La nostra estate

Da febbraio… all’estate. E va be’, si fa quel che si può. Come ogni anno  in questo periodo faccio il proposito di essere più costante, e poi non lo mantengo mai. Vediamo se stavolta, invece, riuscirò nel mio intento.

Per cominciare vi racconto che cosa abbiamo fatto quest’estate, prima di rituffarmi nelle incombenze dell’autunno: mercoledì prossimo le ragazze (non le chiamo più nane… la grande è più alta di mia mamma ormai, e la genitrice potrebbe seriamente offendersi se la paragonassi ad un nanetto!) ricominciano la scuola!

L’anno scolastico si è concluso con ottimi risultati per entrambe, in un crescendo di impegni, tra la scuola e lo sport (saggi di danza e ginnastica artistica), che ci  ha portati alla fine di giugno abbastanza stremati.

All’inizio dell’estate le ragazze hanno frequentato il centro estivo collegato alla loro scuola, che ha sede al mare. Lì ha lavorato per tutta l’estate anche mio marito, come responsabile delle attività sportive, per cui la mattina loro partivano, abbronzati e dotati di costume da bagno, per la spiaggia, mentre io mi avviavo mestamente in ufficio. Dopo 3 mesi di duro lavoro ho conquistato una fantastica abbronzatura da videoterminalista!

dicono che in spiaggia mancava un divano…

A giugno, però, io ho compiuto un passo avanti nelle mie avventure equestri, acquisendo una cavalla in affido. Si tratta di un tipo di gestione in cui si condividono le spese di pensione, veterinario etc con il proprietario di un cavallo, ottenendo in cambio la possibilità di montarlo in esclusiva. Diciamo che è un passetto in avanti verso il sogno di avere un cavallo mio. La scelta è caduta sulla bella Paperina, un sella italiano di nove anni. Con lei sto crescendo molto come amazzone, e mi illudo di credere che anche lei, insieme a me, stia crescendo un pochino, consolidando quanto aveva già appreso in precedenza.

È una cavalla straordinaria, dolcissima e disponibile.

Lucida lucida, dopo una bella doccia!

A luglio, le ragazze sono partite per due settimane in colonia a Marilleva, insieme anche ad una terza amica. Mentre Anita aveva già fatto alcune esperienze senza genitori e altri parenti stretti, per Carolina si trattava della prima prova fuori casa, ed è stato un successo: il fatto che mi abbia chiamato circa 3 volte in 15 giorni credo denoti che non ero in cima ai suoi pensieri!

Pronte per partire, agli imbarchi in aeroporto

Sono state entrambe entusiaste dell’esperienza, e penso che la ripeteremo ogni anno.

Rientrate dalla colonia, si sono divise per una decina di giorni, perchè Anita è partita per il campo scout nella zona di Capo Comino, mentre Carolina si è goduta un po’ di giorni da figlia unica, cosa che non le capita praticamente mai!

Pronta per andare… super carica

Anche il campo scout è stata una bella esperienza, ma su questo non avevamo dubbi perchè Anita è entrata negli scout ormai tre anni fa, ed è intenzionata a proseguire. La sua squadriglia, i Fenicotteri, quest’anno ha anche vinto il campo, accumulando il maggior numero di punti nei giochi proposti e nella diverse prove che si devono affrontare, dalla pulizia del proprio angolo alla cucina, passando per una notte da soli, separati dal resto del gruppo, con una minimale attrezzatura a disposizione.

pronti per l’ammaina bandiera alla fine del campo

Agosto è stato un mese difficile, a causa anche di seri problemi di salute di un membro della famiglia, che piano piano si stanno risolvendo. A Ferragosto sono finalmente iniziate le mie ferie, che ho passato tra il maneggio e il mare. Insieme a me ha iniziato a montare anche Carolina, che si è innamorata di una pony del maneggio, Venere.

doccetta dopo il lavoro…

Dopo due settimane, evidentemente annoiata, ho pensato di rovinare i giorni di libertà con un incidente equestre, non grave ma che mi ha lasciata con una mobilità ridotta che ancora non è tornata a posto…

Non mi sono però fatta spaventare dai dolori, e ho voluto che la nostra tradizionale vacanza a Carloforte non venisse cancellata.

Pronti in traghetto, anche con Lucrezia, nostra ospite

Quei pochi giorni su quella che io chiamo “l’isoletta felice” sono per me la vera vacanza, quella in cui mi rilasso appieno e rinunciarci sarebbe stato molto triste. Anche le ragazze la aspettano con ansia.

In quei giorni abbiamo fatto mare, mare e ancora mare.

Anita medita se tuffarsi

L’ho detto che siamo andati molto al mare?

il mio angolo di paradiso, Cala Fico
Punta nera
Guidi

Come sempre, Mela è venuta con noi.

La sera uscivamo in piazza per un aperitivo o un gelato, e ho avuto la fortuna di poter passare due giorni con la mia carissima amica Eli, che ha passato sull’isoletta il weekend.

aperitivi ad alto tasso di stupidera

Siamo tornati a Cagliari la domenica, con il tempo che virava al brutto e tanti ricordi nuovi di zecca da custodire gelosamente.

Pronti per riprendere con la routine autunnale, ma decisi ad attaccarci fino all’ultimo agli scampoli di questa lunga estate.

 

Intervallo. Orroli

Ventiquattr’ore senza figlie, cane, gatti, tartarughe. Elimina quel piccolo esercito di creature che richiedono le tue attenzioni, e ventiquattr’ore ti sembreranno una settimana. Durante la quale una gita è capace di trasformarsi in un viaggio.

La nostra destinazione a Orroli è stata Sa Pardina, Bed & Breakfast di recente apertura di proprietà di Paolo, un ragazzo pieno di entusiasmo che ci ha accolti con simpatia e, cosa che non guasta, facendoci trovare la grande stufa di maiolica accesa, a contrastare il freddo inconsueto di questi giorni!

La sala comune (dalla pagina Fb del b&b)

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Weekend gallurese

Un veloce foto-post per raccontarvi il mio weekend in Gallura.

Siamo partiti il sabato, tutti e quattro più Mela, il cane, che portiamo con noi ogniqualvolta sia possibile. E cerchiamo sempre di fare in modo che lo sia. Perchè lei è perfetta e la sua compagnia è sempre un piacere e mai un ostacolo al nostro divertimento.

La strada era lunga e abbiamo fatto una tappa alle cascate di Sos Molinos, fuori da Santu Lussurgiu.
Mi duole dire che questo cippo illeggibile costituiva tutta la segnaletica destinata ad aiutare i turisti a trovare il luogo… davvero non il massimo.

Alle cascate si arriva scendendo lungo una gola ripida e ombreggiata da vegetazione abbondante, che crea una temperatura fresca davvero piacevole in questo periodo.

Improvvisamente lo spettacolo delle cascate ti si apre davanti: un salto di oltre 30 metri, suddiviso tra cinque “gradini”, che ti lascia ammutolito con la sua bellezza.

Alcune persone stavano facendo il bagno nelle acque (gelide, a dire il vero) e ci siamo pentiti di non aver pensato di mettere il costume sotto i vestiti: abbiamo perso un’occasione unica!

Abbiamo consumato il nostro pranzo seduti sulle larghe pietre piatte che seguivano il corso d’acqua, giocando a far correre le barchette di carta stagnola per le rapide in miniatura create dalla corrente.

Mela ha apprezzato molto il fresco e l’acqua bassa in cui sguazzare senza pericoli. Diciamo che non è esattamente una cagnetta nuotatrice…

Al pomeriggio, arrivati al resort in cui avevamo prenotato, siamo stati felici di scoprire che ci avevano assegnato una casetta indipendente in cima alla collina, circondata dal verde in cui Mela si è divertita a fare lunghe sortite esplorative. Dopo un lauto aperitivo, servito a bordo piscina, ci siamo spostati per la cena.

Era da tanto che volevamo tornare al Muto di Gallura, un luogo in cui siamo stati per la prima volta dieci anni fa, sotto la neve di dicembre e naturalmente con i nostri cani.

E’ un posto che ha un solo difetto: si mangia troppo! Ho creduto di sentirmi male, ad un certo punto, e di stramazzare con la faccia nel piatto come quel personaggio del film Seven che muore per overdose da cibo. A notte inoltrata me ne sono andata via con una pancia pari almeno a quella dei cinque mesi di gravidanza…

La mattina dopo ci è toccato stare a mollo in piscina per smaltire la cena da diciassette portate.
(notare il bozzo attorno all’ombelico… tutta colpa di zuppa e ravioli galluresi!)

Il cielo era un po’ velato, e un delizioso venticello rendeva la temperatura perfetta. Così ho seguito il consiglio di mio marito, che mi sbeffeggia costantemente per il mio attaccamento morboso alle creme solari, e mi sono esposta al sole senza protezione.
Mal me ne incolse! Sono tornata alla base color aragosta, con un simpatico eritema sul petto che è in via di guarigione ora, a distanza di dieci giorni! Mai ascoltare i consigli dei mariti, specie se hanno una carnagione molto più scura della tua (no, non è nordafricano)!

Tre giorni in Toscana

E’ iniziato tutto da un concerto. Da un post su facebook e un “chi viene con me?” scritto da mio cognato mesi fa. E se c’è da andare, io sono in prima fila. Praticamente col trolley pronto nell’ingresso. Dentro, quelle 3-4 cose senza le quali non parto: costume da bagno, che può tornare utile in qualsiasi parte del mondo, libro, sneakers e guanti da equitazione. Che non si sa mai.
Un sabato mattina ci ha visti atterrare in tre a Pisa, mentre il meteo annunciava il solito “caldo record” aggiungendo subito dopo “particolarmente colpita la Toscana”. Grazie, eh.
Non avevamo fatto programmi precisi su dove andare e cosa vedere, così abbiamo vagato per i paesi della campagna, mantenendo grossomodo la direzione verso Pistoia, dove si trovava il nostro B&B.

Prima è stata la volta di Santa Maria a Monte, delizioso paesino con scorci interessanti

Poi di Fucecchio, scelto perchè è il paese natale di Indro Montanelli.

 Poco più avanti del palazzo della famiglia Montanelli si trova un bellissimo belvedere

Dopo aver reso i nostri omaggi al grande giornalista e storico, abbiamo proseguito per Vinci, dove ebbe i natali Leonardo.
In piazza ci accoglie la riproduzione di uno dei suoi magnifici cavalli.

anche visti di schiena si nota subito che sono fratelli…

La sera, dopo Vinci e una breve sosta al delizioso B&B, ci siamo diretti a Lucca per assistere alla puntata in diretta di 610, lo show di Radio2, in diretta dal Lucca Summer Festival.

Le foto scattate in piazza sono di qualità pessima, inversamente proporzionale al nostro divertimento quella sera!

Come si può non amare il Grande Capo?

Beccati nell’atto di scattarci un selfie!

Il giorno dopo, sopraffatti dal caldo, siamo saliti sull’Abetone alla ricerca di un po’ d’aria. In effetti, lassù c’erano “solo” 30°, contro i quasi 40 della città.

Poi ci siamo diretti a Pistoia, che era la destinazione principale del nostro breve viaggio. Perché fin da aprile avevamo acquistato i biglietti per il concerto dei Dream Theater, decisi a non perdere per nulla al mondo quest’occasione.

prova… prova…

Sentirli dal vivo è stata davvero un’esperienza emozionante, indescrivibile. Di quelle che restano per sempre.
La mattina dopo mio cognato è ripartito prestissimo, mentre io e mio marito siamo rimasti a Pisa, dove avevamo passato la notte, con l’intenzione di fare un giro in città prima di riprendere l’aereo all’ora di cena. E invece così non è stato, perchè attraverso facebook (ma quanto sono utili i social, a volte?) ci siamo accordati con una coppia di amici che erano con il loro bambino in villeggiatura a Marina di Pietrasanta, dove li abbiamo raggiunti. Con loro abbiamo condiviso l’esperienza di vita a Dublino, nei primi anni 2.000, e non ci vedevamo dal nostro matrimonio, 11 anni fa!

Insomma, tre giorni molto intensi, ricchi di cose che ci piacciono e ci fanno stare bene.
In chiusura di post voglio cogliere l’occasione per scusarmi pubblicamente con mio cognato perchè io e mio marito abbiamo passato tutto il tempo trascorso in macchina a “ripassare” per il concerto, cantando come pazzi e presumibilmente assordandolo. E mi sa che siamo pure un pochino stonati. Credo che non salirà mai più in auto con noi!

Vita imperfetta pt.7: la vacanza in montagna

Ah, le vacanze sulla neve! Quel freddo pungente che arrossa le guance, il silenzio delle piste rotto solo dal sibilo degli sci, le baite iper riscaldate dove consumare luculliani spuntini a base di torte composte per il 90% da frutta secca e cioccolate bollenti con panna sopra, sotto e dentro, abbondantemente zuccherate. Roba da picco glicemico istantaneo, giustificata però dalle fatiche sportive che precedono e seguono.
Il tutto, naturalmente, documentato in tempo reale su Instagram e almeno un altro social, perché si sa che se un fatto non è condiviso su Instagram non è accaduto per davvero.

proviamo a calzare gli sci per la prima volta

Certo, questa sarebbe la versione normale e patinata della vacanza in montagna. La mia, invece, è molto meno perfetta. Sono giunta alla conclusione che la prossima volta, prima di metter piede sulla scaletta dell’aereo, sottoporrò la mia famiglia ad un check up completo: prelievi, urinocoltura, tac, risonanza, test allergici, visita medico-sportiva e vaccinazione antirabbica. Può sempre tornare utile.
Esagerata?
E’ solo perché non sapete.
Si parte di giovedì mattina: mio marito c’ha una faccia strana che non mi piace per niente ma vabbè, che ci vuoi fare? Ci dovevo pensare 13 anni fa. Dopo il volo e il percorso in auto giungiamo non senza intoppi al paesello del Veneto che costituisce la nostra meta. Di che intoppi parlo? Niente, niente, le bambine si alternano a correre in bagno, ma che volete che sia? Ah, un virus gastrointestinale senza febbre? Può essere. Anzi, è. Fa niente, sarà di quelli che durano 24 ore, ce la possiamo fare. Domani saremo in forma smagliante e sfrecceremo sulla neve. Sì sì.
Per fortuna a destinazione ci attende il nostro carissimo amico Ale, ansioso di portarci sulle piste e insegnare a me e alle nane a sciare. Ho detto sulle piste? Mi devo correggere: al pronto soccorso di Belluno. Perchè ad un certo punto il colorito di mio marito è sempre più verde e non si può far finta di nulla.
E niente, è che volevamo provare la sanità del nord-est, vedere se davvero funziona così bene rispetto a quella del meridione… Tenetevelo almeno un paio di giorni, mio marito, così proviamo bene anche le degenze. D’altro canto l’ospedale di Belluno pare un hotel, tutto lucido pulito e funzionante. Funzionante!

Quini con questi cosi nei piedi ora che si fa?

I successivi due giorni vedono una Mammadilettante fare su e giù per il Veneto, nane al seguito, aiutata da Alessandro: se non fosse ateo dovrebbero farlo santo subito. Con lui siamo andate sulle piste,

prove tragicomiche di equilibrio sugli sci

a fare passeggiate nei boschi,

bellissimo, emozionante bucaneve!

a vedere i cavalli,

pensavate che non li avremmo stanati pure qui? illusi!

 e sullo skilift.

Il tutto, naturalmente, intervallato da frequenti corse al bagno, anche in situazioni precarie e di fortuna, perchè il virus gastrointestinale senza febbre NON era di quelli che durano 24 ore. Credo che abbiamo consumato tutte le scorte di fermenti lattici disponibili nelle farmacie del Veneto.

E’ stato Ale a tenermi le bambine, impegnandole in interminabili partite a Mario Kart con la wii, quando io la sera andavo al San Martino di Belluno a trovare il malatino, e sempre lui a cucinare per noi fantastiche paste in bianco che facevano concorrenza a quelle dell’ospedale. E io che sognavo polenta e cervo…illusa!

In queste serate un po’ strane sono anche riuscita a fargli riprendere in mano la chitarra, che non strimpellava da una decina d’anni, ed è stato molto divertente: lui suonava canzoni che non ricordava, io cantavo senza averle mai provate prima. Cose che si fanno solo quando si ha un’estrema confidenza con qualcuno. No, anche se i filmati ci sono non ve li faccio vedere; mi è rimasto un piccolissimo brandello di dignità. Non abbastanza grande da impedirmi di cantare con lui, non così piccolo da consentirmi di divulgare la mia performance.

Soltanto la domenica, ultimo giorno di permanenza in Veneto, la famiglia si è riunita e siamo riusciti ad andare tutti insieme sulle piste, così anche io ho potuto provare qualche discesa.

Ah, la cioccolata poi l’abbiamo presa comunque, alla faccia del virus!

doppia panna, grazie.

E voi, avete racconti fantozziani delle vostre vacanze da condividere?

A Londra con mia figlia

Ad Hove Haven accade che la nana n.2 tenda a vampirizzarmi, assorbendo una buona quota del mio tempo e delle mie energie. E’ sempre stata molto più dipendente da me rispetto alla sorella maggiore, che sin da piccolissima è stata una piccola guerriera indomita. 
Ma anche la piccola guerriera a volte ha bisogno della mamma tutta per sè. Per questo nell’ultimo anno ho cercato di costruirmi spazi e attività solo per noi due, come ad esempio l’equitazione, che per motivi di statura è ancora preclusa alla sorellina minore.
Avevo però promesso ad Anita che avremmo anche trascorso qualche giorno fuori io e lei da sole, e così la scorsa settimana siamo salite su un aereo dirette a Londra. Non ironizzate sulla monotonia delle mie destinazioni di viaggio, perchè questa volta la scelta l’ha fatta lei! 
Sono stati tre giorni splendidi, nei quali tutta l’organizzazione ha ruotato attorno ai suoi desideri, eccezion fatta per le due ore dedicate alla Tate Britain, dove finalmente ho potuto vedere i pittori romantici che attendevo di incontrare da una vita, e incantarmi nuovamente di fronte ai preraffaelliti che avevo già visto a Torino nel mese di giugno.
Caro Millais, io ti amo, sappilo
“Lui” è stato capace di dipingere questo capolavoro. Ci ho passato davanti mezz’ora almeno
Dunque, a parte quel paio d’ore in cui è stata costretta ad ascoltarmi blaterare di arte nella mia perfetta incompetenza, il resto del tempo è stato dedicato solo a lei.
Having a delicious Victoria Sandwich at the Tate cafè
Così abbiamo fatto un tour di Londra su uno dei mezzi anfibi utilizzati durante la sbarco in Normandia, capace di passare con un sonoro splash dalle strade trafficate al Tamigi. Per un’appassionata di storia del ‘900 è impressionante pensare che quello stesso mezzo, privo di tetto e sedili, abbia condotto sulle coste della Francia i soldati alleati durante l’ora più difficile della WWII
Il nostro mezzo anfibio, una Duck chiamata Miranda
Direttamente dall’ultimo 007-Skyfall, la sede dell’MI6, ovvero dei servizi segreti 
Abbiamo girato per i negozi e le strade già vestite a festa, come fossimo due amiche anzichè madre e figlia
Knightsbridge con le luci di Natale
Una delle splendide vetrine di Harrods, simile ad un Winter Wonderland
Abbiamo passeggiato per i Kew Gardens per una mattina intera, beandoci della perfetta bellezza autunnale degli scorci
C’è bisogno di aggiungere parole per illustrare questo splendore?
anche a Kew si prepara l’allestimento natalizio!
Perché mi viene da immaginare Lizzie Bennet che esce da qui? Troppa Austen nuoce alla salute!

Insieme abbiamo affrontato i 118 gradini che conducono alla Treetop Walk, una delle maggiori attrazioni dei Kew Gardens: una passeggiata a 18 metri d’altezza, in mezzo alle cime degli alberi, lunga 200 mt.
la passerella vista da terra
La skyline di Londra, dall’alto della Treetop Walk
My big girl, con il Big Ben sullo sfondo
Verso il terminal 4 di Stansted
Abbiamo avuto pochi giorni a disposizione, ma quei giorni sono stati utilissimi per farci sentire ancora più vicine e per marcare la distanza tra la figlia secondogenita, che è ancora al cento per cento una bimba, e la prima, che con i suoi nove anni si sta affacciando ad una fase diversa della vita, delicata e affascinante, nella quale spero di riuscire ad essere un punto di riferimento importante ma non invadente. Ho sempre guardato Anita come una specie di mistero da scoprire, nel suo essere così diversa da me, dal mio carattere e dal mio modo di pensare. Ho spesso avuto difficoltà a capirla e qualche volta perfino ad accettarla per com’è, ma sono convinta che abbiamo fatto grandi passi avanti verso la reciproca comprensione, in questa breve vacanza a due. 

A trip to Southern England

Io sarei un po’ stufa, ogni volta che vado in Inghilterra, di sentirmi dire: ah, che bella Londra, beata te!
Chiariamo un punto, tanto banale quanto necessario: “Inghilterra” non è solo Londra.
Io, per esempio, non sono per niente fan della capitale: troppo caotica per i miei gusti, pure troppo melting pot. Di sicuro non la mia destinazione d’elezione.
Come in ogni viaggio nella perfida Albione, la mia destinazione è il sud: Sussex e zone limitrofe, con occasionali sconfinamenti nella deliziosa Cornovaglia, che merita una visita già solo per i cornish fudge. Una goduria a base di panna solidificata, da tagliare a quadrettoni e mangiare a morsi appiccicandosi dita e faccia. Senza rimorsi, nemmeno per l’istantaneo incremento del colesterolo.
Lo so, alla mia morte abiterò il girone dei golosi, ma ne sarà valsa la pena.
Dunque, dicevamo: Southern England. La solita tiritera sulle mie estati giovanili ve la risparmio; ormai la conoscete a memoria. Il bello di tornare in quei luoghi da adulta è mostrarli alle nanette e riviverli attraverso i loro occhi. Scoprire che quel trenino che ti aveva entusiasmato a sette anni va ad una velocità che il nonnetto col deambulatore lo supera senza sforzo. Una noia mortale, per le settenni di oggi.
 Meglio farsi una foto tre le pecore

O che il Sea Life Center è molto più bello di come te lo ricordavi. Forse perché l’hanno ristrutturato interamente due anni fa?



nella bolla all’interno di una delle vasche

le razze

Non vi darò dunque consigli di viaggio, elenchi di cose interessanti da vedere se vi capiterà di visitare il Sussex: questa mia vacanza è stata infatti una specie di pellegrinaggio laico, e tutte le tappe che per me hanno avuto importanza potrebbero risultare insignificanti o noiose per voi.
Che cosa ho cercato in questo viaggio?

Cieli fuggiti da un quadro di Constable, come nel migliore dei luoghi comuni

Un punto qualunque, lungo una strada qualunque, nell’intervallo tra due rovesci di pioggia

Angoli di giardini curatissimi che invitano alla calma


Il cortile posteriore del nostro bed&breakfast

Colazioni lente ad alto tasso di trigliceridi… ho un debole per il burro salato: si può usare per lavare i denti al posto del dentifricio?


Scorci insoliti di Brighton, una città – questa sì – che amo

The Brighton Wheel
L’ispirazione per il décor di Hove Haven nelle case e nei mercatini
Una collezione di piatti bianchi e blu simile alla mia: rigorosamente spaiati!
Antiche dimore nobiliari, da esplorare fantasticando su coloro che vi hanno abitato secoli fa
Audley End

E una visita fugace al 28 di Benett Drive, per sedere su quel muretto il tempo sufficiente per un sospiro e due lacrime, al vedere quant’è diventato triste quel giardino curato come un figlio…

Alla fine, il campanello non l’ho suonato, così i miei ricordi resteranno intatti.
Perché a volte è meglio non sottoporli alla prova della realtà.

Twenty Eight Benett Drive

Ma tu, di cosa scrivi? Mi hanno chiesto una volta.
Ci ho pensato un po’ su. Poi ho risposto: di sentimenti.
Ah, storie d’amore?
No, no, di sentimenti. A tutto tondo. Perché, a pensarci bene, questo non è (solo) un mummy blog. Né un blog di decorazione. Né di cucina, racconti, letteratura o viaggi. E’ un po’ tutte queste cose e nessuna in particolare.
Sono i sentimenti ciò che mi fa sorgere il bisogno di scrivere. I dubbi e le riflessioni che il quotidiano mi ispira; le emozioni che sorgono quando guardo al futuro o al passato.
Così, ad esempio, mi emoziono pensando ai luoghi del cuore. Ognuno di noi ne ha, veri o anche virtuali. Il mio ha un indirizzo: 28 Benett Drive. Un cottage dalla porta turchese, un ampio bow-window che lascia intravvedere una stanza da letto tutta color lavanda.
Nel vialetto d’ingresso una macchina sportiva – sempre rossa – attende di essere utilizzata. Parcheggiare e scendere senza far rumore era un rito che si consumava, estate dopo estate, mentre l’ultima luce della sera incendiava il cielo. In silenzio, noi bambini facevamo il giro della casa passando per il cancelletto di legno di cui si serviva solo il milk-man la mattina. Si passava per uno stretto corridoio all’aperto tappezzato di ortensie fino a trovarsi sul retro della casa e ogni volta la vista toglieva il fiato: l’enorme giardino digradava verso una staccionata di legno, oltre la quale si aprivano l’orto e il frutteto. Passavamo poi accanto al roseto e sempre, come in qualsiasi rito che si rispetti, io sussurravo a mio fratello: ti ricordi quel giorno che sei caduto dal terrazzo in mezzo alle rose e non si riusciva a tirarti fuori?

2002: the last time we were there (and the garden was starting to fall apart)

E così ridacchiando facevamo scorrere la grande vetrata che ammetteva in salotto e ci buttavamo tra le braccia degli zii, sapendo che per loro quello era il momento più atteso dell’anno. Per questo ogni estate ci concedevano di credere che la sorpresa fosse perfettamente riuscita e che loro non si aspettassero di veder sbucare dal giardino due bambini abbronzati appena sbarcati dall’hovercraft.
I migliori momenti della mia fanciullezza hanno avuto quella casa per teatro. Come quella mattina in cui, sveglia da prestissimo in una casa ancora addormentata, avevo scorto attraverso la grande vetrata del salotto una volpe aggirarsi per il giardino. Trattenendo il fiato l’avevo osservata a lungo mentre lei, ignara della mia presenza, proseguiva nella sua esplorazione del prato. Poi qualcosa l’aveva indotta ad alzare il muso e i nostri sguardi si erano incrociati. Mi aveva guardato con occhi umani e c’eravamo riconosciute, la volpe ed io. Per un istante fummo amiche. Poi il selvatico riprese il sopravvento, e lei scomparve nella fitta vegetazione.

a wiev of the garden in all its glory

Quel cottage è il mio luogo del cuore e lo sarà sempre, anche ora che non è più “mio”. Dopo la morte degli zii è stato venduto ad una famiglia con figli, e sapere che ci sarebbero stati altri bambini ad amare quelle stanze, a correre in quel giardino, a raccogliere fragole giganti dalle piantine, ha lenito soltanto un po’ il dolore del distacco.
Se ci sono mai tornata? Tutte le volte che son tornata in Inghilterra dal 2002, quando la casa è stata venduta. Una decina. Percorro ogni volta Benett drive col cuore a mille, poi mi fermo davanti alla casa e mi siedo sul muretto. E lì, finalmente, posso piangere. Per una stagione della vita finita, per le persone che non ci sono più. Perché adesso la porta non è più turchese, ma di un banale bianco. Ed io sono chiusa fuori.

Domani sarò di nuovo lì, sul quel muretto, davanti alla porta bianca. E chissà, forse stavolta avrò il coraggio di suonare il campanello.

different wiev of the garden

Everyone has a special place. Mine has got an address: 28 Benett Drive. A cottage with a bright blue door, a large bow window overlooking the road and a lavender coloured bedroom behind the sheer white curtains. In the drive leading to the garage a sports car – always a red one – was just waiting for the engine to be started.
Parking our car and getting off silently was part of a ritual we performed every single summer, when we arrived at the house while the sun was going down in the last purple light. Still in total silence, we used to reach te back of the house trough a narrow passage oveflowing with spectacular Hydrangeas.
There, the wiev was breathtaking: the huge garden rolling down towards a wooden fence, beyond which a gorgeous kitchen garden went as far as the eye could go.
We passed by the rose garden, and every single time I would say to my brother – because rituals must be performed in every detail – “do you remember that time you fell into the roses and we couldn’t get you out?”
Giggling, we then reached the big sliding door and made our way into the living room, straight into the arms of uncle and aunt. We knew that was the most coveted moment of the year for them, so awaited for, that every time they would let us think our surprise had been so well planned that they didn’t expect us intruding from the garden.
All the perfect moments of my childhood have taken place there. Like the morning I met the fox. Early bird as I am today, I was wandering through the sleeping house and ended my journey in front of the glass sliding doors leading to the garden. And there she was (I’m sure it was a “she”), exploring the ground. I stared at her holding my breath, and suddenly she turned her head and looked at me. She recognized me. We were friends for a second. Then her inner wildness prevailed and she disappeared in the woods.
That cottage is my special place and will always be. Even if it’s no longer “mine”. When my uncle and aunt passed away the house was sold to a family with kids, and although the idea of its large rooms and well kept garden beloved by other children was somehow of comfort, I cannot avoid mourning the loss. 
Have I ever returned back there? Yes. Ten times in ten years, more or less.
Every single time I go to England, I feel the need to walk slowly along Benett Drive. Silently as in my childhood. When I reach nr. 28, I sit on the front brick fence, staring at the house. Then, I can finally weep. For a life’s season gone forever. For my beloved ones I no longer can hug. For the door of the house, because it’s not painted in bright blue now. It’s just a plain boring white. And I am at the wrong side of that door. Forever.
Tomorrow I’ll be there again, on the brick fence. In front of the white door. And maybe, this time, I’ll find the courage to ring the doorbell

In viaggio coi bambini

E’ ricominciata la serie di articoli che sto scrivendo come mamma blogger, e che L’Unione Sarda sta generosamente ospitando nel suo inserto estivo. Oggi vi offro una riflessione sui viaggi con i bambini: momento felice o impresa impossibile? Negli ultimi anni la nostra famiglia ha viaggiato meno di quanto avrebbe desiderato, ma ogni spostamento è stato sempre un momento di grande spensieratezza e divertimento familiare. Penso che il segreto sia stata una programmazione molto child oriented, per cui abbiamo dosato le cose da grandi e quelle da bambini, trovando equilibri che facessero tutti contenti. Il secondo requisito importante per noi è viaggiare leggeri: mi stressa di più un’enorme valigia piena di tutto ciò che eventualmente, in casi particolari, mi potrebbe tornare utile, piuttosto che entrare in un negozio in terra straniera ed acquistare quell’oggetto che mi è venuto a mancare.
Vi invito a leggere l’articolo e a postarmi le vostre esperienze di viaggio con bambini!

Digressione. Stoccolma e i bambini

Cinque giorni all’estero per accompagnare mio marito nell’annuale meeting dell’azienda svedese per la quale lavora: un viaggio naturalmente interdetto ai bambini in quanto organizzato intorno ai lavori del meeting, dunque per la prima volta siamo partiti lasciando entrambe le nanette in custodia alle nonne. Ero felice di questo break da sola con mio marito, perchè ogni tanto è giusto, è sacrosanto staccare un po’ dalla routine ufficio-casa-figli, ma la verità è che le nanette mi sono mancate da morire.
Anzi, CI sono mancate da morire. Ogni singolo bambino che vedevamo per strada richiamava commenti del tipo: chissà le nanette in questo momento! Ogni vetrina: questo piacerebbe così tanto alla nanetta grande/piccola!
Insomma, abbiamo staccato da loro con il corpo ma non con la mente, cosicchè ci siamo ripromessi di tornare in Svezia con loro non appena sarà possibile.
Non ho la pretesa di darvi indicazioni di viaggio su cosa fare e vedere a Stoccolma, ma vi offro qualche foto e alcune riflessioni su questa città, vista da una che non riesce a smettere di essere mamma, nemmeno quando i bambini non ci sono.

  • Stoccolma è una città di bambini, PER i bambini. I nani sono ovunque: sulla metro, nei ristoranti, nei negozi e nei mille piccoli grandi parchi che costellano la città. Non esiste un ristorante senza il kid’s menu e il seggiolone, un bagno senza fasciatoio, una scalinata senza rampa per i passeggini.
  • i bambini, a Stoccolma, sono tanti, ma tanti davvero. Le mamme sono giovani, e raramente le ho viste in giro con un solo figlio. Molto più spesso, i bambini sono due o tre. Talvolta anche di più. Merito di una normativa che prevede un anno di astensione obbligatoria dal lavoro per la madre, e i successivi 6 mesi per il padre. Merito degli asili aziendali e, più in generale, di una politica della famiglia estremamente attenta alle nuove generazioni.
  • I bambini scandinavi sono calmi e beneducati, contrariamente ai luoghi comuni ben radicati nella nostra cultura. Al ristorante stanno a tavola con i grandi, in aereo disegnano sui loro quaderni, per strada danno la mano ai genitori senza scappare ovunque. Portano da sé le loro piccole valigie colorate. Ho visto un solo bambino buttarsi per terra strillando e facendo capricci: era italiano. Questo dovrebbe farci riflettere sul nostro modo di educare i bambini, talmente accudente da essere soffocante e spesso frustrante per i nani.
  • A Stoccolma c’è una cultura di grande rispetto per le famiglie: nessuno guarda di sottecchi le mamme, giudicando cosa dicono ai loro figli, come li trattano, se sanno tenere un minimo di disciplina, cosa che invece accade da noi. Affrontate un capriccio di vostro figlio al supermercato, e vedrete quante donne si volteranno a guardare VOI, chi con compassione, chi con disapprovazione. Fondamentalmente, nel bene e nel male, in Svezia ognuno si fa i fatti suoi e rispetta spazi e idee degli altri.
  • Avrete sentito che un politico italiano è stato tratto in arresto proprio in Svezia per aver dato uno scappellotto al figlio riottoso di fronte ad un ristorante: lì è vietato alzare le mani sui proprio figli, anche per quello che noi consideriamo un educativo sculaccione. A dire il vero, io non ho nemmeno sentito una mamma alzare la voce con suo figlio: tutti parlano a voce bassa, tra adulti e con i bambini.
I miei pochi giorni nella cultura scandinava non mi permettono certo di esprimere un giudizio, di dire che in Svezia è meglio che i
n Italia, e che i loro bambini sono “migliori” dei nostri. Tuttavia, quella che ho respirato era un’aria profondamente diversa dalla nostra, e mi ha lasciato una impressione di maggior serenità nella gestione dei figli, e anche maggior rispetto della loro personalità e individualità. Ho notato alcuni spunti, che vi ho riportato, e che spero possano tornarci utili per riflettere sul nostro modo di essere mamme.