Perché mi piace l’equitazione. Un augurio per l’anno nuovo

Recentemente ho ripreso ad andare a cavallo; i miei contatti su facebook e instagram lo sanno bene, perché ho spammato foto e filmati ovunque, tediando a morte amici parenti e conoscenti. Capitemi, è l’entusiasmo di chi torna in sella dopo molti, molti anni. E ci torna, per di più, insieme a sua figlia, per iniziare una nuova esperienza da condividere (ne ho parlato qui).
“Come ho potuto farne a meno per tutti questi anni?” ho continuato a chiedermi le prime volte che infilavo nuovamente i piedi nelle staffe, guardando il mondo dall’alto e da dietro la testa di un cavallo: la mia prospettiva preferita in assoluto. Ho fatto che mi ero come disintossicata da una droga potentissima che ti fa sentire in contatto con la parte primitiva di ciascuno di noi. Una sensazione mai provata in nessun’altra situazione, che ho descritto anche qui nel blog.

1991, sulle colline del Sussex

 Ho accostato questa sensazione alla felicità pura e semplice, come tale fatta di attimi che bruciano subito ma lasciano il segno.
Gli aspetti positivi dell’andare a cavallo sono innumerevoli e conosciuti a tutti: dalla simbiosi che si viene a creare con un animale nobilissimo, alla bellezza di stare immersi nella natura, passando per i benefici effetti su alcuni gruppi muscolari che non vengono stimolati praticamente da nessun altro sport.

1993, in concorso. Qui sono caduta!

Ma il punto, per me, non è esattamente questo. Il punto è che quando sono in sella mi sento invincibile. Quando sono in sella mi sento sicura di me e non conosco la paura. E magari dovrei ma è stato così fin dalla prima volta a 10 anni e credo che non ci sia rimedio, ormai. Ed è bellissimo.
Per questo non mi spaventano le cadute ma le metto in conto come parte del pacchetto. Ho avuto, negli anni, la mia bella dose di lividi, ematomi ed escoriazioni, ovviamente. E una volta mi sono fatta male seriamente.
Quando sono in sella, sono la persona che vorrei essere sempre. Per questo il mio istruttore mi prende in giro e dice che salto gli ostacoli con un sorriso da un’orecchio all’altro. Anche quando sono gli ostacoli bassissimi nei quali mi sto cimentando adesso, dopo tanta astinenza.

29/06/1993: esame per la patente A2. Sono diventata cavaliere federale!

Dice che sono un’incosciente e ha ragione.
Ma io sono sempre molto responsabile. Penso, penso, penso sempre troppo. Valuto pondero misuro e approfondisco, con un’incredibile capacità di tormentarmi per proteggere gli altri.

Quando sono lì che galoppo, invece, la mente è sgombra e il cuore leggero. L’augurio che mi faccio per il 2015 è di riuscire ad essere sempre così.

Le ricette del Mercatino di Natale: Crema Gianduia da spalmare

Prima che sia troppo tardi per pensare di prepararla per le Feste, vi voglio lasciare la ricetta della Crema Gianduia da spalmare: una sorta di Nutella che per me è molto, molto più buona!
La ricetta non è farina, anzi Nutella, del mio sacco: tramandatami anni fa dalla mia amica Marzia, (qui il suo blog, purtroppo non aggiornato), che considero una vera maga della cucina.
Ve la trascrivo quindi come mi è stata data da lei, segnalandovi un paio di piccole varianti che ho introdotto.

Ingredienti:

400 gr di cioccolato bianco
200 gr di cioccolato fondente, almeno al 75% di cacao
200 gr di nocciole tostate e pelate, ridotte in farina
200 gr di olio di riso
100 gr di cacao amaro in polvere

A bagnomaria, sciogliere il cioccolato bianco e fondente. Consiglio di non lesinare sulla qualità del cioccolato che acquistate, pena risultati scadenti quando lo farete fondere. Mescolate bene, pulendo i bordi del tegame con una spatola di silicone.
Mentre il cioccolato si scioglie, polverizzate le nocciole nel frullatore. Qui io ho inserito una variante alla ricetta di Marzia, aggiungendo 4 cucchiai rasi di zucchero: oltre a conferire alla preparazione finale un sapore meno amaro e dunque più gradito ai bambini, evita che le nocciole frullate creino un impasto e restino agglomerate.
Quando il cioccolato sarà perfettamente sciolto, aggiungere a poco a poco la farina di nocciole, sempre mescolando, poi il cacao amaro setacciato. Altra variante, adottata sempre nell’ottica di una crema dal gusto meno fondente, seppure neanche lontanamente dolce e stucchevole come la crema di nocciole commerciale: solo 50 gr di cacao amaro contro i 100 suggeriti nella ricetta.
Aggiungere infine l’olio di riso. E’ in questo olio che sta la vera differenza con i prodotti da supermercato, che utilizzano il famigerato olio di palma, un prodotto dalle bassissime qualità nutrizionali, ricco di grassi nocivi, e che per di più sta conducendo alla deforestazione di alcune zone tropicali per far posto alle piantagioni di palme da olio, con gravi danni alle specie animali che nelle foreste tropicali trovano il proprio habitat naturale. Un prodotto che andrebbe evitato a tutti i costi, per questo quando compro io controllo maniacalmente le etichette di biscotti e prodotti dolciari in genere, che spesso lo contengono.
L’olio di riso invece è un olio nobile, ricco di proprietà nutritive, ed essendo poco saporito si presta bene ad essere usato nella preparazione dei dolci, dei quali non altera il gusto.
Quando avrete aggiunto l’olio, la vostra crema si presenterà molto liquida: niente paura, perchè una volta raffreddata si addenserà. Anzi, per gustarla al meglio è consigliabile intiepidirla per qualche secondo al microonde o a bagnomaria, in modo che ritorni fluida. L’assenza di schifezze chimiche infatti fa sì che da fredda tenda ad assumere una consistenza quasi solida. Per questo è preferibile invasettarla ancora calda. Io poi rovescio i vasetti chiusi, in modo da creare il sottovuoto, ma questa crema spalmabile si conserva comunque per un anno. O almeno, così afferma la mia amica… io non ho mai avuto modo di verificare, perchè ogni volta che la preparo si volatilizza in pochi giorni! Dei cinque vasetti che non ho venduto sabato scorso, al momento me ne sono rimasti due, e non è passata nemmeno una settimana dal mercatino!
Avevo intenzione di utilizzare i vasetti come segnaposto sulla tavola di Natale, quindi credo che durante il weekend dovrò prepararla di nuovo!

Lo sport come scuola di vita. Guest post

Ho sempre pensato che lo sport fosse un elemento importante nella crescita di un bambino, strumento utilissimo per acquisire maggior consapevolezza e controllo del proprio corpo, sotto la guida di persone esperte. Poi mi è capitato di sposare uno sportivo, proveniente da una famiglia di sportivi incalliti, ed ho dovuto rivedere in parte questa mia opinione. Lo sport, infatti, non è solo movimento ed educazione del corpo, possibilmente all’aria aperta; è anche, o forse soprattutto, un momento educativo fondamentale, di cui spesso sottovalutiamo la portata. Nello sport si ritrovano le medesime situazioni di conflitto e collaborazione che si presentano nella vita, per questo penso che i genitori, prima ancora degli istruttori e allenatori, dovrebbero insegnare ai propri figli il giusto approccio ad esso. Un approccio che potranno applicare alla vita senza timore di sbagliare.
Per questo ho pensato di chiedere a mio marito di fare un guest post per il blog, raccontando della sua esperienza di padre e di allenatore di bimbi in una Scuola Calcio. La Mediterranea Calcio a 5 è una realtà che esiste da prima della mia entrata in scena nella sua esistenza, una realtà che ha saputo portare avanti negli anni (ne avevo parlato già qui), e alla quale almeno all’inizio mi sono dovuta adattare (guardate cosa scrivevo in merito ormai quasi 10 anni fa, fresca sposa del capitano!).
Lascio quindi la parola a Corrado, e attendo i vostri commenti.

Sono cresciuto con il mito di Wimbledon, dove la tradizione (e l’educazione) contano molto più del mero risultato sportivo. E quando da ragazzo ipotizzavo di avere delle figlie femmine, il miraggio di vederle partecipare ai Championship era un pensiero dolce nella mia testa.
Ma da appassionato di tennis ho scoperto presto le storie che c’erano dietro molti trionfi. Storie di padri tiranni e di fini (la fama per la figlia, la ricchezza per tutta la famiglia) che giustificavano i mezzi (vagamente, si fa per dire, coercitivi; capaci di rovinare un’infanzia). Esemplari quelle dei miti Graf e Agassi, campioni alfine sposi, raccontate nella splendida biografia di lui.
E così, quando le figlie le ho avute sul serio, mi sono dato un principio: nessun “fine superiore”, nessun “è per il tuo bene” avrebbe mai procurato un disagio prolungato ed un senso di rifiuto in loro. So che ci sono campioni che hanno lavorato sodo senza esercitarsi a suon di urla dei padri. Se le mie figlie diventeranno campionesse di qualcosa in questo modo, ben venga. Se, come è molto più probabile, impareranno degli sport senza “sfondare”, ben venga lo stesso. Vorrà dire che si procureranno da vivere in altro modo.
Epperò una regola è stata chiarita loro, dal primo anno in cui sono state abili ed arruolabili per la loro prima attività sportiva: una volta scelta la disciplina sportiva, in piena libertà, l’iscrizione avrebbe significato impegno. Impegno a non smettere dopo un mese. Impegno a non cambiare sport se non al termine della stagione. Impegno a non saltare mai l’allenamento (salvo, va da sé  cause di forza maggiore, come l’influenza). Anche divertirsi – vuole essere il messaggio educativo – comporta un minimo di regole da rispettare. E di sacrificio. Ho fatto troppo sport per non sapere che le stagioni più belle (e le vittorie più memorabili) hanno comportato l’aver stretto i denti e l’essere andati avanti anche nei momenti di scoramento.
Ora come istruttore di una Scuola Calcio (a 5), vedo genitori applicare questi stessi principi, ma anche altri approcciare la materia da punti di vista totalmente differenti. Vedo bambini che a 6 anni hanno la responsabilità di scegliere tra due o tre discipline diverse, avendo la possibilità di cambiarle di mese in mese. Mamme che consentono al giovane atleta di interrompere la lezione, sedersi vicino a loro, poi riprendere quando vogliono. Genitori che al secondo mese, magari dopo aver pagato la quota annuale, mi annunciano che il pargolo ha cambiato idea, che d’ora in poi farà basket (o inglese: come se uno sport ed un’attività didattica fossero interscambiabili). Ovviamente, nel mio piccolo, non sono d’accordo.

Ripeto (poiché sospetto che qualche lettore stia pensando a questo punto: ecco il solito nazista che tratta un’esperienza ludica come un’iscrizione coatta ai lavori forzati): lo sport, specie da bambini, deve essere prima di tutto e sopra tutto divertimento. E come istruttore il mio impegno è quello di ripagare il privilegio di stare in campo coi bambini, di esser per loro una guida, con il tentativo di non farli annoiare nemmeno per un minuto; di rendere le ore settimanali al campo qualcosa di così piacevole che nella vita non vorranno mai smettere di fare sport. Ma proprio per questo, credo di dover contribuire a insegnare loro il rispetto delle regole. Che poi, mi pare, è alla base del concetto stesso di sport (e di esistenza?).




Se le mie figlie, o i giovani che oggi alleno, fra un po’ di anni sapranno non cedere alla tentazione del divano e non saltare l’allenamento della loro squadra dilettante (e così non lasciare in panne allenatore e gruppo); se sfrutteranno la disciplina imparata nello sport in campo lavorativo o per impegnarsi ad essere le persone che vogliono essere o, ancora, per mantenere gli impegni presi con gli altri; in una parola: se ciò che imparano oggi attraverso questo modo di fare sport servirà loro ad essere persone di successo, il mio impegno sarà servito a qualche cosa.

BLS-D: Basic Life Support and Defibrillation

Un pomeriggio come tanti di un paio d’anni fa. In cucina, le nane sbocconcellano dei biscotti. Improvvisamente alla nana piccola ne va di traverso un pezzetto ed io, mentre lei tossisce convulsamente, le dico “guarda l’uccellino!” invitandola ad alzare il capo per favorire la deglutizione. L’espediente non serve e così passo alle pacchette sulla schiena, mentre lei continua a tossire e il viso le diventa sempre più rosso. Non sono preoccupata, mi pare normale amministrazione. Capita quando si mangia e ride e ci si agita sulla sedia nello stesso momento. Ad un certo punto però lei fa come un sospiro e la tosse le si interrompe. Rimane immobile, con lo sguardo perso nel vuoto. Il sangue defluisce via dal viso e la nana grande mi dice: guarda, le stanno venendo le labbra blu!. Quella frase fa come suonare un campanello nella mia testa: questa NON E’ ordinaria amministrazione. E in quel momento, è come se uscissi dal mio corpo ed iniziassi a guardare la scena da fuori: il tempo rallenta ed io mi vedo alzarmi dalla sedia, prenderla da dietro stringendola al petto, dove finiscono le costole. Ho un vago ricordo di una manovra da fare in questi casi, ma come si chiama? Forse manovra di Heimlich, ma non ho il tempo di pensarci su. Non so esattamente quale sia il punto del torace in cui praticarla, ma in quell’attimo di calma allucinata mi vedo comprimerle il diaframma due, tre, quattro volte, mentre lei è come un pupazzo tra le mie braccia. La nana grande mi fissa con gli occhi sgranati, ammutolita. Qualche secondo dopo, la piccola ha un singulto e sputa fuori il pezzo di biscotto incriminato; il suo viso riprende immediatamente colore e così, devo ammetterlo, pure il mio. Quanti minuti sono passati da quando tutto è iniziato? Non lo saprò mai, ho vissuto come in un film al rallentatore, ma ora che il pericolo è passato, che mia figlia è lì, un po’ stordita e tossicchiante, ma VIVA, tutta l’emotività e la paura, e quei pensieri che non hanno un nome ma sono il terrore di ogni madre mi assalgono all’improvviso e scoppio a piangere. Sono stata fortunata. Non sapevo esattamente cosa stavo facendo, ma la sorte mi ha aiutata a farlo nel modo giusto. Piccole differenze nel praticare la manovra avrebbero potuto risultare fatali.
Perché vi racconto tutto questo? Perché ieri il mio ente ha fatto fare ai dipendenti un corso di BLS -D, ovvero di Basic Life Support and Defibrillation (supporto di base alle funzioni vitali e defibrillazione), attraverso il quale abbiamo imparato, da laici – cioè non medici – quelle manovre che servono ad intervenire in caso di arresto cardiaco, respiratorio, e per la disostruzione delle vie aeree. Abbiamo imparato come usare in sicurezza il defibrillatore semiautomatico, strumento preziosissimo ancora poco diffuso nel nostro Paese. Purtroppo.
Ho lasciato l’ufficio che era ormai notte, dopo aver provato infinite volte il massaggio cardiaco, la manovra di Heimlich (era proprio lui!), la respirazione bocca a bocca su un apposito manichino, e mi sono portata via una nuova consapevolezza, la serenità che se di nuovo mi accadesse un evento simile a quello che già ho vissuto, o peggiore, saprei cosa devo fare per evitare il peggio e arginare la situazione in attesa dell’arrivo di soccorritori esperti.
Queste manovre sono davvero fondamentali, e se praticate immediatamente dopo l’arresto cardiaco aumentano il tasso di sopravvivenza del doppio o anche del triplo. Sapevate che dopo dieci minuti di assenza di ossigeno al cervello i danni che ne conseguono, ammesso che il paziente poi sopravviva, sono in linea di massima irreversibili? Ecco perché tutti, ma proprio tutti, dovremmo conoscere almeno le basi del BLS. Sarebbe utile ad esempio che nelle scuole i ragazzi seguissero dei corsi, così come coloro che praticano sport, affinché eventi tristissimi come quello del calciatore Piermario Morosini non abbiano a verificarsi mai più.

La catena della sopravvivenza

Vi invito a consultare i numerosi materiali presenti in rete, come questo manuale destinato agli operatori del 118. Esiste anche il sito della Italian Resuscitation Council, l’organizzazione che ha predisposto il corso che ho seguito io, ma se digitate Basic Life Support in un motore di ricerca vi appariranno molte altre risorse utili.
Non aspettiamo di trovarci nella situazione di emergenza, con l’idea che questi eventi capitino sempre agli altri, facciamoci trovare preparati, perché anche un minuto può fare la differenza!

Disclaimer: non sono un medico e ciò che riporto non vuole sostituirsi ai pareri degli esperti del settore. Racconto solo la mia esperienza di privato cittadino, come tale suscettibile di errori e imprecisioni.

Io non uso più l’ammorbidente

Un paio d’anni fa condividevo l’ufficio con un collega. Entrambi amanti del silenzio, passavamo delle ore in cui si udiva solo il ticchettio della tastiera. In una di quelle mattine di alacre silenzioso lavoro, dal nulla gli dico: 

– Sai, io non uso più l’ammorbidente!- Un certo orgoglio trapela dalle mie parole.

Lui solleva gli occhi dallo schermo e mi rivolge uno sguardo simile a quello della mucca che guarda passare il treno, continuando imperterrita a ruminare.
– Suppongo che adesso dovrei dire qualcosa – mi risponde imbarazzato. 
– Certo, è una cosa importante! – balbetto io come una scema. Perché abbandonare l’ammorbidente non è una cosa che riguarda il mio bucato e basta; è una vera e propria scelta di vita!
Da qualche anno a questa parte infatti sono diventata più consapevole sia di cosa metto nel mio piatto che di cosa utilizzo per le pulizie domestiche. Prendiamo l’ammorbidente, per esempio. Se i dermatologi in genere consigliano di non utilizzarlo un motivo c’è. Tutto infatti è partito da lì, da un rash cutaneo. Eliminato l’ammorbidente dal bucato, sparito lo sfogo. Un rapporto causa-effetto che ha stimolato ulteriori riflessioni e approfondimenti, molti dei quali basati sul bellissimo sito babygreen, una vera miniera di idee per donne alla ricerca di una vita più eco-compatibile. Ho così scoperto che l’ammorbidente è responsabile di numerose forme allergiche, oltre che fortemente inquinante. Due motivi per abolirlo fin dal giorno successivo. 
Con che cosa sostituirlo? Frugando il web sono approdata a questa mistura miracolosa: aceto di vino bianco, un cucchiaino di bicarbonato, poche gocce dell’olio essenziale preferito. Se l’aceto infatti contribuisce a rendere il bucato più morbido e facilmente stirabile, il bicarbonato assorbe eventuali odori, sbianca in maniera naturale e rimuove molte macchie senza necessità di additivi chimici. Per regalare alla biancheria un piacevole profumo basta poi aggiungere 3-4 gocce di olio essenziale, nel mio caso lavanda. Facile ed economico, specie se si considera che aceto e bicarbonato sono utilissimi in una marea di altre situazioni domestiche. Finito quindi il tempo degli armadietti stracolmi di detersivi, uno per ogni superficie? Forse.
Ad esempio, la teglia del pollo arrosto con patate: delizioso! Un po’ meno delizioso, invece, lo strato di sughetto bruciacchiato che resta attaccato alle pareti della teglia. Acqua calda, un paio di cucchiai di aceto e un paio di cucchiaini di bicarbonato. Lasciare riposare un po’, e poi sciacquare con acqua tiepida e una spugna, e come per magia le incrostazioni abbandoneranno la vostra teglia. E così via. Avete presente quel famoso prodotto per lucidare il piano inox del fornello, puzzolentissimo e dai vapori che fanno lacrimare gli occhi? Ancora aceto e bicarbonato, e il vostro fornello splenderà più che mai. 
Il web pullula di ricette per la preparazione in casa di detergenti eco e bio, la cui efficacia è pari a quella dei prodotti da supermercato. Ci vuole solo un po’ di pazienza e voglia di fare, ma i risultati sono davvero gratificanti. Per le emergenze, per tutti quei momenti in cui siamo di corsa, restano sempre i cari vecchi detersivi ricchi di tensioattivi, pronti a venirci in soccorso con il loro meraviglioso “profumo di pulito”. Basta che non ci facciamo prendere in giro, e ricordiamo sempre che quello che respiriamo non è il profumo del pulito: è il profumo degli agenti chimici che compongono il detersivo.
Vivere in maniera più verde è per me un’obbiettivo importante, che si coniuga con l’idea di vivere genericamente in modo più consapevole, facendo delle scelte meno influenzate dalle informazioni standardizzate che ci propongono i media, che spesso si prendono gioco di noi affidandosi al potere evocativo delle immagini. Per fortuna che ci resta la possibilità di far uso del libero arbitrio!
Nelle prossime puntate vi racconterò degli altri accorgimenti green che sto adottando, sia sul piano della gestione domestica che su quello alimentare: fatemi conoscere il vostro punto di vista in materia!

Sull’obesità infantile non si scherza! Una chocaholic alle prese con l’educazione alimentare.

Negli ultimi giorni i quotidiani e i siti web italiani hanno ripreso la notizia dell’ultimo numero di Lancet, rivista medica di peso internazionale, dedicato al tema dell’obesità (qui l’articolo di Repubblica in merito).
Non è una novità; siamo troppo grassi, ma mi colpisce constatare come il problema si stia pian piano spostando verso le fasce più giovani della popolazione, che un tempo erano immuni dall’eccesso di peso. Eppure, oggi sembriamo molto più attenti di 50 anni fa a che cosa abbiamo nel piatto, badiamo alle calorie e ai diversi metodi di cottura. Alcuni puristi scappano a gambe levate solo a sentire la parola “burro”. Chi si concede una fettina alla milanese lo ammette sottovoce come se confessasse un peccato mortale. 
Il discorso sull’obesità infantile è sicuramente ampio, perché non ha a che vedere solo ed esclusivamente con l’alimentazione, ma si trasforma in una questione educativa e di organizzazione familiare. Oggi in generale si cucina poco in famiglia: siamo sempre di corsa e anche io, che pure amo molto passare del tempo davanti ai fornelli, certe volte sono così stanca e di fretta che vorrei una bacchetta magica che mettesse in tavola pranzo e cena. Questo ci porta a mangiare male, facendo ricorso ai cibi preconfezionati che non sono troppo sani e sono spesso ipercalorici. A ciò possiamo aggiungere che il tempo da dedicare all’attività fisica è minimo, per cui la maggioranza di noi passa dall’auto alla scrivania all’auto al divano, con poche eccezioni. E il discorso non è diverso per i nostri figli: l’equazione cibo spazzatura+vita sedentaria porta sempre allo stesso risultato, ovvero l’obesità.
Lungi da me volervi esortare tutti all’ortoressia… chi mi conosce sa perché spesso il mio nick sia chocaholic, quindi non potrei mai predicare ciò che io per prima non sono in grado di mettere in pratica! Mangiare è uno dei grandi piaceri della vita, e non deve diventare una mera incombenza.
Nella foto: la mia bavarese ai marron glacè, fatta per il pranzo di S. Stefano
Per trovare un giusto compromesso, e non cadere nella trappola della cattiva alimentazione, nei miei 6 anni di mammità ho messo a punto alcuni piccoli trucchi che  vi riporto, sperando che anche voi ne abbiate da suggerire.

  1. Quando ho tempo e voglia di cucinare, cerco di farlo in abbondanza, e conservo per le giornate nere. Esempio: faccio le lasagne? 10 teglie da 4 porzioni. Una ce la mangiamo subito, le altre 9 vanno a soggiornare in freezer. Sugo? Minimo 1 lt per volta, e poi invasetto. Pesto? Tutto quello che la mia piantagione di basilico mi consente. Questo principio si può applicare a tantissime pietanze, molte delle quali restano buone anche dopo la surgelazione: panzerotti di pasta lievitata con ripieni vari, sformati di pasta, di verdure, quiche… basta liberare la fantasia.
  2. Se c’è qualcosa che non voglio che le mie figlie mangino (e vale anche per me) non lo compro. Averlo in casa è una tentazione troppo forte. Quindi, ad esempio, non compro bibite gassate. Mai, senza eccezioni se non in occasione delle feste di compleanno. Solo succhi e acqua. Il the fatto da me, caldo in inverno e freddo in estate. Per la scuola un brick di succo o meglio una borraccia d‘acqua fresca. Non compro nemmeno patatine e simili: io per prima, se inizio a mangiarne, non riesco a smettere. Quindi meglio non averne, se non quando offro un apertivo.
  3. Le merendine preconfezionate occupano un posto nella mia dispensa, ma solo come soluzione di emergenza. Per il resto cerco di evitarle: a me non piacciono, quindi non è un grosso sacrificio, ma alle mie figlie sì. Dunque tento di proporre alternative allettanti per la merenda di metà mattina e pomeriggio, diverse a seconda della stagione e del luogo: d’estate la frutta va per la maggiore, e si porta facilmente anche in spiaggia. D’inverno spesso un the con biscotti fatti in casa, una fetta di torta semplice con un bicchiere di latte, una fetta di pane con marmellata o miele e un succo.
  4. D’inverno, a causa degli orari d’ufficio, la mattina presto sono sempre un po’ di corsa. Non mi va però di infilare in borsa uno snack, e volendo dare una merenda che sia nutriente, io ho risolto così.
Adesso faccio outing. Lo faccio. Sì, sì, lo faccio. Inorridite pure.
Una mattina che non devo correre via compro tanti piccoli panini, li imbottisco con gli affettati, il formaggio, quello che le nanette richiedono, e poi ehm ehm, li metto, pure loro, in freezer. Ogni mattina ne tiro fuori uno e lo infilo nello zaino: all’ora della ricreazione è perfettamente scongelato. Forse non è un sistema molto ortodosso, ma mi evita di fare i panini col pane del giorno prima o dover cercare un forno aperto alle 7. So già che finirei per rinunciare…
  1. Costringo le povere nane sonnolente a fare colazione, lasciando la possibilità di variare il menù: dalla frutta fresca (la fragole con limone e zucchero dalla primavera sono nella top ten, d’estate pesche e zucchero di canna) al latte con biscotti o cereali, allo yogurt, e perfino al formaggio. Basta che mangino. In questo modo non saranno indotte a strafogarsi a metà mattina con cose poco sane.
Sul lato abitudini di vita, poi, si può fare molto. Non si tratta solo dell’avviamento allo sport, che a seconda di quale si sceglie può partire dall’età scolare o anche prescolare (il nuoto ad esempio è offerto anche ai neonati, mentre la danza, come propedeutica, parte dai 3 anni). Un paio d’ore di attività fisica alla settimana non possono essere l’unico movimento che concediamo ai nostri figli. È importante, a mio avviso, creare l’abitudine al movimento. Io ad esempio cerco di usare l’auto solo per andare al lavoro o fare una grossa spesa, per il resto circolo a piedi. Dai 18 mesi delle bambine ho abolito l’uso del passeggino, costringendole a camminare: all’inizio è stata un po’ dura perché volevano essere prese in braccio, ma allungando i percorsi giorno dopo giorno siamo arrivate in breve tempo all’autonomia. Adesso facciamo senza problemi passeggiate di un paio di km verso il centro città. Questo ci rende molto più libere e in parte sostituisce la palestra alla quale in questo momento non ho proprio il tempo di dedicarmi.
Se poi si tagliano i tempi davanti alla TV, a casa mia quasi costantemente spenta, i bambini sono portati a riscoprire la loro dimensione naturale, che è quella del dinamismo, dell’esplorazione e della scoperta. Se tutto ciò si può svolgere nel giardino di casa, in terrazzo o al parco, tanto meglio.
Un altro aspetto che io cerco di curare riguarda l’educazione alimentare in senso stretto: spiego alle mie figlie da dove vengono i cibi che mangiamo, come si coltivano, quali sono quelli di stagione e quali proprietà benefiche hanno per il nostro organismo. Insomma, tento di farle interessare a tutto quello che devono mangiare. A casa coltiviamo le aromatiche e abbiamo un albero da frutta, nella casa al mare anche pomodori, pere, e prugne. È bello per loro vedere come i vegetali crescono grazie alle nostre cure, e fantastico addentare un pomodoro staccato dalla pianta. Il preparare insieme da mangiare, cui ho fatto cenno in un precedente articolo che riproporrò a breve, aiuta ancora di più ad apprezzare i cibi fatti in casa, sani e di stagione.
E voi, come vi ponete nei confronti dell’educazione alimentare?
Io adesso ho una gran fame… quasi quasi mi prendo una merendina!