persona voglia. E temo che la prenda come un’indebita invasione. Perciò spero che legga e si riconosca.

E’ un periodo che ho sempre voglia di scrivere e il tempo non mi basta mai. E allora scrivo di notte, scrivo mentre aiuto le bambine a fare i compiti, ripassando 3×4 e i divisori di 110. Scrivo mentalmente mentre faccio la spesa, aspettando di trovarmi davanti ad una tastiera. E poi sbaglio i detersivi, ma non i congiuntivi.

Che ho voglia di viaggiare, ma c’è lo stesso problema. E oltretutto non posso viaggiare mentre ripasso le tabelline. Che poi succedono gli incidenti.
E’ un periodo che il lettore cd della mia macchina è passato a miglior vita, e io non posso più ascoltare i miei cd e soprattutto cantare le mie canzoni preferite. Quindi ho smesso di rendermi ridicola ai semafori, e questo mi addolora molto.

E’ un periodo che… mi sembra di avere moltissimo e di non avere abbastanza. E non ho capito se questo sia il motore dell’automiglioramento o di una stupida costante frustrazione.

quattro generazioni su un tavolino

Racconti del weekend: Luigia Pallavicini e la vita imperfetta

Sabato mattina sono caduta da cavallo.

Ed è da sabato che mia mamma insiste nel recitarmi A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, l’Ode di Foscolo dedicata all’amica disarcionata durante una galoppata in spiaggia. La poveretta, nota per la sua bellezza, fu trascinata per un tratto dal cavallo imbizzarrito (forse con un piede incastrato in una staffa?) e terminò la folle corsa con il volto deturpato, non si sa se temporaneamente o per sempre. Sono certa che mi capirete se vi dico che a questo punto ho fatto gli scongiuri, con tutto un repertorio di gesti apotropaici di grandissima finezza degni dei salotti più eleganti, come appunto quello della Pallavicini. Foscolo consola l’amica e allo stesso tempo la rimprovera per aver scelto di dedicarsi ad “occupazioni maschili” quali l’andare a cavallo. Ecco, mia mamma non le chiama esattamente occupazioni maschili, ma disapprova su tutto il fronte la reviviscenza di questa mia antica passione. Cioè, in parole povere, mi fa una testa così perché smetta di montare e soprattutto perché faccia smettere di montare le nane, prospettandomi gravissimi incidenti, paralisi, suture al volto e altre amenità. Direi che qui gli scongiuri possono starci una seconda volta…

Ora, per amor della precisione e della statistica, nei miei anni di pratica equestre costante sono caduta alcune decine di volte, nelle maniere più assurde ed impensabili, e mi sono fatta veramente male (da ospedale) una volta sola. Durante la caduta mi è volato via il cap e ho sbattuto violentemente la nuca e la schiena; trauma cranico che mi ha portato per alcuni mesi dei problemi di equilibrio (non fate battute sul fatto che sia tuttora squilibrata…sarebbe fin troppo banale) e scheggiatura del coccige, seccante e dolorosa. Chi pratica con costanza un qualsiasi sport mi confermerà che sono cose che capitano: fratture, contusioni, strappi muscolari etc sono all’ordine del giorno. Estremizzando, potrei spalmarmi per terra inciampando anche mentre corro semplicemente attorno all’isolato…
Comunque, sabato mattina sono al circolo, in sella, tutta contenta per i miei modesti ma costanti progressi. Ho un cavallo col quale non siamo troppo in sintonia, ma lezione dopo lezione le cose stanno andando meglio. Diciamo che mi do anche un po’ di arie e mi sento la Penelope Leprevost de noantri, mentre agli ordini del mio istruttore “inquadro” e “trattengo” e “controllo” e poi “mando” e infine “seguo” per “togliere le gambe” al momento giusto. Sto andando alla grande!!
Pensi che stai andando alla grande e decidi di cimentarti in un ostacolo un po’ più alto dei tuoi soliti, abbassando un po’ la guardia perchè, hey, hai il controllo della situazione; ed è proprio allora che lui ne approfitta per fregarti. Lui, quel sauro così carino con gli occhi languidi e il naso di velluto.

Arriva sotto l’ostacolo e improvvisamente scarta, passando radente al piliere dell’ostacolo. E tu, che avevi allentato le gambe, pronta per saltare, salti. Ma da sola. O meglio rotoli miseramente per terra. E già che ci sei, quel piliere azzurro dell’ostacolo te lo agganci con la spalla destra e te lo porti dietro, stretto stretto a te come un orsacchiotto. Rotoli sulla sabbia infilandoti tra i 400 kg di cavallo e l’ostacolo, riparandoti il viso dalla fatidica zoccolata che tua mamma sono vent’anni che aspetta per potertela rinfacciare. E invece niente zoccolata perché il bestione, felice di essersi liberato di quell’amazzone schiappa che si dà pure arie, se ne va sgroppando come un puledro, risalendo verso le scuderie. Ci vogliono dieci minuti per riprenderlo e intanto io faccio la conta dei danni: spalla dolorante (ma poi passerà in serata), pantaloni strappati e ginocchio sanguinolento. Come abbia fatto a scorticarmi il ginocchio sinistro cadendo sul lato destro del corpo rimane un mistero.
Fortunatamente non sono così dolorante da non poter tornare in sella, perciò è la prima cosa che faccio non appena mi riportano il fuggiasco, sudato marcio per la sgroppata in libertà. Siamo proprio un bel binomio: lui fradicio, io col ginocchio fuori dai pantaloni e la schiena piena di sabbia! Peccato che non ci sia stato nessuno per farci una foto…

E mentre io rimontavo in sella, la dignità sotto i tacchi degli stivali, il mio istruttore mi urlava:
-Oh Giò, lo sai perché ti sei fatta male? Perché sei tutta ossa, non hai manco un po’ di polpa per proteggerti! E adesso torna sull’ostacolo, così scassiamo anche l’altro ginocchio! –
Che dire? La Penelope Leprevost che era in me si è suicidata impiccandosi alla porta di un box, ed è rimasta solo la povera Mammadilettante, amazzone scarsa con modesti margini di miglioramento.

Vita imperfetta pt.7: la vacanza in montagna

Ah, le vacanze sulla neve! Quel freddo pungente che arrossa le guance, il silenzio delle piste rotto solo dal sibilo degli sci, le baite iper riscaldate dove consumare luculliani spuntini a base di torte composte per il 90% da frutta secca e cioccolate bollenti con panna sopra, sotto e dentro, abbondantemente zuccherate. Roba da picco glicemico istantaneo, giustificata però dalle fatiche sportive che precedono e seguono.
Il tutto, naturalmente, documentato in tempo reale su Instagram e almeno un altro social, perché si sa che se un fatto non è condiviso su Instagram non è accaduto per davvero.

proviamo a calzare gli sci per la prima volta

Certo, questa sarebbe la versione normale e patinata della vacanza in montagna. La mia, invece, è molto meno perfetta. Sono giunta alla conclusione che la prossima volta, prima di metter piede sulla scaletta dell’aereo, sottoporrò la mia famiglia ad un check up completo: prelievi, urinocoltura, tac, risonanza, test allergici, visita medico-sportiva e vaccinazione antirabbica. Può sempre tornare utile.
Esagerata?
E’ solo perché non sapete.
Si parte di giovedì mattina: mio marito c’ha una faccia strana che non mi piace per niente ma vabbè, che ci vuoi fare? Ci dovevo pensare 13 anni fa. Dopo il volo e il percorso in auto giungiamo non senza intoppi al paesello del Veneto che costituisce la nostra meta. Di che intoppi parlo? Niente, niente, le bambine si alternano a correre in bagno, ma che volete che sia? Ah, un virus gastrointestinale senza febbre? Può essere. Anzi, è. Fa niente, sarà di quelli che durano 24 ore, ce la possiamo fare. Domani saremo in forma smagliante e sfrecceremo sulla neve. Sì sì.
Per fortuna a destinazione ci attende il nostro carissimo amico Ale, ansioso di portarci sulle piste e insegnare a me e alle nane a sciare. Ho detto sulle piste? Mi devo correggere: al pronto soccorso di Belluno. Perchè ad un certo punto il colorito di mio marito è sempre più verde e non si può far finta di nulla.
E niente, è che volevamo provare la sanità del nord-est, vedere se davvero funziona così bene rispetto a quella del meridione… Tenetevelo almeno un paio di giorni, mio marito, così proviamo bene anche le degenze. D’altro canto l’ospedale di Belluno pare un hotel, tutto lucido pulito e funzionante. Funzionante!

Quini con questi cosi nei piedi ora che si fa?

I successivi due giorni vedono una Mammadilettante fare su e giù per il Veneto, nane al seguito, aiutata da Alessandro: se non fosse ateo dovrebbero farlo santo subito. Con lui siamo andate sulle piste,

prove tragicomiche di equilibrio sugli sci

a fare passeggiate nei boschi,

bellissimo, emozionante bucaneve!

a vedere i cavalli,

pensavate che non li avremmo stanati pure qui? illusi!

 e sullo skilift.

Il tutto, naturalmente, intervallato da frequenti corse al bagno, anche in situazioni precarie e di fortuna, perchè il virus gastrointestinale senza febbre NON era di quelli che durano 24 ore. Credo che abbiamo consumato tutte le scorte di fermenti lattici disponibili nelle farmacie del Veneto.

E’ stato Ale a tenermi le bambine, impegnandole in interminabili partite a Mario Kart con la wii, quando io la sera andavo al San Martino di Belluno a trovare il malatino, e sempre lui a cucinare per noi fantastiche paste in bianco che facevano concorrenza a quelle dell’ospedale. E io che sognavo polenta e cervo…illusa!

In queste serate un po’ strane sono anche riuscita a fargli riprendere in mano la chitarra, che non strimpellava da una decina d’anni, ed è stato molto divertente: lui suonava canzoni che non ricordava, io cantavo senza averle mai provate prima. Cose che si fanno solo quando si ha un’estrema confidenza con qualcuno. No, anche se i filmati ci sono non ve li faccio vedere; mi è rimasto un piccolissimo brandello di dignità. Non abbastanza grande da impedirmi di cantare con lui, non così piccolo da consentirmi di divulgare la mia performance.

Soltanto la domenica, ultimo giorno di permanenza in Veneto, la famiglia si è riunita e siamo riusciti ad andare tutti insieme sulle piste, così anche io ho potuto provare qualche discesa.

Ah, la cioccolata poi l’abbiamo presa comunque, alla faccia del virus!

doppia panna, grazie.

E voi, avete racconti fantozziani delle vostre vacanze da condividere?

Vita imperfetta p.t 6: Noi all’inglese ci teniamo

Vita imperfetta p.t 6: Noi all’inglese ci teniamo.
Sottotitolo: Se conosceste la mia famiglia d’origine capireste molte cose
Catenaccio: Come mio fratello mi ha fatto capire l’importanza di studiare bene l’inglese e mi ha introdotta al concetto di “gaffe”

Location: Brighton, un’estate di metà anni ’80.
L’adorabile zio Ian, solicitor in pensione, compiva 70 anni il 10 di agosto e per quel compleanno speciale aveva organizzato una grande festa a casa. Erano previsti tanti amici: da Ray, il suo compagno d’arme e migliore amico, che era scampato per due volte all’affondamento del sottomarino su cui era in missione, a Paul, il socio giovane dello studio, che fu anche il suo esecutore testamentario tanti anni dopo, alla sua storica segretaria Mrs Aldrige, una signora piccola e minuta e molto, molto formale. Formale quanto potrebbe esserlo un’inglese che nel 1985 aveva 80 anni. Fate voi.
E poi c’eravamo noi, la famiglia, con me e mio fratello ad abbassare decisamente l’età media degli invitati e preoccupatissimi all’idea di dover sostenere con persone anziane sconosciute un’intera conversazione in inglese. Non è che non parlassimo la lingua, ma a 6-8 anni eravamo più che altro abituati a mettere insieme alla meglio qualche frase, aiutati dagli zii che non desideravano altro che comprenderci e accontentarci in ogni modo possibile, al limite anche prevenendo le nostre richieste.
Mia mamma, insegnante d’inglese, non contribuiva certo a smorzare l’ansia da prestazione, profondendosi in raccomandazioni sul cosa dire a chi, come e quando.

sarà allora che mi è nata la fissazione per gli inviti per il the?

– per esempio – disse rivolgendosi a mio fratello, che in quanto maggiore doveva saperne di più – quando ti verrà presentata la segretaria di zio Ian tu le dirai: “How do you do, mrs. Aldrige?” stringendole la mano; una formula di cortesia da usare quando si conosce una persona nuova. Capito?-
– capito – rispose lui ripetendo a bassa voce “How do you do, mrs. Aldrige?” mille volte di seguito e provando il gesto di stringerle la mano come un attore consumato.
Poco dopo gli ospiti iniziarono ad arrivare, e fortunatamente nessuno si produsse in presentazioni formali: Ray mi fece un assalto di solletico, sua moglie Vye ci riempì di cioccolatini, e tutti gli altri ci ignorarono allegramente, distratti dal clima festoso.
Poi, poi arrivò la segretaria. Quella che doveva essere nata intorno al 1905, forse prima. Arrivò nel suo abitino fiorato, i capelli candidi acconciati alla perfezione, senza nemmeno un pelucco fuori posto. Camminava con un bastone col pomolo d’argento, come nella migliore parodia della compita vecchietta inglese.
Io e Fratello ci guardammo con terrore, poi lui si fece avanti, forte del suo ruolo di fratello maggiore, e tendendole la mano con serafica calma le disse la frase provata e riprovata mille volte. O almeno, le disse qualcosa che suonava abbastanza simile ma aveva un significato abbastanza diverso.
Dunque fratello tese la mano alla tremenda segretaria e le disse: How old are you, mrs very old? (n.d.t. quanti anni hai, signora molto vecchia?) facendo scendere un imbarazzato gelo su tutta la compagnia mentre lui sorrideva compiaciuto per la bella frase formale, pronunciata anche con un accenno di inchino.
Mia mamma pregò silenziosamente che il pavimento la inghiottisse per sempre, e io inaugurai la mia abitudine del promemoria per me stessa: attenzione alle frasi che suonano simili.

Vita imperfetta pt. 4: Il balsamo

C’è che io questa settimana al lavoro ho fatto gli straordinari che più straordinari non si può. Quindi alla domenica ci sono arrivata da raccogliere col cucchiaino, visto che pure sabato ho finito in ufficio dopo le 19. Quindi diciamo che nella gestione domestica mi sono persa qualche pezzetto per strada, tipo quelle commissioni che avrei fatto il sabato mattina se non fossi stata tumulata viva con un centinaio di odontoiatri (e ho pure mal di denti, colmo dei colmi!).
Certo, se io fossi stata una persona più organizzata non saremmo arrivati a questa tragedia, oppure se attorno a me ci fossero state persone altrettanto organizzate, di quelle che quando finisce un prodotto lo scrivono sulla lavagnetta di cucina (sappiamo tutti di chi sto parlando, vero?), il dramma accaduto ieri si sarebbe potuto evitare, e il mondo oggi sarebbe stato un luogo più felice.
Invece, purtroppo, non è così. Il mondo è un luogo oscuro e intricato, dove io mi aggiro come una pazza.

Vita imperfetta parte 4°: Il Balsamo
E’ domenica, finalmente sono a casa in pace, e ho tempo da dedicare a sistemarmi i capelli. Perché i miei non sono capelli normali e richiedono cure particolari. Lo sa bene quell’amica con cui sono andata alla spa, che mi ha vista uscire dalla doccia con un nido al posto della capigliatura. Lo sa bene la mia parrucchiera, che ironizza sul fatto che dopo aver asciugato la mia testa deve prendere un giorno di ferie per riposarsi.
Lo sa bene mio padre, che simpaticamente da bambina mi chiamava Il Re Sole. Avete presente?
E’ lui: un tipino con un’acconciatura niente male, no?



Di questo mio dramma dei capelli indomabili avevo parlato già in un precedente post (che resta uno dei più letti in assoluto in questo blog): eh sì, l’argomento merita di essere sviscerato!
Solo le portatrici sane di capelli pazzi possono comprendermi fino in fondo e condividere con me le fatiche per andare in giro con un aspetto normale e ordinato, tipo così:

Fatiche che passano per phon, spazzola e naturalmente piastra. Senza la piastra io sono una donna finita, e ammetto che questo simpatico elettrodomestico è un pilastro portante della mia autostima.
Ma tutto non si riduce a questi tre elementi perché, come le portatrici di capello pazzo sanno bene, anche il balsamo è fondamentale. Tantissimo balsamo. Circa mezzo vasetto, per intenderci. Non usano il balsamo solo le donne che nella vita non hanno più nulla da perdere, ne sono convinta.
Quel balsamo che naturalmente era finito, ieri, domenica, in un orario nel quale non era fattibile uscire alla ricerca di un negozio aperto. E chiaramente io ero sotto la doccia e avevo già fatto lo shampoo per cui avevo superato il cosiddetto punto di non ritorno. Ma sotto la doccia il vasetto del balsamo c’era: vuoto. E sulla lavagnetta di cucina non c’era scritto niente. E’ stata avviata un’inchiesta per scoprire il colpevole di questo crimine contro i capelli, che verrà crocifisso in sala mensa: sospetto si tratti di un’associazione a delinquere composta da marito + nane.
Comunque, ormai era troppo tardi per uscire dalla doccia, per cui mi attacco al campanello: quel campanello che non ho mai capito perché sia presente obbligatoriamente in tutti i bagni, in prossimità della vasca o della doccia, appunto. Ora ho compreso: serve per quando finisce il balsamo.
Ai miei squilli impazziti si presenta la nana grande, cui chiedo di frugare nel mobiletto sotto il lavandino. Naturalmente non c’è nessun balsamo di scorta, perché queste cose in genere le acquisto io, e io ero ostaggio degli odontoiatri. Sono giunta alla conclusione che se io muoio improvvisamente i membri della mia famiglia gireranno per il resto della loro esistenza con i capelli terribilmente disidratati. E’ noto infatti che il balsamo viene venduto solo in luoghi remoti, da stregoni che custodiscono le loro formule segrete a costo della stessa vita.
Il triste epilogo di questa storia è che non sono riuscita a districarmi i capelli, né mi sono potuta piastrare quella specie di groviglio che ho al posto della testa (e non mi riferisco ai pensieri, no), per cui sono nel pieno di un attacco di capelli pazzi come non ne avevo da quando ho superato l’adolescenza. Sembra la testa di Barbie: gialla e stopposa, con riccioli voluminosi e indefiniti.
E tutto questo non sarebbe successo se fossimo una famiglia appena appena più organizzata. Ma è bene che mi rassegni, perché questa evoluzione non potrà mai avvenire. Resteremo sempre così, che rincorriamo le cose e cerchiamo di mettere una pezza un po’ come viene.

Ah, vorreste vedermi coi capelli pazzi? Manco morta.

Buon lunedì dal re Sole

Vita imperfetta pt.3. Il vigile: corsi e ricorsi storici

E’ colpa mia, che vado ripetendo loro che si deve dire sempre la verità, costi quel che costi. E invece qualche volta sarebbe carino dire una bugia, una di quelle balle pietose che ci fanno stare bene in società e ci rendono più gradevoli al prossimo. Perché, andiamo, a volte la verità può essere imbarazzante.
Ed ecco a voi Vita imperfetta, parte 3°, che potremmo intitolare Il vigile: corsi e ricorsi storici.

Era un giorno di luglio, un caldo impietoso come solo dalle mie parti sa fare. La nana n. 2 aveva bisogno di schiacciare un pisolino dopo pranzo, così mi sono sdraiata sul lettone insieme a lei, facendole le coccole per indurla al sonno. Ma, viste le temperature, sul letto mi ci sono buttata in mutande. Fin qui tutto normale, almeno credo.
Se non fosse che mentre io e la nana piccola dormivamo come due angioletti, teneramente abbracciate, qualcuno ha suonato il campanello. Nel dormiveglia, ho sentito la nana grande che rispondeva al citofono: era un vigile urbano. Deve averle detto: – c’è la mamma? Puoi chiamarla?- perché l’ho udita chiaramente rispondere alla cornetta: – sì c’è, ma sta dormendo in mutande! Adesso la chiamo – Ecco. Così ora il vigile è informato, e anche tutta la nostra strada. Grazie, figlia.
A quel punto naturalmente mi alzo. Umiliatissima, chiedo alla bambina come le sia venuto in mente di dire al vigile che stavo dormendo IN MUTANDE. Era proprio necessario quel dettaglio? Domando stizzita. Lei mi guarda con la faccia più innocente del mondo e mi fa: – Beh lui mi ha chiesto cosa stessi facendo… dovevo dirgli una bugia? –
Eccola lì, la verità a tutti i costi. Maledizione.
Così esco di casa, non prima di aver indossato un paio di shorts, per vedere cosa voglia questo vigile alle 15,30 di un pomeriggio di fine luglio a Cagliari, quando se non sei al mare sei chiuso da qualche parte con l’aria condizionata sparata a palla. Lui invece no, lo vedo da lontano che ha la divisa completa, gli anfibi il giubbotto e tutto il resto. Poveraccio. Spero che sia un vecchio; non so perché ma il fatto che possa essere un signore anziano mi fa pensare che la figuraccia sia meno cocente. Mentre cammino verso di lui e il mio cancello, annoto mentalmente terribili punizioni cui sottoporrò mia figlia non appena il vigile se ne sarà andato; ad esempio potrei appenderla per i piedi al gazebo e poi pestarla col battipanni di bambù, come se fosse un tappeto.
Poi lui si gira verso di me e lo guardo in viso: perfetto, mi doveva capitare il vigile quarantenne, e pure carino. Sento che sto diventando rossa fino all’attaccatura dei capelli.
-Buonasera- gli dico io, affettando un’indifferenza smentita dal colore della mia faccia.
– Signora…- risponde lui con un cenno del capo. Poi scoppia a ridere: una risata di gusto davanti alla quale avverto che mi sono diventate paonazze pure le orecchie. E tutto ciò che lui mi dice, a quel punto, è -Simpatica sua figlia- Ridacchia; sta ridendo di me, porca miseria!
Biascico qualcosa in preda all’imbarazzo e rispondo alle sue domande sulla presenza di macerie nella nostra via senza nemmeno ascoltarlo: non vedo l’ora di rientrare in casa.
E quando il vigile carino e quarantenne si degna di lasciarmi andare torno dentro, portandomi dietro l’ennesima conferma che sono una schiappa come educatrice, e che il messaggio che devo passare alle mie figlie non può essere quello della verità a tutti i costi, sempre comunque e dovunque, ma quello della verità con le sfumature, le priorità, le graduazioni e tutte quelle cose che ci inventiamo noi adulti per dare un nome dignitoso alla bugia ma anche all’omissione della verità. Tipo quando ti regalano una cosa che ti fa schifo e tu ringrazi ugualmente con un grande sorriso. Appena il donante se ne va puoi sempre lanciare il regalo nell’anta buia dell’armadio.
Poi mi viene in mente che io all’età di mia figlia mi comportavo allo stesso modo. Come quella volta che avevo risposto io al telefono mentre eravamo a tavola per cena e, una volta tanto, mio padre sedeva a mangiare con noi. Miracolo. Purtroppo però al telefono era il suo direttore, e questo significava solo una cosa: che mio padre avrebbe interrotto la cena, sarebbe andato in ospedale e sarebbe entrato in sala operatoria a fare il suo lavoro fino a chissà quale ora della notte. Una routine che io detestavo e che funestava tutti i nostri momenti in famiglia. Tenendo la cornetta in mano, quindi, lo chiamai a gran voce: – Papààààààà, è il prof. XY, la solita fregaturaaaaa! – Cosa che il prof. XY sentì perfettamente. Che poi, era solo la verità, senza sfumature e graduazioni e strati di vernice di cortese ipocrisia. Quelli li ho imparati molto dopo, costretta dalla vita.
La storia si ripete, aveva ragione Giambattista Vico.

Vita imperfetta pt. 2. Le frolle montate

E’ l’ora del the. Due giovani signore eleganti sorseggiano il liquido ambrato chiacchierando amabilmente a bassa voce, mentre il quinto movimento della Pastorale di Beethoven spande le sue note nell’aria, perfetto sottofondo musicale per un calmo pomeriggio di chiacchiere. La tavola è apparecchiata con gusto sofisticato. La padrona di casa ha scattato delle graziose immagini di essa, che condivide sui social.

Le due amiche sbocconcellano appena i deliziosi pasticcini preparati dalla padrona di casa, mentre il gruppetto di bimbe siede a cerchio sul tappeto, impegnato in un tranquillo gioco di società che le terrà occupate per almeno un paio d’ore.

No dai, non ce la posso fare, mi viene troppo da ridere! Se questa è l’immagine che vi si presenta alla mente nel guardare le mie foto delle frolle montate, sappiate che è SBAGLIATA.

Ecco a voi quindi, per la rubrica “Vita imperfetta”, la parte 2°, che potremmo intitolare Frolle montate.

L’azione ha luogo durante un sabato di ordinaria follia, come tanti. Un sabato in cui non avrei dovuto lavorare ma sono stata cooptata last minute causa malattia di un collega. Un sabato, quindi, che per me è iniziato dopo le 14.
Immaginate la musichetta di Benny Hill come sottofondo musicale, che a casa mia funziona molto meglio di Beethoven. Con questo sottofondo corro come una forsennata da una parte all’altra della cucina, perchè ho finito di pranzare alle 14,30 e tra meno di un’ora devo uscire per portare la nana grande a scout. E in quel lasso di tempo voglio assolutamente fare i biscottini che ho promesso alla mia amica. Quindi evito di cambiarmi e metto un grembiulone sopra i vestiti che avevo in ufficio:
kilt scozzese, golfino nero e stringate col tacco. Un outfit comodissimo per cucinare! Ho i tacchi da stamattina alle 7, ma pazienza.
Ci vuole un selfie, subito.

Alle 15 sto infornando la prima teglia di frolle: 10 minuti e via la seconda. Che però tarda a cuocere, e io devo uscire…Vabbè, ho una strategia: spengo il forno e lascio la teglia dentro, dovrebbe cuocere per un’altra decina di minuti mentre l’interno è ancora caldo. Speriamo non si brucino!

 Tolgo il grembiule per infilarmi il cappotto e il mio sguardo cade su una patacca non meglio identificata che campeggia al centro della gonna rossa: come accidenti ho fatto a macchiarmi sotto il grembiule e non sopra?! Sono una professionista!

Pazienza, non ho tempo per cambiarmi. Indosso il cappotto, chiamo le nane a raccolta e partiamo in direzione oratorio, dove arriviamo sul filo di lana. Lascio quindi la nana grande e, per mano alla nana piccola, vado a prendere la mia nipotina che passerà il pomeriggio con noi. Il mio pensiero ritorna però continuamente ai poveri pasticcini, che certo saranno ormai carbonizzati.
Recupero la nipotina e con le due bimbe mi dirigo a casa, dove con gioia verifico che la cottura dei biscottini è andata a buon fine. Miracolo!

Le cuginette iniziano a giocare saltando la corda nel centro del salotto e mettendo in pericolo i miei soprammobili. Annotazione mentale: una casa zen, senza oggetti in esposizione, è molto più childproof della mia. Devo rivedere i miei gusti in fatto di arredamento.
Abbandono i soprammobili al loro destino e ritorno nelle cucine, dove il grembiule mi aspetta. Devo ancora glassare i biscottini a forma di S.
Scaldo il cioccolato a bagnomaria e quand’è fuso lo spalmo con una spatolina di silicone su ogni dolcetto.

Mi avanza giusto un pochino di cioccolato fuso… quasi quasi una leccatina alla spatola…
aaaaahhhhhh! Era ustionante!
Con la lingua penzoloni ingurgito cubetti di ghiaccio rischiando di fare la fine di Rezzonico nella puntata “La lingua ghiacciata”. Le bambine ridono a crepapelle di me.
Termino un po’ come viene il lavoro di glassatura, poi mi dedico ad apparecchiare; ho poco tempo perché la mia amica e le sue due bambine stanno per arrivare.
Tovaglia ricamata della bisnonna e porcellane d’epoca, quelle sì. C’è però la zuccheriera da riempire. Prendo il barattolone dello zucchero e, siccome sono maledettamente pigra e un po’ di fretta – combinazione letale – cerco di riempire la zuccheriera rovesciando lo zucchero dal barattolo anziché usare un cucchiaio. Dopo 30 secondi il tavolo della cucina è pieno di zucchero, il barattolo da 1 kg è quasi vuoto e in compenso nella zuccheriera ce n’è pochissimo. Ottimo lavoro!
Ripulisco alla meglio mentre il cane lecca i granelli di zucchero caduti sul pavimento, e in quell’attimo suona il campanello. E’ arrivata. Quella che mio marito definisce “la tua fidanzata”, certo con una punta di gelosia.
Ora mi siederò con lei in salotto e passerò un paio d’ore di chiacchiere. La visione di noi due intente a sorseggiare il the in un’atmosfera ovattata si fa timidamente strada nella mia mente, mentre il quinto movimento della Pastorale mi riecheggia nelle orecchie. Somma goduria.
Peccato che io abbia la gonna macchiata e lei sia venuta di corsa da casa con i pantaloni che aveva, infilandoli come capita negli stivali. Dai, siamo bellissime lo stesso! io poi non mi sono più guardata allo specchio da prima di andare in ufficio stamane, devo essere uno splendore… Sono solo dettagli.
Le bambine iniziano a giocare e sì, si siedono a cerchio sul tappeto; per ben dieci minuti consecutivi. Un tempo insufficiente a garantirci un po’ di pace, ma certo sufficiente per raccogliere peli di cane e di gatto a volontà.
Poi corrono per tutta la casa urlando e sbocconcellando biscotti in giro che nemmeno Hansel e Gretel. Fortuna che il cane mi fa da aspirabriciole…
Alla fine, il the coi pasticcini ce lo prendiamo. Indifferenti al caos, grazie ad una sorta di sordità selettiva che ti permette di sentire quello che ti dice l’interlocutore che hai di fronte e non le urla delle bambine che giocano. Prendiamo quattro tazze di the a testa e mangiamo dolcetti come se fossimo digiune dalla mezzanotte: a fine serata ne resta una mezza dozzina. Ridiamo come matte e parliamo di tutto ciò che sta tra gli smalti per unghie e il senso della vita, come uscire vive dai compiti dei figli e cosa vorremmo essere da grandi.
Quando loro vanno via preparo questo post. E mi accorgo che, alla fin fine, il segreto è solo uno: fare foto con un campo molto stretto. Così riprendi i dolcetti e le porcellane e non il delirio che c’è tutto intorno. E la tua vita sembrerà perfetta. E questo è proprio quello che succede con il blog e i social network: che offri agli altri un’immagine della tua esistenza ripresa a campo strettissimo, lasciando volutamente tutto il resto fuori.

Se siete stati così bravi da arrivare fino alla fine del post vi premio… con la ricetta dei biscotti.

FROLLE MONTATE (sabato io ne ho fatto mezza dose)

500 gr di farina,
350 gr di burro,
180 gr di zucchero al velo,
2 uova
aroma vaniglia 1 fialetta
sale q.b.

Montare a schiuma, a mano o nel robot, il burro e zucchero unitamente all’aroma. Aggiungere un uovo alla volta e poi il sale. Quando l’impasto è ben schiumoso incorporare poco a poco la farina con una spatola, badando a che il tutto non si trasformi in una massa gommosa. Con la sac a poche, bocchetta grande a stella, formare delle serpentine o delle roselline sulla carta da forno, poi infornare a 180° per 10 minuti; togliere non appena i bordi iniziano a dorarsi. Il centro del biscotto deve rimanere quasi bianco.
A piacere procedere ad intingere nel cioccolato fuso, oppure a decorare con mezza ciliegia candita, codette di zucchero, smarties o quello che la fantasia vi suggerisce.