La nostra nuova vita senza televisione. Quasi

Sì, avete capito bene. Quasi senza televisione.
Era da un po’ che volevamo farlo, e ad agosto abbiamo dato un taglio (dopo un’indigestione per finire tutte le serie che avevamo in sospeso!). All’abbonamento a Sky e ai suoi bellissimi programmi, serie tv e documentari, selezionati e guardati on demand. Programmi di sport di altissimo livello e notiziari e approfondimenti ottimi e ben fatti. Il digitale terrestre non l’abbiamo mai avuto e dunque, venuta meno Sky, sono spariti anche i canali della tv generalista, che peraltro ammetto che non guardavamo mai. Per tacere della tv locale, questa sconosciuta.
E dunque il televisore giace spento in salotto, come l’orrendo soprammobile che è. Fosse per me, in quella nicchia della libreria appenderei piuttosto un bel quadro!

Mi rendo conto che è una decisione un po’ controcorrente, che suscita curiosità e stupore; spesso mi vengono poste delle domande sulle motivazioni che ci hanno spinto a farlo, e ho pensato di condividere qui con voi i quesiti più frequenti e le nostre risposte.

Perchè l’avete fatto?
Perchè eravamo stanchi dell’automatismo “dopocena=guardiamo qualcosa in tv” e volevamo dare spazio ad altre attività;
Perchè volevamo che anche le ragazze rivolgessero l’attenzione di più alla lettura, al disegno, ad attività creative e senza schermi, visto che già dispongono di telefono e tablet. Non ultimo, perchè per questioni di salute volevamo anticipare l’orario dell’andata a letto, che a causa della tv stava diventando sempre più tardo. 

Come vi trovate?
Benissimo, per ora. Io in realtà non sono mai stata “dipendente” dalla tv e nelle serate in cui mio marito non era in casa raramente la guardavo, preferendo di gran lunga leggere o scrivere. Quindi non è stato un grande cambiamento per me. Le ragazze hanno accesso ad Amazon Prime Video che ha alcune belle serie e film per ragazzi, e possono guardare qualcosa di selezionato; la qualità di quei programmi è mediamente molto alta e finora non hanno avuto motivo di lamentarsene, e nemmeno noi.
Capitolo partite/eventi sportivi: mio marito li segue un po’ per radio, e un po’ rinuncia. Prima ne guardava veramente tanti, dal campionato estone di pallacorda (scherzo) al torneo mondiale di freccette (purtroppo non scherzo), passando per le maggiori partite dei campionati italiani ed europei, NBA, ciclismo… insomma, forse lui è quello che ha avuto l’impatto maggiore da questa scelta, ma ne è stato anche il promotore, e per il momento incassa bene. Quando inizierà a sparire di casa in orari strani mi preoccuperò non che abbia una relazione ma che sia a casa di qualcuno a guardare una partita, preda di una crisi d’astinenza da tv!

Quanto durerà questo digiuno televisivo?
Non ci siamo posti limiti. Al momento stiamo bene così. Io non sento minimamente la mancanza della tv, le bambine un po’ di più ma non tanto da chiederci di ripristinarla, per cui attenderemo. Può darsi che rinnoviamo il nostro ultradecennale abbonamento Sky, che ne facciamo uno a Netflix… vedremo.

E voi, come vi ponete di fronte alla televisione?
Vi sentite dipendenti dallo schermo oppure ne guardate pochissima?

Se avete altre curiosità su questa nostra scelta un po’ controcorrente chiedete pure!

P.S.

Di televisione mi sono occupata, nel 2014, per il maggiore quotidiano della Sardegna, L’Unione Sarda. Se vi va di rileggere i miei articoli sull’argomento cliccate qui.

Ci sono!

Mi stavate dando per dispersa? oppure non vi siete nemmeno accorte della mia assenza dalla blogosfera per oltre una settimana? Negli ultimi giorni ho avuto una infernale accoppiata: straordinari al lavoro + operai in casa. Ho passato momenti così caotici da dimenticarmi perfino, giovedì scorso, che era il mio compleanno! Poco male, non mi piace autofesteggiarmi!
Vi mostro un’immagine della fase più faticosa dei lavori: lo svuotamento della libreria del salotto. Diciannove ripiani da un metro, quasi pieni. Il punto non è stato tanto togliere i libri, ma conservare l’ordine nel quale sono collocati sulle mensole: divisi per genere (romanzi, poesia, saggistica, guide etc) e poi in ordine alfabetico all’interno dello stesso genere. Un incubo che spero di non dover più affrontare per altri sette anni…

Alla fine del lavoro, con la libreria svuotata e il suo contenuto accatastato sul pavimento, avremmo avuto proprio voglia di buttarci tutti e quattro sul divano e guardare magari un film adatto a tutta la famiglia. Peccato che il televisore giacesse sotto un telone in plastica e che sui divani fossero poggiati vasi, cornici, quadri etc.
Lì abbiamo capito che l’incubo era appena cominciato. Perchè – ricordate? – io sono quella del “no alla tv in cameretta”, “no alla tv nella camera dei genitori” e “no alla tv in cucina”. Insomma, abbiamo un solo televisore. Salta quello, viene meno la possibilità di guardare qualsiasi programma.
Niente libri, niente divano, niente tv. Per un po’ siamo stati in preda allo sconforto, incapaci di decidere dove e come trascorrere il resto della serata. Poi abbiamo trovato una soluzione, applicata anche nei cinque giorni successivi.
Leggete qui.

Di Pinkification e modelli di bellezza

Ieri ho scritto questo articolo per L’Unione Sarda, riflettendo ancora una volta sul clima in cui crescono oggi le bambine. Quand’ero una ragazzina, e tutte sognavamo di fare le modelle, i nostri punti di riferimento erano le supermodel anni ’90: ragazze snelle sì, ma sportive e con le curve al punto giusto. Eppure, già allora se ne stigmatizzava l’eccessiva magrezza, gridando al pericolo anoressia. Di chirurgia estetica invece si parlava ancora molto poco; giusto qualcuna ritoccava il naso troppo importante o il seno, nel caso facesse la modella di intimo. 
Oggi il c.d. ritocchino è stato sdoganato come se fosse “ordinaria manutenzione” del nostro aspetto, sebbene i risultati siano spesso tutt’altro che naturali. Non solo, a braccetto con i ritocchini va una magrezza sempre più esasperata che produce piccoli mostri dalla testa sproporzionata rispetto al corpo, dotati di zigomi prominenti adatti più a Cip & Ciop che ad una bella ragazza. Ecco, quello che io vorrei far capire alle mie figlie è che tutto questo non è e non deve essere la normalità. Che non è altro che una gabbia per la donna, condannata a somigliare ad una bambola di plastica anziché ad una creatura armoniosa. Come penso (anzi, spero) di riuscirsi? Aprendo le loro menti. Perché se da un lato il nostro corpo è il tempio in cui vive la nostra anima, e come tale deve essere curato, dall’altro questa cura non deve tradursi in una violenza, né nel centro di un’esistenza altrimenti vuota. Voglio quindi provare a mostrare loro che nella vita c’è altro oltre a trucco parrucco dieta e look. Ci sono i viaggi, lo sport, lo studio, il dedicarsi ad aiutare il prossimo, non ultima la vita spirituale, della quale tendiamo a dimenticarci perché non si vede. Perché a volte siamo proprio noi genitori a sbagliare, specialmente con le figlie, trattandole istintivamente da piccole creature frivole. E se invece che complimentare la nuova maglietta gli chiedessimo qual è il loro libro preferito?

Severa e intransigente

Severa e intransigente: così mi hanno definita due persone diverse che hanno letto i miei corsivi degli ultimi tempi su L’Unione Sarda. Che io sia un genitore di quelli che gli psicologi definiscono normativi è indubbiamente vero. A temperare le regole, che poi spesso non sono che procedure da seguire (ad es. quando si entra a casa: scarpe e giacca a posto, cambiarsi d’abito, lavare le mani) c’è però una buona dose di affetto e allegria, insieme a tanta autonomia di scelta e di movimento e un generale rispetto delle inclinazioni naturali delle mie figlie. Senza perdere mai di vista però un aspetto fondamentale della relazione con i figli, e cioè che adulti e bambini non sono sullo stesso piano. E non solo perché noi siamo molto più alti di loro, ma perché sta nell’ordine delle cose previsto dalla natura che siamo noi a portarli per mano attraverso il mondo. Siamo noi a dover insegnare loro il bene e il male, il bello e il brutto, fino a quando non saranno in grado di discernere da soli, col tempo. Dai nostri figli non accetteremmo, ad esempio, consigli sul nostro lavoro, perché non hanno esperienza in merito, ma possiamo darne loro riguardo all’organizzazione del lavoro scolastico. Quindi, io mi domando, per quale motivo dovremmo invece accettare che le nostre figlie ci dicessero come dobbiamo vestirci? Forse che una bambina di 8-10 anni può comprendere quale stile sia più appropriato per una trentenne? Può capire le diverse occasioni d’uso? Io credo di no.
Certo se mi figlia mi dice “metti quel vestito rosa che mi piace tanto!” se è possibile io cerco di accontentarla. Ma se pretendesse di farmi vestire tutta lustrini e tulle…
Dunque, perchè vi racconto tutto questo? perchè da poco ho visto in tv un tremendo reality per bambine nel quale le figlie devono rifare il look alla mamma. E ovviamente lo fanno secondo il loro gusto. Ho provato pena per quelle mamme in minigonna, con completi leopardati…
Lo conoscete? Io l’ho trovato agghiacciante. Non riesco a trovare a questo programma un lato positivo. Ne parlo nell’articolo che è uscito ieri sul giornale, e che vi riporto qui.

Gestione del tempo: chi ci rema contro?

La corsa contro il tempo è indubbiamente una costante delle famiglie moderne, e la mia giornata non fa certo eccezione: ogni sera affronto con mio marito una sorta di brainstorming familiare, nel quale tentiamo di far combaciare gli impegni di tutti i membri della famiglia, ma anche di ricavare del tempo per stare insieme come coppia e con le nane.
Se talvolta la settimana si presenta come realmente infarcita di cose da fare è anche vero che noi siamo bravissimi a perdere tempo. Perdiamo tempo davanti ai social network (giusto una sbirciatina a facbook/instagram/pinterest/quello che vi pare … e questa sono io), perdiamo tempo davanti alla tv (controllo un attimo i gol… e questa è per mio marito, capace di restare col braccio proteso verso lo schermo, nel gesto dello spegnimento, anche per venti minuti consecutivi), rimandando invece cose importanti che in quei minuti potremmo sbrigare con successo ed eliminare dalla nostra interminabile to do list.
Una perdita di minuti preziosi che ci fanno dire, alla fine della giornata, che proprio non abbiamo avuto tempo per fare quella cosa che, invece, avremmo dovuto assolutamente fare. E se avessimo evitato di perdere tempo davanti al pc o alla tv? Le cose sarebbero state diverse, non raccontiamoci fandonie!
Questa si chiama procrastinazione, e se volete approfondire l’argomento vi consiglio di leggere questo blog che, in modo divertente, ci insegna a non buttare il nostro tempo ma a farlo fruttare.
Ricordo che quando preparavo le prove concorsuali avevo adottato l’accorgimento di non controllare nè posta elettronica nè social network, perchè mi ero resa conto di distrarmi in continuazione da ciò che stavo disperatamente tentando di memorizzare. E il sistema funzionò.
Per i nostri figli vale lo stesso discorso: spesso si immobilizzano come ipnotizzati davanti a televisione, computer o cellulare, e perdono un sacco di tempo. Noi tendiamo a sottovalutare questo piccolo capitale di tempo perchè si tratta di pochi minuti per volta, ma se invece ci prestassimo più attenzione ci renderemmo conto che i nostri figli potrebbero ritrovarsi magari un’ora in più a disposizione ogni giorno, da dedicare a cose veramente importanti e interessanti.
Vi invito a leggere quanto ho scritto ieri su L’Unione Sarda a questo proposito.

E voi, siete bravi nella gestione del tempo, oppure siete dei procrastinatori?

Il lato buono della tv

Parlar male della televisione è fin troppo facile. E’ vero che il mezzo ci fornisce costanti spunti di critica, per cui non si fa certo fatica a trovare argomenti di discussione; ma la tv non è tutta spazzatura, e demonizzarla a trecentosessanta gradi sarebbe un errore. Nel rapporto con i figli poi, come ho già avuto modo di sperimentare sulla mia pelle (ne parlo qui), la proibizione estrema sortisce il solo effetto di rendere la cosa proibita irrimediabilmente appetibile. Dunque, la via di mezzo tra il tutto e il niente sembrerebbe la soluzione più equilibrata, anche con il piccolo schermo.
Negli ultimi giorni L’Unione Sarda mi ha ospitata ancora per parlare di nuovo di bambini e tv, e con un po’ di ritardo voglio condividere con voi le mie riflessioni.
Nel primo articolo, del 27 febbraio, parlo della tv come perfetto tappabuchi. Mezz’ora di tv ben dosata e supervisionata è talvolta indispensabile per fare qualcosa che, con le nane sguinzagliate per casa, impiegherei il triplo del tempo a portare a termine, o forse non concluderei affatto.

Il secondo corsivo invece, del 2 marzo, mette a nudo la passione per il cinema che ho condiviso con mio marito fin dagli inizi del nostro stare insieme. Un buon film, goduto in silenzio e senza interruzioni, è la conclusione perfetta di una lunga giornata, ed uno dei riti preferiti dalla nostra coppia.

Anche la tanto bistrattata televisione è capace di svelare dei lati positivi! Che ne pensate?

I bambini e la moda

Lunedì sono stata nuovamente ospite de L’Unione Sarda, stavolta nella pagina della moda, per offrire il punto di vista della mamma blogger sul rapporto tra bambini e abbigliamento firmato. I nostri figli infatti sono consapevoli del proprio aspetto fin da un’età molto verde, e ben presto iniziano a chiedere che la mamma faccia indossare loro un certo capo piuttosto che un altro. Questo è vero indubbiamente per le femminucce, ma conosco diversi maschietti che si sono dimostrati attenti al proprio look fin da piccoli.
Trovo che in linea di massima sia giusto assecondare i gusti dei propri bambini in fatto di abbigliamento: anche la moda è una via per esprimere la propria personalità, un biglietto da visita che prima ancora della stretta di mano offre al mondo un’impressione su di noi. Ben venga quindi che i nostri figli abbiano gusti ben definiti in tema di forme e colori: le inclinazioni naturali di ognuno di noi andrebbero rispettate ad ogni età. Ma c’è un ma: proprio perché ciò che indossiamo dice al mondo qualcosa di noi, è giusto che insegniamo ai nostri figli anche qualche regoletta del vestirsi: ad esempio, che le occasioni d’uso non sono tutte uguali (a scuola non ci si veste come quando si va ad una cerimonia), che i vestiti devono essere sempre puliti e in ordine (proprio stamattina ho sequestrato alla nana piccola la sua maglietta preferita, che era piena di patacche ma che lei insisteva ad indossare comunque), e che ci vuole un po’ di attenzione nell’accostare tessuti e colori. Quando la nana grande aveva un paio d’anni la lasciai per un pomeriggio in compagnia di un’anziana zia che la portò a giocare ai giardinetti, e siccome non era capace di dirle di no in alcun modo lasciò che scegliesse lei cosa indossare. La ritrovai alle sei di un pomeriggio di luglio, con 35 gradi all’ombra, vestita di uno scamiciato di velluto a coste sull’arancio e verde, con sotto maglietta a maniche corte fuxia, e per completare il look scarpine di vernice, senza calze. Perfetta per arrampicarsi sugli sterrati del parchetto, no? Un’immagine agghiacciante che continua a turbare i miei sonni.
Quando i bambini crescono poi subentra un problema diverso: quello delle marche. I nostri figli iniziano a confrontarsi con altri bambini, magari un po’ più grandi, che portano la scarpa “giusta”, la felpa logata, la borsa con il marchio bene in vista. E chiedono di poter fare altrettanto. Mia figlia, dall’alto dei suoi otto anni, sta iniziando questo percorso ed io tento di gestire la questione con equilibrio. Ne parlo qui, sul giornale.

Avete già avuto occasione di confrontarvi con i vostri figli sulla questione abbigliamento firmato? Che linea seguite nel rispondere alle loro richieste?

Parental control ante litteram

Eccoci al quarto appuntamento con i miei corsivi che stanno uscendo su L’Unione Sarda, nella pagina della tv. Quello di oggi ha preso spunto da una foto custodita in un vecchio album a casa dei miei genitori. Ci siamo io e mio fratello seduti a tavola, che arrotoliamo malamente gli spaghetti intorno alla forchetta; penso che la foto sia stata scattata per immortalare il ritorno dei guerrieri nel mio primo giorno di scuola. Comunque, senza divagare, sullo sfondo della foto campeggia il vecchio televisore rosso, una specie di cubo con antenna incorporata, e dei tasti anch’essi cubici sulla destra. Ricordo bene che quando volevamo cambiare canale, pigrissimi, ingaggiavamo un testa a testa:
– dai, cambia tu – iniziava uno
– no, dai, se stavolta cambi tu io cambio alla prossima – e così via, finchè uno non perdeva la pazienza e si alzava sbuffando.
Il modestissimo cubo rosso, che trasmetteva in bianco e nero, è stato per un po’ di tempo l’unico televisore di casa, fino a quando un gigantesco tvcolor dotato di telecomando fece ingresso in salotto e lì venne collocato come un moderno totem.
Se all’ora di pranzo mia madre ben volentieri sintonizzava la tv rossa sui cartoni, altrettanto non avveniva all’ora di cena, quando i programmi per ragazzi erano terminati e la presenza di mio padre imponeva a prescindere che guardassimo il telegiornale. Alle notizie seguiva il film di prima serata, e noi eravamo comunque lì davanti allo schermo, finché non scattava l’ora di andare a letto. Non c’era l’idea che il telegiornale e certi film non fossero adatti ai bambini; soltanto qualche anno più tardi si iniziò a fare dei distinguo e sullo schermo comparvero i bollini verde-giallo-rosso.
Ma il parental control, in qualche modo, c’era.

Aspetto, come sempre, le vostre opinioni.

La tv nella stanza dei bambini: sì o no?

Su L’Unione Sarda di oggi mi confronto con la possibilità di mettere una televisione nella stanza dei bambini. Al momento attuale, con figlie di otto e cinque anni, ritengo che non sia una buona idea. In primis perché dando loro una tv personale perdo la possibilità di controllare facilmente che cosa guardano e quanto tempo passano davanti allo schermo (già me le vedo accenderlo di notte a volume bassissimo, quando io ingenuamente credo siano addormentate…), e poi perché la necessità di condividere un solo apparecchio ha comportato, a casa nostra, che imparassimo a mediare tra le nostre diverse esigenze per trovare un punto d’approdo comune. Certo, questo comporta che siamo soprattutto noi genitori a sacrificarci per quanto riguarda il cosa guardare, ma va bene così. Mi piace sedermi insieme a loro davanti allo schermo, anche se quella puntata di Pippi Calzelunghe la conosco ormai a memoria…
e poi, per guardare programmi da adulti c’è sempre la notte, quando le nane sono al sicuro nei loro letti!

Non escludo in futuro di concedere loro una tv per la stanza che condividono, perché immagino che nel tempo acquisiranno sempre più autonomia in ogni campo, compreso quello della scelta dei programmi. Io per parte mia non sento il desiderio di avere un televisore in camera, quindi credo che questo aspetto non cambierà mai!
E i vostri figli, hanno la loro tv personale? A quanti anni pensate, se lo pensate, che gliela si possa concedere?

Mangiare davanti alla tv, sì o no?

Oggi sono nuovamente ospite de L’Unione Sarda, nella pagina della TV, per parlare di bambini e televisione. Secondo voi è giusto tenere la tv accesa mentre si mangia?
La mia risposta è un deciso NO.
Quando abbiamo acquistato la casa in cui abitiamo ora, mio marito ha insistito molto affinché non mettessimo alcuna presa tv in cucina, un comportamento che a me sembrava un po’ estremo. A distanza di sette anni ritengo che avesse ampiamente ragione.
Abbiamo un solo televisore, in salotto. Quando guardiamo un programma non mangiamo, viceversa se stiamo mangiando ci concentriamo su ciò che abbiamo nel piatto e sulla conversazione che va in onda attorno alla tavola, un programma ben più interessante di Peppa Pig o del telegiornale. Pranzo e cena sono i momenti in cui siamo finalmente tutti e quattro assieme, e ne approfittiamo per raccontarci le cose che sono accadute prima di ritrovarci e programmare come famiglia la restante parte della giornata. Se fossimo tutti silenziosamente assorti davanti alla tv questo non accadrebbe e perderemmo dei preziosi momenti di dialogo familiare.

photo courtesy of http://www.flickr.com/photos/ukke_photo

Ma non è solo questo: quando siamo imbambolati di fronte allo schermo non siamo realmente consapevoli di ciò che stiamo ingurgitando, e numerosi studi dimostrano che tendiamo a mangiare anche più del necessario. Insomma, non ci regoliamo nè sulle quantità nè sulla varietà dei cibi. Se ciò è vero per gli adulti, lo è ancora di più per i bambini.
Nel mio articolo di oggi sul giornale racconto di come spesso le mamme, in preda alla disperazione per uno svezzamento che proprio non vuole decollare, ricorrano al compromesso di piazzare il pupo davanti alla tv, perché incantato dai Teletubbies smette di ribellarsi al cibo solido ed inizia finalmente a mangiare tutto ciò che gli viene proposto. Si tratta di una scorciatoia che, nel lungo periodo, può rivelarsi molto rischiosa, perché cresce adulti privi di cultura alimentare e nutrizionale.
Leggete qui:

Voi che esperienza avete in merito? Come dosate la visione della tv? Aspetto i vostri pareri!