Libri letti (e riletti) quest’estate. 1

Da lettrice forte quale sono, ho pensato di raccontarvi alcuni dei libri che ho letto quest’estate. E siccome sono appunto tantini… ecco una prima parte. I tre volumi che seguono sono in realtà una rilettura: da quando ho scoperto questo autore, quando avevo una decina d’anni, non manco mai di rimettere mano ai suoi libri. Perchè i racconti di James Herriot, veterinario dello Yorkshire (Inghilterra settentrionale) a partire dagli anni ’30, sono adatti anche ad un ragazzino, scritti come sono con una delicatezza, senso dell’umorismo e liricità che non conosce limiti minimi d’età.

Herriot, pur avendo iniziato a scrivere dopo i 50 anni, ha una produzione abbastanza vasta, tutta incentrata attorno allo stesso tema: la sua attività di veterinario. Tuttavia trovo che i migliori siano quelli di cui vi parlo oggi, che incidentalmente sono anche i primi pubblicati.

I suoi racconti non sono mai noiosi, anche quando descrive la faticosa manovra per ruotare il piede di un vitello che proprio non vuole saperne di nascere, o quando indugia sulla tubercolosi delle vacche, sulle ferite dei cani o la castrazione dei gatti. Herriot ci strappa più di una risata quando racconta del suo rapporto con il bislacco socio Sigfried, aristocratico playboy dalla memoria corta e il suo pazzo fratello Tristan, studente tanto svogliato quanto geniale, animato da una genuina passione per gli scherzi pesanti. Ci fa sorridere quando rievoca il goffo corteggiamento ad Helen, la bellezza della contea, che inaspettatamente sceglie di sposare proprio lui, squattrinato maldestro veterinario giunto nello Yorkshire dopo una laurea in Scozia.

In Creature grandi e piccole, Herriot rievoca i primi tempi della professione, l’incontro con i rudi coltivatori dello Yorkshire, dotati di un grande cuore, i piccoli successi nella professione e le cantonate dovute all’inesperienza. E ci porta attraverso il primo incontro con Helen, fino al matrimonio, culminato in un viaggio di nozze nella contea, a somministrare test tubercolinici alle pecore per conto del tenutissimo Ministero. Esilarante l’episodio dell’invito alla cena danzante e la descrizione dell’antiquato abito da ballo indossato da James per l’occasione.

In Beato fra le bestie James Herriot è uno sposo novello, che impara ad apprezzare le gioie del matrimonio: ritornare a casa a notte fonda, dopo essere stato sdraiato sul pavimento di una vaccheria frustata dal vento a far partorire una riottosa bovina, e accoccolarsi accanto alla moglie addormentata, riscaldandosi al calore di lei.

L’Europa è però spazzata da ben altri venti, quelli della guerra: quando il secondo conflitto mondiale infuria, James e il suo socio Sigfried si arruolano volontari nella RAF: in Cose sagge e meravigliose Herriot torna indietro con la memoria ai più esilaranti o commoventi episodi della sua professione di veterinario, mentre si sottopone al durissimo addestramento, a tratti tragicomico, per diventare un pilota e volare sui Tiger Moth.

Se, come me, amate gli animali e le atmosfere della campagna inglese vi incantano, non potete lasciarvi sfuggire queste piccole perle di letteratura.

Si torna a scuola!

Ieri notte le letterine augurali sono uscite dal cassetto del mio comodino, per andare a trovare posto sulla tavola apparecchiata per la colazione.

La pastella è diventata una pila di soffici pancakes, da annaffiare di sciroppo d’acero.

E’ un primo giorno speciale, quello dell’A.S. 2015-2016, perché la nana grande entra in prima media e questo è un grosso cambiamento, nella sua e nella nostra vita.

Con un po’ di trepidazione abbiamo atteso insieme la chiamata delle classi, non sapendo in anticipo a quale sezione fosse destinata.

La nana piccola, invece, è entrata fiduciosa in classe con la maestra e i compagni di sempre.

Quest’anno abbiamo cercato di arrivare al primo giorno di scuola con più organizzazione e pianificazione, rispetto agli anni scorsi, due settori sui quali siamo un po’ carenti.
Non scherzo se vi dico che, ad esempio, il controllo pidocchi l’abbiamo fatto ieri mattina, così, per portarci avanti col lavoro. Controllo e trattamento preventivo, una specie di roba scaramantica contro gli odiosi animaletti, che io mi immagino appostati nelle aule e pronti a saltare sulla testa delle mie creature non appena prenderanno posto nei banchi.

E ci siamo impegnate così tanto in questo sforzo organizzativo che siamo arrivate al 14 settembre con tutti i libri e tutti i quaderni già copertinati ed etichettati.
My nametags ha voluto farmi un bel regalo, e mi ha inviato due fogli di etichette per ciascuna figlia: uno da apporre su oggetti e vestiti (ma solo sull’etichetta interna, quella che contiene le istruzioni per il lavaggio, per intenderci) e l’altro per i tessuti, sopra i quali vanno applicati con l’aiuto del ferro da stiro.

L’aspetto più simpatico di questo prodotto è l’infinita possibilità di personalizzazione: Carolina, che ancora non è uscita dalla fase Frozen, ha scelto le sue etichette con sfondo celeste e un cristallo di ghiaccio, mentre Anita ha voluto un cupcake su uno sfondo a pois rossi. Ognuna ha deciso poi per un font diverso, e in un tempo veramente rapidissimo ci sono arrivate a casa.
C’è un solo problema, con queste etichette, che si finisce per etichettare tutto in maniera compulsiva!
Noi, ad esempio, le abbiamo usate per:

Libri e quaderni

L’astuccio e il suo contenuto, così finalmente non dovrò ricomprare colla e temperini, penne etc ogni settimana,

Lo zaino nuovo, su cui abbiamo applicato quelle per tessuto

E poi, siccome ci siamo fatte prendere un po’ la mano, le abbiamo utilizzate anche sulla divisa di pallavolo

nonché sulla gavetta e le posate di scout, perché le etichette destinate agli oggetti resistono perfino al lavaggio in lavastoviglie!

Insomma, io le ho trovate davvero utili, oltre che molto più carine di quelle scritte a mano.

Naturalmente, non ci siamo fatte mancare le nostre foto di rito, pronte per la scuola

E questa è, ovviamente, la foto che mi è più cara di tutte

Buon inizio d’anno scolastico a voi!

La mia estate. E quattro anni di Mammadilettante

La mia estate non è finita, ma le ferie quelle sì.
La mia estate è iniziata a maggio e continuerà fino a novembre, ché ogni volta il compleanno di Anita mi ricorda che è il momento di rimettere le odiose scarpe chiuse e cercare un golfino.
E forse è per questo prolungarsi pigro dell’estate, che settembre mi piace e non mi spaventa. Perché c’è l’eccitazione da ritorno a scuola, odore di quaderni e una voglia matta di trovare un pretesto per comprarmi un diario, un planner nuovo, quell’organizer di pelle morbidissima color acquamarina che solo a posarci gli occhi mi vengono delle buone idee. E le penne di tutti i colori, quelle che trasformano le buone idee in idee geniali. La forma è sostanza, no?
Che poi, c’è proprio bisogno di un pretesto per un planner nuovo? Non basta che oggi sia il primo settembre? Un settembre che arriva carico di progetti, di promesse e desideri. Se smettessi di progettare e desiderare non sarei più io. Un primo settembre che tiene ancora per mano un agosto abbronzato, di piedi nell’acqua facendo attenzione ai ricci e alle orziadas, di capelli che non ne vogliono sentire di farsi pettinare, e allora pazienza. C’è sempre tempo, per aver la testa in ordine. Ricci e idee.

Agosto di lentiggini che non le conto più, e mia madre sostiene che ormai si sono unite come i puntini della Settimana Enigmistica. Di focacce salate, oleose al punto giusto e mangiate seduti su una roccia, a riempirsi gli occhi di azzurro. Di pensieri e riflessioni su cosa voglio essere da grande, e dove, e con chi. E non è vero che sono grande adesso. Adesso sono in progress. Come il dove e il con chi.
Estate di maschere per snorkeling riempite di paguri, solo per il gusto di liberarli poi tutti insieme.

Di amiche con cui ridere la notte, in cerca di un fresco che non si trova, tra le vie ancora roventi dopo il caldo della giornata. E dirsi a vicenda che siamo troppo sbagliate e finiremo all’inferno sì, ma almeno saremo insieme. E rideremo anche lì come sceme, e io parlerò come la ragazza dell’est per cui vengo sempre, invariabilmente, scambiata. Chiamatemi Tanja. Quella che non mette la crema solare e poi diventa fosforescente.

Un’estate di aperitivi preparati magistralmente dal mio papà, ogni giorno uno diverso, da bere piano sulla terrazza della casa al mare, mentre il sole scende e la mente viene presa dalla malinconia. E lui che, tutte le estati, fa lo stesso commento: “hai visto come si sono accorciate le giornate? Un’altra estate se ne sta andando”. E io lo mando sonoramente a quel paese, anno dopo anno. Basto io, col sunset blues.

Ma che importa se l’estate se ne sta andando, quando c’è settembre che ci imbroglia con quella luce dorata che si sostituisce al bianco tagliente di luglio e agosto per ammorbidire i contorni delle cose?
Tutto a settembre appare più gentile, conciliante.
Settembre che è tutto nelle tue mani, scrigno di “potrei” e di “voglio” come piace a me.
Tante cose mi aspettano in questo settembre che è ancora tutto estate, qui nel profondo sud. Ma più bello nei colori, più poetico della prosaica estate con la sua spavalderia accecante. Più introspettivo.

 E oggi, primo settembre, sono quattro anni che esiste questo blog. Con i suoi alti e bassi, proprio come me. Grazie perchè anche voi ci siete.

Vita imperfetta pt.10: quei pomeriggi

Quei pomeriggi che non vanno esattamente come avevi programmato, e sono una tragedia per una maniaca del controllo come me. Hai voglia a farti il tuo schemino mentale, con orari e relative attività… il destino aspetta che abbia finito di compilartelo, il tuo bello schemino, e poi si diverte a scombinartelo sistematicamente. Meticolosamente, direi.
Sarà che oggi è lunedì, ma tu c’hai la casa uno specchio che wow, non ti capita mai, e già ti pregusti un pomeriggio di lavori in giardino, mentre la nana grande, insieme a due compagni scout, deve preparare un progetto per acquisire una nuova specialità.
Allestisci tutto in giardino, nel punto più fresco: tavolo, carta, cartone, colori, colle e tutto ciò che può tornare utile, e già te li immagini che lavorano alacremente e in armonia. Con la casa che rimane perfetta.
Beh perfetta proprio no, perché dopo pranzo alla nana piccola viene una irrefrenabile voglia di dipingere con gli acquerelli, e non si può mica dirle di no! O si può? Ogni tanto mi viene il dubbio che magari se guardassero mezz’ora di tv non crollerebbe il mondo…

Comunque, nei tuoi programmi mentali certo non hai preventivato che la tua amica e vicina di casa Annalisa, poco prima dell’arrivo dei bambini, entri a casa tua con un cucciolo in braccio. Minuscolo, bellissimo come solo i cuccioli molto piccoli sanno essere. Buttato da qualche simpaticone all’interno della parte di giardino che abbiamo in comune: il cancello ha le sbarre larghe e quel simpaticone deve aver pensato che, dove mangiano tre cani (uno mio e due di Annalisa) possono mangiare in quattro. Semplice, no?
Che patato! esclamiamo quasi in coro nel vederlo, con quella pancia da cucciolo, l’odore da cucciolo, le movenze da cucciolo.

Peccato che sia, appunto, un cucciolo, che purtroppo né io né lei possiamo tenere.

E’ però splendido e dolcissimo, e le bambine sono galvanizzate.
Così i nostri due ospiti scout arrivano nel mezzo di questo caos di bambine che si sdilinquiscono di fronte alla tenerezza di Patato (non ci è venuto niente di meglio, per apostrofarlo), e anche i due “colleghi” della nana grande si uniscono ai gridolini di apprezzamento, alle coccole e ai pucci-pucci, mentre il volume di tutto ciò diventa sempre più intollerabile.

E il cartellone? Il progetto da terminare per poter acquisire la nuova specialità? Dimenticato.
Il cucciolo – mai visto uno così calmo e paziente – passa di braccio in braccio, accoccolandosi e dispensando bacetti a tutti i bambini in egual misura.
Bambini che entrano ed escono continuamente da casa, mentre io debolmente chiedo di stare attenti con le porte, perché c’è il gatto nuovo, che ancora non si è ambientato, e non possiamo assolutamente correre il rischio che esca in giardino e si perda.
E la situazione di avere un cucciolo che NON deve entrare in casa (perché fa pipì ogni dieci minuti e tu, lo ricordiamo, una volta tanto hai la casa uno specchio), e un gatto che invece NON deve uscire, mentre quattro bambini entrano ed escono continuamente da tre porte diverse che danno sul giardino, è potenzialmente esplosiva. Lo sapete, vero?
Infatti esplode. Il volume delle urla sale per un momento e il tono diventa disperato perché Zucchino, il gatto-nuovo-che-non-deve-uscire-perché-non-si-è-ancora-ambientato è uscito in giardino. E tutti i bambini lo inseguono strillando con l’idea di riprenderlo.

Zucchino nel suo nascondiglio preferito: l’armadio della nana grande

Non so voi, ma io se fossi un gatto molto timido e quattro bambini urlanti mi inseguissero farei di tutto, ma proprio di tutto, per non farmi prendere. E infatti…
In quel momento così delicato suona il campanello: è Federica, la bambina che ogni tanto passa a casa per giocare con le nane. Campionessa di tempismo.
Ora i bambini inseguitori sono cinque, e Zucchino si è acquattato sotto le piante, da dove con mille moine, voci melense e rumore di bacetti, riesco a riprenderlo e riportarlo dentro. Pericolo scampato.
Il lavoro riprende con numerose interruzioni dovute al cucciolo, quello di cane, che offre una distrazione non da poco. Mentre lo tengo un pochino in braccio, e lui mi si addormenta addosso, tenero come un neonato, inizio a notare dei piccoli animaletti saltellanti in mezzo al pelo… LE PULCI!
Come ho fatto a non pensare che un cucciolo trovatello sarebbe stato pieno di pulci? Vai di antiparassitario naturale per tutti i quadrupedi!
Ve l’ho detto che nel frattempo i quattro bambini diventati cinque continuano ad entrare ed uscire da casa per un pennarello, un po’ di gelato, una pipì urgente, o anche solo per vedere il mitico soppalco della stanza delle nane? E i miei pavimenti, specchi, vetri e tappeti immacolati sembra che siano stati puliti un mese fa. Il passaggio degli Unni ha lasciato meno danni, ne sono certa.
Depressione incipiente.
In compenso, alla fine della serata, sopra il tavolo sul quale il lavoro per gli scout si è svolto giacciono: un deodorante, due giochi elettronici, una confezione di cereali con metà del contenuto sparso ovunque, svariate coppette di gelato vuote, un forziere dei pirati di plastica azzurra e il materiale usato per il lavoro.
E i quattro bambini diventati cinque stanno festeggiando la fine del progetto cantando il Gloria sulla melodia di We will rock you. Con battimani e percussioni annesse. Che è una canzone che io amo, e tuttavia questa versione non mi convince troppo.
Solo alle 20 i tre ospiti vanno via e restiamo io, le nane, i due cani, Mela e Patato, i due gatti, la tartaruga che ha rischiato di venire calpestata numerose volte dalla ciurma di bambini, immersi nel caos. Tocca dare una parvenza di normalità alla casa e al giardino, poichè la mia geniale idea di farli lavorare fuori (al fresco, e così mi rimane la casa in ordine) ha sortito l’effetto di incasinare sia dentro che fuori.
Poi le imprescindibili docce e infine, dopo aver dato la pappa al cucciolo e averlo consegnato per la notte ad Annalisa, abbiamo bevuto un bicchiere di latte e ci siamo cacciate nel letto, incapaci di intendere e di volere più oltre, ma con l’idea che forse certe volte sarebbe meglio non fare programmi e accettare le cose come vengono.

A proposito, qualcuno vuole adottare Patato?

Considero valore

Confesso che sono un po’ allergica a certe feste: Festa della Donna, San Valentino, e pure Festa della Mamma e del Papà. Tra l’altro la mimosa mi mette tristezza: deliziosa quand’è sull’albero, appena staccata tende miseramente ad appassire. Ma noi donne non siamo forti e resistenti ad ogni fatica?
Ieri quindi ho passato con le mie figlie una domenica normale che niente aveva a che vedere con la Festa della Donna, ma che è stata al tempo stesso speciale.
Siamo state impegnate quasi tutto il giorno con un evento organizzato dal circolo ippico che frequentiamo, una sorta di gara interna che dovrebbe servire da allenamento per le gare future, ora che la bella stagione sta arrivando e finalmente i campi non saranno più orridi pantani.
E’ stato bello rifare un percorso dopo vent’anni e concluderlo con un netto. Evitare di insabbiarmi la schiena cadendo fantozzianamente davanti a tutti, visto che in campo prova ho collezionato tre rifiuti che mi stavano per proiettare da sola oltre l’ostacolo. Ricordarsi la successione dei nove che dovevo superare anziché farli a casaccio, magari pure nel verso opposto a quello previsto e, alla fin fine, superare il timore di non essere all’altezza. Perfino davanti ad ostacoli bassissimi.
Qualunque sfida, in fondo, è con se stessi.
E a proposito di sfide con se stessi è stato bello vedere mia figlia, che all’ultima lezione aveva affrontato la sua prima caduta, riprovare a saltare dando buona prova di sé.

una sistemata alla lunghezza delle staffe e via!
Da metà sera in poi siamo tornate alla nostra routine domenicale, fatta di compiti da concludere per le nanette e, ahimè, calzini da appaiare e piegare per me. E mentre eravamo lì, silenziosamente dedite ai nostri piccoli doveri, la nana grande, la mia amazzone, la mia guerriera, il mio cinghialetto (per la sua indole scorbutica), è venuta a portarmi la poesia che doveva preparare per stamane.
La consegna era: componi una poesia ispirandoti a Valore di Erri De Luca, evidenziando alcune cose che per te hanno valore nella vita.
Ecco quello che ne è venuto fuori.
Considero Valore
Considero valore la sorgente,
la montagna, l’erba e il terreno.
Considero valore il cielo e le stelle,
come angeli custodi.
Considero valore la leggerezza
di un cavallo imbizzarrito (portate pazienza, siamo monotematiche…)
Considero valore il sapere
e le sensazioni
trasmesse da un libro.
Considero valore l’immaginazione
che ci fa sognare a occhi aperti.
Considero valore un abbraccio
da una persona col cuore
di pietra.
Considero valore una persona
che è sempre stata fedele
a te.
Considero valore il lavoro
che ci permette di vivere
Leggendo le sue righe mi sono un po’ commossa, e allora ho pensato che se questi sono i valori con cui crescerà, allora la donna che diventerà domani sarà una donna speciale: complessa e multisfaccettata e capace di essere molte cose insieme. E questo è l’augurio che faccio a lei, a me, a noi.

Vita imperfetta p.t 6: Noi all’inglese ci teniamo

Vita imperfetta p.t 6: Noi all’inglese ci teniamo.
Sottotitolo: Se conosceste la mia famiglia d’origine capireste molte cose
Catenaccio: Come mio fratello mi ha fatto capire l’importanza di studiare bene l’inglese e mi ha introdotta al concetto di “gaffe”

Location: Brighton, un’estate di metà anni ’80.
L’adorabile zio Ian, solicitor in pensione, compiva 70 anni il 10 di agosto e per quel compleanno speciale aveva organizzato una grande festa a casa. Erano previsti tanti amici: da Ray, il suo compagno d’arme e migliore amico, che era scampato per due volte all’affondamento del sottomarino su cui era in missione, a Paul, il socio giovane dello studio, che fu anche il suo esecutore testamentario tanti anni dopo, alla sua storica segretaria Mrs Aldrige, una signora piccola e minuta e molto, molto formale. Formale quanto potrebbe esserlo un’inglese che nel 1985 aveva 80 anni. Fate voi.
E poi c’eravamo noi, la famiglia, con me e mio fratello ad abbassare decisamente l’età media degli invitati e preoccupatissimi all’idea di dover sostenere con persone anziane sconosciute un’intera conversazione in inglese. Non è che non parlassimo la lingua, ma a 6-8 anni eravamo più che altro abituati a mettere insieme alla meglio qualche frase, aiutati dagli zii che non desideravano altro che comprenderci e accontentarci in ogni modo possibile, al limite anche prevenendo le nostre richieste.
Mia mamma, insegnante d’inglese, non contribuiva certo a smorzare l’ansia da prestazione, profondendosi in raccomandazioni sul cosa dire a chi, come e quando.

sarà allora che mi è nata la fissazione per gli inviti per il the?

– per esempio – disse rivolgendosi a mio fratello, che in quanto maggiore doveva saperne di più – quando ti verrà presentata la segretaria di zio Ian tu le dirai: “How do you do, mrs. Aldrige?” stringendole la mano; una formula di cortesia da usare quando si conosce una persona nuova. Capito?-
– capito – rispose lui ripetendo a bassa voce “How do you do, mrs. Aldrige?” mille volte di seguito e provando il gesto di stringerle la mano come un attore consumato.
Poco dopo gli ospiti iniziarono ad arrivare, e fortunatamente nessuno si produsse in presentazioni formali: Ray mi fece un assalto di solletico, sua moglie Vye ci riempì di cioccolatini, e tutti gli altri ci ignorarono allegramente, distratti dal clima festoso.
Poi, poi arrivò la segretaria. Quella che doveva essere nata intorno al 1905, forse prima. Arrivò nel suo abitino fiorato, i capelli candidi acconciati alla perfezione, senza nemmeno un pelucco fuori posto. Camminava con un bastone col pomolo d’argento, come nella migliore parodia della compita vecchietta inglese.
Io e Fratello ci guardammo con terrore, poi lui si fece avanti, forte del suo ruolo di fratello maggiore, e tendendole la mano con serafica calma le disse la frase provata e riprovata mille volte. O almeno, le disse qualcosa che suonava abbastanza simile ma aveva un significato abbastanza diverso.
Dunque fratello tese la mano alla tremenda segretaria e le disse: How old are you, mrs very old? (n.d.t. quanti anni hai, signora molto vecchia?) facendo scendere un imbarazzato gelo su tutta la compagnia mentre lui sorrideva compiaciuto per la bella frase formale, pronunciata anche con un accenno di inchino.
Mia mamma pregò silenziosamente che il pavimento la inghiottisse per sempre, e io inaugurai la mia abitudine del promemoria per me stessa: attenzione alle frasi che suonano simili.

Vita imperfetta pt.5: La lumaca. O chiocciola che dir si voglia

 Perchè in tema di accessori per capelli non mi batte nessuna.

Questa è una bella favola.
C’era una volta una mamma che aveva un lavoro part time e faceva una vita normale. Anziché fare quarantaquattro cose contemporaneamente e tutte terribilmente male, ne faceva solo due/tre per volta, e riusciva a farle malino, sentendosi tanto brava e gratificata. “Malino” era infatti il massimo cui potesse aspirare, ma questo lo comprese solo anni dopo, quando iniziò a lavorare a tempo pieno e vide che le sue modestissime capacità di incastratrice di impegni, riordinatrice di casa, accompagnatrice a visite pediatriche e veterinarie, scuole feste e sport, cuoca e creativa, venivano messe a dura prova.
Ad ogni modo, in quella fase della sua esistenza la Mammadilettante riteneva di essere sufficientemente brava, una Mamma-non-dilettante. Dopo aver portato a piedi l’unica figlia all’asilo proprio dietro casa ella era solita sedere nel minuscolo giardino, sulla panchina a ridosso della fontanella, per cucire alla luce del sole autunnale. Cane gatto pesci e tartaruga le facevano allegra compagnia: il suo mondo era un posto gioioso e bucolico, popolato di animaletti amichevoli. Magari troppo amichevoli. Ma lei ancora non lo sapeva.

In una di quelle idilliache mattine di sole la Mamma-non-dilettante si attardò nei suoi lavori creativi e rimase in giardino fino al momento di recuperare la nanetta dall’asilo, godendo dei colori di quella parete di vite americana che l’autunno stava lentamente trasformando in un trionfo tutto rosso e oro.
Mise da parte in fretta il lavoro e percorse le strade del suo quartiere, dove era solita incontrare dei simpatici vecchietti con i quali volentieri scambiava qualche commento sul tempo e sulla vita. Notò che le persone la guardavano in modo strano ma non vi badò, convinta com’era di essere perfettamente in ordine. Come sempre. C’era forse un velo di presunzione in questa granitica certezza? Può essere. Ma lei ancora non lo sapeva.
Anche all’asilo le maestre la osservavano in volto con espressione concentrata, quasi a volerle carpire un qualche segreto. Ma lei non vi prestò attenzione.
Solo una volta recuperata la dolce figliola e percorso a ritroso il breve tratto asilo-casa, Mamma-non-dilettante comprese il perchè di tanti sguardi attenti. Fu proprio la creatura a svelarle il mistero, chiedendole: “mamma, cog’è quetto?” e indicando la sua testa con estremo interesse.
E fu così che la perfetta Mamma-affatto-dilettante scoprì che tutti la fissavano non per la sua sfolgorante bellezza, non per le sue garbate conversazioni, non per il suo abbigliamento ricercato, ma perché sulla cima della testa ospitava una gigantesca lumaca, provvista di guscio, che dai rampicanti aveva trovato più conveniente passare ai suoi capelli. Un accessorio davvero fashion, niente a che vedere coi soliti cerchietti, mollette e forcine di vario tipo.
Staccò l’amichevole animaletto, lo rimise accanto alla fontana, e corse a farsi uno shampoo, prendendo nota mentalmente che prima di uscire di casa è meglio guardarsi SEMPRE allo specchio, anziché confidare nella propria perfezione

Vita imperfetta pt.3. Il vigile: corsi e ricorsi storici

E’ colpa mia, che vado ripetendo loro che si deve dire sempre la verità, costi quel che costi. E invece qualche volta sarebbe carino dire una bugia, una di quelle balle pietose che ci fanno stare bene in società e ci rendono più gradevoli al prossimo. Perché, andiamo, a volte la verità può essere imbarazzante.
Ed ecco a voi Vita imperfetta, parte 3°, che potremmo intitolare Il vigile: corsi e ricorsi storici.

Era un giorno di luglio, un caldo impietoso come solo dalle mie parti sa fare. La nana n. 2 aveva bisogno di schiacciare un pisolino dopo pranzo, così mi sono sdraiata sul lettone insieme a lei, facendole le coccole per indurla al sonno. Ma, viste le temperature, sul letto mi ci sono buttata in mutande. Fin qui tutto normale, almeno credo.
Se non fosse che mentre io e la nana piccola dormivamo come due angioletti, teneramente abbracciate, qualcuno ha suonato il campanello. Nel dormiveglia, ho sentito la nana grande che rispondeva al citofono: era un vigile urbano. Deve averle detto: – c’è la mamma? Puoi chiamarla?- perché l’ho udita chiaramente rispondere alla cornetta: – sì c’è, ma sta dormendo in mutande! Adesso la chiamo – Ecco. Così ora il vigile è informato, e anche tutta la nostra strada. Grazie, figlia.
A quel punto naturalmente mi alzo. Umiliatissima, chiedo alla bambina come le sia venuto in mente di dire al vigile che stavo dormendo IN MUTANDE. Era proprio necessario quel dettaglio? Domando stizzita. Lei mi guarda con la faccia più innocente del mondo e mi fa: – Beh lui mi ha chiesto cosa stessi facendo… dovevo dirgli una bugia? –
Eccola lì, la verità a tutti i costi. Maledizione.
Così esco di casa, non prima di aver indossato un paio di shorts, per vedere cosa voglia questo vigile alle 15,30 di un pomeriggio di fine luglio a Cagliari, quando se non sei al mare sei chiuso da qualche parte con l’aria condizionata sparata a palla. Lui invece no, lo vedo da lontano che ha la divisa completa, gli anfibi il giubbotto e tutto il resto. Poveraccio. Spero che sia un vecchio; non so perché ma il fatto che possa essere un signore anziano mi fa pensare che la figuraccia sia meno cocente. Mentre cammino verso di lui e il mio cancello, annoto mentalmente terribili punizioni cui sottoporrò mia figlia non appena il vigile se ne sarà andato; ad esempio potrei appenderla per i piedi al gazebo e poi pestarla col battipanni di bambù, come se fosse un tappeto.
Poi lui si gira verso di me e lo guardo in viso: perfetto, mi doveva capitare il vigile quarantenne, e pure carino. Sento che sto diventando rossa fino all’attaccatura dei capelli.
-Buonasera- gli dico io, affettando un’indifferenza smentita dal colore della mia faccia.
– Signora…- risponde lui con un cenno del capo. Poi scoppia a ridere: una risata di gusto davanti alla quale avverto che mi sono diventate paonazze pure le orecchie. E tutto ciò che lui mi dice, a quel punto, è -Simpatica sua figlia- Ridacchia; sta ridendo di me, porca miseria!
Biascico qualcosa in preda all’imbarazzo e rispondo alle sue domande sulla presenza di macerie nella nostra via senza nemmeno ascoltarlo: non vedo l’ora di rientrare in casa.
E quando il vigile carino e quarantenne si degna di lasciarmi andare torno dentro, portandomi dietro l’ennesima conferma che sono una schiappa come educatrice, e che il messaggio che devo passare alle mie figlie non può essere quello della verità a tutti i costi, sempre comunque e dovunque, ma quello della verità con le sfumature, le priorità, le graduazioni e tutte quelle cose che ci inventiamo noi adulti per dare un nome dignitoso alla bugia ma anche all’omissione della verità. Tipo quando ti regalano una cosa che ti fa schifo e tu ringrazi ugualmente con un grande sorriso. Appena il donante se ne va puoi sempre lanciare il regalo nell’anta buia dell’armadio.
Poi mi viene in mente che io all’età di mia figlia mi comportavo allo stesso modo. Come quella volta che avevo risposto io al telefono mentre eravamo a tavola per cena e, una volta tanto, mio padre sedeva a mangiare con noi. Miracolo. Purtroppo però al telefono era il suo direttore, e questo significava solo una cosa: che mio padre avrebbe interrotto la cena, sarebbe andato in ospedale e sarebbe entrato in sala operatoria a fare il suo lavoro fino a chissà quale ora della notte. Una routine che io detestavo e che funestava tutti i nostri momenti in famiglia. Tenendo la cornetta in mano, quindi, lo chiamai a gran voce: – Papààààààà, è il prof. XY, la solita fregaturaaaaa! – Cosa che il prof. XY sentì perfettamente. Che poi, era solo la verità, senza sfumature e graduazioni e strati di vernice di cortese ipocrisia. Quelli li ho imparati molto dopo, costretta dalla vita.
La storia si ripete, aveva ragione Giambattista Vico.

Vita imperfetta pt. 2. Le frolle montate

E’ l’ora del the. Due giovani signore eleganti sorseggiano il liquido ambrato chiacchierando amabilmente a bassa voce, mentre il quinto movimento della Pastorale di Beethoven spande le sue note nell’aria, perfetto sottofondo musicale per un calmo pomeriggio di chiacchiere. La tavola è apparecchiata con gusto sofisticato. La padrona di casa ha scattato delle graziose immagini di essa, che condivide sui social.

Le due amiche sbocconcellano appena i deliziosi pasticcini preparati dalla padrona di casa, mentre il gruppetto di bimbe siede a cerchio sul tappeto, impegnato in un tranquillo gioco di società che le terrà occupate per almeno un paio d’ore.

No dai, non ce la posso fare, mi viene troppo da ridere! Se questa è l’immagine che vi si presenta alla mente nel guardare le mie foto delle frolle montate, sappiate che è SBAGLIATA.

Ecco a voi quindi, per la rubrica “Vita imperfetta”, la parte 2°, che potremmo intitolare Frolle montate.

L’azione ha luogo durante un sabato di ordinaria follia, come tanti. Un sabato in cui non avrei dovuto lavorare ma sono stata cooptata last minute causa malattia di un collega. Un sabato, quindi, che per me è iniziato dopo le 14.
Immaginate la musichetta di Benny Hill come sottofondo musicale, che a casa mia funziona molto meglio di Beethoven. Con questo sottofondo corro come una forsennata da una parte all’altra della cucina, perchè ho finito di pranzare alle 14,30 e tra meno di un’ora devo uscire per portare la nana grande a scout. E in quel lasso di tempo voglio assolutamente fare i biscottini che ho promesso alla mia amica. Quindi evito di cambiarmi e metto un grembiulone sopra i vestiti che avevo in ufficio:
kilt scozzese, golfino nero e stringate col tacco. Un outfit comodissimo per cucinare! Ho i tacchi da stamattina alle 7, ma pazienza.
Ci vuole un selfie, subito.

Alle 15 sto infornando la prima teglia di frolle: 10 minuti e via la seconda. Che però tarda a cuocere, e io devo uscire…Vabbè, ho una strategia: spengo il forno e lascio la teglia dentro, dovrebbe cuocere per un’altra decina di minuti mentre l’interno è ancora caldo. Speriamo non si brucino!

 Tolgo il grembiule per infilarmi il cappotto e il mio sguardo cade su una patacca non meglio identificata che campeggia al centro della gonna rossa: come accidenti ho fatto a macchiarmi sotto il grembiule e non sopra?! Sono una professionista!

Pazienza, non ho tempo per cambiarmi. Indosso il cappotto, chiamo le nane a raccolta e partiamo in direzione oratorio, dove arriviamo sul filo di lana. Lascio quindi la nana grande e, per mano alla nana piccola, vado a prendere la mia nipotina che passerà il pomeriggio con noi. Il mio pensiero ritorna però continuamente ai poveri pasticcini, che certo saranno ormai carbonizzati.
Recupero la nipotina e con le due bimbe mi dirigo a casa, dove con gioia verifico che la cottura dei biscottini è andata a buon fine. Miracolo!

Le cuginette iniziano a giocare saltando la corda nel centro del salotto e mettendo in pericolo i miei soprammobili. Annotazione mentale: una casa zen, senza oggetti in esposizione, è molto più childproof della mia. Devo rivedere i miei gusti in fatto di arredamento.
Abbandono i soprammobili al loro destino e ritorno nelle cucine, dove il grembiule mi aspetta. Devo ancora glassare i biscottini a forma di S.
Scaldo il cioccolato a bagnomaria e quand’è fuso lo spalmo con una spatolina di silicone su ogni dolcetto.

Mi avanza giusto un pochino di cioccolato fuso… quasi quasi una leccatina alla spatola…
aaaaahhhhhh! Era ustionante!
Con la lingua penzoloni ingurgito cubetti di ghiaccio rischiando di fare la fine di Rezzonico nella puntata “La lingua ghiacciata”. Le bambine ridono a crepapelle di me.
Termino un po’ come viene il lavoro di glassatura, poi mi dedico ad apparecchiare; ho poco tempo perché la mia amica e le sue due bambine stanno per arrivare.
Tovaglia ricamata della bisnonna e porcellane d’epoca, quelle sì. C’è però la zuccheriera da riempire. Prendo il barattolone dello zucchero e, siccome sono maledettamente pigra e un po’ di fretta – combinazione letale – cerco di riempire la zuccheriera rovesciando lo zucchero dal barattolo anziché usare un cucchiaio. Dopo 30 secondi il tavolo della cucina è pieno di zucchero, il barattolo da 1 kg è quasi vuoto e in compenso nella zuccheriera ce n’è pochissimo. Ottimo lavoro!
Ripulisco alla meglio mentre il cane lecca i granelli di zucchero caduti sul pavimento, e in quell’attimo suona il campanello. E’ arrivata. Quella che mio marito definisce “la tua fidanzata”, certo con una punta di gelosia.
Ora mi siederò con lei in salotto e passerò un paio d’ore di chiacchiere. La visione di noi due intente a sorseggiare il the in un’atmosfera ovattata si fa timidamente strada nella mia mente, mentre il quinto movimento della Pastorale mi riecheggia nelle orecchie. Somma goduria.
Peccato che io abbia la gonna macchiata e lei sia venuta di corsa da casa con i pantaloni che aveva, infilandoli come capita negli stivali. Dai, siamo bellissime lo stesso! io poi non mi sono più guardata allo specchio da prima di andare in ufficio stamane, devo essere uno splendore… Sono solo dettagli.
Le bambine iniziano a giocare e sì, si siedono a cerchio sul tappeto; per ben dieci minuti consecutivi. Un tempo insufficiente a garantirci un po’ di pace, ma certo sufficiente per raccogliere peli di cane e di gatto a volontà.
Poi corrono per tutta la casa urlando e sbocconcellando biscotti in giro che nemmeno Hansel e Gretel. Fortuna che il cane mi fa da aspirabriciole…
Alla fine, il the coi pasticcini ce lo prendiamo. Indifferenti al caos, grazie ad una sorta di sordità selettiva che ti permette di sentire quello che ti dice l’interlocutore che hai di fronte e non le urla delle bambine che giocano. Prendiamo quattro tazze di the a testa e mangiamo dolcetti come se fossimo digiune dalla mezzanotte: a fine serata ne resta una mezza dozzina. Ridiamo come matte e parliamo di tutto ciò che sta tra gli smalti per unghie e il senso della vita, come uscire vive dai compiti dei figli e cosa vorremmo essere da grandi.
Quando loro vanno via preparo questo post. E mi accorgo che, alla fin fine, il segreto è solo uno: fare foto con un campo molto stretto. Così riprendi i dolcetti e le porcellane e non il delirio che c’è tutto intorno. E la tua vita sembrerà perfetta. E questo è proprio quello che succede con il blog e i social network: che offri agli altri un’immagine della tua esistenza ripresa a campo strettissimo, lasciando volutamente tutto il resto fuori.

Se siete stati così bravi da arrivare fino alla fine del post vi premio… con la ricetta dei biscotti.

FROLLE MONTATE (sabato io ne ho fatto mezza dose)

500 gr di farina,
350 gr di burro,
180 gr di zucchero al velo,
2 uova
aroma vaniglia 1 fialetta
sale q.b.

Montare a schiuma, a mano o nel robot, il burro e zucchero unitamente all’aroma. Aggiungere un uovo alla volta e poi il sale. Quando l’impasto è ben schiumoso incorporare poco a poco la farina con una spatola, badando a che il tutto non si trasformi in una massa gommosa. Con la sac a poche, bocchetta grande a stella, formare delle serpentine o delle roselline sulla carta da forno, poi infornare a 180° per 10 minuti; togliere non appena i bordi iniziano a dorarsi. Il centro del biscotto deve rimanere quasi bianco.
A piacere procedere ad intingere nel cioccolato fuso, oppure a decorare con mezza ciliegia candita, codette di zucchero, smarties o quello che la fantasia vi suggerisce.

Personaggi

A guardarlo da fuori, con lo spirito del documentarista di National Geographic, l’ambiente del maneggio è un piccolo mondo perfetto e completo. Tutti i tipi umani vi sono rappresentati, e io mi diverto moltissimo ad osservarli con spirito critico.
Ad esempio c’è Claudio, settantenne che mi fa un perfetto baciamano e mi saluta sempre con un “riverisco, signora” che mi fa ridere sotto i baffi (che spero di non avere). Claudio che, seduto in tribuna, si intrattiene con la nana piccola in discorsi che paiono interessargli moltissimo, mentre io e la nana grande montiamo. Un vero gentiluomo, anche con le donnine piccole piccole! Claudio e il suo accento del nord, Claudio e i suoi tre cavalli TRE di proprietà, tre animali magnifici e fieri con nomi altrettanto altisonanti. Peccato che Claudio sia irrimediabilmente una schiappa, e peccato che non se ne renda conto. Peccato che abbia il potere di innervosire anche l’animale più mite e riesca a farsi buttare giù ogni volta che monta. A suo merito sia messo agli atti che si rialza con aplomb inglese e rimonta in sella come niente fosse: è abituato!
Poi c’è Enrica, che è la perfetta incarnazione della ragazzina viziata. Arriva in ritardo per una serie di ragioni che tutti devono assolutamente comprendere e condividere. Tipo che ieri ha fatto tardi in discoteca quindi è ovvio che non riesca ad alzarsi. Sale in sella con il muso, scende con il broncio. Passa davanti alla tribuna e chiede di fare silenzio perché non riesce a concentrarsi. Tutti gli altri che stanno montando in quel momento invece sì. Fa un movimento di maneggio e tu devi fermarti e cederle il passo, non importa che lei ti stia inopinatamente tagliando la strada. Pasticcia in un salto e si lamenta del sole negli occhi, del sottopancia regolato male, del campo pesante. Mi ricorda quegli allenatori di calcio che danno sempre la colpa all’arbitro per le sconfitte.
E c’è anche Serena, che fa la maestra. Ha gli occhi dolci quando parla dei suoi bambini, ma poi in sella è una furia. “Oggi mi hanno fatta disperare”, mormora indossando i guanti, e mentre si siede puoi vedere la scarica di elettricità che scende lungo la sua spina dorsale fino alla paletta della sella. Non ce n’è più per nessuno. Serena è la compagna con cui lavoro meglio, perché la sua decisione e la sua bravura mi spronano ad essere all’altezza. L’istruttore ci guarda galoppare e incitarci a vicenda e ci dice che siamo due atteggiate. “Siete carine lo stesso anche quando non vi date tutte queste arie!”, ci ha urlato l’altro giorno. E noi ridevamo.
C’è Carla, che si fa spostare gli elementi dell’ostacolo sempre più in alto, perché ormai è entrata nel tunnel e le ci vorrebbe un centro di disintossicazione. Carla che commenta ogni salto e si sgrida da sola a voce alta, con estrema severità.
E a proposito di essere nel tunnel, c’è pure Ludovica, che ha solo otto anni e frusta il cavallo come una dannata. Ludovica va fermata, perché vorrebbe fare tutto, anche quello che non è ancora in grado di fare. E applica gli aiuti un po’ a modo suo. Tutta bastone e niente carota.
Infine – ma i personaggi sarebbero molti di più – c’è Aldo, che per pagarsi le lezioni tiene pulite le scuderie e governa i cavalli. Aldo che ha il fisico da fantino e monta con tutto lo spirito di rivalsa che la sua condizione gli ispira. Con Aldo ho fatto una delle mie proverbiali gaffes, che mia figlia ogni tanto mi ricorda, deridendomi. Spero che lui mi abbia perdonata.
Il maneggio è un universo molto trasversale: persone diversissime tra loro si trovano a dividere uno spazio di lavoro ognuna col suo bagaglio di esperienze, abilità e difetti caratteriali. Ad accomunarle c’è solo la passione per una disciplina un po’ particolare, passione che aiuta a sfumare differenze in altri contesti insuperabili. E’ una bella scuola di vita, per me e per mia figlia. Che ieri ha fatto i suoi primi tempi di galoppo e ha saltato la sua prima crocettina, urlando di gioia.
“Tua figlia è un’incosciente”, mi ha detto l’istruttore ridendo, “non ha dato il minimo segno di paura o esitazione! Vabbè, ma è figlia tua…”. E forse non si è reso conto del complimento che mi ha fatto.